Gentile Ministro, pochi giorni fa Lei ha affrontato il problema dell’Anvur e delle procedure per la valutazione della ricerca e per le idoneità dicendo questo:

Per rendere il sistema meno soggetto a problemi di corruzione e localismo nel corso degli anni è stato impostato un sistema di selezione che tende a inserire rendicontazioni, controlli e utilizzo di indicatori numerici. Il fine è rendere meno soggettivo e più automatico possibile il processo di selezione sia nel campo del finanziamento alla ricerca che nel reclutamento dei ricercatori. Sembra una lotta fra il bene e il male ed è come se rendere il processo di scelta automatico e basato sui soli numeri ci salvasse dalla tentazione dei decisori di manipolare il sistema. Il risultato è che abbiamo messo in piedi un sistema involuto e farraginoso, ed abbiamo perso l’obiettivo primario di combattere le manipolazioni. Abbiamo perso anche la finalità di diffondere un’etica pubblica basata sulla reputazione e sulla responsabilità personale di cui l’Italia ha un gran bisogno.

Io non potrei essere più d’accordo. Un modesto consiglio per il momento in cui entrerà al Ministero: faccia un decreto per sciogliere l’Anvur. Come Papa Francesco ha dato dei segnali chiari di discontinuità autodefinendosi solo “Vescovo di Roma” e rifiutando le scarpette rosse o altri segnali della pompa vaticana, così tutti noi che lavoriamo all’università le saremmo grati se volessi farci capire che sarà il ministro della comunità universitaria e non il “Commissario alla scuola” del ministro dell’Economia.

Perché questo sono stati i suoi predecessori: che fossero personaggi ridicoli e indecenti come Maria Stella Gelmini o rispettabili ex rettori come Francesco Profumo, non hanno fatto altro che firmare le scartoffie con cui l’università veniva commissariata al fine di ridurre le spese. Tagliare, tagliare, tagliare istruzione e cultura per mantenere intatti comparti come la Difesa, le missioni militari all’estero, i “saldi complessivi” della finanza pubblica.

Quindi, cara collega, se vuoiledavvero fare il ministro senza lasciare un pessimo ricordo di sé a docenti e studenti, converrà che chieda serie garanzie al presidente del Consiglio e al ministro del Tesoro perché mettano a disposizione le somme necessarie alla didattica e alla ricerca, invertendo un trend negativo che dura da vent’anni.

Se non mettono delle garanzie serie sul piatto meglio tornare alla professione che Lei ha svolto così brillantemente fino ad ora, o restare in Parlamento e fare la sua battaglia lì. Se le dicono “vedremo”, non si fidi: è ancora in tempo a rinunciare.

* testo apparso il 27 aprile 2013 sul sito de Il Fatto Quotidiano.

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14 Commenti

  1. “Abbiamo perso anche la finalità di diffondere un’etica pubblica basata sulla reputazione e sulla responsabilità personale di cui l’Italia ha un gran bisogno.”

    Sante parole, visto che e’ stato citato il papa…

    Il problema e’, come? Come si puo’ pensare di ripristinare la reputazione di chi l’ha gia’ persa con scelte localistiche ed basate su tornaconti beceri e miopi? E come si puo’ confidare sulla responsabilita’ personale di chi ha dimostrato di non averne alcuna?
    Come si puo’ ripristinare un’etica se non si cambia il sistema di scelte, peraltro sempre affidate alle stesse persone?

    • Certo! Se le risorse non rientrano nei soliti canali di spartizione e scelte! E se gli studiosi piu’ giovani sono scelti in funzione di un piano di crescita degli atenei e di sostegno dei settori (didattica e ricerca) in sofferenza, e non legati ai diversi equilibri di potere…
      Il problema resta, ed e’: come?
      (e mi taccio altrimenti mi dicono che approfitto dell’anonimato…)

  2. Caro Ministro,

    Come lei sa, per chi svolge da anni ricerca a livello internazionale è più che evidente che le mediane degli indicatori bibliometrici non sono necessariamente una misura dei livelli di qualità, di autonomia scientifica o di originalità di ricerca.

    Con un siffatto sistema di “valutazione di stato”, c’è veramente da avere paura: nella buona parte dei casi si finirà per premiare la quantità e non la qualità, producendo una meritocrazia alla rovescia, un messaggio deleterio e fortemente anticulturale.

    Caro Ministro, che dice, la vogliamo cancellare definitivamente una tale aberrazione?

  3. Vedo somiglianze curriculari tra l’attuale ministro MIUR ed il presidente ANVUR. Per entrambi:
    i) studi universitari a Pisa;
    ii) laurea in Fisica;
    iii) brillante carriera accademica;
    iv) direzione di una Scuola di Eccellenza.

    Perche’ dovrebbero entrare in collisione?

    • Io penso che Fantoni abbia sbagliato ma in buona fede, un po’ spinto dalle contradditorie assurdità contenute nella legge Gelmini, un po’ per assoluta ignoranza delle nozioni di base di statistica (una ignoranza comune a molti fisici bravissimi), un po’ perché spinto dai “talebani” della bibliometria e della funzione salvifica della valutazione, presenti anche all’interno dell’ANVUR. Ma ora che gli errori sono emersi (anche se non totalmente) anche Fantoni, se potesse correrebbe ai rimedi. Il problema è che dopo aver messo in moto l’assurda macchina della valutazione corredata da mediane, è veramente difficile trovare il modo di fermarla, come è difficile tornare indietro sul coinvolgimento nelle valutazioni individuali. Non invidio né i membri dell’ANVUR, che avranno certamente capito, tardivamente, i loro errori, né il nuovo ministro. Forse bisognerà aspettare che passi la nottata (VQR e prime idoneità), e poi cercare di mettere su qualcosa che tenga conto dell’esperienza internazionale, specialmente quella inglese, rinunciando in maniera netta ad ogni coinvolgimento nelle valutazioni individuali, nonostante le assurdità della legge che parla di “criteri e parametri” per le valutazioni individuali.

    • Vorrei rispondere, ma non oso. Va beh, rispondo: sono d’accordo su quasi tutto, ma non condivido la frase sull’ignoranza delle nozioni di base di statistica.

      Non dico cosa penso sulla preparazione media dei matematici in matematica. Dico solo che sono stato 2 anni postdoc a Matematica e sono tornato a Fisica appena possibile.

  4. Forse mi sono espresso male: le nozioni di statistica elementare sono ben note a chiunque si occupa di ricerca scientifica. E’ la pratica elementare della statistica che talvolta sfugge a chi crede di conoscere la statistica. La statistica è (anche) l’arte del contare, ma prima di contare bisogna identificare univocamente le unità, ad esempio prima di contare (per le mediane) le pubblicazioni scientifiche bisogna poter definire univocamente le unità che si vogliono contare. La prima domanda che si fa un epidemiologo è “what is the population at risk?”. Un’altra comune “mancanza” di chi si occupa di statistica in relazione a fenomeni fisici e non a fenomeni sociali (come la ricerca scientifica) è quella di ritenere inconsciamente che tutte le distribuzioni siano normali, o almeno che le distribuzioni non normali costituiscano un’eccezione. Un illustre componente dell’anvur (non era un fisico) non riusciva a capire come una distribuzione a valori non negativi potesse avere mediana zero e media positiva. Ricordiamo comunque che errare è umano. Ma mentre gli errori della vtr erano facilmente identificabili e correggibili gli errori della vqr la minano nel profondo. Ma perché mai non è stata seguita la strada della correzione della vtr? anche i risultati paradossali della vtr erano istruttivi (la matematica della SNS superata dalla matematica dell’univerità del sannio, la fisica della SNS superata dalla fisica dell’università di foggia)

    • Il presidente dell’ANVUR è in buonafede? Qual è la sua conoscenza della statistica? Inconsciamente i membri dell’ANVUR pensano che tutte le distribuzioni di probabilità siano come la distribuzione semicircolare di Wigner? Qui ci vuole un
      grande leader
      del popolo nativo-americano per rispondere a questi quesiti, alcuni non ci dormono la notte.

      Quando ero studente di dottorato mi hanno insegnato che, se si lavora a un certo livello, si viene giudicati dai risultati, le intenzioni vanno bene mentre si sta alla scuola dell’obbligo. I risultati dell’ANVUR sono sotto gli occhi di tutti. Chi ha partecipato a questa impresa era incompetente o in malafede? O si trovava in una qualsiasi combinazione convessa dei due stati? Ma cosa ci importa? Boh!

      A questo punto della storia bisogna dare un giudizio politico (politico!) di quello che è successo, mettere insieme l’ANVUR con l’INVALSI, rileggersi la letterina di Draghi-Trichet e così via. Vogliamo unire i puntini del disegno che sta smantellando lo stato sociale come l’abbiamo conosciuto o continuiamo a discutere di quante mediane possono danzare su una capocchia di spillo? Il lavoro “tecnico” fatto dai redattori di ROARS (con il contributo dei lettori) è di un’utilità enorme. Se però non si trasforma in una consapevolezza politica di quello che sta succedendo non servirà a niente, fatemelo dire con franchezza. Arriva il ministro e gli facciamo gli auguri? Ma gli auguri facciamoli ai precari della scuola e dell’università, alle generazioni alle quali è stato negato l’accesso nel sistema!

      Mi permetto sommessamente di invitare nuovamente tutti a leggere l’articolo di
      Francesca Coin.: “se non del tutto giusto quasi niente era sbagliato”. L’ANVUR è solo una rotellina di un preciso progetto politico, è ora di alzare gli occhi.

  5. io direi che ci sono due sforzi principali che la comunità scientifica deve fare (partendo da rettori e presidenti di enti fino all’ultimo ricercatore):

    1 – riuscire a comunicare PERCHE’ è importante investire in ricerca e convincere non solo i Ministri di riferimento, ma anche le persone che faticano ad arrivare alla fine del mese

    2 – fare proposte innovative e rivoluzionarie per gestire Università e Ricerca in Italia per non apparire solo critici difensori dello status quo

    sull’articolo di Tonetto avrei solo da dire che questa frase non convince: “Tagliare, tagliare, tagliare istruzione e cultura per mantenere intatti comparti come la Difesa, le missioni militari all’estero, i “saldi complessivi” della finanza pubblica”
    …i “saldi complessivi della finanza pubblica” non sono un settore, sono una conditio sine qua non per tutto lo Stato. Io credo che dobbiamo essere onesti intellettualmente e distinguere i nostri pensieri sul finanziamento alla ricerca dalle nostre opinioni sul bilancio generale dello Stato – non è che chi pensa che le missioni militari all’estero abbiano un senso, che dare sostegno alle forze dell’ordine sia importante, che il bilancio dello Stato deve essere in pareggio sia automaticamente a favore dei tagli a istruzione e cultura.

    L’articolo della Coin l’ho letto, mi ha convinto poco, mi sembra una lettura unilaterale a senso unico per rilanciare il tema della “lotta di classe” e che comunque credo c’entri molto poco con le questioni che discutiamo qui….
    tutto sommato anche il finanziamento alla ricerca per avere miglioramenti tecnologici e scientifici potrebbe essere visto come soldi che i ricchi investono per divenire ancora più ricchi, o no?

  6. Caro Seravalli, Lei scrive …i “saldi complessivi della finanza pubblica” non sono un settore, sono una conditio sine qua non per tutto lo Stato. In realtà non è così. Come ben si sa, il limite del 3% dell’indebitamento fu fissato in modo arbitrario al tempo dei negoziati sul trattato di Maastrich e, oggi, c’è una discussione continua su cosa vada conteggiato per “stare dentro” quel 3%. Per esempio, uno degli argomenti di cui si discute è di escludere le spese per investimento da questo calcolo. Se lo si facesse, l’Italia avrebbe margini di manovra ben più sostanziali nella sua politica economica. E non Le sembra che l’università, per esempio, sia sostanzialmente un investimento in “capitale umano? E’ la subalternità della nostra classe politica all’ideologia dell’austerità ad ogni costo che ci ha condotti alla situazione attuale. Molto cordialmente, FT

  7. Caro Tonello,
    la ringrazio molto per la sua cortese risposta.
    Concordo con lei sul fatto che sul conteggio del limite del 3 % molte posizioni sono rigide al di là del comune buon senso (lo stesso Prodi definì ormai più di dieci anni fa questi parametri “stupidi ma necessari”).
    Il pensiero che volevo esprimere è che il finanziamento alla ricerca può e deve essere un capitolo di spesa necessario e importante al di là delle diverse posizioni politiche ed economiche: se sia Obama che Sarkozy, la Merkel e Wen Jiabao pompano risorse nel sistema della ricerca significa che questo è un elemento fondamentale per la crescita di una paese, a prescindere dalle posizioni politiche di ognuno.

    Per dire le cose chiaramente vorrei davvero che il tema “finanziamenti alla ricerca” non sia etichettato come un tema “di sinistra”, innanzitutto perchè non lo è, secondariamente perchè sarebbe una garanzia di indifferenza generale (almeno in questo paese).

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