ROARS riceve e volentieri pubblica il documento sul sessismo nella carriera accademica del gruppo Non una di meno.

“L’8 marzo 2017 in oltre 30 paesi, dall’Argentina, alla Polonia, all’Italia le donne incroceranno le braccia interrompendo ogni attività produttiva e riproduttiva: perché la violenza maschile contro le donne è sistemica e si combatte con una trasformazione radicale della società. L’8 marzo scioperiamo anche contro il sessismo nel sistema delle relazioni accademiche.”

 

NON UN’ORA DI SCIOPERO DI MENO. DIVISIONE SESSUALE DEL LAVORO, DISTRIBUZIONE DEL POTERE FRA I GENERI E CARRIERE ACCADEMICHE

L’8 marzo sarà uno sciopero globale. In oltre 30 paesi, dall’Argentina, alla Polonia, all’Italia le donne incroceranno le braccia interrompendo ogni attività produttiva e riproduttiva: perché la violenza maschile contro le donne è sistemica e si combatte con una trasformazione radicale della società.

L’8 marzo scioperiamo anche contro il sessismo nel sistema delle relazioni accademiche. Le pari opportunità non ci bastano: rifiutiamo l’ipocrisia del femminismo politicamente accettabile, quello che chiede alle donne di ‘farsi avanti’, quello corporativo della donna in carriera, che abbandona al loro destino la stragrande maggioranza di coloro che non hanno accesso all’autopromozione e all’avanzamento individuale. Scioperiamo perché, anche nell’università, la trasformazione radicale non si dà se la riproduzione sociale è considerata un problema delle donne, se  non si garantiscono reddito e diritti sul lavoro.

Le donne nell’intero comparto della formazione sono prevalenti. Nelle università, le nostre aule sono colme di studenti meravigliose e migliaia di dottorande, post-doc, assegniste col loro lavoro precario permettono a decine e decine di dipartimenti di funzionare. In quali condizioni? Con quali prospettive di reclutamento? E di carriera?

Nonostante sia luogo di produzione di cultura ‘alta’, l’università italiana continua a essere attraversata da una cultura profondamente sessista che quotidianamente si esprime attraverso la violenza dei più retrivi stereotipi di genere. Vogliamo nominarli, perché il contrasto alla violenza contro le donne passa anche dal suo smascheramento. Quante ricercatrici, docenti, studenti devono quotidianamente affrontare nel loro lavoro gli stereotipi che le dipingono come oggetti sessuali, ‘oche’, ‘isteriche’, ‘frustrate’, ‘oneste segretarie’ che si spacciano per scienziate,  ‘casalinghe frigide’ o ‘vogliose’ travestite da intellettuali? Non si tratta solo di violenza verbale, la riconosciamo nei mille volti subdoli con cui le molestie sessuali prendono forma.

La presenza femminile nelle università è massiccia ma per lo più relegata a ruoli marginali, quando non di manovalanza, che non rispecchiano quanto le donne producono, quanto valgono e non è all’altezza dei loro desideri..

Il continuo richiamo al c.d. tetto di cristallo ci ha stancato, suona stantio… . Finché non ci si confronta con i numeri: se al livello più basso della carriera accademica la distanza fra uomini e donne è quasi trascurabile (ricercatori 8.288, ricercatrici 7.620), man mano che si sale verso il vertice della carriera la forbice si allarga fino ad arrivare ad un rapporto di una a tre (ordinari 10.115, ordinarie 2.895). Numeri che si divaricano sensibilmente in quei settori disciplinari nei quali progredire nella carriera significa occupare posizioni di potere non solo accademico, ma anche economico. Nei quali cioè il prestigio accademico apre le porte al mondo degli affari e dei grandi studi professionali (e viceversa!). Per scienze mediche gli ordinari sono 1.570, le ordinarie 269; per scienze giuridiche gli ordinari 1.125, le ordinarie 336; per ingegneria civile e architettura gli ordinari sono 600, le ordinarie 138; per ingegneria industriale e dell’informazione 1.296 ordinari contro 124 ordinarie (ma potete continuare voi: http://cercauniversita.cineca.it/php5/docenti/cerca.php9)

D’altra parte, la divisione sessuale del lavoro pesa come un macigno sulle carriere. Il lavoro di cura è ignorato nelle valutazioni accademiche, e la maternità ridotta ai periodi di astensione obbligatoria. La tirannia di parametri numerici falsamente obiettivi, le mediane, mentre mima l’impresa, insensata e ridicola, di misurare la qualità della produzione intellettuale non fa che legittimare e alimentare il gap provocato da una ineguale e ingiusta distribuzione del peso del lavoro riproduttivo fra i generi. Un peso che si fa insostenibile con il crescere della precarietà e delle differenze sociali.

Il divario fra presenza maschile e presenza femminile diventa stellare nel governo delle strutture e degli atenei. Quante rettrici? Quante direttrici di dipartimenti e di scuole? Quale presenza femminile nei consigli di amministrazione degli atenei? Al di là dei numeri, le donne raramente sono protagoniste delle scelte di politica accademica. Eppure molta dell’innovazione scientifica e didattica che in questi anni è entrata nelle aule dell’università italiana è dovuta alle donne, di ruolo e precarie.

L’8 marzo NON UN’ORA DI SCIOPERO DI MENO! Perché se le nostre vite non valgono, scioperiamo!

Prime firme:

Maria Rosaria Marella, Enrica Rigo, Tamar Pitch, Giulia Fabini, Marzia Barbera, Roberta Pompili, Beatrice Pasciuta, Milli Virgilio, Enza Caruso, Orsetta Giolo, Chiara Giorgi, Roberta Ferrari, Paola Rudan, Eleonora Cappuccilli, Isabella Consolati, Silvia Vida, Thomas Casadei, Laura Scudieri, Lucia Marelli, Valentina Moro, Valeria Pinto, Isabel Fanlo Cortés, Susanna Pozzolo, Brunella Casilini, Alessandra Pioggia, Anna Maria Toni, Valeria Verdolini, Adriana Di Stefano, Monica Cioli, Elisa Contu, Paola Parolari, Lucia Re, Raffaella Baritono, Maria Chiara Locchi, Alessandra Quarta, Encarna Bodelon, Maria Carmela Venuti, Avelina Alonso de Escamilla, Paz Lloria García, Michela Fusaschi, Sofia Ciuffoletti, Barbara Pezzini, Maria Giulia Bernardini, Angela Balzano, Alessandra Chiricosta, Anna Bognolo, Silvia Masini, Eloisa Betti, Lucilla Guendalina Moliterno, Giusi Biolatto, Lia Polcari, Silvia Borrelli, Stefania Catanossi, Lorenzo Coccoli, Maddalena Cannito, Silvia Monti, Daniela Cherubini, Natalia Paci, Giuliana Mocchi, Costanza Margiotta, Tiziana Terranova, Michaela Quadraro, Stefania Tarantino, Federica Timeto, Elettra Stimilli, Samantha Cenere, Monica Dall’Asta, Barbara Bravi, Tiziana Lazzari, Simona De Simoni, Sandro Mezzadra, Giovanni Marini.

Per aderire: lottomarzo.tettodicristallo@gmail.com

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12 Commenti

  1. Una recente ricerca trova che oggi è due volte più probabile per una donna essere assunta in una carriera accademica rispetto ad un uomo, a parità di qualificazione. Questa la fonte:
    http://www.sciencemag.org/careers/2015/04/stem-study-women-twice-likely-be-hired-comparably-qualified-men
    L’ex rettore di Harvard, Larry Summers, mostrò che la frazione di donne scende mano a mano che si considerano posizioni ed università più prestigiose proprio nella maniera predetta da misure dell’IQ, che trovano che uomini e donne hanno in media eguale IQ, ma gli uomini hanno una varianza maggiore, per cui sono maggioranza fra le persone di genio.

    • In effetti, oltre che l’IQ, andrebbe considerato il calo di produttività dovuto alle mestruazioni. Un fenomeno dimostrato scientificamente dal collega Andrea Ichino, secondo il quale «absenteeism induced by the 28-day cycle explains at least 14 percent of the earnings gender differential» (Ichino non aveva considerato il quoziente di intelligenza che potrebbe giustificare buona parte del rimanente 86% di earnings gender differential).
      ___________________
      «In most countries, women are absent from work more frequently than men. Using personnel data, we find that the absences of women below the age of 45 follow a 28-day cycle, while the absences of men and of women over the age of 45 do not. We interpret this as evidence that the menstrual cycle increases female absenteeism» (Andrea Ichino, Enrico Moretti, “Biological Gender Differences, Absenteeism, and the Earnings Gap”, American Economic Journal: Applied Economics, vol. 1, no. 1, January 2009, https://aeabeta.aeaweb.org/articles?id=10.1257/app.1.1.183
      ___________________
      Ne era nato un interessante dibattito scientifico in seguito al quale si era dimostrato che, se si ragiona come Ichino, salta fuori che anche gli uomini hanno le mestruazioni (il che, se fosse vero, renderebbe A. Ichino un benemerito dell’endocrinologia).
      ___________________
      «Ichino and Moretti (2009) find that menstruation may contribute to gender gaps in absenteeism and earnings, based on evidence that absences of young female Italian bank employees follow a 28-day cycle. We find this evidence is not robust to the correction of coding errors or small changes in specification, and we find no evidence of increased female absenteeism on 28-day cycles in data on school teachers. We show that five day work weeks can cause misleading group differences in absence hazards at multiples of seven, including 28 days, and illustrate this problem by comparing absence patterns of younger males to older males. »
      Herrmann, Mariesa A., and Jonah E. Rockoff. “Does menstruation explain gender gaps in work absenteeism?.” Journal of Human Resources 47.2 (2012): 493-508.
      http://jhr.uwpress.org/content/47/2/493.abstract
      ___________________
      Commento finale: trovo bello e coraggioso che commenti di questo genere (scusate il gioco di parole) vengano postati da chi si nasconde dietro uno pseudonimo. Uno finisce persino per rivalutare l’eurodeputato polacco Janusz Korwin-Mikke, che almeno ci mette la sua faccia.

  2. I dati su base nazionale sono indiscutibili. Comunque segnalo che l’introduzione del principio dell'”equilibrio di genere” nella composizione dei massimi organi degli atenei può anche funzionare A DANNO della componente femminile.
    Nelle recenti elezioni per la preselezione dei componenti di CDA e SA della mia università (Parma), le donne avevano ottenuto un signficativo successo, essendo risultate elette in forte maggioranza in entrambi gli organi.
    Ma, in base al nostro Statuto, le elezioni non determinano automaticamente la composizione degli organi, i cui membri sono in realtà NOMINATI dal rettore, tenendo conto delle indicazioni espresse dalle elezioni, ma assicurando la parità di genere.
    Col risultato che alla fine sono risultati nominati nei due organi candidati maschi che avevano preso meno voti delle colleghe, assicurando cosi’ un maggior equilibrio fra i due sessi, anzichè avere un predominio femminile.
    Personalmente sono dell’idea che i risultati delle elezioni vanno rispettati fedelmente, e che il principio di parità di genere vada espresso in sede di candidatura, e non di nomina.
    E dunque che il nostro statuto sia sbagliato e vada corretto!
    Che male ci sarebbe stato ad avere un CDA ed un SA con più colleghe donne? Questo era il volere degli elettori, ed andava rispettato…

  3. io sarei soddisfatta se si riconoscessero le donne, anche quelle scomode che dicono la verità, e non si associano a cordate di potere solo per fare carriera.
    C’è un silenzio imbarazzato che perseguita la donna capace i cui meriti non si vogliono riconoscere o si riconoscono a denti stretti.
    Devo riconoscere che nello sgomitare confuso non ho mai visto alleanze fra donne, ma donne che proteggono uomini.

    • I numeri che vengono letti all’inizio del filmato sono i risultati della VQR?

  4. Nel caso a qualcuno interessasse, segnalo questi studi recenti sugli effetti di genere nella carriera accademica
    http://www.df.unipi.it/~rossi/Rossi%20Donne%20e%20ricerca_ed.pdf
    http://www.df.unipi.it/~rossi/sag621.pdf
    Sarebbe interessante capire in che modo gli argomenti di Summers si applicano alla spiegazione della straordinaria differenza che esiste tra le aree disciplinari nella probabilita` che le donne hanno di fare carriera. Forse per diventare geologi occorre essere geniali mentre per diventare chimici basta un IQ medio? E che IQ occorre per diventare rettore di Harvard? Non molto alto, direi.

    • L’errore logico è assumere apoditticamente che ci sia totale simmetria fra uomini e donne, e interpretare ogni differenza negli esiti come discriminazione, seguendo la moda politica del momento. Semplicemente, uomini e donne sono in media interessati a diversi argomenti. Le donne sono più numerose nelle materie letterarie perché sono più interessate alle materie letterarie. Non perché chi lavora in materie scientifiche discrimina contro le donne. Tanto più che il concetto di merito è più oggettivo nelle materie scientifiche che in quelle letterarie.

  5. @MarcelloGA. Ci sono entrambi gli effetti.

    E’ vero che tipicamente uomini e donne hanno interessi diversi. Basti pensare agli scacchi, gioco particolarmente aggressivo, dove la percentuale di giocatrici è minima. Ciò accade senza alcuna discriminazione sostanziale, visto che chi vince lo decide la scacchiera.

    D’altronde in alcuni ambienti della ricerca vige un tipo di competitività tipicamente maschile, e questo, tra i vari effetti, ha quello negativo di provocare un’asimmetria tra i due generi.

    Ovviamente molto dipende dalla cultura di cui siamo figli, di fatto ancora impregnata di maschilismo. Basti pensare, per dirne una, che abbiamo ancora il Vaticano che ne incarna l’essenza stessa.

    Fortunatamente sembrerebbe che “the times they are a changin”.

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