Quando sentii parlare per la prima volta dei metodi bibliometrici o scientometrici ero alla fine del mio dottorato di ricerca a Saragozza, in Spagna. Era il 1990, ed ebbi l’occasione di seguire un corso tenuto sull’argomento da un professore russo. O forse sarebbe meglio dire sovietico. Perchè, chi immaginava in quei mesi, anche sotto il grande impatto emotivo della caduta del Muro di Berlino, che l’Unione sovietica stava per scomparire? Il nostro professore credeva intensamente nel progetto politico dell’Urss “rinnovata”, era uno studioso colto e informato e aderiva con convinzione alla visione marxista. Sentii così parlare con ammirazione dei metodi sviluppati presso l’Isi, l’Institute for scientific information e del suo fondatore, Eugene Garfield, e imparai ad usare lo Science citation index.

Ma come? Proprio un austero professore della Mosca sovietica ci parlava del genio imprenditoriale di Garfield, il quale aveva trasformato in una macchina per produrre denaro le idee e le discussioni degli ultimi decenni sulla scienza come fenomeno sociale e culturale, la “scienza della scienza”, uno dei cui filoni più importanti era opera di studiosi marxisti? Era un paradosso che è utile – mi propongo di mostrarlo alla fine di questo articolo – per capire qualche cosa dell’occidente post ideologico che si andava delineando, qualcosa che ha a che vedere con la scienza o, per meglio dire, con quella tecnoscienza che invade il panorama prepotentemente, fino alla nausea (e ciò aiuta a spiegare il vigore sorprendente dell’occultismo, delle varie profezie, magie, giochi d’azzardo senza speranza e via dicendo).

Il nome Isi (che risale al 1960) indicava ancora una finalità ibrida, a cavallo fra lo studio della scienza attraverso una metodologia statistica e lo sfruttamento commerciale di tale metodologia nell’ambito scientifico-tecnico che più denaro muove nel mondo contemporaneo, ossia quello biomedico; e infatti nel 1992 l’Istituto è entrato in pieno nel mondo degli affari legati alla informazione (oggi i servizi sono offerti dalla Thomson Reuters).

L’idea di partenza era di agevolare i ricercatori, le istituzioni e le aziende del settore biomedico nell’accesso a una massa crescente di lavori pubblicati, in un periodo – ormai sembra preistoria – in cui non esisteva Internet e si andava delineando l’idea delle banche dati informatiche. Come discernere al loro interno e velocemente il grano dal loglio? Non era certamente un problema nuovo: valutare l’interesse di un lavoro è stato sempre un aspetto importante dell’attività dello studioso in ogni disciplina, anzi un tempo era una delle principali attività delle accademie delle scienze europee. Era un lavoro intenso, ma non veloce, anzi richiedeva di ascoltare attentamente nelle adunanze, di leggere pazientemente monografie spesso corpose, frutto a loro volta e non di rado di un lungo lavoro.

Più nuova è una prassi oggi generalizzata ma che ha avuto origine nelle scienze “dure” nell’Ottocento, ossia la pubblicazione di “articoli” in “periodici” scientifici, spesso più brevi e quindi su aspetti puntuali, alle volte anche provvisori: ma le varie comunità scientifiche di riferimento si sono assunte anche questo onere, con pazienti letture critiche di ogni singolo lavoro prima e dopo la pubblicazione. Sempre in quel periodo, in Germania, è emerso un nuovo modo di vedere il compito “alto” di un professore universitario: non soltanto insegnare, come nella tradizione, ma indagare alla ricerca di risultati originali. L’esempio per eccellenza è quello di un processo elaborato nel laboratorio di un “istituto”, ottenuto per la prima volta, da comunicare velocemente attraverso un articolo in un periodico scientifico per l’appunto; un processo che è un passo avanti nello sforzo della scienza per “strappare i suoi misteri” alla Natura… ma che potrà forse trovare uno sfruttamento tecnico e quindi generare profitto.

Il passaggio dal laboratorio universitario a quello industriale non stravolgeva ancora la “lentezza” di cui parlavamo, che era derivata dall’esigenza di leggere, di meditare, di verificare, radicata a sua volta in una esigenza intima, più recondita ma fondamentale: l’aspirazione alla verità che, questa sì, risale alla tradizione classica dell’università. Una verità che nel corso della modernità si è espressa in termini sempre più liberi: il giudizio poggiava fortemente sulla solidità del metodo e dell’argomentazione, garantita anche dall’informazione dell’autore, sulla sua consapevolezza dei problemi aperti e dello stato dell’arte, rilevata fra l’altro dalle citazioni (le note e la bibliografia).

Questi processi di una valutazione che descrivo come “lenta”, generavano opinioni condivise e coesione – in grado di smussare la tendenza della scienza alla rottura – e anche una categoria di autorevolezza che era alla base dell’emergere delle figure di maestro, che hanno svolto un ruolo cruciale nello sviluppo della scienza in ogni luogo per lungo tempo.

Nel mondo della ricerca biomedica, all’inizio degli anni Sessanta del Novecento, faceva già capolino l’impazienza di accaparrarsi quell’idea nuova nella quale, come Paperon de Paperoni, si vedeva già il dollaro venturo; quell’impazienza che oggi ha raggiunto livelli di isterismo di cui sono il miglior esempio le conferenze stampa “annuncio” che scavalcano completamente i meccanismi di controllo pre e post della ricerca scientifica classica.

Come accelerare, anzi come bypassare la comunità scientifica tanto lenta nel valutare la pubblicistica scientifica? L’idea fondamentale di Garfield è stata quella di valutare gli articoli scientifici senza leggerli. È un’idea geniale, non c’è che dire, dal punto di vista imprenditoriale. Per farlo egli si è giovato di idee che circolavano allora, come ricordavamo all’inizio, relative alla scienza concepita come sistema sociale e culturale.

Erano idee dirompenti, che alla visione della scienza come grande edificio di conoscenze oggettive, frutto sì dello sforzo umano e continuamente migliorabile, ma essenzialmente autonomo e solido per sé stesso, sostituivano quel che era quasi una “denuncia”, perché si descriveva la scienza come un’impresa frutto di visioni culturali a priori rafforzate dalla condivisione, nella quale i risultati di laboratorio si potevano “aggiustare” per dar forza a una teoria, nella quale vi erano in azione molti meccanismi per assegnare valore o autorevolezza o viceversa estromettere… e fra questi le stessecitazioni bibliografiche. Le citazioni non come fatto scientifico in sé stesse (allo scopo di far capire come si collega una ricerca con la ricerca precedente, allo scopo di poter sviluppare l’argomentazione), nemmeno come fatto retorico, ma come puro è semplice registro delle reti di influenza che agivano nelle comunità scientifiche.

Questa visione “relativista” apriva la strada all’idea di usarlo come materiale grezzo di analisi statistiche. Per esempio nelle ricerche sulla struttura sociale della scienza, dell’identificazione di tendenze e linee di ricerca indipendentemente dall’analisi del contenuto dei lavori, come quelle predilette dal professore russo del quale parlavo all’inizio. Oppure, come nella bibliometria, per stabilire una specie di auditel della ricerca scientifica: le riviste di maggior “impatto” e i ricercatori di maggior “indice”. Il passo è stato breve per confondere “impatto” e “indice” con autorevolezza e valore. E siccome l’impatto e l’indice sono numeri, allora usiamo solo numeri senza complicarci con il contenuto, ad esempio il numero degli articoli pubblicati, in riviste con un certo impatto, indipendentemente da ciò che essi contengono. Fiducia cieca nei puri numeri. Oblio della ricerca della verità. Fast food della ricerca.

Negli anni passati ho seguito l’avanzare della bibliometria, sopratutto nelle scienze biomediche, e le tante denunce sullo stravolgimento delle politiche editoriali delle riviste con grave danno per la ricerca, e sopratutto per il modo di concepire sé stessi come ricercatori dei giovani; ho visto che esse insidiavano le scienze fisiche e matematiche (Alessandro Figa Talamanca in Italia è stato tra i più all’erta), e la rivolta dell’Unione matematica internazionale; ho visto le prime reazioni in ambito umanistico, spesso, ahimè, improntate alla visione miope di “ciò riguarda solo gli scienziati”, dimenticando l’unità della cultura e dell’università. Certo neanche nei miei incubi peggiori avrei potuto immaginare che in Italia venissero adottati in modo così follemente radicale, acritico, opaco per valutare l’università, proprio nel paese che ho scelto per la profondità della propria tradizione di umanesimo scientifico – eredità di alcuni grandi maestri che praticavano l’amorevole, “lenta” ricerca della verità.

(articolo già comparso su www.ilsussidiario.net, sezione educazione)

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10 Commenti

  1. non c’entra nulla, ma non so dove metterlo, quindi scrivo qui. Voglio fare i complimenti ai (retro) moderatori di roars. sono anni che modero gruppi di discussione in rete – a partire, per chi sa di cosa parlo, da usenet, e prima ancora – e devo dire che fate un ottimo lavoro (ok, avete anche un target autoselezionato:-D).
    cmq sia, complimenti (e se retromoderate questo commento… è comprensibile!)

  2. Garfield (non il simpaticissimo gatto di Jim Davis) mi rimanda allo sflogliare i Current Contents per tenersi aggiornati sui nuovi risultati sperimentali riguardanti il mio campo di ricerca (anche se in erba!). Piccoli librettini stampati con un carattere minuscolo, probabilmente corpo 8 o 9, alla ricerca degli ultimi articoli pubblicati su tutte le riviste biomediche (numero ridotto rispetto a quello attuale). Riferimenti ricopiati o segnati con una strisciolina di carta come segnalibro, e poi in biblioteca a controllare se il numero della rivista era già presente o se, per i soliti ritardi delle poste italiane, erano ancora introvabili. Non mi sembra che ci fosse alcuna “impazienza di accaparrarsi quell’idea nuova nella quale, come Paperon de Paperoni, si vedeva già il dollaro venturo;..”. Si trattava solo di tenersi aggiornati sulle nuove ipotesi, perchè di questo si trattava e si tratta, che spiegassero la complessità dei fenomeni biologici, biomedici o quant’altro si voglia (nulla è assoluto e nulla è definitivo).

  3. Anch’io mi ricordo quando ho cercato di imparare a usare il SSCI in versione cartacea, saranno passati 25 anni: si trattava allora di un modo più efficiente di fare quella cosa un po’ noiosa che era una ricerca bibliografica.
    Però dopo gli articoli bisognava leggerli (più o meno lentamente):
    chi avrebbe detto allora che in questo lavoro si sarebbero infine giudicati senza nemmeno provare a farlo?
    Ma forse il mio scetticismo è sostanzialmente una questione di anagrafe.

  4. viorrei commentare con questo articolo del prof. Melis, che riguarda la Pubblica Amministrazione ma si applica pari pari all’Università:

    Ad Harvard, la più prestigiosa università americana, 125 studenti sono in attesa di essere severamente puniti (sospensione sino a un anno) perché, essendo stato loro assegnato un test da svolgere a casa, gli elaborati sono risultati praticamente identici: copiati. “Violazione del codice d’onore – ha detto il rettore – Fiducia tradita”.

    Ho pensato a questo piccolo episodio (ma ne avrei potuti citare molti altri) in relazione al dibattito in Italia sul nuovo provvedimento legislativo in materia di corruzione. Un testo fortemente contrastato in Parlamento, sospinto dalla determinazione del Pd e poi fortunatamente “adottato” nelle sue linee portanti dai ministri Severino e Patroni Griffi, che adesso giace davanti al Senato, in attesa che si consumi (ma spero proprio di no) il cinico braccio di ferro imposto dal Pdl (e dalla Lega, che, anche in versione maroniana, fiancheggia il vecchio alleato): “se volete l’anticorruzione, mollate sulle intercettazioni”.

    Nel 2009 il Primo Rapporto al Parlamento del servizio anticorruzione e trasparenza (Saet), gruppo diretto da Sabino Cassese, tracciò un quadro al tempo stesso impietoso e realistico del livello raggiunto dalla corruzione nella vita pubblica in Italia. Nei quattro anni 2004-2008 la corruzione scoperta (cioè misurabile sulle denunce di reati contro la pubblica amministrazione recanti offesa alla sua integrità patrimoniale e al suo buon andamento) ha messo in evidenza circa 3 mila casi all’anno. Il 32% atteneva alla truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Seguivano altre fattispecie. Interessante era anche l’analisi, diciamo così, geografica della corruzione: tra le prime cinque regioni per numero di denunce si collocavano quattro regioni del Sud: Sicilia, Campania, Puglia e Calabria, seguite a ruota (particolare interessantissimo) dalla Lombardia. Nella classifica delle regioni col più alto tasso di corruzione in rapporto al numero dei dipendenti pubblici, la Calabria deteneva il triste primato, ma seguivano a sorpresa Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e poi Molise e Basilicata.

    La corruzione, più diffusa al Sud, è dunque un fenomeno non solo meridionale, per quanto si intuisca che nel grande business delle erogazioni pubbliche mafia e criminalità organizzata giocano un ruolo di primo piano. I costi della corruzione erano indicati nel Rapporto in 50-60 miliardi all’anno, cioè una tassa di circa 1.000 euro all’anno che paghiamo tutti, compresi i neonati.

    Ma poi c’è la corruzione non denunciata: l’iceberg sommerso, come lo chiamava il Rapporto del 2009. E di questo fenomeno carsico, decisivo (è quella che al ministero chiamano anche la corruzione “percepita”) conosciamo pochissimo. Su questo versante specialmente occorre lavorare, anche facendo emergere il sommerso con tecniche di rilevazione indirette e introducendo strumenti statistici in grado di censirlo. Per combattere la corruzione infatti serve ma non basta l’azione penale (l’intervento del magistrato). Serve molto, invece, l’azione preventiva in via amministrativa: ed è questa la parte più sostanziale del provvedimento oggi davanti al Senato, e forse proprio quella parte che meno piace al blocco berlusconiano. Contro la corruzione in fieri molto può la trasparenza, cioè l’illuminazione a giorno dei recessi (recessi burocratici, spesso) nei quali il fenomeno della dazione corruttiva matura e prende forma. Molto, in termini di trasparenza (il vero antidoto alla corruzione) lo si è fatto in passato. Moltissimo resta da fare.

    Più in generale ci sono tre fattori che, venendo meno nel tempo (parliamo qui di un tempo relativamente lungo, di decenni interi) hanno favorito l’attuale dilagare della corruzione:

    1) la fine delle amministrazioni “tecniche”, dei grandi corpi dello Stato esperti non nella pratica amministrativa (il rotolare delle carte da una scrivania all’altra) ma nella efficace valutazione delle opere pubbliche, nella previsione dei costi, nell’accertamento degli stati di avanzamento, nella progettazione ecc. Corpi che hanno fatto in passato la gloria dell’amministrazione italiana (il Genio civile, dipendente allora dal ministero dei Lavori pubblici, “ha fatto” letteralmente l’Italia, coi suoi ingegneri e i suoi geometri). E che oggi o non esistono, o sono stati ridotti a pura burocrazia del controllo formale, avendo perduto la propria tecnicalità. Lo Stato e le istituzioni in genere (vale anche per regioni ed enti locali) sono dunque nelle mani dei grandi interessi coi quali vengono in relazione, appaltatori dotati di sofisticati uffici tecnici in grado spesso di fornire all’amministrazione appaltante l’expertise che questa non trova in se stessa. E in questa zona grigia, nella quale vegeta tutto un mondo di consulenti, esperti di settore, più o meno attraversato dagli interessi privati, si annida gran parte della corruzione;

    2) la fine dei grandi corpi ispettivi, cioè della capacità delle istituzioni di controllare de facto, non sulla carta (e anche qui ci sarebbe molto da dire, perché il fenomeno è antico: da quando la laurea in legge è diventata il passepartout per tutte le amministrazioni, anche per quelle legate all’attività diretta, all’amministrazione di gestione, come si diceva nel primo Novecento); in Francia esistono addirittura autonome e solidissime branche dell’amministrazione destinate a esercitare i controlli ispettivi (e sono rigorosamente indipendenti dal resto dell’amministrazione, per potere esercitare il controllo con maggiore autonomia). In Italia niente di tutto questo;

    3) infine le leggi: nel gran garbuglio delle norme, in particolare di quelle preposte agli appalti ma non solo, si cela la giungla nella quale la corruzione può nascondersi e operare indisturbata. Una semplificazione radicale delle procedure all’insegna della trasparenza potrebbe in questo senso prosciugare l’acqua nella quale l’infezione alligna.

    Ho dimenticato un quarto fattore, ma lo darei per presupposto. L’etica pubblica. Il rettore di Harvard è il portavoce di un’etica (protestante, diciamo sempre; ma io direi da Paese civile) nella quale il corrotto e il corruttore non trovano solidarietà. Mondi per noi impensabili, nei quali un ministro si dimette per aver copiato da ragazzo la tesi di laurea. E si dimette perché la gente, l’elettorato, sente quell’atto come un insopportabile tradimento della regola. Ristabilire regole etiche, anche attraverso i codici etici troppo spesso dimenticati, e sviluppare una vasta, profonda revisione del nostro modo di pensare, anche il più quotidiano, potrà far molto. Anzi sarà la terapia vincente. Ma questo, come diceva Gobetti, significherebbe cambiare la testa degli italiani.

    http://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:1745

  5. Non c’è che dire, bell’articolo di Ana Millan Gasca.
    Però ne voglio dare una valutazione politica.
    Lo trovo molto ben elaborato e informato ma di un conformismo intellettuale e politico piuttosto sgradevole.
    Un serio studioso sovietico, dalla mente aperta, e verosimilmente anche grazie alla libertà garantita dal suo
    governo, al punto di conoscere metodologie di valutazione…di un povero cretino (americano, naturalmente). Così cretini, così ignoranti, e così potenti, questi americani che hanno purtroppo inventato internet dando la possibilità anche all’autrice dell’articolo di farci il suo pistolotto politico. Così potenti… almeno fino a che – thank God – non sono arrivati dal sol d’Oriente i cinesi – gloria a loro ne sia, capaci di minare quell’osceno impero…
    Però allora non andiamoci nelle università americane a spillare soldi, chiaro?
    Poi le solite tiratine al capitalismo, al profitto ecc. ecc.
    Complimenti per la nostalghia. Cosa propone in alternativa come modello? Un ritorno al socialismo vero (non quello reale, lì avevano scherzato).
    E per quel che riguarda le valutazioni bibliometriche (e non bibliometriche, che sono persino peggio), lei non pensa che se siamo arrivati a questo punto (in Italia, altrove le cose funzionano e anche nella tanto vituperata America – uso il termine America nel senso proprio -) dipenderà dal fatto che lo sfascio precedente era insopportabile? E che forse – questo sì – il rimedio è peggiore del male? Ma cosa c’entra Garfield con l’ANVUR?
    Duanelli

    • “lei non pensa che se siamo arrivati a questo punto (in Italia, altrove le cose funzionano e anche nella tanto vituperata America – uso il termine America nel senso proprio -) dipenderà dal fatto che lo sfascio precedente era insopportabile?”

      Se l’università italiana fosse veramente lo “sfascio insopportabile” che si dice, qualche evidenza bibliometrica dovrebbe esserci. Eppure a livello aggregato non c’è nessuna evidenza di una ricerca universitaria allo sfascio completo. Il numero di articoli e di citazioni è in linea con la spesa (per comodità, più sotto incollo il Grafico #1 sulla produttività e il Grafico #2 sull’andamento storico della % di produzione mondiale). Anzi, se si considera che siamo tra le ultime nazioni dell’OCSE come spesa per università (Grafico #3 preso da OCSE) e come % di ricercatori universitari sulla forza lavoro (Grafico #4), l’università sembra comportarsi meglio di altri settori del paese (che non reggono il confronto internazionale, vedi Grafico #5). Per curare i problemi (che ci sono e sono anche tanti), bisogna partire da dati scientifici e da analisi ben fatte.

      Grafico #1:

      Grafico #2:

      Grafico #3:

      Grafico #4:

      Grafico #5:

  6. Gentile Antonio Duanelli,
    confesso che il suo commento mi ha provocato un momento di autentico buonumore. Sarei una nostalgHica dell’Unione Sovietica e del socialismo “vero”?… Davvero divertente. Lei deve aver letto un altro articolo, oppure ha dato una scorsa, ha capito a rovescio e si è fatto saltare la mosca al naso. È necessario precisare che il riferimento al fatto che quei metodi piacessero tanto al professore sovietico, fedele al marxismo, voleva sottolineare l’ironia della situazione? Il fatto è che quel sistema – che a me non piace, perché un conto è valutare una produzione di scatolame dalle “citazioni” dei consumatori, un conto è la ricerca, visto che non si possono aprire le scatole una a una, ma gli articoli vanno aperti uno ad uno – non è un metodo di stato negli USA, dove pure è stato inventato. Da laggiù vengono le più aspre critiche alla bibliometria. E le assunzioni le fanno i direttori di dipartimento sotto la loro responsabilità: la valutazione si fa ex post, com’è giusto che sia (legga al riguardo l’istruttivo articolo (http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2012/7/25/UNIVERSITA-L-Anvur-dovrebbe-ispirarsi-agli-Usa-invece-guarda-a-Marx/304850/) che non a caso accusa l’Anvur di ispirarsi a Marx anziché agli USA. Al mio professore sovietico sarebbe piaciuto che i metodi alla Garfield venissero adottati come procedura di stato. Sarebbe felice di vedere che lo stiamo facendo qui in Italia… Vede quanta nostalgHia per l’URSS c’era nel mio articolo?…
    Ana Millán Gasca

    • Perfetto gent.ma Ana Millan,

      speravo in una risposta come questa, che chiarisce ai lettori sprovveduti e che si fanno saltare la mosca al naso (basandosi sulla conoscenza del politically correct in ambito accademico), alcune implicazioni importanti del suo punto di vista.
      d.

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