Secondo Raffaele Cantone fenomeni di corruzione, nepotismo e mala amministrazione sarebbero alla base del fenomeno della così detta “fuga di cervelli”.  Parto dall’assunto che sia innegabile che esistono nell’università italiana questi fenomeni. Un sistema feudale che la Legge Gelmini non ha minimamente scalfito. Ma la logica sottesa alle diverse narrazioni è la stessa: spostare il problema dalla sfera della politica alla sfera dell’etica personale. Questa spiegazione delle cause del dramma dei “cervelli in fuga”, tra l’altro risulta messa in crisi da una serie di dati. E’ emblematica la denuncia dell’Associazione Dottorandi: un dimezzamento dei posti di dottorato in Italia negli ultimi dieci anni. A questo si unisce il dato per cui solo il 6,5 % degli attuali assegnisti potrà effettivamente accedere ad una posizione da strutturato. Le affermazioni di Cantone assolvono alla funzione di nascondere la realtà materiale dello stato della ricerca in questo paese, e in generale del dramma che la mia generazione vive. Proprio come la retorica volta a colpevolizzare fuoricorso, “choosy” e bamboccioni è stata fondamentale per giustificare tagli dei corsi di studio, introdurre sbarramenti agli accessi, ridurre drasticamente i finanziamenti per il diritto allo studio. Basta analizzare i tagli susseguitisi negli anni, o più semplicemente camminare lungo i corridoi dei nostri dipartimenti, visitare i laboratori, osservare la generale decadenza degli atenei, parlare con qualche precario più avanti con l’età per capire che no, se un domani dovremo fuggire all’estero non sarà a causa principalmente del nepotismo, ma che il problema è strutturale e politico.

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Sono al centro del dibattito pubblico in questi giorni le affermazioni di Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, secondo il quale fenomeni di corruzione, nepotismo e mala amministrazione sarebbero alla base del fenomeno della così detta “fuga di cervelli” dall’Italia, in riferimento in particolare al settore universitario e della ricerca. A queste dichiarazioni sono seguite prese di posizione di varia natura nel mondo accademico, e numerosi organi d’informazione hanno dato ampio spazio al tema negli scorsi giorni.

Parto dall’assunto che sia innegabile che esistono nell’università italiana questi fenomeni, e che spesso costituiscono di fatto la prassi informale che regola la vita dei dipartimenti e delle facoltà, andando a definire un sistema  feudale, nel quale per far carriera conta molto più affidarsi al “barone” di turno che altro. Un sistema avvilente, servile, nel quale soprattutto i più giovani si trovano a dover continuamente compiacere a tutti i costi il proprio “capo” per poter sperare di poter prolungare di qualche anno ancora la propria attività (precaria) nell’accademia. Un sistema feudale che la Legge Gelmini non ha minimamente scalfito, nonostante la lotta al baronato fosse tra gli elementi ideologici maggiormente sbandierati dall’allora governo per difendere un provvedimento indifendibile, osteggiato da centinaia di migliaia di studenti e ricercatori nelle piazze e nelle facoltà occupate.  E’ in effetti lo stesso Cantone ad ammettere che quella riforma ha solo peggiorato la situazione, che i problemi non sono stati risolti e che sempre più spesso la struttura dei dipartimenti è plasmata sulla base di logiche baronali.

Ma Cantone vede solo una parte, piuttosto parziale, del problema. Nello specifico, quella che riguarda appunto il suo ruolo di presidente dell’ Autorità Anticorruzione. Quel che è più problematico è in effetti la narrazione tossica che si è rapidamente diffusa nei media. Una narrazione secondo cui la corruzione ed il nepotismo sono l’origine di tutti i mali dell’Università italiana. E sono la diretta causa della fuga dei cervelli. Questa narrazione è tossica nella misura in cui elimina totalmente dal dibattito pubblico la questione enorme del definanziamento, dei tagli alla formazione ed alla ricerca, dei blocchi delle assunzioni.  E’ tossica perché colpevolizza unicamente la comunità accademica, senza in alcun modo andare a definire precise responsabilità politiche, riducendo l’enorme questione di un processo di ristrutturazione del sistema della formazione e della ricerca che prosegue da ormai vent’anni ad una banale questione di “etica personale”. Andando, tra l’altro, a colpevolizzare tanto i “baroni” quanto quei pochi, pochissimi, che riescono a fare ricerca in Italia, che non sono “cervelli in fuga” e sui quali aleggerà per sempre, sulla base di queste narrazioni, il sospetto dell’essere “raccomandati”. E poco importa di anni ed anni di assegni, borse, contratti a tempo determinato e periodi di lavoro non retribuito. Non voglio sostenere che non vi siano “colpevoli” nelle università. No voglio sostenere che questi personaggi non siano dannosi per le nostre facoltà, che probabilmente sarebbero migliori senza di loro.  Voglio però sostenere che narrare la questione solo da quest’angolo di visuale è scorretto, e non aiuta a cogliere il problema e le eventuali soluzioni. Anzi. Narrare in questi termini il fenomeno dei cervelli in fuga è funzionale esattamente a non risolvere il problema, a fare appello per l’ennesima volta ad una presunta “questione morale” che ormai sarebbe l’origine di tutti i mali in Italia. Proprio come nella pubblica amministrazione l’origine di tutti i mali sarebbero i così detti “furbetti del cartellino” ed il loro menefreghismo verso il servizio che dovrebbero svolgere per la società. E non privatizzazioni, tagli, esternalizzazioni e quant’altro. Ovviamente intercorrono evidenti differenze tra la casistica del “barone” universitario e quella dell’impiegato statale improduttivo. Ma la logica sottesa alle diverse narrazioni è la stessa: spostare il problema dalla sfera della politica alla sfera dell’etica personale o di gruppo all’interno di uno specifico corpo sociale.

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Questa spiegazione delle cause del dramma dei “cervelli in fuga”, tra l’altro risulta messa in crisi da una serie di dati che proprio in questi giorni stanno emergendo. E’ emblematica la denuncia dell’Associazione Dottorandi  (VI Indagine ADI su Dottorato e Post-Doc) che parla di un dimezzamento dei posti di dottorato in Italia negli ultimi dieci anni (Da circa 16mila a circa 8500). Posti tra l’altro distribuiti in termini enormemente squilibrati tra i vari atenei (solo 10 atenei garantiscono il 42% dei posti di dottorato).

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A questo si unisce il dato per cui solo il 6,5 % degli attuali assegnisti potrà effettivamente accedere ad una posizione da strutturato. Inoltre, nell’ultimo country report della U.E. emerge come il 16% dei dottori di ricerca italiani vada all’estero. Verrebbe da chiedersi se magari i così detti “cervelli in fuga” non siano da rintracciare tra i 7500 studenti che rispetto a dieci anni fa non potranno accedere ad un dottorato in Italia o tra il 93,5% degli attuali assegnisti che non troveranno un posto di lavoro. E di conseguenza, se la responsabilità di questa drammatica situazione sia da attribuire al malcostume diffuso negli atenei, più che ad anni ed anni di tagli e controriforme praticate da governi di ogni colore politico. E verrebbe parimenti da chiedersi se un cronico definanziamento degli atenei non favorisca proprio l’affermarsi di prassi odiose e feudali come unici strumenti per poter procedere nella propria carriera. Se in effetti ce la fanno solo 6 su 100, parafrasando la celebre canzone di Gianni Morandi, risulta piuttosto evidente che nei processi di selezione i “potentati” accademici assumeranno un peso molto maggiore nel determinare chi saranno i sei fortunati, in una situazione nella quale anche la pressione sul giovane precario di turno sarà fortissima, dinanzi alla drammaticità di queste cifre. “Capirai… Ci sono solo X posti, e siamo centinaia a volerli. O trovi qualcuno che ti aiuti, o resti fuori”.  Frasi come questa fanno parte della vulgata quotidiana di chi vive gli atenei italiani. Dallo studente che vuole un relatore importante per la tesi, al laureato che cerca un dottorato, al dottorando che cerca un assegno, all’assegnista che cerca un contratto a tempo determinato e così via. Un intero sistema che in assenza di diritti, garanzie, certezze, finanziamenti, si riduce a divenire feudale. E la risposta al feudalesimo del governo Renzi è per caso un investimento sui diritti e sulle garanzie? No. La risposta è nell’accentrare ancora maggiormente il sistema di reclutamento nelle mani di pochi. Si tratta delle famigerate “cattedre Natta”. Centinaia di cattedere “d’eccellenza” che non saranno distribuite tramite concorso, ma su chiamata diretta da parte di una commissione di esperti che a quanto pare saranno nominati direttamente dalla Presidenza del Consiglio. La risposta al feudalesimo è accentrare tutto nelle mani del monarca. La risposta al nepotismo, la chiamata diretta. Con buona pace dei sostenitori della meritocrazia, della trasparenza e della valutazione.

Ma c’è molto altro. Se fosse vero il ragionamento per cui la fuga dei cervelli è dovuta anzitutto alla corruzione negli atenei, si dovrebbe di conseguenza dedurre che tale fuga sia fenomeno particolare di questo particolare ambiente, particolarmente colpito da comportamenti eticamente scorretti. E che quindi, nella generalità della società, non si verifichi lo stesso fenomeno. Anche qui, i dati parlano da soli, rendendo evidente tutta la parzialità del ragionamento di Cantone. La fondazione Migrantes parla infatti di 107mila Italiani trasferitisi all’estero nel 2015 (una cifra che tiene conto solo di coloro che stabiliscono la residenza all’estero, e non di chi pur andando via dall’Italia, non cambia residenza). Di questi, il 36% sono giovani. Dunque, due possono essere le conclusioni. O bisogna supporre che vi siano corruzione e malaffare a livelli intollerabili in ogni ambito della società, e che questo sia la causa di questa fuga generalizzata che non riguarda solo i giovani ricercatori, ma intere generazioni di giovani, oppure evidentemente il problema è strutturale, e la questione del malaffare, assolutamente esistente non solo in ambito accademico, è solo una parte del problema, il cui contributo al tragico risultato complessivo è tutto da verificare. Ma la prima conclusione porterebbe alla conseguenza che in ogni situazione nella quale vi è forte corruzione, vi è forte emigrazione. Si tratti di corruzione nell’accademia e conseguente “fuga di cervelli” o di corruzione diffusa e conseguente fuga generalizzata. Ma questo risulta di per sé poco credibile, dando uno sguardo alla storia del nostro paese.

Dunque, ricapitolando, le affermazioni di Cantone e le narrazioni che a partire da queste sono state finemente create da numerosi organi d’informazione sono, a mio modesto parere, dannose. Perché cancellano la politica (intesa in termini di scelte strategiche sul terreno della ricerca e della formazione) dal dibattito, relegando il tutto ad un problema che nasce e muore tra i corridoi e gli uffici delle università, quando è evidente che la questione dell’emigrazione sia anzitutto diffusa sull’intera società, ed in secondo luogo conseguente a precise politiche di tagli e precarizzazione attuate dalla classe politica. In secondo luogo, assolvono alla funzione di nascondere la realtà materiale dello stato della ricerca in questo paese, e in generale del dramma che la mia generazione vive. E in tal senso, si rendono complici esattamente di quelle politiche che sono alla base dell’emigrazione dei giovani. Proprio come, per dirne una, la retorica meritocratica volta a colpevolizzare fuoricorso, “choosy” e bamboccioni è stata fondamentale per giustificare tagli dei corsi di studio, introdurre sbarramenti agli accessi, ridurre drasticamente i finanziamenti per il diritto allo studio. Infine, trovo tutto ciò piuttosto offensivo per l’intelligenza di tutti quei giovani che come me operano nel campo della ricerca. E che non hanno certo bisogno dell’approfondita analisi di qualche istituzione per rendersi conto di quali siano le cause che potrebbero portarli a dover andare all’estero, o ad esser espulsi dall’ambito della ricerca. Basta analizzare i tagli susseguitisi negli anni, o più semplicemente camminare lungo i corridoi dei nostri dipartimenti, visitare i laboratori, osservare la generale decadenza degli atenei, parlare con qualche precario più avanti con l’età per capire che no, se un domani dovremo fuggire all’estero non sarà a causa principalmente del nepotismo, che il problema è strutturale e politico.

Se si vuol affrontare seriamente la questione della “fuga dei cervelli”, lo si faccia con un approccio complessivo e con la serietà di ammettere che le strategie praticate da vent’anni a questa parte sull’università hanno portato a questa situazione. Che corruzione e nepotismo sono una parte del problema, e che in questo contesto non possono che proliferare. Altrimenti si fa solo facile demagogia.

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8 Commenti

  1. Ottimo articolo, condivisibile senza riserve. Su una rubrica del Corriere online (link http://italians.corriere.it/2016/10/12/45255/) avevo segnalato che i mali dell’università italiana non derivano tanto dal nepotismo, ma sono in realtà molto più gravi e profondi; avevo menzionato anche l’abominio delle cattedre Natta già prima che questa notizia deflagrasse sulla stampa nazionale. Risultato: pioggia di risposte piccate secondo le quali, invece, il disastro peggiore dell’Accademia nazionale continua a essere proprio l’immissione di mogli, figli e amanti dei baroni.

  2. Allora la soluzione qual è?
    Protectionist measures are undesirable, but what is the answer?
    Cosa ne pensate dell’internazionalizzazione? Potrebbe essere la soluzione?
    ROARS ha mai pubblicato qualcosa sui processi di internazionalizzazione adottate da alcune università italiane?

    • La soluzione è separare il reclutamento dalla progressione di carriera, in modo che una quota di risorse (frutto di decisione politica) sia destinata ad assunzioni esterne all’ateneo. Se le condizioni di lavoro sono decenti, stranieri e cervelli fuggiti parteciperanno. Se non lo sono, inutile escogitare provvedimenti estemporanei e demagoogici: bisogna far diventare le condizioni di lavoro concorrenziali con l’estero o almeno decenti. Punto.
      _____________________
      P.S. Io vorrei vedere che cosa succederebbe se agli Über-Professoren, una volta assunti, toccasse spendere un 50% del loro tempo in qualche presidio della qualità o in un’altra commissione dedicata ad AVA 2.0. Se fosse questa la prospettiva, temo che i super-stipendi del DPCM sarebbero persino scarsi.

  3. Sono d’accordo. Mi piacerebbe approfondire l’argomento e mi farebbe piacere avere delle buone letture da cui partire su come si fa una buona internazionalizzazione. Per questo chiedevo se ROARS ha mai pubblicato qualche post sui processi di internazionalizzazione già adottate da alcune università italiane.

  4. Sono d’accordo sull’ottima analisi dei mali dell’Università italiana ma fa male vedere che non tutte le università si stanno sforzando di implementare un minimo di decoro nella selezione del loro corpo docente.

    Che senso ha dare 10 (dieci!) giorni di tempo per presentare la documentazione per un posto di professore di seconda fascia in biochimica. Trovo il bando dell’univ di perugia scandaloso
    http://www.unipg.it/ateneo/concorsi/procedure-di-valutazione-comparativa-art-18-legge-240-2010?layout=concorso&idConcorso=1050

    Auguri di buon lavoro al futuro neo professore. Sicuramente il miglior candidato possibile

  5. A proposito di CORRUZIONE E VQR 2.0., vi siete accorti che sono ripresi i convegni opportunistici?

    Propongo un nuovo esercizio di valutazione: quanti organizzatori di convegni e relatori a convegni dove sono invitati i commissari conseguiranno l’abilitazione nel corso del biennio 2016-2018?

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