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Francesco Giavazzi e la sua magnifica ossessione

Chiudere le università di Messina, Bari e Urbino perché stanno in fondo alle classifiche dell’ANVUR. È questa la proposta shock di Francesco Giavazzi, che sembra prigioniero di una ossessione placabile solo con la chiusura di corsi di laurea e sedi universitarie. Per giustificare questa ossessione, anno dopo anno Giavazzi ha dipinto un’Italia immaginaria, traboccante di sedi e professori universitari che offre un’università quasi gratuita ai suoi giovani. Una visione fantasiosa, alla luce della quale si potrebbe accogliere con comprensiva tolleranza anche l’ultimo sfogo del professore bocconiano. Tuttavia, ci sembra un brutto segnale che Giavazzi cominci a contraddire se stesso, scrivendo cose incoerenti con le sue precedenti dichiarazioni. Ci preoccupa anche che non abbia valutato fino in fondo  le conseguenze a cui va incontro chi presta troppa fede alle classifiche dell’ANVUR. Se prosegue su questa strada, dovrà chiedere non solo la chiusura di importanti corsi del Politecnico di Milano ma anche dei bienni magistrali e dei dottorati della Bocconi. Meglio avvertirlo prima che sia troppo tardi.

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In un articolo del 19 agosto sul Corriere della Sera, intitolato “La ragnatela corporativa”, il Prof. Giavazzi discetta delle ulteriori e più efficaci misure che il Governo Letta dovrebbe mettere in campo. Concludendo l’articolo, egli afferma:

Crederò che il governo sia impegnato a ridurre le spese quando Letta e Saccomanni si recheranno a Saluzzo, uno dei tribunali accorpati, per convincere i cittadini che togliere l’Imu richiede anche la chiusura di tribunali in eccesso, malgrado le proteste corporative degli avvocati. O a Bari, Messina, Urbino e a spiegare che la chiusura di quelle tre università (in fondo alla classifica dell’Anvur) è nell’interesse dei loro figli. Non è frequentando una fabbrica delle illusioni che ci si costruisce un futuro.

C’è chi si è indignato per la provocatoria proposta di chiudere tre atenei, bollati come “fabbriche delle illusioni”. Il nostro approccio è diverso. Per dare il giusto peso alle affermazioni di Giavazzi, ci sembra necessario inquadrarle nel contesto della sua pluriennale attività di editorialista, evidenziando gli aspetti di continuità, ma anche le eventuali contraddizioni. Infine, non potremo esimerci dal mettere in guardia il Professore dalle conseguenze che potrebbe avere, anche nei confronti della sua stessa università,  l’utilizzo delle classifiche VQR come metro di giudizio per decidere chiusure e declassamenti.

1. La magnifica ossessione

Chi legge gli editoriali di Francesco Giavazzi non può fare a meno di notare che il suo autore è preda di una sorta di ossessione per la chiusura di università e corsi di laurea. Un’ossessione così potente da diventare addirittura criterio di giudizio:

Se a errori ripetuti per decenni si vuol rimediare in un giorno c’è un solo modo: chiudere i corsi di laurea. […] In luglio il Senato ha approvato la riforma dell’università. Non è una legge ideale, ma va dato atto al ministro Gelmini di aver fatto un importante passo avanti. La legge riconosce che i corsi devono essere ridotti, le università snellite, alcune chiuse

F. Giavazzi: Un paese fuori corso, Corriere della Sera, 24-10-2010

Insomma, una legge, per quanto imperfetta, è comunque pregevole a patto che contempli la chiusura di corsi di laurea o di interi atenei. Per giustificare la sua ossessione quasi neroniana nei confronti dell’istruzione universitaria, Giavazzi ha finito per costruirsi una realtà parallela, che poco o nulla ha a che fare con l’Italia del terzo millennio. Nella realtà che ci tocca vivere tutti i giorni, l’Italia è una delle nazioni con un numero relativamente basso di università per milione di abitanti.

Nell’universo parallelo di Giavazzi, invece, moltitudini di professori universitari popolano i suoi incubi al  punto di fargli affermare:

Che nell’università ci siano troppi professori è un fatto

F. Giavazzi: Un paese fuori corso, Corriere della Sera, 24-10-2010

Evidentemente, nessuno dei suoi colleghi si é sentito di  contraddirlo facendogli notare che su 26 nazioni considerate dall’OCSE solo 5 nazioni hanno un rapporto studenti/docenti superiore a quello italiano. Dato che Indonesia e Arabia Saudita sono paesi non-OCSE, l’Italia risulta essere quart’ultima tra i paesi OCSE per numero di docenti universitari rapportato agli studenti. Se invece ci riferiamo alla percentuale di docenti e ricercatori universitari sul totale degli occupati, è ancora l’OCSE a dirci che nel 2007 eravamo terzultimi su 20 nazioni considerate.

Nell’incubo ad occhi aperti in cui vive Giavazzi, in Italia esistono ben 100 università e, ancor peggio,

tutte e 100 le nostre università offrono, oltre ai corsi di triennio, corsi di biennio e di dottorato.

F. Giavazzi, Interventi e repliche, Corriere della Sera, 6-11-2010

Di nuovo, nessun collega deve aver avuto cuore di fargli notare che bastavano un paio di clic per verificare che  il numero totale degli atenei non era 100, ma era pari a 89 di cui 61 statali e 28 non statali, tra i quali vi erano 11 atenei telematici.

Attualmente, in Italia contiamo 96 atenei: 67 atenei statali tra cui 58 università e 9 Istituti speciali (Scuola Normale di Pisa, Università per stranieri di Perugia, etc) e 29 atenei privati tra cui 11 università telematiche. Non avendo obiettato sul numero, a maggior ragione i colleghi si guardano bene dal dirgli che le telematiche non offrono corsi di dottorato e che, di norma, gli istituti speciali non offrono corsi triennali e bienni magistrali.

Bisogna però dire che l’Italia immaginaria di Giavazzi avrebbe anche i suoi aspetti positivi. Infatti, la grandissima maggioranza degli studenti e delle loro famiglie preferirebbero vivere in un  paese in cui c’è

un’università quasi gratuita

F. Giavazzi: Un paese fuori corso, Corriere della Sera, 24-10-2010

Purtroppo, quando alla mattina si destano dai loro sogni, devono fare i conti con le più alte tasse universitarie in Europa dopo Regno Unito e Paesi Bassi, mentre siamo tra gli ultimi come percentuale di beneficiari di interventi a sostegno del diritto allo studio.

Però, l’isolamento di Giavazzi nei confronti delle statistiche nazionali e internazionali non è totale e la sua ossessione mostra qualche incrinatura. Nel 2010 ha persino ammesso che

In Italia il numero di studenti che prosegue gli studi oltre la scuola secondaria è più basso che altrove: ci vorrebbero più studenti iscritti ai corsi triennali.

F. Giavazzi, Interventi e repliche, Corriere della Sera, 6-11-2010

L’ammissione non era stata spontanea. Infatti, gli era stato fatto notare (non da un bocconiano – ai colleghi di Via Sarfatti va dato atto di avere una certa inclinazione ad assecondarlo) che l’Italia è agli ultimi posti tra i paesi OCSE come  percentuale di laureati e persino ultima in Europa.

Ma è stato solo un momento di incertezza da cui Giavazzi si è prontamente ripreso:

Siamo sicuri che questo paese davvero abbia bisogno di più laureati? Io non lo so, ma prima di affermarlo mi chiederei se il sistema tedesco dell’apprendistato che accompagna i giovani dalla scuola al lavoro non sia più efficiente …

F. Giavazzi: Se Bersani fa scuola, lavoce.info, 28-11-2012

 

2. Classifiche VQR: Messina batte Milano-Politecnico, Bocconi KO

Molti si sono indignati per la richiesta di chiudere tre atenei. Avendo ormai imparato a conoscere Giavazzi e la sua ossessione, noi non siamo tra quelli; piuttosto abbiamo accolto questo ennesimo sfogo con comprensiva tolleranza. Se si trova a suo agio nel mondo immaginario che si è costruito, perché disturbarlo?

Tuttavia, ci sembra un brutto segnale che Giavazzi cominci a contraddire se stesso, scrivendo cose incoerenti con le sue precedenti dichiarazioni. Ci preoccupa anche che non abbia valutato fino in fondo  le conseguenze di quello che scrive. Se prosegue su questa strada, dovrà chiedere non solo la chiusura di importanti corsi del Politecnico di Milano ma anche dei bienni magistrali e  dei dottorati della Bocconi. Meglio avvertirlo prima che sia troppo tardi.

Andiamo per punti.

1. La classifica dell’ANVUR è una classifica fondata sulla valutazione della qualità della ricerca (VQR). Essa non dice nulla riguardo alla didattica. Il che significa che, sulla base della sola VQR, Giavazzi non avrebbe ragione di definire i tre atenei in questione come “fabbriche di illusioni”. Qualcuno potrebbe obiettare che non può esserci buona didattica senza buona ricerca – tesi del tutto degna di considerazione – ma contraddetta da Giavazzi stesso:

Se parliamo di università che offrono solo corsi di triennio, 100 sono probabilmente poche, non troppe. In Italia il numero di studenti che prosegue gli studi oltre la scuola secondaria è più basso che altrove: ci vorrebbero più studenti iscritti ai corsi triennali. […] Prima di dire che si spende troppo poco per l’ università, occorre avere il coraggio di ammettere che delle nostre 100 università solo una ventina possono ambire alla categoria di «research universities»

F. Giavazzi, Interventi e repliche, Corriere della Sera, 6-11-2010

Insomma, se da un lato solo una ventina di università possono ambire a porre la ricerca tra le proprie missioni principali, questo non vuol dire che le altre debbano essere chiuse; al contrario, c’è bisogno di incrementare il numero di università. Una tesi che mal si accorda con la richiesta di chiudere tre atenei solo perché stanno in fondo ad una classifica ANVUR che valuta esclusivamente la ricerca.

2. Giavazzi è laureato in ingegneria al Politecnico di Milano. Ebbene, nelle aree di Architettura e Ing. Industriale e dell’Informazione  le classifiche VQR dell’ANVUR danno i seguenti risultati:

Area 8b – Architettura
Messina: 12° su 39 atenei (22,73% di valutazioni eccellenti)
Politecnico di Milano: 13° su 39 atenei (8,88% di valutazioni eccellenti)

Area 9 – Ing. Industriale e dell’Informazione
Messina: 10° su 56 atenei (64% di valutazioni eccellenti)
Politecnico di Milano: 16° su 56 atenei (61,54% di valutazioni eccellenti)


Se Giavazzi davvero si fida delle classifiche ANVUR (che forse non ha letto con cura), cosa dovrebbe pensare e dire dei ricercatori di architettura e, ancor di più, di quelli di ingegneria industriale e dell’informazione del Politecnico di Milano, che non riescono nemmeno a tenere il passo dei colleghi del vituperato ateneo messinese destinato alla chiusura? Che sia il caso di suggerire alle aspiranti matricole per quelle discipline di costruirsi un futuro iscrivendosi altrove?

3. Le classifiche degli atenei prodotte dall’ANVUR sono state approfonditamente discusse e il loro effettivo valore è stato piú volte contestato su queste pagine, mostrandone le incongruenze e la variabilità. Evidentemente, Giavazzi non è al corrente delle critiche oppure, ritenendole infondate, ripone piena fiducia nelle classifiche VQR dell’ANVUR.

Assecondiamolo fino in fondo e facciamo un esperimento. Abbiamo già visto che, secondo Giavazzi,

delle nostre 100 università solo una ventina possono ambire alla categoria di «research universities»

Diamo per buone le classifiche VQR, e affidiamoci alla classifica degli “atenei al top” (sic) per individuare i venti atenei che possono ambire alla categoria di “research universities”.

La “top 20” delle università italiane secondo i criteri ANVUR (fare clic per ingrandire). La classifica è stata ottenuta con una semplice operazione di riordinamento effettuata sul foglio Excel fornito dall’ANVUR che contiene tutti i dati necessari per costruire le classifiche delle “università al top”. Gli atenei sono stati ordinati in base ai criteri dichiarati dall’ANVUR: “La graduatoria premia le strutture che hanno lo scarto maggiore tra il numero di aree “azzurre” e “verdi” e il numero di aree “rosse”. Nei casi di ex equo [sic], è stato considerata come migliore la struttura che ha il numero maggiore di aree “verdi””. In caso di ulteriore ex-aequo, sono state considerate migliori le strutture con minor numero di aree rosse, facendo infine ricorso all’ordine alfabetico nei casi non risolti. Seguendo il suggerimento di Giavazzi, le università che non rientrano nelle top 20, andrebbero declassate a “teaching universities”. Previa chiusura dei loro dottorati e dei loro bienni di laurea magistrale, alle università declassate sarà consentito offrire solo corsi di laurea triennali. Tra le escluse “eccellenti”: Pisa, Bocconi e Politecnico di Torino.

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Cosa scopriamo? Bolzano (sesta: complimenti!) e la LUISS (20-esima) ce la fanno, mentre viene bocciata la Bocconi (24-esima) e anche Pisa (22-esima), nonostante il suo Rettore Augello vada fiero del primo posto tra le italiane secondo la classifica ARWU. Il Politecnico di Milano (18-esimo) e la Normale di Pisa (19-esima) si salvano per poco,  mentre il Politecnico di Torino verrebbe declassato a “teaching university”, una sorta di contrappasso per il suo ex-professore e attuale responsabile della VQR, Sergio Benedetto. Seguendo alla lettera le raccomandazioni di Giavazzi, per le università bocciate,

i corsi di biennio e dottorato andrebbero chiusi e quei professori riallocati ai corsi triennali

F. Giavazzi, Interventi e repliche, Corriere della Sera, 6-11-2010

Giavazzi, che insegna alla Bocconi, sarebbe uno dei professori da riallocare.

3. Le pazze classifiche sempre più pazze

Di fronte a questi paradossi, qualcuno potrebbe obiettare che non ha senso confrontare atenei di dimensioni diverse: si tratta di un caveat che ci sentiamo di condividere appieno, tanto più che ROARS vi ha dedicato un post pubblicato ancor prima che uscissero i risultati della VQR. Tuttavia, è proprio l’ANVUR a minimizzare il ruolo della dimensione per quel che riguarda le prestazioni degli atenei:

sembra che in tutte le aree vi sia una forte dispersione della qualità, anche per gli atenei di maggiori dimensione [sic] (che raggiungono a volte risultati molto buoni e altre volte risultati meno buoni).

Sergio Benedetto e Roberto Torrini
http://www.lavoce.info/una-valutazione-molto-chiara/

Triplicare le classifiche, distinguendo tra atenei piccoli, medi e grandi, non scioglie i nodi: i problemi si ripropongono tali e quali all’interno dei tre segmenti dimensionali. Infine, è stata proprio l’ANVUR con le sue  classifiche “double face”, una prima versione nei documenti ufficiali ed un’altra per la stampa, a mostrare come gli spostamenti delle linee di demarcazione influenzano le classifiche in modo decisivo. Sarà l’ANVUR a decidere della vita e della morte dell’uno o dell’altro ateneo grazie ad accorti aggiustamenti dei segmenti dimensionali?

E che senso ha costruire una classifica contando le “medaglie” (i bollini azzurri e verdi) conseguite nelle diverse aree scientifiche mettendo in competizione atenei generalisti, che concorrono in tutte le aree scientifiche, con atenei specialistici – per esempio i Politecnici, ma anche la Bocconi – che concorrono in un numero necessariamente limitato di aree? Non ha nessun senso, ma, di nuovo, queste sono le regole in base alle quali l’ANVUR ha sfornato le sue classifiche di “università al top”, destinate a riempire le pagine di tutti i giornali.

A scanso di equivoci: i confronti che abbiamo proposto sono un divertissement a cui non attribuiamo alcun valore se non il merito di evidenziare le assurdità a cui va incontro chi prende sul serio le classifiche fai-da-te dell’ANVUR. Uno degli autori ha un figlio che frequenta il Politecnico di Milano e non è stato minimamente turbato dal sorpasso di Messina, ma ha solo avuto un’ulteriore conferma del conto in cui vanno tenuti numeri e classifiche prodotti dall’ANVUR.

Ma torniamo a Giavazzi. Prima di chiedere a gran voce la chiusura di tre atenei, due dei quali sono fra le più grandi e antiche università italiane, sarebbe bene esaminarne la funzione formativa e porsi l’obiettivo di migliorarne la produttività scientifica. Forse la valutazione dovrebbe servire anche a questo. Oppure al termine del prossimo esercizio VQR dovremmo chiudere altre tre università classificate ultime  e così via, fino a lasciarne una sola?

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Post scriptum: Il prof. Giavazzi merita comunque un ringraziamento per aver chiarito ancora una volta quanto il gioco delle classifiche sia insidioso. Probabilmente gli saranno meno grati gli atenei che vedranno il danno d’immagine da loro subito (“fabbriche di illusioni”) trasferirsi sulle immatricolazioni, con conseguente danno finanziario. A questo proposito non é forse inutile ricordare che in altri paesi più maturi e adusi agli esercizi di valutazione, è capitato che gli atenei si rivalessero in sede legale per l’uso non appropriato dei dati.

Nota sui dati. Non si capisce bene a quale classifica ANVUR Giavazzi faccia riferimento. Per gli Atenei (“strutture” nel gergo VQR) ci sono due classifiche.
  1. Nelle classifiche per la stampa “dimensioni-qualità” [basate sull’indicatore IRFS1]  in effetti Bari e Messina occupano le ultime due posizioni tra i grandi atenei, ma Urbino è seguito dall’ateneo dell’Aquila tra le medie. Ci sono poi almeno 7 atenei piccoli che hanno indicatori peggiori di dell’Aquila e di Urbino. Ci sembra poco plausibile che Giavazzi abbia indicato le ultime due università nella classifica delle grandi e la penultima delle medie, salvando  l’ultima delle grandi e molte piccole. Probabilmente, Giavazzi non sa che esistono due versioni di questa classifica, dato che quella riportata nella Tabella 6.10a (p. 308) nel file Tabelle del Rapporto Finale, è diversa da quella per la stampa a causa di una diversa formula di aggregazione delle valutazioni nelle 16 aree scientifiche. È istruttivo notare che nel rapporto finale, nessuna delle tre  università che Giavazzi vuole chiudere sta nelle ultime tre posizioni. Più precisamente, se si riordina la Tabella 6.10a in base a IRFS1, ecco l’elenco delle peggiori università (partendo dall’ultima e proseguendo con la penultima e così via)

Classifica dimensione-qualità costruita in base alla Tabella 6.10a del Rapporto Finale VQR. La percentuale di miglioramento confronta l’Indicatore di Ricerca Finale di Struttura IRFS1 (espresso come % nazionale) con la % di prodotti attesi.

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Se era questa, la classifica che aveva in mente, le ultime tre non coincidono con quelle indicate da Giavazzi, anche volendo risparmiare le universtità telematiche e quelle private.

[NOTA: a causa di una nostra errata interpretazione della colonna IRFS1 della Tabella 10.6a, nella prima versione dell’articolo, avevamo riportato una classifica che vedeva tra i peggiori alcuni atenei che, pur avendo il “bollino rosso” (secondo l’ANVUR) stanno nella parte intermedia della “classifica dimensione-qualità”. Ce ne scusiamo con i lettori]

2. Nelle cosiddetta classifica delle “Università al top” diffuse alla stampa, Messina è ultima (32/32) tra le grandi, ma  Bari è al 27° posto;  tra le medie, Urbino è all’ultimo posto (38/38), ma ex aequo con Napoli Parthenope; e poi c’è l’ultima delle piccole (Roma Marconi). Di nuovo, ci sembra poco plausibile che Giavazzi abbia usato questa classifica.

Infine, in nessuna delle classifiche pubblicate sul libricino (pardon instant book) del Corriere della Sera Bari, Urbino e Messina sono nelle ultime tre posizioni. Visto il profluvio di classifiche, non è che ANVUR ne ha predisposta appositamente una per gli editoriali di Giavazzi?
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26 Comments

  1. Giuseppe De Nicolao says:

    Michele Ciavarella ha chiesto spiegazioni a Giavazzi e ne pubblica la risposta sul suo blog:


    http://rettorevirtuoso.blogspot.de/2013/08/giavazzi-attacca-uniba-ma-non-avra.html

    Pertanto, tra le due ipotesi che avevamo avanzato nella “Nota sui dati” quella giusta è la prima: Giavazzi ha scelto tre università in modo relativamente arbitrario (non ha scelto l’ultima in ciascuno dei segmenti dimensionali ed ha saltato l’Aquila che tra le medie stava sotto Urbino) tra quelle che stavano in fondo alle classifiche dimensione-qualità riportate nelle slides di presentazione di Sergio Benedetto. Evidentemente, Giavazzi era del tutto ignaro che quella classifica era stata sconfessata persino dall’ANVUR:


    Come spiegato su Roars (https://www.roars.it/online/vqr-le-classifiche-daltoniche-dellanvur/), dopo aver scritto che la scelta della formula per aggregare i risultati delle diverse aree disciplinari è una scelta discrezionale di natura politica, l’ANVUR non solo si è sostituita al ministro ma ha prodotto due classifiche diverse, una nella relazione finale ufficiale ed un’altra per la stampa. Giavazzi ha usato la classifica per la stampa.

  2. Renzo Rubele says:

    Giavazzi può sfruttare un “abbrivio ideologico” che dura da almeno 100 anni. Certi polemisti dell’era pre-fascista già si lamentavano, a quel tempo, dell’eccessivo numero di laureati (!), segno che questo Paese ha sempre avuto un grosso problema con la valorizzazione dell’istruzione – soprattutto quando nuovi “figli di nessuno” mettono a repentaglio lo status quo per i figli di professionisti già affermati.
    L’unico buon argomento che potrebbe essere sviluppato, a corollario delle indicazioni di questi “riformatori”, potrebbe essere quello della mancanza (in Italia) di un serio pilastro di istruzione terziaria tecnico-professionale, che copra un’offerta formativa di sicuro interesse per il sistema produttivo del nostro Paese. Peccato che i vari “Giavazzi” con potere di commento sui giornali non trattino quasi mai in modo adeguato questo punto: a loro importa solo chiudere sedi, tagliare risorse e diffondere l’ideologia del bastone e della carota.

  3. Marco Antoniotti says:

    Qualcuno ha il foglio Excel che ha usato Giavazzi?

  4. Antonio Occhiuzzi says:

    Comunque siamo ancora in una crisi economica straordinaria. La legge di stabilita’ dovrebbe prevedere per il2014 di eliminare qualsiasi contributo pubblico agli atenei non statali e il MIUR dovrebbe riservare PRIN e FIR(B) a atenei statali e ERP.

  5. Giuseppe De Nicolao says:

    % DI “FANNULLONI” IN ECONOMIA: LA BOCCONI MESSA PEGGIO DI BARI E URBINO
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    Come ampiamente discusso su Roars, i criteri di valutazione della VQR sono stati oggetto di controversia. Se si vuole andare sul sicuro, può valere la pena di confrontare un dato più affidabile, ovvero la percentuale di soggetti che hanno presentato tutti i “prodotti richiesti” ed il suo speculare, ovvero la percentuale di chi non è pienamente attivo. Immedesimandoci nella severa visione meritocratica di Giavazzi, chiameremo questi ultimi “fannulloni”, anche se il termine non è “politically correct”. Concentriamo la nostra attenzione sull’area disciplinare di Giavazzi che è l’area 13 (Scienze economiche e statistiche). Saremo ancora più severi di Giavazzi: invece di limitarci a chiedere la chiusura di Messina, Bari e Urbino chiediamo la chiusura di tutti i corsi di economia degli atenei che hanno una percentuale di fannulloni più alta di uno di questi tre “atenei canaglia”. Per sapere chi va chiuso, basta consultare la Tabella 4.16 predisposta dal GEV 13 (http://www.anvur.org/rapporto/files/Area13/VQR2004-2010_Area13_Tabelle.pdf), riportata qui sotto.


    Come si può vedere, la Bocconi con il suo 10% di fannulloni se la cava meglio di Messina (12,90%), ma peggio di Bari (9,26%) e di gran lunga peggio di Urbino (6,45%). Giavazzi sarà così coerente da chiedere la chiusura di economia alla Bocconi?

  6. Giuseppe De Nicolao says:

    E SE URBINO BATTE LA BOCCONI?
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    La proposta di chiudere interi atenei sembra un riflesso della convinzione che merito e demerito siano geograficamente separati (o da separare) in modo netto. Se un ateneo è in fondo alla classifica (ammesso e non concesso che questa sia affidabile), c’è ben poco da salvare e per il bene delle nuove generazioni è bene che chiuda i battenti. Se così fosse, difficile pensare che esistano settori disciplinari in cui le “fabbriche di illusioni” superano le cittadelle dell’eccellenza scientifica. Ma nella realtà come stanno le cose?

    Giavazzi insegna alla Bocconi, la quale è in seconda posizione nella classifica dell’Area 13, dove Messina (68-esima) e Bari (69-esima) sono obiettivamente indietro, ma Urbino (24-esima) occupa una posizione più che decorosa, con un voto medio superiore alla media nazionale (http://www.anvur.org/rapporto/files/Area13/VQR2004-2010_Area13_Tabelle.pdf, Tab. 4.7b). Un buon risultato, ma probabilmente Giavazzi non lo riterrebbe sufficiente a scongiurare la pioggia di fuoco e zolfo sull’ateneo urbinate, meritevole di punizione come e più delle bibliche Sodoma e Gomorra, che sarebbero state risparmiate se vi fossero stati anche solo dieci uomini giusti.

    Proviamo, però, a guardare i risultati in maggior dettaglio. Nella VQR, l’Area 13 è stata suddivisa in tre sotto-aree: 1) Economia, 2) Economia Aziendale e Finanza, 3)Statistica e Matematica Applicata (“Sub-GEV S”). Se consideriamo quest’ultima, vediamo che Urbino occupa il quarto posto nazionale, davanti alla Bocconi che è settima (Tab. 4.8). Non male per una “fabbrica delle illusioni”.


    Ma non è finita. Se ci concentriamo sul settore disciplinare SECS-S/06, Urbino è prima in Italia, mentre la Bocconi è solo nona (Tab. 4.9).


    I numeri di Urbino, per quanto relativamente piccoli (85 prodotti attesi in Area 13, di cui 21 prodotti attesi per il Sub-GEV S, di cui 12 prodotti attesi per il settore disciplinare SECS-S/06), mostrano che i voti alti non sono sempre concentrati nello stesso posto e che Davide può battere Golia. Conosciamo già la risposta di alcuni: chiudere Urbino e deportare i migliori ricercatori urbinati per creare poli di eccellenza che ci facciano scalare le classifiche internazionali. Ma siamo sicuri che promuovere una maggiore disuguaglianza, anche geografica, nel livello della formazione sia la strada giusta per incrementare la crescita civile, culturale ed economica che uno stato deve garantire su tutto il territorio? Sono temi dibattuti ed autorevoli studiosi come Ellen Hazelkorn ritengono che la direzione giusta vada in direzione opposta rispetto alle strategie di concentrazione delle risorse (“Do rankings promote trickle down knowledge?”, http://www.universityworldnews.com/article.php?story=20110729142059135).
    Non dimentichiamo comunque che stiamo parlando di numeri e classifiche (quali? quelle del rapporto finale? quelle per la stampa e per l’instant-book del Corriere? quelle definitive attese per settembre? altre?) altamente inaffidabili.

  7. Intanto la farsa classificatoria innescata da ANVUR e rinfocolata da Giavazzi si sta traducendo in una pietosa rissa fra governatori regionali che si rinfacciano la qualitá scadente dei rispettivi atenei. Uno spettacolo osceno.

  8. Come scrive Banfi :„ la farsa classificatoria innescata da ANVUR e rinfocolata da Giavazzi“
    Perché guardando nell’ erawatch – Webpage informativa dell`EU, http://erawatch.jrc.ec.europa.eu/erawatch/opencms/information/country_pages/it/organisation/organisation_0013
    troviamo la seguente tabella riguardante la „National Agency for the Evaluation of Universities and Research Institutes“ o anche meglio nota come ANVUR.
    ———
    Sotto Main Activity leggiamo:
    ANVUR evaluates processes, results and outputs of education and research activities (included technological transfer). It defines criteria and methods for evaluation of research institutions and universities and universities courses; sets the guidelines for self-evaluation exercises performed by universities and research institutions and publishes their results; carries out and proposes to the Ministry of Education and Research evaluations of the quantitative and qualitative requirements for the setting up of new universities or the closing down of existing ones and of education courses; determines, on request of the Ministry, the parameters for allocating public funds and evaluating public programmes for the promotion of education, research and innovation activities and the public funding of such activities.
    ———-
    Faccio notare la frase “the setting up of new universities or the closing down of existing ones and of education courses”. In base a questo Giavazzi risulta totalmente in linea estremizzando “un pochino”, ma perfettamente in linea, a prescindere dagli effetti tossici!
    Che cosa si evince leggendo queste righe:
    a) che l´attività viene svolta per premiare o punire
    b) che non esiste una strategia di sviluppo o a lungo termine, anche se viene scritto “al fine di promuovere l´educazione la ricerca e l´innovazione”. Questa strategia dovrebbe venire dal ministero o ministro in carica.
    c) Quanto scritto non tiene minimamente conto della complessità del sistema educativo, sembra tutto facile e perfettamente misurabile
    d) Chiudere o promuovere Università e corsi viene decontestualizzato, come se tutto fosse solo un numero sulla carta. Tu #1 bene, tu #10 sei fuori! Non ci sono persone, storie, crescite educative diverse….

    Questa metodologia per valutare le performance è una lama a doppio taglio. Ma…chi usa la spada in modo maldestro può ferire se stesso invece che l´avversario. Alcune di queste ferite sono state abbondantemente evidenziate da ROARS, lascio agli esperti la parola.
    Io voglio solo riportare un articolo sull´uso della amatissima “bell-curve for performance evaluation” nell´ambito aziendale. E il titolo è “When the performance Bell- curve stops working for you”, Chintan Vaishnav (MIT), Ali Khakifirooz (MIT), Martine Davos (ObjectMentor Consulting). Uno studio che potrebbe interessare alcuni lettori associandolo a quanto sta facendo ANVUR.
    ————–
    Abstract:
    “Many organizations today use a bell-curve for performance evaluation process. They reward a small percentage of top performers, encourage a large majority in the middle to improve, and lay-off the bottom performers. Companies believe that such pay-for-performance system encourages employees to perform better. The question we explore in this paper is: does the system increase the overall performance of the company over time?
    We observe that pressure, if maintained below a certain level, can lead to higher performance. However, with lay-offs, constant pressure demoralizes employees, leading to drop in performance. As the company shrinks, the rigid distribution of bell-curve forces managers to label a high performer as a mediocre. A high performer, unmotivated by such artificial demotion, behaves like a mediocre. Further, managers begin to reward visible performance over the actual. Finally, the erosion of social capital could cripple the company.
    We recommend the use of a semi-bell-curve where someone who performs like a top performer is rewarded as one. Further, we recommend balancing pressure and morale. We recognize that such a balance is very difficult to strike, and can be successfully achieved only by decoupling the issue of lay-offs from the performance evaluation process, to some extent.“
    ——
    Summary of Lessons
    In this paper we have analyzed the question of what happens to the overall performance of a company that uses the bell-curve for their performance evaluation process. We have studied the case of Alpha, a development organization that has used such a process for the last four years. Over the entire period of using this performance process, Alpha has been shrinking 10% every year on an average.
    We observe that pressure, if maintained below a certain level, can lead to higher performance. However, as the lay-offs take place, constant pressure demoralizes employees, leading to drop in performance. As the bottom performers depart, the rigid distribution of the bell-curve forces managers to categorize a high performer (when compared to the rest of the labor market) as a mediocre. A high performer, unmotivated by such artificial demotion, behaves like a mediocre. Further, in a shrinking company, managers find it difficult to differentiate employees. As a result, they begin to reward visible performance over the actual. Beyond a certain point, the erosion of social capital has the potential to cripple the company.
    We recommend the use of a semi-bell-curve that does not follow the rigid percentage distribution, and where someone who performers like a top performer is rewarded as one. Further, we recommend balancing pressure and morale. We recognize that this balance is very difficult to strike, especially in a company that is constantly shrinking. . The only way we see of keeping the pressure at the optimum level and the morale high in such an organization is to decouple to some extent the performance evaluation process from the issue of lay-offs.

    http://web.mit.edu/chintanv/www/Publications/Chintan%20Vaishnav%20Punishing%20by%20Rewards%20for%20Publication%20Final.pdf
    (per qualche motivo il link non sempre funziona, nel qual caso cercate con il titolo dell´articolo).
    —-
    Non aggiungo quí nulla relativamente al ruolo sociale e di crescita morale e civile che riveste la scuola, l’ università e la ricerca, che dal mio punto di vista dovrebbe essere la sola lente d´ingrandimento con cui si guarda a questo ambito.

    • Grazie a Libera, davvero interessante la descrizione erawatch. Ufficializza come al ministero si sia affiancato uno sfuggente doppione, in un contesto di deresponsabilizzazione collettiva, in cui non si capisce chi e come sia responsabile di che cosa.

    • Un momento, la descrizione relativa all’apertura e alla chiusura di Università e corsi di studio si riferisce alla parte di competenze dell’ANVUR che viene gestita sotto il programma “AVA”. Sono stati i decreti attuativi della 240 in materia di valutazione ed accreditamento che hanno posto in capo all’Agenzia numerose (ma non tutte) prerogative per la verifica e il controllo di requisiti minimi e sostenibili. Beninteso, si tratta di un guazzabuglio quantitativo-burocratico già criticato da ROARS, e inadatto a valutare la qualità accademica in oggetto.

    • Concordo perfettamente con le vostre osservazioni, sopratutto per quanto concerne la mancanza di una chiara definizione di ruoli e responsabilità tra ministero e ANVUR. In secondo luogo per svolgere servizio di consulenza (premio – punizione in questo caso) bisognerebbe almeno avere fondata competenza dell’ ambito in cui si opera, per non incorrere in valutazioni che possono creare danni irreparabili oltre che effetti negativi sulla credibilità dell’ accademia e del ministero/ministro in se. Certo tutto questo non giova al paese in sofferenza ma ingrassa l’ ego di quelle persone che sguazzano in questa nuvola di fumo!

  9. Mah, polemica tra ingegneri del Polimi.

    Forse laurearsi li non fa sempre bene.

  10. meccanico says:

    Nelle statistiche da voi presentate ci sono sia università statali che private?
    In questo caso, il confronto dovrebbe essere fatto, più correttamente, distinguendo tra atenei privati, statali e telematici. Il dato totale è parzialmente significativo.

    Potreste, per cortesia e per chiarezza, fornire questi dati? Anche sul numero dei docenti il problema si ripropone negli stessi termini.

    Grazie per i contributi estivi.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      1. Sotto il grafico che riporta il numero di università per milione di abitanti è specificato che sono incluse anche le telematiche (e, ovviamente, quelle private).
      2. Nella schermata dell’Ufficio Statistica del MIUR, vengono riportati i numeri degli atenei statali, non statali e di quelli telematici, come pure nel testo dell’articolo.
      3. Quando Giavazzi scrive che ci sono “troppi professori” non specifica la loro affiliazione. Le statistiche OCSE si riferiscono al totale dei docenti e ricercatori universitari.
      4. Le classifiche ANVUR considerano tutti gli atenei statali e non statali (vi compare infatti la Bocconi).

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  14. Giavazzi è il solo ad aver festeggiato il fallimento di lehman Brothers http://econoliberal.blogspot.it/2010/03/dubito-che-francesco-giavazzi-un.html

  15. Bhrihskwobhloukstroy says:

    Tutt i volt che vedi el nomm del Giavazz a me ven in ment che “giavazz” voeur di’ “personna stupida, minga seria” a Lodrin (in del Canton Tesin), “personna che la gh’haa di maner grossolann” a Moncrestes (ghiavazz), “personna robusta” a Premosell, a Moncrestes anca “baston nodos” (“baston” anca a Comm e in Valtellina, “ramm sottir doperaa come’ ona frusta” a Morbegn, “verga” a Malesch, Medeja, Poleisg, Comoloeugn, “foeuj, ramitt, fir de paja” a Gerra Gambaroeugn; a Milan e Parma “bitumm negher indurii, ambra brusada”); i cognomm hinn nassuu di soranomm di secol XII-XIII…

  16. indrani maitravaruni says:

    Che forte! Avevo sempre sospettato che il cognome rivelasse qualche caratteristica della persona!

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