Il sistema italiano della formazione è in crisi, in tutte le sue articolazioni, anche se alcuni suoi segmenti resistono meglio rispetto ad altri. Non è una novità, ma è bene riflettere un po’ sulle sue dimensioni e su quello che ciò significa per il sistema produttivo e in generale per lo sviluppo economico e sociale italiano.

Sarebbe innanzi tutto sbagliato ridurre la sua crisi ad una inadeguatezza rispetto al mercato del lavoro; v’è anche questo aspetto, ma non è quello che riveste maggiore importanza, diversamente da come negli ultimi anni si è voluto sottolineare e ancora oggi viene messo in evidenza da molti settori dell’opinione pubblica. Ad essere deficitaria è la complessiva qualità del capitale umano della nazione; e il capitale umano è ciò che assicura, secondo gli studi internazionali più aggiornati e le stesse indicazioni della Comunità Europea, il progresso non solo economico, ma anche civile e umano di un paese. Il capitale umano, nella odierna economia della conoscenza, è essenzialmente costituito dal patrimonio di conoscenze e abilità incorporate nelle singole persone e in esse sedimentate durante gli anni di formazione a scuola, nell’addestramento professionale e sul luogo di lavoro. Esso comprende le abilità generali e le capacità indispensabili per trovare l’informazione utile, interpretarla ed elaborarla mediante l’esercizio del pensiero astratto, in modo da usarla creativamente per risolvere i problemi. Incorpora anche più specifiche abilità connesse all’uso di specifiche tecnologie. Il capitale umano non è semplice informazione e non si costruisce semplicemente in tempi brevi, ma è costituito da una serie di competenze e abilità che maturano con lentezza e che sono il frutto di molteplici fattori legati alla cultura, all’ambiente, alle tradizioni conoscitive, alla capacità di innovazione e alla creatività dei singoli intellettuali. Ma il capitale umano non è fatto solo di competenze tecniche e scientifiche; è costituito dalla cultura complessiva della popolazione di una società che si estende nel campo della letteratura, delle scienze umane, dell’arte, della musica e così via.

Non v’è innovazione senza ricerca scientifica e non è possibile fare ricerca scientifica senza un’alta qualità del capitale umano; e non è possibile né l’una né l’altra senza un adeguato sistema di formazione a tutti i livelli, e in particolar modo in quello universitario che è, in tutti i paesi industrializzati, il motore più rilevante della ricerca scientifica. Come ha sostenuto assai di recente l’Ocse, «il capitale umano è l’essenza dell’innovazione. Potenziare la capacità della gente a innovare si basa su una diffusa e rilevante educazione. I curricula e le pedagogie devono essere adattati in modo da fornire agli studenti la capacità di apprendere e di applicare le nuove capacità nel corso della loro vita. Allo stesso tempo, il sistema di sviluppo dell’educazione e delle abilità richiede una riforma in modo da assicurarne l’efficienza e la rispondenza alle esigenze della società odierna». L’importanza del capitale umano è ormai da tempo anche al centro della strategia di Lisbona posta in atto dall’Unione Europea; e recentemente il suo miglioramento e ampliamento è diventato anche uno degli obiettivi del governo cinese.

Il capitale umano ha una sua diretta incidenza economica e sociale, anche in termini di crescita del PIL. In merito a quest’ultimo punto è stato infatti calcolato da ricerche effettuate da studiosi europei e dalla stessa UE, che un anno addizionale nella media della scolarizzazione incrementa il livello della produttività aggregata di circa il 5% nel lungo periodo. Tale effetto riflette il contributo fornito dal capitale umano al progresso tecnologico, cioè allo sviluppo e all’adozione di nuove tecnologie e all’incremento continuo del processo di miglioramento della produzione esistente. Inoltre è stato osservato che il capitale umano conta per una misura tra l’11,31 e il 15,36% della crescita di produttività negli anni 1960-90 e circa tra il 19,52% e il 26,51% del differenziale di produttività prendendo come media di riferimento il 1990. Non solo, ma è stato sottolineato in una ricerca commissionata dall’EC quanto sia fondamentale spendere in ricerca anche e soprattutto nei periodi di crisi economica, in quanto è proprio la ricerca scientifica il fattore grazie al quale è possibile fuoriuscire da essi

Tuttavia in particolare in Italia si è invece verificato il trend opposto: nei periodi di crisi gli investimenti in ricerca e sviluppo vengono visti non come un imperativo categorico bensì come un lusso, come uno spreco che bisogna eliminare. È proprio questa tendenza che bisogna abbandonare se vogliamo raggiungere realmente gli obiettivi stabiliti dalla Strategia di Lisbona. Altrimenti l’Italia finirà col perdere non solo il proprio residuo potenziale economico ma anche quello umano.

In questo campo l’Italia ha accumulato in passato un largo stock di conoscenze e competenze, legate ad una formazione che ha retto alla concorrenza mondiale e del quale ancora beneficiamo. Pur all’interno di una posizione assai insoddisfacente nell’Innovation Capacity Index della Banca mondiale (che misura la capacità di innovazione e crescita di un’economia), nel quale occupiamo solo il 30° posto, tuttavia per il sottosettore del capitale umano, istruzione e inclusione sociale, rimontiamo posizioni risultando diciannovesimi. E tuttavia stiamo progressivamente retrocedendo e perdendo posizioni: da un punto di vista puramente quantitativo (cioè misurando il capitale umano come tasso di scolarizzazione e formazione), la percentuale della popolazione italiana che ha conseguito il diploma secondario nella classe di età tra i 25 e 24 anni è pari al 69%, a fronte di una media dell’UE dell’82% e dell’Ocse dell’80%. Nel campo dell’istruzione universitaria, la percentuale della popolazione che l’h’ completata è in Italia del 32,8%, a fronte di una media dell’UE del 38,2% e Ocse del 38%. Per non parlare di altri paesi coi quali competiamo sui mercati mondiali, che sono ben al di sopra della media europea e Ocse. Ma a preoccupare in questo settore è il trend negativo dell’Italia che, dopo un periodo di miglioramento che la porta dal 19% del 2000 al 41% del 2005, si abbassa costantemente negli anni successivi sino a giungere all’attuale valore. Viceversa il tasso medio sia dell’OECD che dell’EU19 cresce costantemente a partire dal 1995, passando rispettivamente dai valori del 20% e del 18% a quelli attuali. Il distacco dunque aumenta.

Ma anche sul piano della qualità il sistema formativo italiano si trova in forte affanno, così come dimostrano una serie di indagini come il PIRLS (Progress in international reading literacy study), il TIMSS (Trend in international mathematics and science study) e il PISA (Programme for international student assessment) per i giovani in formazione; e le indagini IALS (International adult literacy survey) e ALL (Adult literacy and lifeskills) per la valutazione della popolazione adulta.

Tuttavia, nonostante questi dati non confortanti, regge ancora in Italia la formazione primaria e secondaria, per la quale le spese per studente si sono mantenuti a livelli europei e nella media dell’Ocse, anche se in rapporto al Pil rimangono inferiori per la scuola primaria e secondaria inferiore. Dove invece si avverte un gravissimo ritardo è nelle spese per ricerca scientifica e per l’università: rispetto a tutti i paesi Ocse si ha in Italia un notevole sbilanciamento a danno dell’educazione universitaria. Infatti la proporzione della spesa destinata al sistema universitario sul totale della spesa per istruzione e formazione è il 19,2% sul totale, cioè il più basso dell’Ocse dopo l’Islanda, mentre una fetta del 70,4% va alla scuola primaria e secondaria (e il 10,4% a quella pre-primaria), che rappresenta il terzo valore dell’Ocse (dopo Irlanda e Regno Unito). Il valore medio OECD è per l’Università il 25,2% e per la scuola primaria e secondaria il 64,7% (pre-primaria il 8,1%). Ciò significa che all’educazione universitaria vengono in Italia devolute meno risorse nel contesto del sistema complessivo di educazione rispetto a tutti gli altri paesi dell’Ocse e alla sua media. Per cui una crescita degli investimenti nel sistema educativo, dovrebbe avvenire più in favore del sistema universitario che delle altre sue filiere, dove invece è necessario piuttosto un lavoro di razionalizzazione e di riorganizzazione, in modo da far fruttare meglio gli investimenti che sono quasi in linea con le medie europee e con quelle dei paesi più evoluti.

E tuttavia proprio nei confronti dell’università si è negli ultimi anni scatenata una violenta campagna di stampa: traendo spunto da acclarati episodi di malcostume, nepotismo, clientelismo, spreco e corruzione concorsuale (che purtroppo bisogna riconoscere sono reali) si è diffusa nell’opinione pubblica l’immagine di un settore irrimediabilmente corrotto e degenere, verso il quale non si può intervenire se non con una robusta cura dimagrante, tagliando fondi perché dare più soldi sarebbe ingrassare un po’ di più le rendite di cui godono molti professori universitari. Una cura da cavallo che sembra avere più carattere punitivo verso un settore ancora non pienamente piegato alle logiche clientelari della politica che essere frutto di una reale volontà riformatrice e di rilancio. Una politica di tagli a cui sarà posto fine (forse) quando le università saranno ridotte a organi di spartizione partitocratica come le Unità sanitarie locali, con consigli di amministrazioni onnipotenti e i cui componenti saranno per lo più di nomina politica.

Eppure il sistema universitario non è tutto da buttare. Come ho già scritto in un precedente articolo su questo giornale (“La Sicilia” del 17.11.2010), la ricerca universitaria italiana regge il confronto con quella mondiale. È tuttavia necessario correggere le distorsioni che il sistema didattico e formativo universitario ha conosciuto nel recente passato, con la moltiplicazione dei corsi e delle discipline e con l’inseguimento di un fantasticato mercato, per il quale si vorrebbero predisporre delle lauree sempre più specifiche e specialistiche, come tessere in un gigantesco puzzle. Ma il mercato e l’economia della conoscenza corrono molto più velocemente di ogni capacità di adattamento e modifica del sistema universitario. Forse il ritorno a delle lauree maggiormente formative e più generaliste – che stimolino la creatività, la flessibilità e la capacità di adattamento e aggiornamento – risponderebbe meglio a quanto l’attuale economia della conoscenza richiede al sistema educativo. Si tratta allora di spostare l’attenzione da un impossibile obiettivo di fornire al mercato un prodotto già finito, un laureato bell’e pronto ad inserirsi in esso, alla necessità di incrementare e migliorare le relazioni tra università e territorio, in modo da permettere nelle fasi terminali della formazione (con i master e le scuole di dottorato) un progressivo raffinamento della formazione in maniera da meglio adattarla alle specifiche esigenze di un’economia in costante rivoluzione.

Una sintesi di questo articolo è stata pubblicata su La Sicilia del 5 dicembre 2010.

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