«In Italia l’Università è da tempo un malato grave, abbandonato a se stesso e devastato dalle «riforme» degli scorsi decenni, sino alla esiziale riforma Gelmini: cure ispirate a una ideologia aziendalistica e peggiori dei mali che dovrebbero guarire. […] Nomi alti e principî venerabili sono stati piegati al servizio di consorterie, favorendo l’instaurarsi di una nuova baronia universitaria non meno potente della vecchia, ma incomparabilmente più arrogante, ignorante e corrotta. […] La valutazione del merito è degenerata in un sistema spesso incapace di misurare l’effettiva qualità scientifica: le commissioni giudicatrici non sono diventate più «obiettive» grazie agli algoritmi escogitati dall’Anvur né con la bibliometria, che è invece un silenzioso ma efficace invito al conformismo. […] Il feticcio dell’«eccellenza» non soltanto induce a trascurare il sistema nel suo complesso, ma legittima scelte discrezionali e arbitrarie. Si pensi, […] da ultimo, alle cosiddette «Cattedre Natta»: cinquecento posti di professore associato o ordinario attribuiti a pretesi «ricercatori di eccellenza» selezionati da commissioni soggette al giudizio politico (i presidenti saranno nominati – a quanto pare – dal presidente del consiglio) e destinati a un trattamento privilegiato. («stipendi più alti in ingresso» e possibilità di «muoversi dove vogliono dopo un periodo minimo di permanenza nell’ateneo prescelto»).»

Ripubblichiamo l’editoriale apparso sul Manifesto del 24 ottobre scorso, firmato da Arnaldo Bagnasco, Gian Luigi Beccaria, Remo Bodei, Alberto Burgio, Pietro Costa, Gastone Cottino, Franco Farinelli, Luigi Ferrajoli, Giorgio Lunghini, Claudio Magris, Adriano Prosperi, Stefano Rodotà, Guido Rossi, Nadia Urbinati, Mario Vegetti, Gustavo Zagrebelsky.


 Università, il coraggio di denunciare

 

Arnaldo Bagnasco, Gian Luigi Beccaria, Remo Bodei, Alberto Burgio, Pietro Costa, Gastone Cottino, Franco Farinelli, Luigi Ferrajoli, Giorgio Lunghini, Claudio Magris, Adriano Prosperi, Stefano Rodotà, Guido Rossi, Nadia Urbinati, Mario Vegetti, Gustavo Zagrebelsky

Dell’Università oggi si parla molto e di solito agitando luoghi comuni: sortite che dell’Università italiana colgono aspetti marginali e non i problemi più gravi, forse dimenticando che all’Università è affidato il compito fondamentale di formare cittadini responsabili, oltre che la delicata funzione di preparare la classe dirigente del paese.

In Italia l’Università è da tempo un malato grave, abbandonato a se stesso e devastato dalle «riforme» degli scorsi decenni, sino alla esiziale riforma Gelmini: cure ispirate a una ideologia aziendalistica e peggiori dei mali che dovrebbero guarire.

Molti di questi mali sono noti: servilismo e mercimonio, corruzione e clientelismo. Altri costituiscono fenomeni relativamente recenti, come la precarietà dei giovani ricercatori e una esasperata competizione su risorse e carriere.

Nomi alti e principî venerabili sono stati piegati al servizio di consorterie, favorendo l’instaurarsi di una nuova baronia universitaria non meno potente della vecchia, ma incomparabilmente più arrogante, ignorante e corrotta. A un vecchio barone non conveniva, di norma, esagerare: non sarebbe stato rieletto nelle commissioni future.

E circa la precarietà dei giovani, questi, in un lontano passato, potevano almeno contare sulla regolarità nel bando dei concorsi, dalla libera docenza all’ordinariato. Oggi invece tutto dipende dai Dipartimenti inventati dalla Gelmini, che nulla hanno a che fare con la ricerca scientifica. Vi si discute soltanto di soldi: per i soldi si confligge, in base ai soldi si valuta e si sceglie (coinvolgendo in tali scelte anche la didattica – la cosiddetta «offerta formativa» – quindi la preparazione delle giovani generazioni).

Per questo nei nuovi Dipartimenti spadroneggiano gruppi di potere.

L’attuale autonomia degli atenei (ben diversa da quella prevista dalla Costituzione) tende a premiare i docenti interessati alla gestione delle risorse e al controllo delle funzioni amministrative assai più che alla ricerca e all’insegnamento. La valutazione del merito è degenerata in un sistema spesso incapace di misurare l’effettiva qualità scientifica: le commissioni giudicatrici non sono diventate più «obiettive» grazie agli algoritmi escogitati dall’Anvur né con la bibliometria, che è invece un silenzioso ma efficace invito al conformismo.

Il feticcio dell’«eccellenza» non soltanto induce a trascurare il sistema nel suo complesso, ma legittima scelte discrezionali e arbitrarie. Si pensi, a questo proposito, alle chiamate dirette (senza concorso) dall’estero, di cui beneficiano non di rado docenti privi di comprovata autorevolezza; e, da ultimo, alle cosiddette «Cattedre Natta»: cinquecento posti di professore associato o ordinario attribuiti a pretesi «ricercatori di eccellenza» selezionati da commissioni soggette al giudizio politico (i presidenti saranno nominati – a quanto pare – dal presidente del consiglio) e destinati a un trattamento privilegiato («stipendi più alti in ingresso» e possibilità di «muoversi dove vogliono dopo un periodo minimo di permanenza nell’ateneo prescelto»).

È indubbio che l’Università italiana sconti anche drammatici problemi di scarsità di risorse; ma aumentare queste ultime senza contestualmente affrontare le questioni più generali e di fondo servirebbe soltanto ad accrescere il potere delle camarille accademiche.

Nessun intervento esterno può essere efficace senza una autoriforma del corpo malato. Ciò è difficile, ma non impossibile: i docenti universitari desiderosi di risanare l’Università potrebbero compiere sin d’ora un gesto di coraggio civile, denunciandone i mali e le pretese panacee.

http://ilmanifesto.info/universita-il-coraggio-di-denunciare/

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16 Commenti

  1. Condivido pienamente il testo dell’articolo e, per lo mnemonico, mi limito a ricordare che molti dei firmatari hanno espresso almeno negli ultimi quindici anni (prendo come riferimento la data della “riforma” Gelmini) posizioni analoghe. Ma la memoria della moderna civiltà della comunicazione è sempre più simile a quella di un processo markoviano.

  2. “Oggi invece tutto dipende dai Dipartimenti inventati dalla Gelmini, che nulla hanno a che fare con la ricerca scientifica. Vi si discute soltanto di soldi: per i soldi si confligge, in base ai soldi si valuta e si sceglie (coinvolgendo in tali scelte anche la didattica – la cosiddetta «offerta formativa» – quindi la preparazione delle giovani generazioni).
    Per questo nei nuovi Dipartimenti spadroneggiano gruppi di potere.”
    Hai delle idee brillanti, con i quattro soldi che ti danno per la ricerca fai delle ricerche che ricevono elogi da tutti gli esperti del campo, ti invitano a fare delle lecture in importanti meetings, formi dei giovani ricercatori apprezzati anche da altri, ti impegni nella didattica, passi le notti a scrivere lavori e ad aggiornare le tue lezioni… fai tutto questo, ma non vinci progetti importanti … non porti soldi … ergo sei una merdaccia … è più figo quello che porta soldi … perchè pecunia non olet …

    • credo che sia in arrivo. Con voti fatalmente falsati dalle diverse percentuali di astensione e anche da metodologie errate. Ma verrà spacciata come elisir valutativo ed usata più di un coltellino svizzero: per FFO premiale, ma anche per un “torneo dei dipartimenti”, per valutare i collegi dei dottorati e anche per valutare i singoli, se tanto mi dà tanto.

  3. Un tema che non viene toccato nel blog e piu’ in generale sulla stampa e’ relativo le modifiche della governance indotte dalla 240/2010 in nome dell’efficienza e della separazione dei ruoli. L’attribuzione della gestione della didattica e della programmazione delle carriere ai Dipartimenti non solo non hanno creato quella semplificazione che la riforma Gelmini predicavo ma hanno moltiplicato i problemi. I Dipartimenti prendono decisioni guardando escusivamente al proprio interesse e, morte le facolta’, stanno creando piu’ problemi che soluzioni.

    • La morte delle facoltà era un passaggio necessario per trasformare gli atenei in agglomerati di monadi dipartimentali in concorrenza tra di loro. Non per nulla, la legge di stabilità 2017 vuole istituire un “torneo VQR dei dipartimenti”, i cui vincitori verrebbero finanziati direttamente dal MIUR. Le facoltà, per la loro natura interdisciplinare e votata alla didattica (che, dopo tutto, rimane la missione che ha più impatto immediato sulla società) non si prestavano a costruire uno “pseudomercato” di agenti in concorrenza tra loro. “Pseudo”, perché il mercato è rimpiazzato dalle valutazioni di un organo centrale, dai connotati sovietici.

      Una trasformazione, quella della 240/2010, che è un tributo pagato all’ideologia. E quando a dettar legge è l’ideologia, difficilmente le strade vengono scelte in funzione della risoluzione dei problemi. Si preferisce la magia, anche perché gli ideologi al comando occupano i loro posti per fedeltà e/o opportunismo, cosicché spesso non hanno competenze (e onestà intellettuale) necessarie ad un buon governo della nave.

      La qualità didattica viene sacrificata al feticcio della competizione, che si organizza più facilmente contando articoli e citazioni e quindi viene indirizzata in quella direzione, infischiandosene degli effetti collaterali sulla formazione delle nuove generazioni.

    • Anche a Pavia abbiamo ancora la Facoltà di Ingegneria (una delle “strutture di raccordo, comunque denominate, con funzioni di coordinamento e razionalizzazione delle attivita` didattiche” di cui al comma 2, punto c dell’art.2 della L. 240/2010). In termini puramente formali, le facoltà potevano essere tenute in vita. Ma chiunque prende in mano la l. 240/2010 legge:
      1. “attribuzione al dipartimento delle funzioni finalizzate allo svolgimento della ricerca scientifica, delle attivita` didattiche e formative, nonche ́ delle attivita` rivolte all’esterno ad esse correlate o accessorie”.
      2. “formulazione della proposta di chiamata [dei professori] da parte del dipartimento”.
      3. “istituzione di un organo deliberante delle strutture di cui alla lettera c) [le strutture di raccordo], ove esistenti [sono facoltative], composto dai direttori dei dipartimenti in esse raggruppati, da una rappresentanza elettiva degli studenti, nonche ́, in misura complessivamente non superiore al 10 per cento dei componenti dei consigli dei dipartimenti stessi” [l’unico organo a cui partecipano di diritto tutti i docenti in ruolo rimane il dipartimento].
      4. Il Presidente della struttura di raccordo e i componenti della struttura di raccordo (con eccezione dei direttori di dipartimento) non possono far parte del Senato e del CdA.
      __________________
      Morale della favola: le Facoltà, ridenominate “strutture di raccordo” nella 240/2010, non solo cedono i poteri sulle chiamate, ma anche le “funzioni finalizzate allo svolgimento della ricerca scientifica, delle attivita` didattiche e formative, nonche ́ delle attività rivolte all’esterno ad esse correlate o accessorie”, e i loro Presidenti sono esclusi da Senato e CdA.
      Insomma, nell’architettura post-gelminiana le Facoltà della 382/1980 sono state accuratamente uccise, lasciando il posto a strutture (facoltative) con funzioni eminentemente organizzative.

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