Fahrenheit, puntata del 6 giugno: “L’Italia è uno dei paesi occidentali con il minor numero di laureati, eppure il mercato del lavoro altamente qualificato è già saturo. Quale soluzione a questo stallo nella realtà italiana? Possibile che l’unica soluzione sia quella di suggerire un ritorno al lavoro manuale? Ne parliamo con Francesca Coin, docente di sociologia all’Università Ca Foscari di Venezia e autrice di Il produttore consumato. Saggio sul malessere dei lavoratori contemporanei, Il Poligrafo, con Stefano Micelli, docente di economia e gestione delle imprese all’università Ca Foscari e autore di Futuro artigiano. L’innovazione nelle mani degli italiani Marsilio 2011 e con Christian Grassi, di Ravenna, che con Antonella Orsella ha fondato l’azienda agricola Mater Naturae a Borgo Montone”.

Ascolta la puntata qui

 

La puntata trae spunto dall’articolo di Francesca Coin pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 6 giugno 2012, riportato qui di seguito. 
L’ossessione del lavoro manuale
Si dice che, qualche giorno fa, in visita alla piazza dei Mestieri, a Torino, il ministro del Welfare Elsa Fornero abbia incontrato gli studenti della scuola professionale di via Durandi nei laboratori di panetteria e pasticceria. E che, con sensibilità e partecipazione, si sia in- trattenuta nelle cucine colpita dall’intraprendenza culinaria delle studenti. Certo, magari non tutti (o tutte) gradiscono l’entusiasmo del tecnico Fornero per l’agilità delle ventenni in cambusa. Fatto sta che alla fine della visita, mentre la pasta lievitava e le frittate facevano le capriole, il ministro ha incoraggiato le studenti così: “Imparare un mestiere, una professione, oggi è importante”, ha detto. “Non è detto che tutti debbano avere una laurea, magari di malavoglia” […]. “Questa è una scuola che recupera molto in questo senso, […] e quindi tanto di cappello” .

Era da un po’ che non ascoltavamo una frase così. Come è noto la scarsa commestibilità della cultura era uno dei principali crucci del vecchio governo. Basta con le lauree inutili, ripeteva Mariastella Gelmini. I giovani hanno “l’intelligenza nelle mani”, assicurava l’ex ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. “È meglio un carrozziere che un laureato in nulla”, continuava il sociologo Giuseppe De Rita. “A che serve pagare uno scienziato quando facciamo le scarpe più belle del mondo?”, cantava sorridente l’ex presidente del Consiglio. Se l’allergia all’istruzione era un tratto distintivo del vecchio governo, nessuno si sarebbe atteso dal governo dei professori la stessa freddezza. E invece le parole del ministro Fornero esplicitano ciò che da mesi era chiaro: che vi è un’infelice continuità nelle politiche degli ultimi due governi in tema di istruzione e di investimento in ricerca e sviluppo, al punto che, a meno di un repentino cambio di rotta, il paese rischia di regredire in entrambi i settori a livello del Sud del mondo.

Facciamo un passo indietro. Basta sfogliare il rapporto Ocse Education at a Glance 2011 e l’ultimo rapporto Almalaurea per convincersi della gravità del problema. L’Italia è uno dei paesi occidentali con il minor numero di laureati, e quei pochi che ci sono sono già troppi per il mercato italiano. Pare una contraddizione e invece è un dato importante, perché la contrazione della quota di occupati ad alta specializzazione in un momento di crisi è non solo in controtendenza rispetto a quanto avviene negli altri paesi occidentali, ma è il sintomo di una struttura produttiva che affida la propria permanenza sul mercato esclusivamente alla compressione dei costi di lavoro. Oggi i diciannovenni sono quasi il 40 per cento in meno del 1984, e purtuttavia solo il 20 per cento dei giovani tra i 23 e i 34 anni si laurea, contro il 37 per cento dei Paesi Ocse. Non solo, ma il numero degli immatricolati continua a scendere, mentre aumenta il numero dei laureati che emigra. Siamo forse così dinamici da poterci permettere di condannare le nuove generazioni all’esodo?

Ora, la crescente difficoltà occupazionale dei laureati non è un problema solo italiano. Ne parla tutto il mondo, che la definisce “bolla formativa”, il fenomeno per cui la contrazione nel tasso occupazionale è andata di pari passo con la crescita diffusa della generazione più istruita della storia. Ottima risorsa in un momento di crisi, verrebbe da dire. Fatto sta che mentre l’unico caposaldo politico condiviso da Washington a Berlino è la necessità d’investire in istruzione come vettore della ripresa sociale, in Italia si è scelta una strada originale. Se guardiamo ai dati Ocse rielaborati dal Ceris nel rapporto Scienza e tecnologia in cifre, vediamo, infatti, che l’Italia è penultima nella spesa per ricerca e sviluppo rispetto agli altri paesi europei, ultima quanto a personale addetto alla ricerca nelle imprese, penultima quanto a percentuale di ricercatori in rapporto al totale degli occupati, terzultima per personale ricercatore nelle università. A fronte di una retorica sempre più asfittica di merito e innovazione, i dati Almalaurea ci dicono che nel settore privato lavora in buona parte personale che ha conseguito solo il titolo della scuola dell’obbligo, chi ha una laurea specialistica fa più fatica a trovare lavoro rispetto a chi ha una laurea triennale, e le retribuzioni reali di chi ha una laurea specialistica sono più basse rispetto alle retribuzioni reali di chi ha una laurea triennale, il contrario di ciò che la logica vorrebbe.

In tutto questo, quali sono le soluzioni? Stando alle ultime novità del ministero del Lavoro e del ministero dell’Istruzione, penso alla riforma del lavoro e alla controversa bozza di decreto sul merito, la risposta è più precarietà e meno tutele nel lavoro, più retorica e meno borse di studio nell’istruzione. Maggiore “sinergia tra l’università e le imprese”, dunque? Certo, ma al ribasso: minore lavoro, minori tutele e minore istruzione per tutti. Forse la Fornero ha ragione a cantare le lodi del lavoro manuale. Spiace solo che sia l’unica prospettiva concreta che è stata in grado di offrire.

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