Lestissimo, Cantone scodella rimedi per risolvere i problemi evidenziati dal recente scandalo che ha travolto l’accademia del diritto tributario italiano. E l’Autorità da lui guidata sforna elaborati piani anti-corruzione nei quali non disdegna di suggerire al legislatore ricette anche assai invasive per contrastare la corruzione in nome della trasparenza e del buon funzionamento dell’Università. Ma nell’affrontare il tema della trasparenza delle procedure concorsuali l’ANAC ha dimenticato di esortare il legislatore a porre rimedio a una (non secondaria) particolarità che caratterizza in negativo l’ASN dal suo apparire. I giudizi e le valutazioni operati dai commissari ASN sono infatti destinati a sparire nel nulla 120 giorni dopo la pubblicazione iniziale, impedendo che il cittadino italiano, quando incontra qualcuno che si fregia del titolo di professore, possa interrogare il suo smartphone per sapere come questo qualcuno è divenuto professore, quali sono i suoi meriti scientifici, di cosa si è occupato, chi – dall’alto della suo sapere – ha accompagnato questo qualcuno verso l’abilitazione, mettendo nella difficile scelta operata tutta la sua reputazione scientifica. Su cosa si radica la gravosa responsabilità di farsi interprete del modo in cui una vasta comunità scientifica nazionale decide di accogliere o respingere chi, nel bene o nel male, ha lungamente lavorato per bussare alla sua porta? Su cosa si basa il senso di responsabilità, lo scrupolo, il rigore, e anche la giusta misura di preoccupazione di chi è chiamato a partecipare in veste di commissario a una ASN? Si fonda anche sulla CONSAPEVOLEZZA che l’operato del valutatore sarà consegnato alla storia di quella disciplina scientifica e che quel piccolissimo pezzetto di storia della scienza che la propria valutazione scientifica contribuisce a creare resterà per sempre associato alla propria identità e alla propria reputazione nella comunità scientifica. Perché la scienza e il sapere, diversamente dalle vicende conosciute dai tribunali, non vanno incontro a termini di decadenza o prescrizione.

Nel frenetico stormir di fronde seguito alla vicenda dei tributaristi i rimedi proposti sono i più vari. Ha suscitato molto scalpore (e molte critiche, fra cui una molto documentata su ROARS) la proposta cantoniana di aprire le commissioni a membri esterni all’accademia.

A parziale manleva da queste critiche si potrebbe invocare il fatto che la proposta sia stata avanzata dal magistrato in modo estemporaneo, a mezzo di un’intervista sollecitatagli dalla stampa nell’immediatezza dei “noti fatti”. Il Presidente di ANAC non aveva evidentemente avuto tempo per studiare bene tutti i molti contorni problematici della sua proposta, a cominciare dalla giurisprudenza costituzionale, che pure esiste sul punto, e che conferma come l’attuabilità della sua estemporanea proposta sia preclusa in radice.

Invece, si potrebbe pensare che quando un problema entra nel cono di luce di ANAC e l’Autorità guidata da Cantone ha modo di studiarlo a fondo, con tutte le competenze e i mezzi che le sono propri, la musica sia ben diversa, come dimostra il ponderoso e meditato documento nel quale è versato il PNAC 2017, redatto istituendo tavoli tecnici con le istituzioni interessate (di cui all’opinione pubblica non è dato sapere chi fossero i componenti e cosa si siano detti) e ricco di puntuali riferimenti in nota alla giurisprudenza amministrativa sui temi toccati.

Si prenda, per esempio, il tema della trasparenza delle procedure concorsuali (comprendenti la fase delle abilitazioni gestita centralmente da ANVUR e quella dei concorsi veri e propri gestita dai singoli atenei). E’ un tema importante, si direbbe cruciale per chi continui a vivere la salienza dei “noti fatti” fiorentini. ANAC, avvertita di questa importanza, gli ha dedicato un apposito paragrafo della sua articolata riflessione.

Scarsa trasparenza dei criteri e delle procedure di valutazione

L’assenza di conoscenza di criteri predefiniti e delle procedure di valutazione seguite concorre alla possibilità di assumere scelte orientate a favorire taluni candidati.

Possibili misure

Nel disciplinare i processi di reclutamento è opportuno che:

– i regolamenti degli atenei prevedano che i candidati abbiano conoscenza dei criteri di valutazione stabiliti dalla commissione;

– la verbalizzazione delle attività di valutazione, nonché i giudizi espressi sui candidati, diano conto dell’iter logico che ha condotto alla valutazione conclusiva delle candidature;

– in particolare, con riguardo alla procedura di cui all’art. 18 della l. n. 240/2010, poiché la giurisprudenza ha qualificato tale procedimento quale vero e proprio concorso pubblico, è auspicabile che gli atenei concordino principi e regole procedimentali comuni, che possano attenuare le distanze tra i regolamenti delle singole università, in particolare per ciò che riguarda i criteri che le commissioni devono seguire (ad esempio, che la commissione debba compiere una vera e propria valutazione comparativa);

– per alcune procedure di reclutamento, ove compatibile con la normativa, venga prevista una valutazione di carattere oggettivo, ad esempio, la presenza di almeno una prova scritta con garanzia di anonimato per l’ottenimento di un contratto a tempo determinato di ricercatore (così, ANAC, Proposta di Piano Nazionale Anticorruzione sottoposta a consultazione pubblica, agosto 2017)

Come si legge, la vis correttiva di ANAC bacchetta solo gli atenei. Fra i rimedi suggeriti, quelli davvero incisivi sono due.

L’introduzione delle prove scritte, peraltro già criticata senz’appello nel post col quale ROARS ha commentato il documento ANAC, perché nutre una fiducia sommamente malriposta nella trasparenza di prove scritte confezionate per selezionare da gruppi fatalmente limitati di candidati (ben diversi da quello che partecipa al mega concorso in magistratura presidiato dai carabinieri).

E una molto più sensata esortazione ad abolire le spregiudicate interpretazioni regolamentari che hanno condotto alcuni atenei italiani decisamente fuori dal sentiero seguito dalla stragrande maggioranza delle Università della penisola, prevedendo che i concorsi locali esitino in “rose” di selezionati prive di una graduatoria vincolante dei candidati in esse inseriti, onde consentire che i propri dipartimenti, con voto assembleare (e ricorrendo al più classico dei “c’è qualcuno che si astiene?”), esercitino un difficilmente sondabile e sindacabile ius primae noctis a favore di uno qualsiasi dei nominati nella rosa. Ha fatto bene ANAC a mettere all’indice gli atenei che interpretano il concorso radicato nella procedura comparativa tenuta prima di quel fatidico momento assembleare come una sub-abilitazione o abilitazione-bis svolta su base locale, tanto per essere sicuri che l’ASN abbia ben valutato.

Tuttavia, per ANAC – che nei suoi tavoli tecnici discuteva con un rappresentante della CRUI nelle vesti di un remotissimo rappresentante delle decine di atenei sparsi sul territorio italiano, mentre vedeva seduto al tavolo un assai più solerte rappresentante della ministeriale ANVUR – il male, con riferimento all’intrasparenza delle procedure di valutazione nell’Università italiana, è evidentemente da cercarsi in periferia, perché a Roma, dove si gestiscono le abilitazioni nazionali che solo per caso hanno costituito terreno fertile per lo scandalo dei tributaristi italiani, tutto va bene, anzi, ottimamente.

Se persino ANAC ha promosso la trasparenza con la quale ANVUR gestisce il sistema dell’ASN possiamo dormire sonni tranquilli. Nonostante gli echi di cronaca, possiamo continuare a non nutrire dubbi sul fatto che uno degli elementi su cui si gioca la credibilità di un sistema di valutazione sia l’elemento della TRASPARENZA della procedura prescelta e dei suoi esiti. ANAC ci ha detto – ma noi lo sapevamo già – che siamo in mani sicure. Fidati: ci ha meditato Cantone!

Bene. Come fa un osservatore esterno a capire in che modo in seno alla ASN si sia svolta una valutazione del merito scientifico corretta, effettivamente rispondente ai dettami imposti dall’art. 97 Cost. in dialogo con l’art. 33 Cost.? Come verificare che non si sia trattato di una di quelle valutazioni abilitative che, analizzata da occhi (anche men che) esperti, lascia subito trasparire che qualcosa non torna, così come, magari, potette per un attimo sembrare (spiegheremo il passato remoto) a molti quella balzata agli onori della cronaca nel caso dell’ormai famigerata abilitazione dei tributaristi?

L’osservatore deve poter accedere ai dati. Deve poter sapere come sono stati valutati i lavori scientifici del candidato. Deve poter mettere a confronto le valutazioni operate, connettendo ciascun giudizio dato all’identità, alla caratura, alla reputazione, al prestigio scientifico del commissario che l’ha licenziato.

Vi è poi un persistente interesse pubblico, si direbbe diffuso, a poter conoscere in ogni momento in che modo uno studioso che per lo Stato italiano è abilitato al ruolo di professore ordinario o associato è stato valutato in relazione alla specificità della sua produzione scientifica e al campo del sapere indagato dallo studioso in questione. Potrebbe anche sussistere un interesse storico, volendo un giorno ripercorrere la storia accademica di un grande studioso che ebbe a passare (e magari non al primo colpo) per il crivello dell’ASN.

E, invece, quel che oggi possiamo fare è solo analizzare numeri, tabelle e percentuali (qui un recente cimento). Che offrono una mera evidenza quantitativa della valutazione operata, lasciando aridamente in ombra ogni aspetto qualitativo, a conferma delle preoccupazioni di chi più in generale denuncia la tendenziale e progressiva scomparsa dai radar dei presupposti necessari a porre la nostra attenzione sulla qualità di ciò che quotidianamente facciamo.

E poi – caspita! – siamo nell’era digitale da un pezzo. I big data ci governano dall’embrione alla tomba. Rendere questi dati pubblicamente e permanentemente accessibili, specie considerando che l’abilitazione è concentrata a Roma in un unico palazzo e in un unico server (lui, il “mitico” server di ANVUR) sarebbe il minimo. E sarebbe a costo zero, visto che questi dati sono comunque oggetto di pubblicazione temporanea.

Insomma, un cittadino italiano quando interagisce con qualcuno che si fregia del titolo di professore, ha diritto di  interrogare il suo smartphone per sapere come questo qualcuno è divenuto professore, quali sono i suoi meriti scientifici, di cosa si è occupato, chi – dall’alto della suo elevato sapere, ha accompagnato questo qualcuno verso l’abilitazione, mettendo nella difficile scelta operata tutta la vita che uno studioso condensa nella sua reputazione scientifica. Di che vergognarsi?

Per converso esiste un non minore interesse diffuso a sapere che ci sono stati molti cittadini che hanno prodotto pubblicazioni scientifiche che non hanno retto al vaglio dell’abilitazione, come dimostrano le molte stroncature che lo studioso di prestigio (almeno secondo le mediane) in veste di commissario, singolarmente e nella collegialità della commissione che lo accoglieva, ha decretato, ammantato della qualità di pubblico ufficiale che in quel momento lo rivestiva.

E’ utile sotto moltissimi profili poter verificare e misurare ex post l’insufficienza del contributo scientifico sottoposto alla valutazione dei commissari ASN alla luce dei più appropriati metodi e parametri accolti nella comunità scientifica di riferimento.

Purtroppo, però, quattro mesi dopo l’ostensione dei giudizi che sostanziano il turbinoso e alacre impegno delle commissioni dell’italica ASN, solo alla Guardia di Finanza è concesso di poter navigare nel quadro complessivo dei giudizi emessi e responsabilmente assunti nella loro consistenza verbale dai commissari che compongono le commissioni. Perché – “puf!” – questi giudizi scompaiono dal sito di ANVUR 120 gg. dopo la prima pubblicazione (D.P.R. 14 settembre 2011, n. 222, recante “Regolamento concernente il conferimento dell’abilitazione scientifica nazionale per l’accesso al ruolo dei professori universitari, a norma dell’articolo 16 della legge 30 dicembre 2010, n. 240”, art. 8, comma 9).

Certo, il candidato valutato avrà agio di salvare i propri giudizi sul suo hard disk, magari per esporli (se positivi e lusinghieri) dal sito web della suo studio professionale nell’attesa di un concorso che forse un giorno verrà. E qualcuno sicuramente in quel torno di tempo si dedicherà alla laboriosa arte del salvataggio sistematico in remoto di tutti i file conducenti ai giudizi della tornata del SSD di proprio interesse.

Ma, dopo i fatidici 120 gg., ANVUR, a chi si proponga di sapere come è stato valutato dalla commissione anvuriana il prof. Tizio (promosso) o il dott. Caio (respinto), prospetta solo una lapidaria lista di nomi dei soggetti che quella tornata di abilitazioni ha promosso. Si spengono le luci. I giudizi se ne vanno. Si cancellano le tracce dell’operato di ANVUR, quasi se ne debba avere onta o timore. Migliaia di frasi che hanno dosato al millimetro l’aggettivo, riassunto complessi passaggi, evidenziato sottili fallacie, limato e cesellato alla nausea giudizi finali. Tutte perse come lacrime nella pioggia, inghiottite nelle segrete caditoie dell’archivio di via Ippolito Nievo.

Nessuno, se non in possesso di un mandato ispettivo validato dall’A.G. o previdentemente capace di scaricarsi tutti i giudizi nel ristretto ambito temporale che si è detto, potrà sapere quanto è successo in quella ASN e come sono state operate quelle valutazioni. Una pietra tombale viene collocata sul merito di quella tornata valutativa, in attesa che presto se ne apra un’altra nei solenni ritmi scanditi dalla burocrazia informatica di rito anvuriano.

A quanti, per giustificare lo status quo, si propongano di invocare causidici argomenti fondati sul diritto alla protezione dei dati personali del candidato valutato dall’ASN, magari invocando il c.d. diritto all’oblio, sia consentito di replicare con un sorriso trattenente una risata di gola. Basti pensare che da anni in tutti i siti degli atenei italiani sono resi pubblicamente googlabili i verbali che descrivono minuziosamente le procedure di valutazione comparativa indette anche in anni remoti da quell’ateneo. Altro di più raffinato davvero non sembra servire. Si tratta di una classica situazione nella quale il bilanciamento fra interessi in gioco deve e può essere legislativo, sol che lo si voglia davvero e che si mettano sul piatto della bilancia tutti i soverchianti interessi pubblici implicati in questo bilanciamento. Paura che se ti va male la stroncatura ti resti addosso a vita? E’ l’ASN, bellezza, e sei tu che hai attentamente ponderato la scelta di parteciparvi (e il disincentivo per domande seriali – “tanto non costa nulla, io ci provo” – se ne gioverà).

E pensare che in questo caso, diversamente dai dati dei concorsi indetti dai singoli atenei, non dovremmo affannarci a collazionare tanti dati dispersi. Avremmo dati organizzati in un colpo d’occhio collettivo, magari carotabili con una maschera di ricerca, per agevolare raffronti e semplificare l’emersione di incongruenze e anomalie. Un grande google dell’abilitazione scientifica, che ne celebri e perpetui per sempre l’assoluta trasparenza. Un libro aperto della valutazione accademica in action. Risorse ben spese dal sempre più pingue bilancio di ANVUR.

E veniamo al dunque. Un dunque su cui il gattino di ROARS si batte fin dai suoi primi miagolii.

Su cosa si fonda l’OPEN SCIENCE?

Su cosa si fonda la gravosa responsabilità di farsi interprete del modo in cui una vasta comunità scientifica nazionale decide di accogliere o respingere chi, nel bene o nel male, ha lungamente lavorato per bussare alla sua porta?

Su cosa si fonda il senso di responsabilità, lo scrupolo, il rigore, e anche la giusta misura di preoccupazione di chi è chiamato a partecipare in veste di commissario ad una ASN, specie ove quest’ultimo abbia motivo di rintracciare nel proprio profondo subconscio la sensazione di aver avallato scelte diverse da quelle che in piena coscienza avrebbe operato (assumendo, ma solo per un attimo, l’espressione ritratta nella locandina del film di David Lynch che accompagna queste righe), per tener fede a patti e ordini ricevuti da qualcuno che insiste a interpretare la scienza come una scacchiera nella quale far diventare regine i propri pedoni anche quando zoppicano?

Tutto ciò si fonda anche sulla consapevolezza che l’operato di chi valuta sarà consegnato alla storia e che quel piccolissimo pezzetto di storia della scienza che la propria valutazione scientifica contribuisce a creare resterà per sempre associato alla propria identità e alla propria reputazione nella comunità scientifica.

Perché  la scienza e il sapere, diversamente dalle vicende conosciute dai tribunali, non vanno incontro a termini di decadenza o prescrizione.

Ma questo, evidentemente, all’ANAC di Cantone deve essere sfuggito, perché, quando vuole, l’Autorità non teme di proporre suggerimenti al legislatore, come dimostra l’esortazione volta a suggerire l’istituzione di una cabina di regia della ricerca scientifica presso la Presidenza del Consiglio.

Bene, glielo facciamo notare noi, chiedendo all’Autorità di esortare (già nella versione finale del PNAC 2017) il Parlamento a emendare nella prossima Legge di Stabilità e con efficacia retroattiva la norma sopra ricordata, per imporre ad ANVUR di applicare a costo zero la trasparenza e la verificabilità nel tempo dei risultati delle Abilitazioni Scientifiche Nazionali.

Che devono restare pubblici come i diamanti, anche e soprattutto quando diamanti non sono. Per sempre.

 

 

 

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5 Commenti

  1. Non conoscevo la sentenza della Corte Costituzione cui si fa riferimento nel post, in quanto illo tempore ero impegnato a preparare gli esami di Analisi matematica II, Fisica II e Meccanica razionale (!) ma la ritengo degna di diventare un Manifesto programmatico.
    Probabilmente è stata superata da altre leggi e riforme (?) e quindi forse non più applicabile, ma l’eleganza, la forza e anche l’attualità di certi passaggi sono clamorose. Permettetemi di richiamarli alla vostra attenzione.

    “l’inesistenza di un obbligo della commissione giudicatrice di predeterminare criteri di massima trova la sua ragione nel fatto che sarebbe impossibile prefiggere parametri sui quali deve essere misurata la valutazione dei singoli”
    ribadito da
    “ed é razionale infatti ritenere che la personalità e l’opera scientifica di un candidato rifiutino ogni qualificazione paradigmatica”

    “Si tratta di considerare la personalità scientifica dei candidati, e il relativo potere non é conferibile a persone estranee alla materia su cui si é formata la preparazione dei concorrenti o a materie non affini alla stessa: si affiderebbe il giudizio sul candidato a chi non ha idoneità a valutare l’attività sulla quale deve esprimere il proprio meditato avviso”
    ribadito da
    “il particolare criterio di nomina dei commissari é coerente a quell’esigenza di far esprimere il giudizio sui candidati a persone che ne abbiano idoneità, della quale si é fatto parola, e questa idoneità soltanto nell’ambito della facoltà o delle facoltà interessate possono essere meglio poste in evidenza.”

    “La legge vigente ha adottato il sistema elettivo allo scopo di sottrarre la nomina dei commissari alle scelte discrezionali del ministro, e quindi per adeguare l’ordinamento universitario al principio della libertà dell’insegnamento, che non tollera ingerenze di ordine politico o comunque ingerenze estranee alle premesse tecniche e scientifiche dell’insegnamento nei massimi istituti di istruzione”
    ribadito da
    “L’avere trasferito dal ministro al corpo dei professori il potere di scelta dei membri della commissione di concorso, nel rispetto del principio di maggioranza, ha potuto costituire un progresso verso la realizzazione di quell’ordinata autonomia cui hanno diritto le istituzioni di alta cultura, le università e le accademie, in applicazione dell’art. 33, ultimo comma, della Costituzione.”

    Eh, chissà come reagirebbe l’attuale Corte Costituzionale se venisse invitata a deliberare sull’ASN!

  2. Ottimo intervento. Non si capisce perchè debbano sparire i giudizi dalla piattaforma ASN (operazione che naturalmente giova a chi ha subito valutazioni non positive), mentre chi partecipa ai concorsi e riceve giudizi negativi sui verbali debba essere messo alla gogna per decenni sulla rete.

    • Certi giudizi negativi sono una medaglia sul petto del candidato ed una macchia per il commissario. Che restino per sempre.

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