EPR

I danni prodotti dai tagli agli enti pubblici di ricerca vanno ben oltre alla dimensione finanziaria relativa in quanto, con i paralleli provvedimenti di limitazione dei turn over, in atto ormai da molti anni in omaggio a non si sa a quale principio, si è squassata la struttura professionale dell’organizzazione, che non ha più nemmeno un minimo di risorse per correggere queste ulteriori disfunzioni. La prima operazione coerente con una ipotesi di politica che miri a un “rafforzamento e riorganizzazione di quel sistema nazionale di innovazione che lega nelle sue interconnessioni università, enti di ricerca, imprese, istituzioni…” – come recentemente ricordato da Patrizio Bianchi – dovrebbe essere accompagnata da una eliminazione di tutti questi vincoli e tagli. Rilanciare il ruolo degli enti pubblici di ricerca è una operazione del tutto necessaria, e collocare ai vertici una guida coerente e una partecipazione dei ricercatori, rappresenta un’altra componente di quel rilancio. Non è tutto, ma se non ci saranno nemmeno questi segnali, questo paese dovrà attrezzarsi per ulteriori declini.

Pochi giorni fa il presidente di Confindustria si è lamentato per la pochezza della spesa in ricerca e sviluppo del nostro paese. Non era chiaro se si trattava di un implicito richiamo ai propri iscritti o un sollecito al Governo per allargare la borsa degli incentivi o se c’era dietro una riflessione di più ampio respiro. L’unica certezza sta nel fatto che quella osservazione come tale è inoppugnabile e, per la verità, non da oggi ma da un tempo misurabile solo in decenni. Se non sarebbe inutile, intanto, cercare gli autori e gli errori di questa brutta storia per evitare di sbagliare ulteriormente, è certamente necessario individuare le cause di questo nostro declino che ha proprio nella assenza di una cultura moderna dello sviluppo – che non è solo economico ma ancor prima sociale, culturale, ambientale, etico e politico – le sue cause strutturali. Comunque sia poiché questa minore spesa è attribuibile in parte maggiore proprio al sistema industriale, sarà bene ricordare anche al presidente di Confindustria che la spesa in ricerca da parte delle imprese ha un andamento strettamente legato alle dimensioni della singola impresa e alla sua specializzazione produttiva. Pensare che con qualche incentivo si possano modificare questi due connotati di una impresa è una ipotesi che non solo è negata da tutte le verifiche sul campo, ma anche molto semplicemente da una analisi logica.

Che anche la spesa pubblica in ricerca sia modesta nel confronto internazionale è questione indiscussa per eccesso di evidenza; come si possa politicamente giustificare questa scelta deve essere collegato da un lato a quello stesso comportamento delle imprese sopra ricordato ma anche ad una dimensione culturale molto diffusa, espressione di un ritardo nella rivoluzione industriale che aveva visto la nascita e lo sviluppo in altri paesi.

Il ritardo accumulato ci induce, attualmente, a sottovalutare, ad esempio, le questioni della dimensione politica sottesa alla dimensione della programmabilità dell’innovazione, in qualche misura affrontate ormai su un piano politico reale da persone come Mariana Mazzucato, ma alla cui origine possiamo collocare anche le analisi condotte negli anni ‘80/90 dall’Osservatorio dell’Enea e riprese in qualche misura ad esempio dall’Ocse, e, ancor prima, il dibattito sul nostro “gap tecnologico” di fanfaniana memoria. Le scelte di fatto attuate come politiche industriali del paese hanno rappresentato per tutti i decenni passati una sconfessione di quelle riflessioni e il prevalere di valori, di ottiche e di respiro molto modesto; anche la questione morale non è estranea alle logiche del sistema economico che ha prevalso nella realtà.

La prima logica conseguenza è che questo accumulo di ritardi non è recuperabile con degli incentivi o simili ma solamente partendo dallo scenario internazionale del quale occorre tenere conto se si vuole non solo uscire dal declino ma evitare di occupare gradini sempre più in basso in qualsiasi graduatoria, non solo sulla quantità ma particolarmente sulla qualità del nostro sviluppo e della nostra presenza in quel quadro globale.

Patrizio Bianchi in un articolo pubblicato su Sole 24Ore del 3 novembre, affronta giustamente questa dimensione del problema richiamando la necessità di operare per questa nuova politica industriale “un rafforzamento e riorganizzazione di quel sistema nazionale di innovazione che lega nelle sue interconnessioni università, enti di ricerca, imprese, istituzioni. …”.Una posizione che se appare più che ragionevole, tuttavia non è chiaro su quali precondizioni si appoggi : In un articolo di Pietro Greco pubblicato da Scienzainrete e da Roars, si possono vedere quali sono state le vicende finanziarie dei comparti chiamati in causa dall’articolo di Patrizio Bianchi: negli anni tra il 2008 e il 2014 i tre attori di questa storia, e cioè Ricerca, Università, Scuola, hanno subìto un riduzione dei finanziamenti – già storicamente inferiori a quelli praticati in altri paesi sviluppati – che espressi in termini di differenze percentuali negative, sono state rispettivamente del 31,1 %, del 9,6%, del 6,5 %. Volendo completare il quadro, evitando la possibilità di rinviare le responsabilità ad altri governi, si possono ricordare gli ulteriori tagli posti nella legge di stabilità del 2016 corrispondenti a 4 milioni all’anno per gli enti di ricerca dipendenti dal MIUR, di 1,5 milioni all’anno per l’Enea da parte del Ministero dello sviluppo (!?), per non parlare dello scandaloso taglio di 10 milioni a carico dell’Istat, che evidentemente non gode delle simpatie di questo Governo, o per la riduzione di 1,5 milioni all’anno per la ricerca sanitaria. I danni prodotti da questi tagli vanno ben oltre alla dimensione finanziaria relativa in quanto, con i paralleli provvedimenti di limitazione dei turn over, in atto ormai da molti anni in omaggio a non si sa a quale principio, si è squassata la struttura professionale dell’organizzazione che non ha più nemmeno un minimo di risorse per correggere queste ulteriori disfunzioni. Quindi la prima operazione coerente con una ipotesi di politica quale quella delineata da Bianchi, dovrebbe essere accompagnata da una eliminazione di tutti questi vincoli e tagli.

Rilanciare il ruolo degli enti pubblici di ricerca, come afferma Bianchi, è una operazione del tutto necessaria, e collocare ai vertici una guida coerente e una partecipazione dei ricercatori, rappresenta un’altra componente di quel rilancio. Non è tutto, ma se non ci saranno nemmeno questi segnali, questo paese dovrà attrezzarsi per ulteriori declini.

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