Dal 7 al 10 settembre 2015 si sono tenute le elezioni del rappresentante del personale nel consiglio di amministrazione del CNR. Si tratta di un importante passo avanti: nel passato i cinque membri dell’organo di governo dell’ente erano totalmente espressione di interessi esterni (governo, rettori delle università, Confindustria, Conferenza stato-regioni, Camere di commercio), mentre ora, con il nuovo statuto, si è data la possibilità al personale di assumere dirette responsabilità di gestione. Siamo ben lontani da realtà come l’INFN, dove la maggior parte dei membri del consiglio di amministrazione proviene dalle file dei ricercatori e tecnici, ma comunque un primo ed importante passo è stato fatto.

Vediamo i risultati delle votazioni. La partecipazione al voto è stata alta, pari al 60% degli aventi diritto (ricercatori, tecnologi, tecnici, amministrativi; a tempo indeterminato e a tempo definito), ben superiore a quella delle analoghe elezioni di tre anni fa. Una spiegazione di tale differenza risiede nel fatto che nel passato non vi era alcuna garanzia che l’eletto venisse poi nominato dal ministro nel consiglio di amministrazione, cosa puntualmente avvenuta, visto che il CNR viene considerato dai politici, dalle componenti universitarie e del mondo produttivo come terra di conquista (si veda qui, qui e qui), mentre in questo caso l’elezione aveva una vera efficacia.

I candidati erano quattro ed il vincitore ha attenuto circa 2.000 voti su un totale di 5.000 votanti.

Gli altri tre ne hanno ricevuti rispettivamente circa 1.700, 1.000 e 500[1].

Il vincitore e l’immediato inseguitore hanno impostato la propria campagna elettorale su un programma di tipo fondamentalmente rivendicativo-sindacale, teso ad interpretare i malumori e le istanze della “base” dei lavoratori, mentre gli altri due candidati hanno posto l’accento sulla ricerca, su come il CNR può assolvere i propri compiti nel panorama scientifico nazionale e internazionale in una prospettiva di responsabilità sociale e civile dei ricercatori e dell’ente, su come il personale può contribuire a rivitalizzare un ente in grandi difficoltà, non soltanto finanziarie.

Se questo tipo di analisi è corretto, si può arguire che:

  • i sindacati confederali non sono ritenuti idonei a rappresentare adeguatamente gli interessi e le aspettative del personale, che ha colto l’occasione delle elezioni del consiglio di amministrazione per far ascoltare la propria voce[1]. Va rilevato inoltre che il vincitore delle elezioni è impegnato nell’animazione di un blog in cui viene molto spesso aspramente criticato l’operato dell’amministrazione del CNR ed in cui vengono avanzate proposte in chiave rivendicativa;
  • meno di un terzo dei dipendenti del più grande ente di ricerca nazionale considera prioritari fattori quali la responsabilità della scienza e degli scienziati, il modo di fare ricerca, il ruolo del CNR nel panorama nazionale e internazionale, la sua strategia nel perseguimento dei fini istituzionali. Ciò è molto preoccupante e dà l’immagine di una maggioranza di ricercatori che, per vari motivi, legittimi ma anche discutibili, mettono al centro delle proprie preoccupazioni la dimensione lavorativo-impiegatizia, la sopravvivenza nell’orticello in una difficile congiuntura, piuttosto che sentirsi bruciare dalla sacra fiamma del sapere arrampicandosi faticosamente sulle spalle dei giganti Una profonda riflessione dovrà farla anche la maggioranza dei dipendenti del CNR che sarebbe bene “volasse un po’ più in alto” e si impegnasse attivamente nella politica dell’ente, mettendo in secondo piano i propri legittimi interessi per dare vita davvero ad una comunità che si riconosce in una fondamentale e nobile missione: la scoperta scientifica per il beneficio dell’umanità – e del paese, che investe sul CNR centinaia di milioni di euro all’anno.
  • E’ giunto il momento di una profonda riflessione sull’esito del voto, in primis da parte della dirigenza dell’ente, la quale ben poco ha fatto per alimentare nei propri dipendenti il senso di appartenenza all’organizzazione e per renderli partecipi di un destino comune. Non sono questi i bei tempi andati delle grandi iniziative interdisciplinari del CNR che hanno portato alla creazione di nuovi enti di ricerca come il CNEN o l’Agenzia spaziale italiana, al lancio dei Progetti finalizzati, alla costruzione delle Aree di ricerca, in cui tutte le componenti dell’ente cooperavano in uno sforzo comune. Sono i tempi in cui le parole d’ordine di Piazzale Aldo Moro sono: competitività economica, trasferimento delle tecnologie, spin-off, impresa. In questo modo il CNR cambia pelle, diventa una sorta di consulente al servizio delle esigenze di breve termine del mercato, abbandona la sua caratterizzazione primaria di areopago della scienza e, come logica conseguenza, non è all’altezza delle aspettative dei ricercatori che dunque ripiegano su se stessi.

[1] E’ interessante notare che l’unico candidato di sesso femminile ha ricevuto il 10% dei voti (ovviamente sia di donne che di uomini), laddove tra i votanti vi sia stata una sostanziale parità di genere. E’ un ulteriore caso in cui alle elezioni le donne tendono a non sostenere altre donne, esprimendo dunque maggiore fiducia negli uomini che non in loro stesse.

[1] Il 40% di non votanti include coloro che hanno preferito esprimere la propria insoddisfazione attraverso l’astensione.

 

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17 Commenti

  1. Il post è un esempio da manuale di come il livore per una sconfitta sonora della candidata supportata possa portare a travisare l’interpretazione così chiara dell’evento probabilmente più straordinario della storia dei lavoratori CNR. Sembra che l’autore abbia improvvisamente dimenticato il taglio scientifico degli articoli che solitamente scrive.

    1) Accomunare Vito Mocella a Fabrizio Tuzi è come mettere assieme l’Acqua Santa con il Diavolo, l’aglio con il vampiro, o, per rimanere nel tema delle elezioni, la CGIL con la CGIL.
    2) Che Tuzi fosse il candidato confederale è ormai stato certificato dalla UIL. Dare però del sindacalista (in modo sottilmente dispregiativo) a Vito Mocella è preoccupante. Soprattutto dopo che il Presidente ha detto (altrettanto sottilmente) la stessa cosa di me. Vuoi vedere che ora ci toccherà difendere i sindacalisti?
    3) Limitare il programma di Vito Mocella (consultabile al link di Articolo33, http://www.articolo33.it/documenti/Programma-Mocella.pdf) a mere rivendicazioni è semplicemente un’offesa all’intelligenza umana (basta consultare il link anche solo per 60 secondi) e alla straordinaria storia scientifica di Vito Mocella (basta cercarlo su Google). Come se Vito non avesse posto l’accento sulla ricerca, oppure non ne avesse una visione internazionale (Vito si è formato all’estero e collabora regolarmente con prestigiosi gruppi internazionali!).

    Sbagliate le premesse, sbagliata la tesi. Ridurre l’elettorato che ha votato Vito a un branco di lavoratori-impiegati (con l’aggravante di essere ricercatori) che coltivano solo il proprio orticello è offensivo innanzitutto per gli elettori. Pretendere poi che solo l’elettorato dei candidati unti dall’autore del post “considera prioritari fattori quali la responsabilità della scienza e degli scienziati, il modo di fare ricerca, il ruolo del CNR nel panorama nazionale e internazionale, la sua strategia nel perseguimento dei fini istituzionali” è semplicemente comico. Infine nello stile più perverso di tutte le elezioni politiche ed amministrative non poteva mancare l’appropriazione indebita e grottesca dei voti degli astenuti.
    Peraltro faccio notare l’astuzia, ben nota all’esperto autore del post, di presentare le percentuali rispetto a parametri diversi a seconda della tesi che si vuole ad ogni costo inculcare al lettore (una volta un terzo dei dipendenti, poi la maggioranza dei ricercatori – peraltro calcolata come? non mi risulta siano noti i dati disaggregati delle elezioni – infine di nuovo la maggioranza dei dipendenti).

    La vittoria di Vito è stata una straordinaria vittoria della democrazia, del personale che si è espresso liberamente nonostante tutti i condizionamenti diretti e indiretti, espliciti e impliciti subiti. Una speranza perché la ricerca sia al centro della visione dell’Ente, moderna, internazionale, meritocratica. Una sfida alla capacità di autogestione del personale nell’Ente.

  2. Sono sinceramente dispiaciuta dall’articolo di Girogio Sirilli, un collega autorevole che ha spesso rappresentato acutamente le difficoltà del CNR, rappresentando con intelligenza e dignità il malessere di molti ricercatori. Perciò mi colpisce la sua analisi del voto. Intanto mi spiace che la strategia di discreditare chi ha votato in maniera diversa da come Giorgio avrebbe auspicato metta questi votanti nella posizione scomoda di giocare di rimessa, cosa che rischia di imbrigliare il libero confronto di posizioni legittimamente diverse.

    Vorrei evitare una logica in cui io, che ho votato Vito Mocella, debba riaccreditarmi presso quanti, abituati alla autorevolezza delle analisi di Sirilli, siano portati dal suo articolo a identificare in questo voto un rivendicazionismo impiegatizio in difesa del proprio orticello.

    Vorrei invece mostrare cosa si è coagulato nel voto a Mocella. Prima di tutto, sono fuorvianti le prime due parole del titolo “Poca scienza”. Mocella è scientificamente il più qualificato tra i candidati, senza nulla togliere agli altri; ma è quello con la maggior esperienza di ricerca internazionale anche in relazione all’età. Appartiene a quella che ancora è una delle comunità scientifiche più qualificate e prestigiose del Paese, la comunità dei fisici, con un profilo scientifico che all’estero si definirebbe outstanding. Perchè aprire l’analisi del voto con “poca scienza”?

    Le aspirazioni espresse nel voto a Mocella non devono essere interpretate in maniera riduzionista o offensiva. Nel suo programma, il primo punto è l’eccellenza, segue la multidisciplinarietà (punto fortemente condiviso dalla candidata che Sirilli supportava, Rosaria Conte). Ripeto: perchè allora aprire con “poca scienza”?

    Molti, al contrario, hanno voluto esprimere, con il voto a Mocella, la volontà di ristabilire il primato della ricerca e lo slancio a superare quanto l’ha imbrigliata negli ultimi due decenni: non solo le difficoltà finanziare, come dice Sirilli, ma soprattutto quelle causate da un’impostazione limitativa, di arbitrio normativo, amministrativo, burocratico, spesso arbitrario, ispirato a criteri falsamente efficentisti e aziendalisti impostati da Moratti e culminati con Gelmini, senza nessun serio contrasto da parte di nessun altro, purtroppo.

    Vogliamo parlare dell’umiliazione inflitta a ricercatori da un’impostazione che riduce la ricerca a un insieme di “commesse”? Ora da pochi mesi finalmente superate, ma non senza lasciare strascichi dopo quindici anni di inscatolamento delle idee e inutile gerarchizzazione della ricerca. Quale vantaggio è venuto al CNR dall’impostazione in “commesse”? Chi ha deciso quali commesse andassero bene e quali no? Se ci fosse stato un obbligo di trasparenza, pubblicando la ragion d’essere di ogni commessa e il suo vaglio scientifico, forse non avremmo conosciuto anni di una inutile impostazione che ha preso la struttura verticista dell’aziendalismo e nient’altro, imponendo meccanismi irragionevoli di formazione delle decisioni, spesso limitati ad aspetti di pura facciata che nulla hanno a che fare con la ricerca nel resto dei paesi occidentali o nello stesso CNR di alcuni anni fa.

    Parliamo dei falsi meccanismi di premialità? Tutti sappiamo che i progetti cosiddetti premiali non premiano nulla, ma sono un modo di restituire agli istituti parte dell’FFO tagliato al CNR. Per far questo, si inventa una pantomima in cui prima si taglia, poi si finge di selezionare programmi di sedicente eccellenza a pochi eletti, non per permettere lo sviluppo di tali eccellenze con fondi aggiuntivi, ma per restituire quote dell’FFO secondo criteri che nulla hanno a che fare col merito, dove non esiste un peer reviewing delle proposte, del loro merito innovativo o del loro potenziale impatto, e dove non si va (nè si potrebbe) a costituire nessun avanzamento scientifico o laboratorio di conoscenza in modo diverso da come gli stessi istituti avrebbero fatto se il finanziamento fosse stato attribuito in maniera lineare. Con queste quote premiali i direttori possono poi pagare le bollette degli Istituti, come prima.

    Di più, e peggio, potremmo dire dei progetti bandiera, tante volte analizzati, costruiti con criteri cosiddetti top down (una contraddizione in termini nella scienza, in cui si dovrebbe perseguire l’esplorazione del nuovo, e dunque la proposta originale, non il consolidamento di reputazioni acquisite in campi del sapere che per loro natura sono in continua evoluzione). Solo in epoca recente sono stati emanati calls pubblici per i progetti bandiera, quando il call for proposal è una conditio sine qua non nel resto dal mondo.

    Chiedere calls pubblici e il peer reviewing delle proposte, chiedere di superare inutili “vetrine” costruite per l’organizzazione del consenso (“io speriamo che sto nella cordata”) più che per l’avanzamento della ricerca, è rivendicazionismo? E’ rifiutare la responsabilità come ricercatori? Io direi, l’estato contrario.

    Mi dispiace che Sirilli attribuisca la mancata di vittoria di Rosaria Conte – l’unica donna – ad una incapacità delle donne di votare altre donne e/o al fatto che il programma di Rosaria fosse troppo alto per i più, troppo impegnativo per gente che rifiuta la responsabilità, troppo “sacra fiamma” per gentarella dedita al proprio orticello (quale?). Sirilli riesce ad infilare molta denigrazione in una sola analisi. Conte ha proposto la sua consapevolezza della necessità di ripensare globalmente il sistema ed ha mostrato una forte capacità di stimolo sulla natura della ricerca CNR e sul restituirle centralità nel Paese. Perchè dire che noialtri non lo abbiamo capito, o che non lo avremmo potuto sopportare, se fosse stato agganciato ad un programma con reale potenziale di incidere sugli indirizzi? I limiti del programma di Conte non erano nell’eccesso di challenge ideale. Come ricercatore, rifiuto questa interpretazione. I limiti, per molti, erano nella appropriatezza di un tale programma rispetto al ruolo cui è chiamato un membro del CdA. Il programma di Conte è apparso più un’analisi che un programma. Ne sono stati colti i riferimenti ispiratori nel passato (ad esempio, nella grande epoca dei progetti finalizzati, quando dialogavamo col resto del mondo sulle grandi tematiche di ricerca ed avevamo comitati scientifici con gente di caratura, inclusi alcuni nobel), ma non agganciato a credibili proposte di cambiamento appunto nei meccanismi di formazione delle decisioni. E’ mancata una aggressione convincente dei nodi che soffocano la ricerca CNR. Io, elettrice di Mocella, vorrei che Conte mettesse la sua capacità di analisi a disposizione e avesse un ruolo nel CNR. Sarò velleitaria, ma credo nella cooperazione e non nella frammentazione. Occorre però che chi ha votato Mocella non sia offeso nè che le sue motivazioni siano ridotte a poca scienza e moto rivendicazionismo; occorre che Mocella goda della legittimazione dovuta ad un candidato eletto senza neppure andare al ballottaggio.

    Mocella è stato visto come il più nuovo e più in grado di cambiare questi meccanismi, semplicemente perchè è stato il più diretto e il più impietoso nel denunciarli. Ha convinto perchè ha individuato alcuni punti nodali per iniziare a riemergere dall’opacità. La strada verso il recupero della nostra eccellenza, che tutti (ma proprio tutti quelli che hanno fatto questa scelta) vogliamo, chiede passi concreti. Chiedere trasparenza è concreto, e può reindirizzare o calmierare alcune scelte, costringendo a fornirne delle motivazioni pubbliche. Mettere il CdA in condizioni di motivare le scelte in modo trasparente è un passo, forse non risolutivo di ogni problema, ma certamente indispensabile.

    • Francesco Sylos Labini dice di essere d’accordo con Amato. Ma d’accordo su cosa? Amato tratta vari punti nel suo intervento. ROARS è un blog di discussione e quindi ci si aspetta che chi intervene argomenti le sue posizioni, punto per punto. Non mi pare che ROARS sia il posto in cui si scrive “sono d’accordo”, parente del “mi piace/non mi piace”.

    • Giorgio, per una questione di stile non entro nel merito delle rispettive analisi ma faccio un semplice commento metodologico: quando pensavi che Francesco Sylos Labini fosse d’accordo con te, la semplice affermazione ti andava bene, mentre quando capisci che è d’accordo con Umberto Amato allora Francesco deve argomentare la sua posizione, punto per punto?

  3. G. Sirilli: “dà l’immagine di una maggioranza di ricercatori che, per vari motivi, legittimi ma anche discutibili, mettono al centro delle proprie preoccupazioni la dimensione lavorativo-impiegatizia, la sopravvivenza nell’orticello in una difficile congiuntura, piuttosto che sentirsi bruciare dalla sacra fiamma del sapere arrampicandosi faticosamente sulle spalle dei giganti”
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    In effetti, Giorgio Sirilli propone una chiave di lettura che estremizza ai limiti del caricaturale: “dimensione lavorativo-impiegatizia” vs “sacra fiamma del sapere” (Fantozzi vs Einstein?). A prescindere dal merito delle questioni (su cui non sono abbastanza esperto per pronunciarmi), credo che avrei comunque usato toni e ragionamenti diversi. Riprendendo le parole di Patrizia Lavia, anche la redazione considera “Giorgio Sirilli un collega autorevole che ha spesso rappresentato acutamente le difficoltà del CNR, rappresentando con intelligenza e dignità il malessere di molti ricercatori”, il che rappresenta una buona ragione per ospitarne l’opinione. Nella consapevolezza che un po’ di provocazione può aiutare a promuovere non solo il dibattito, ma anche una piccola operazione verità, consistente nella messa a nudo del dispetto di chi auspicava altri esiti.

    • Ringrazio Giuseppe per il suo commento. Siccome giustamente dice che ROARS ha ospitato la mia opinione, e per questo esprimo i miei più sentiti ringraziamenti, forse è utile specificare, per completezza di informazione, che non faccio più parte della Redazione di ROARS, essendomi dimesso il primo agosto 2015.

  4. pur non avendo votato per il vincitore, l’analisi di Sirilli mi pare molto carente. Sicuramente il voto è stato “di pancia”, ma una pancia che medita e che è spinta più da preoccupazioni scientifiche che non da mere rivendicazioni contrattuali! Effettivamente la differenza tra i programmi di Mocella e Rizzo (il terzo classificato) erano piccine e molto di più di stile che altro, tanto che molti colleghi da me sentiti erano indecisi tra le due candidature!- Il poter avere un rappresentante dei dipendenti nel CdA ha spinto alla partecipazione, NONOSTANTE i tempi ridicoli dati alla discussione :indizione della procedura a giugno, con tempi rapidissimi per la presentazione delle candidature e “campagna” a fine luglio ed agosto!!!! – Arriviamo allora alla campagna e ai pochi voti dati all’unica candidata donna (Rosaria Conte): in definitiva la campagna di Conte e Tuzi sono consistite i nella diffusione dei loro CV e programmi , tal quali depositati nel sito ufficiale del CNR . Un po’ pochino. Ovviamente Tuzi ha potuto giovarsi di una maggiore “fama” e , tutto sommato, dall’aver presentato l’unico programma (peraltro molto scarno) da cui si evinceva una certa maggior consapevolezza del ruolo a cui aspirava….Insomma, diciamocelo: abbiamo avuto la possibilità di votare e abbiamo votato (60%), ma molti di noi si domandano anche che senso abbia sia la esistenza di un CdA e perché mai, PIUTTOSTO non abbiamo la possibilità di sedere nei Consigli Scientifici di Ente e di Dipartimento, che sono i luoghi deputati a discutere di scienza, non il CdA! (peraltro lo statuto del CNR rende quasi ininfluenti i Consigli Scientifici)…io personalmente penso che la linea scientifica (come pure per l’università) sia dettata dai quali grossi finanziamenti si riescano a prendere…poi si segue quel filone. piuttosto deprimente.

  5. In ogni caso, ricorderei che questo esercizio di democrazia, al di là del suo esito, ha risolto una criticità storica del CNR. La presenza di un rappresentante dei ricercatori nel massimo organo decusionale era una necessità assoluta, che è diventata realtà solo grazie alla volontà e alla tenacia dell’attuale presidente, il prof. Luigi Nicolais.

  6. Aspettavo con ansia qualche commento su ROARS sulle elezioni tenutesi nel CNR per designare il rappresentante del personale in CdA ed è per questo che ho accolto con gioia l’articolo di Giorgio Sirilli, stimato collega ed acuto osservatore.

    Mi è toccato però rileggerlo più volte, per convincermi che stessi leggendo veramente quel che stavo leggendo: una descrizione imprecisa, infarcita di giudizi non sostanziati.

    Gli articoli e i commenti pubblicati su Roars ci hanno abituato ad analisi puntali e discorsi nitidi cos’è successo questa volta?

    A un certo punto dell’articolo, prima di arrivare alle sue conclusioni, Giorgio Sirilli scrive:

    “Se questo tipo di analisi è corretto, si può arguire che:”

    Bene, ma a quale analisi si riferisce? Leggiamo daccapo, così forse capiamo.

    Nel primo paragrafo, Sirilli ci informa che nel CNR si sono tenute le elezioni per designare il rappresentante del personale in CdA, dando finalmente “la possibilità al personale di assumere dirette responsabilità di gestione”. Un giusto preambolo per chi non è addentro alla questione, non un elemento di analisi, ovviamente. 

    Passiamo allora al secondo paragrafo, dove Sirilli dà al lettore il dato dell’affluenza. Fa bene. Il fatto che il 60% del personale abbia partecipato alla votazione è un’indice di salute di una comunità. Peccato però, che si dimentichi di farlo notare, soffermandosi invece sula fatto che nelle precedenti elezioni l’affluenza era stata molto più bassa. Correttamente, individua un possibile motivo nel fatto che queste elezioni, contrariamente a quelle del 2011, erano “vere”, nel senso che garantivano effettivamente l’elezione del candidato vincitore. Bene. Ma niente analisi, eh.

    Nelle righe successive, Sirilli ci dice che c’erano quattro candidati e, senza spendere inutili parole sul meccanismo elettorale (un doppio turno con ballottaggio, a meno di vittoria al primo con il 20% dei voti sugli aventi diritto) elenca i voti ottenuti da ciascuno. Sorprendentemente, non fa nomi, solo numeri, sarà forse una forma nuova di fair-play nei confronti degli sconfitti?

    Non ci è dato di sapere, né forse ci interessa. Ci interessa però notare che siamo a oltre un terzo dell’articolo (280 parole su 732 totali) e finora non c’è stata nessuna analisi.
    E il quarto paragrafo è quello prima della fatidica frase! Che sia lì l’analisi?

    E infatti è così. Finalmente, Sirilli ci spiega che i primi due candidati hanno proposto un programma “di tipo fondamentalmente rivendicativo-sindacale, teso ad interpretare i malumori e le istanze della base dei lavoratori”, mentre gli altri due (i meno votati) “hanno posto l’accento sulla ricerca, su come il CNR può assolvere i propri compiti nel panorama scientifico nazionale e internazionale in una prospettiva di responsabilità sociale e civile dei ricercatori e dell’ente, su come il personale può contribuire a rivitalizzare un ente in grandi difficoltà, non soltanto finanziarie.”

    Eccola qui l’analisi! 

    Riassumiamola, a beneficio del lettore (soprattutto se del CNR): due candidati erano demagoghi solleticatori del ventre molle dei parassiti che albergano nel CNR, gli altri due, illuminati portatori di una vera innovazione.

    E che ha fatto il popolo bue del CNR? Ha votato i demagoghi….accidenti.

    Ma fermi tutti, veramente quelle quattro righe sono un’analisi? Se lo sono si tratta di un’analisi rozza e imprecisa, non degna di Sirilli.

    Tralasciando il fatto che “l’immediato inseguitore” era espressione più che mai del palazzo, essendo stato ex-direttore generale del CNR e che più volte il candidato numero 3, quello illuminato che ha preso 1000 voti, più volte durante la campagna elettorale ha manifestato una chiara convergenza con le posizioni del candidato vincitore, arrivando a prefigurare un ticket (reciproco) in caso di ballottaggio, è legittimo ritenere che Sirilli, non più parte dell’elettorato attivo, non si sia andato davvero a leggere il programma del vincitore, e abbia forse basato la sua “analisi” sul sentito dire.

    Peccato, perchè il programma del vincitore prende le mosse dal cosiddetto CNR 2.0, un’esperienza corale, di alto profilo e profondamente lontana dalla demagogia che puntò ad una riflessione su un nuovo CNR più funzionale per il paese e per i suoi ricercatori. La cosa è ancor più sorprendete, per non dire spiacevole, per quanti ricordano che Sirilli a quel documento ha contribuito.

    In conclusione, quindi, la domanda retorica di SIrilli ha un risposta non retorica: no, non possiamo arguire.

    La sua analisi è scorretta, per un chiaro difetto di difformità dalla realtà.

    Venendo comunque alle cose che Sirilli arguisce, per quanto sia palese che “i sindacati confederali non sono ritenuti idonei a rappresentare adeguatamente gli interessi e le aspettative del personale”, non sono queste elezioni la sede per discuterne, visto che, almeno ufficialmente, i sindacati confederali si sono tenuti fuori dalla consultazione, limitandosi ad invitare alla partecipazione alla consultazione. 

    Per questo, tirare in ballo i sindacati non ha senso. A meno che non sia per supportare la nomea del candidato vincitore, dipinto come “impegnato nell’animazione di un blog in cui viene molto spesso aspramente criticato l’operatore dell’amministrazione del CNR e vengono avanzate proposte in chiave rivendicativa”.

    Peccato che il blog sia il sito internet di un’associazione sindacale regolarmente registrata e che, fino a prova contraria, la critica, anche aspra, e la rivendicazione sono consentite in democrazia, soprattutto se supportate e motivate (cosa in vero assai facile nel caso dell’amministrazione CNR). 

    Il ritratto del ricercatore CNR che Sirilli fa nel paragrafo successivo è degno del peggior qualunquismo da giardinetto di pensionati. Oltre ad essere offensivo è ideologicamente falso, visto che si potrebbe arguire che, tra i candidati, il popolo bue ha scelto quello che proprio recentemente ha mostrato la capacità e la possibilità di raggiungere grandi traguardi scientifici con un approccio puramente bottom-up.

    E’ così pure Sirilli fa finta di non sapere che il voto non poteva essere analizzato compiutamente senza tener conto che ad esso ha partecipato la parte amministravo/tecnico che ha, magari giustamente, diverse aspirazioni.

    L’unica cosa condivisibile dell’articolo di Sirilli è la critica alla dirigenza del CNR, che però forse, da membro della Commissione di consultazione tecnico scientifica del personale dell’Ente, lui stesso avrebbe dovuto e potuto indirizzare a tempo debito e con strumenti più efficaci.

    Un’ultima cosa. Il candidato vincitore si chiama Vito Mocella.

  7. Caro Vito,
    forse è sfuggita l’ironia del mio post a cui fai riferimento: il mio intento era chiaramente quello di sollecitare Francesco Sylos Labini a discutere nel merito – cosa che non è finora avvenuta -, non di avere il supporto di qualcuno. E credo che anche Umberto Amato non sia particolarmente interessato ad avere sostenitori senza sapere perché e su cosa. Come ho già scritto in un altro post che forse non hai letto, ritengo infatti che ROARS sia il luogo del dibattito, del confronto sulle idee, non del “mi piace” o del “sono d’accordo”, o dove addirittura ci si schiera tra supporter di supposti contendenti.
    Detto questo, sei stato eletto democraticamente e sei dunque chiamato legittimamente a rappresentarci nel Cda; le elezioni sono acqua passata, ed ora sta a te operare per il bene dell’ente. Avrai l’arduo compito di portare a sintesi le molteplici e spesso divergenti aspirazioni del personale in un consesso, il Cda, largamente espressione di interessi esterni al CNR.
    Con l’occasione ti faccio i miei migliori auguri di buon lavoro.

    • Non ho davvero capito come faccio a discutere nel merito un articolo di cui non condivido nulla. Come rilevato dagli altri commentatori il problema di questo post è nella ipotesi “Se questo tipo di analisi è corretto”. A me sembra totalmente sbagliata. Dunque non capisco cosa altro ci sia da discutere.

  8. Porto il mio piccolo contributo alla discussione:
    io sono stato molto in dubbio se votare o meno a queste elezioni (alla fine non l’ho fatto) per almeno un paio di motivi:

    – dare solo un mese (il mese di agosto!) per preparare candidature e fare un minimo di campagna elettorale ha significato ostacolare una partecipazione ampia sia come candidature che come conoscenza dei programmi. Da questo punto di vista non ho capito gli urgenti appelli al voto: il regolamento specificava bene che, nel caso il quorum dei votanti non fosse raggiunto, le elezioni si sarebbero dovute ripetere nel giro di pochi mesi. Perché non si è tentato di organizzare questo importante momento democratico del CNR in tempi e modi decenti? Inoltre l’impossibilità di votare “scheda bianca” è stato un limite abbastanza rilevante, per me sarebbe stato il modo migliore per esprimere la mia posizione.

    – le candidature non mi convincevano fino in fondo e nei risultati mi è sembrato di rivivere la situazione delle scorse elezioni con una dicotomia tra candidati “del sistema” / “contro il sistema” (per non fare nomi Umberto Amato e Sesto Viticoli) che mi sembra una rappresentazione un po’ riduttiva della situazione del CNR.

    Anche io mi sento abbastanza in disaccordo con l’analisi di Sirilli, la discussione tra i miei colleghi su queste elezioni è stata presente (per quanto possibile in un periodo di ferie), ma chi ha votato per Vito Mocella non l’ha fatto certamente per una dimensione “lavorativo-impiegatizia” (un modo alquanto fastidioso di porre la questione, come se lavoratori e impiegati fossero tutti attenti solo al proprio particolare), ma per dare un segnale forte a vertici del CNR sentiti come inefficienti e distanti dai ricercatori.
    Inoltre, visto che si parla del CdA di un ente, penso che una competenza gestionale/amminstrativa/dirigenziale sia necessaria tanto quanto una competenza scientifica e quindi le argomentazioni di Tuzi per sostenere la propria candidatura hanno un valore.

    Aggiungo che le parole d’ordine “competitività, impresa, trasferimento tecnologico” sono la realtà in cui tutti noi stiamo vivendo e non una scelta estemporanea dei vertici CNR: credo che i bandi di Horizon2020 dove il commitment verso l’industria e l’impresa è indispensabile siano noti a tutti. Penso che il cambiamento di pelle sia positivo e, forse, necessario per il CNR, anche se viene fatto in un modo confuso e senza chiare linee di indirizzo e investimenti adeguati. L’obiettivo dovrebbe essere avere un CNR che possa essere sia “areopago della scienza” sia ente al servizio della ricerca e dell’innovazione (anche industriale).

    In ogni caso credo che l’articolo di Sirilli sia stato molto utile per suscitare un dibattito e continuare a ragionare sul nostro ente, per cui lo ringrazio.

  9. Condivido molto l’ultimo intervento, soprattutto sulla presa in giro di avere a disposizione una sola settimana di fine Luglio per presentare le candidature, e dedicare Agosto alla campagna elettorale. Questa sì che è una difesa della “dimensione lavorativo-impiegatizia” da parte dei membri CdA!! Tralascio gli altri ridicoli particolari (quorum del 10% etc.)
    e approfitto per cercare di sollevare un dibattito su un argomento patologicamente assente. Giorgio Sirilli ha citato “l’accento sulla ricerca, su come il CNR può assolvere i propri compiti nel panorama scientifico nazionale e internazionale in una prospettiva di responsabilità sociale e civile dei ricercatori e dell’ente, su come il personale può contribuire a rivitalizzare un ente in grandi difficoltà”

    Ma qualcuno ci siamo accorti che dopo i tagli dei governi Berlusconi, Monti e Letta, il governo Renzi ha definitivamente azzerato il finanziamento nazionale alla ricerca? (a parte le farse dei SIR e dei premiali). Mi piacerebbe che si iniziasse a parlare di questo almeno, e più di quanto si parla di valutazione. Con H2020 l’unione Europea ha deciso di finanziare soprattutto grandi progetti per trasferimento tecnologico, demandando ai governi nazionali gli altri tipi di ricerche. Forse il CNR sarebbe un soggetto deputato a pretendere che questi finanziamenti esistessero.

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