È impossibile analizzare in dettaglio il documento di quasi 200 pagine (“L’Education per la crescita”) con le 100 proposte di Confindustria. Ci limitiamo  a tre impressioni. La prima: non può che essere salutato positivamente l’impegno del mondo imprenditoriale ad occuparsi attivamente di istruzione. La seconda:  è positivo che qualcuno scenda in campo per difendere il valore della formazione tecnica e professionale. La terza impressione è invece negativa. I temi che il documento propone come assi fondamentali sono: domanda delle imprese, alternanza scuola-lavoro, valutazione, merito, autonomia e innovazione didattica. Tutto qui? Dove sta l’esigenza di formare anche ottimi fisici, biologi, chimici, matematici? Inoltre, disinteressarsi della cultura umanistica e classica non è la via per rimettere il paese sulla via del progresso. Altrimenti si fa avanti il sospetto che il movente sia la solita trovata all’italiana di ridurre il sistema pubblico dell’istruzione a luogo di  formazione di forza-lavoro a costo zero.

EducationPerLaCrescita

Troppo spesso dimentichiamo il grande ruolo innovativo che ha rappresentato la creazione della pubblica istruzione nella modernità, come istituzione che, assieme ad altre, collabora a formare la figura del cittadino. Il suo ruolo specifico è di contribuire a tal fine attraverso la creazione di conoscenza secondo standard corrispondenti ai livelli più elevati del momento e nel senso più ampio del termine, il che significa sia fornire conoscenze a tutti i livelli, sia creare senso critico e capacità (oggi si dice “competenze”) di operare attivamente e autonomamente. La divisione in “teoria” (racchiusa in “torri d’avorio” ) e “pratica”, non è mai stata altro che espressione di una cattiva istruzione: la buona istruzione è sempre e soltanto stata quella che si è basata su una stretta integrazione tra i due aspetti. L’ingegnere Luigi Cremona – fondatore con Francesco Brioschi ed altri della grande tradizione dei politecnici ingegneristici italiani postunitari – definì coloro che denigravano la scienza “pura” (oggi si dice “di base”) in nome del principio “a che serve?”, come «apostoli delle tenebre». L’istruzione contribuisce alla formazione del cittadino trasmettendo conoscenza e creando spirito critico e capacità operative autonome come fondamento di libertà. Di questo approccio deve far parte una vigorosa formazione umanistica. È una visione che ha condotto alla costituzione di grandi tradizioni scientifiche e culturali, che è alla base degli sviluppi della tecnologia contemporanea e che permise a un paese inesistente come l’Italia di entrare in pochi decenni nel novero delle nazioni più avanzate sul piano culturale e scientifico-tecnologico.

Tutto questo va ricordato perché troppo spesso si contrappongono conoscenze e “competenze”, lasciando intendere che le prime appartengano a una visione obsoleta, e inducendo menti poco critiche a un’esaltazione premoderna della “didattica delle competenze” contro le discipline e le conoscenze. Il modo superficiale con cui è stata affrontata la tematica dell’istruzione comunitaria non ha aiutato: invece di proporsi il compito difficile di integrare le grandi tradizioni nazionali ai massimi livelli si è scelto di identificare una sorta di minimo comun denominatore corrispondente ai requisiti per lo scambio della forza-lavoro. La dichiarazione di Bologna propose come modello di scambi internazionali nientemeno che le università medioevali, quando questi scambi erano ristretto a poche élite e le università erano centri di teologia, scienze giudiriche e poco più. Le famose otto competenze chiave di Lisbona rappresentano quanto di più mediocre e rinunciatario si potesse pensare per definire il profilo di un cittadino europeo istruito.

Ripetiamo che tutto questo va ricordato nel momento in cui il governo Renzi lancia un manifesto sulla “buona scuola” che dovrebbe costituire la carta da visita con cui il paese si presenta in Europa, ridefinendo i connotati della propria istruzione nazionale disastrata da tanti errori e sperimentazioni avventate. Siamo convinti che ogni riforma che trascuri l’istruzione tecnica e professionale, non curi una formazione scientifica che abbia una seria base teorica e buone esperienze di laboratorio, o tagli la formazione umanistica (storica, filosofica, artistica) non solo per il suo valore intrinseco ma per la sua stretta relazione con un’autentica formazione scientifica, è destinata a combinare l’ultimo e definitivo disastro. Ed è chiaro che il rischio è tutto sull’ultimo fronte: perché sono i licei sotto attacco, è la cultura umanistica a essere additata come un inutile orpello e persino la scienza è salvata a condizione che non sia “pura” ma ridotta a tecnica e “innovazione”.

Questa lunga premessa era necessaria per dire qualcosa circa il documento di quasi 200 pagine (“L’Education per la crescita”) con cui Confindustria è scesa nell’arena con 100 proposte per l’istruzione. È impossibile analizzare in dettaglio in un articolo un documento tanto corposo. Possiamo limitarci a esprimere tre impressioni. La prima è che non può che essere salutato positivamente l’impegno del mondo imprenditoriale ad occuparsi attivamente e con tanto dispendio di forze del tema dell’istruzione. Casomai occorrerebbe segnalare l’impressionante latitanza della cultura italiana, sintomo di una crisi crescente, certamente sintomo dello stato esangue cui è stata ridotta l’università tra tagli e burocratizzazione e una visione sciaguratamente tecnocratica della valutazione. La seconda impressione è che è positivo che qualcuno scenda in campo per difendere il valore della formazione tecnica e professionale, uno dei comparti dell’istruzione tra i migliori del mondo che è stato sistematicamente fatto a pezzi e ridotto a ricettacolo degli studenti che si sentivano incapaci di frequentare i licei. È bene che le imprese, con i progetti di alternanza scuola-lavoro illustrati nel documento, mettano le loro forze a disposizione della riqualificazione della formazione tecnica e professionale. La terza impressione è invece negativa e si ricava per contrasto con la nostra premessa. I temi che il documento propone come assi fondamentali per la rifondazione della “education” sono: domanda delle imprese, alternanza scuola-lavoro, valutazione, merito, autonomia e innovazione didattica. Tutto qui? E dove stanno le discipline fondamentali? Dove sta l’esigenza per un paese che voglia dirsi avanzato di formare anche ottimi fisici, biologi, chimici, matematici, il che significa anni e anni di studio anche teorico, come e più di prima? Dove sta la cultura umanistica, e non solo per formare persone capaci di valorizzare l’immenso patrimonio artistico, monumentale, librario del paese, ma anche per formare persone dotate di spirito critico, capaci di muoversi con autonomia e non come polli di batteria addestrati a una sola funzione, per avere la coscienza di cittadini liberi? Dove sta la cultura? Dove sta la scienza? Davvero si pensa che l’impresa possa avere un ruolo di supplenza in queste direzioni? Oppure si pensa che si tratti di un “vecchiume” da gettare alle ortiche? C’è da temerlo vedendo lo scarso interesse del documento per l’impianto disciplinare, ché anzi si propone una riduzione delle materie e della durata del percorso scolastico, ovviamente a danno dei detestati licei.

Questa non è la via per riproporre l’Italia come un paese di primo piano nel consesso internazionale, capace non solo di bricolage tecnologico al rimorchio delle grandi potenze, ma di sviluppare in sede nazionale – e non espellendo le proprie menti –la scienza e la tecnologia avanzata. Disinteressarsi della cultura umanistica e classica non è la via per rimettere il paese sulla via del progresso. Quel che si chiede a una discesa in campo come quella di Confindustria è l’umiltà di dire che il proprio contributo, in un sistema dell’istruzione degno di un paese moderno e avanzato, può essere soltanto una parte del tutto. Altrimenti si fa avanti il sospetto che il movente sia la solita trovata all’italiana di ridurre il sistema pubblico dell’istruzione a luogo di formazione di forza-lavoro a costo zero.

Vi sarebbero molte altre cose da dire sui temi della valutazione e dell’autonomia, ma ci riserviamo di tornarvi in altra occasione.

 

(Il Mattino, 12 ottobre 2014)

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4 Commenti

  1. Vieni, vieni,
    studia poco e in fretta:
    un lavoro qui ti aspetta;
    ti farò sognare.

    Il bel paese,
    fervido d’imprese,
    scoppia d’energia
    Tutta opera mia.

    Ti assicuro,
    guido l’istruzione
    e la produzione
    senza statalismo.

    Per il resto,
    tu dovrai pagare:
    studio liceale,
    roba da poltroni.

    Metteremo
    i turni pei bambini
    come fanno i Sini
    e competeremo!

    Che trionfo,
    un mondo tutt’uguale,
    un uomo assai efficiente
    che ha smesso di pensare!

  2. Prime osservazioni dopo la lettura della bozza della legge di stabilità:
    nel solito modo tutto italiano, al FFO delle Università con una mano si dà (150 milioni in più nel 2015), con l’altra si toglie (34 milioni in meno nel 2015): non è uno scherzo, ma quanto previsto da due diversi commi del disegno di legge. Siccome poi era già previsto, a legislazione vigente, il taglio per il 2015 di 163 milioni al FFO, il totale fa: tagli per 165+34 milioni, finanziamento aggiuntivo per 150 milioni = 49 milioni di FFO in meno per il 2015. E, naturalmente, del lungamente ventilato piano straordinario di assunzione di giovani ricercatori non c’è neanche l’ombra. Ah, dimenticavo: è ufficiale la proroga a tutto il 2015 (quinto anno consecutivo) del blocco stipendiale.

    • Che altro ci si poteva aspettare da homo rignanensis (e da Padoan)? Liberismo inconsulto (per di più, ovviamente, sgangheratamente all’italiana/all’amatriciana). Idolatria del privato, degl’imprenditori/dei padroni d’azienda. Tutti gli altri (ANCHE tutti gli altri, si capisce) restino ignoranti. Ignoranti e poveri o privi di spirito critico obbediranno meglio. E’ vero che gl’italiani hanno sempre manifestato un enorme talento (come dire?) naturale per ubbidire bevendosi e inghiottendo qualunque cosa. Tuttavia, meglio mettersi ulteriormente e definitivamente in sicurezza. Tanto più che homo rignanensis pensa in grande, o meglio in lungo: data l’età, può comprensibilmente mirare a restare in sella per (un numero imprecisato di) decenni.
      Per di più, in tempi come questi, il peso del brutale oeconomicum cresce, fino a diventare schiacciante; tutto finisce per venirgli volgarmente subordinato. Certo, proprio studio e ricerca (almeno in determinati settori) possono fruttare sviluppo e (per usare la parola che veramente conta) soldi. Ma vai a farlo capire a menti come quella di homo rignanensis (oltreché a quelle di moltissimi altri)!
      Le unicissime forze, fra quelle presenti al momento in parlamento, che dicono di voler sostenere anche finanziariamente università e ricerca, che programmano di farlo e che quindi possono destare qualche speranza, sono M5S e SEL (ammesso che esista ancora e che i suoi non siano già sciamati tutti sotto homo rignanensis; non sono adeguatamente aggiornato sulla questione).
      Certo, LO DICONO. Si tratterebbe di metterle e vederle alla prova nelle condizioni di chi ha facoltà decisionale; insomma, al governo. Ma l’amato pueblo (compresi numerosissimi “operatori culturali” della scuola e dell’università) non lo consentirà assolutamente mai, anche perché ammaestrato da un’informazione appena appena giusto un tantinello di parte. Questo è quanto. E lo resterà chissà per quanti altri anni (o meglio, temo, lustri)

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