In un contesto impregnato di logiche economiche, assume un ruolo fondamentale la misura quantitativa dei risultati, ma ancor di più i filtri per renderli comprensibili alla politica e all’opinione pubblica. Non fa eccezione il sistema dell’istruzione, il cui stato di salute viene periodicamente diagnosticato attraverso la valanga di numeri che sforna l’OCSE nel suo rapporto annuale Education at a Glance, di cui ieri è stata pubblicata l’edizione 2014. A dispetto dell’apparente oggettività dei numeri, non se ne può discutere senza addentrarsi in quello che assomiglia ad un gioco di specchi. Da un lato, ci sono le nude cifre, che agli occhi degli esperti fotografano, pur con tutti i limiti del caso, gli esiti delle politiche recenti e additano i rapporti causa-effetto tra investimenti e risultati. Dall’altro, il comunicato stampa dell’OCSE filtra i risultati ritenuti degni di essere sottoposti all’attenzione della stampa internazionale, mentre le country notes consegnano a ciascuna nazione una sorta di diagnosi personalizzata. I primi destinatari di queste sintesi sono i mezzi di informazione, che a loro volta confezionano il messaggio che rimbalzerà dai quotidiani fino ai telegiornali, finendo per rafforzare opinioni e plasmare agende politiche e urgenze riformatrici.

Quest’anno, l’OCSE lancia un grido di allarme. L’istruzione, ed in particolare quella universitaria, non sembra in grado di mantenere le promesse di inclusione e coesione sociale che la retorica della crescita è solita attribuirle. Si allarga la forbice di opportunità lavorative e di reddito tra chi consegue un titolo universitario e chi non ci arriva. Inoltre, il livello di istruzione dei genitori rimane una discriminante fondamentale tra chi prosegue gli studi e chi si ferma. Un fallimento, di cui l’OCSE teme le ricadure sulla prosperità economica, ma non sa o non vuole indicare cause e nemmeno rimedi.

Se il panorama internazionale non è roseo, l’Italia va persino peggio, soprattutto per quanto riguarda l’università. In un contesto di contrazione delle risorse, i numeri sulla percentuale di laureati (34-esimi su 37 paesi) e sulla spesa per università in rapporto al PIL (35-esimi su 37) confermano un ritardo nella formazione che rispecchia fedelmente un sottofinanziamento storico, aggravatosi in seguito ai tagli degli ultimi anni. Eppure, nella country note, il clamoroso dato sui laureati è riportato in una sezione dal titolo quasi surreale:

Complessivamente il livello d’istruzione è aumentato, specie per le donne.

Solo sei nazioni hanno risposto alla crisi economica riducendo in termini reali la spesa complessiva per l’istruzione e, con il suo -11%, l’Italia è la seconda ad aver tagliato di più tra il 2008 e il 2011. Un dato inequivocabile? No se lo si depotenzia con un titolo come

La spesa pubblica per l’istruzione è diminuita, in parte compensata da finanziamenti privati.

Si noti che nel caso dell’università, i maggiori finanziamenti privati sono dati dall’aumento delle tasse universitarie, che ci vedono terzi in Europa dopo Regno Unito e Paesi Bassi. L’Italia è terza come percentuale di NEET, i giovani che non lavorano ma neppure studiano o seguono percorsi formativi. Ancor peggio, in Italia tra il 2011 e il 2012 i NEET crescono di più che in ogni altro paese. Un atto di accusa per i governi recenti. Che titolo sceglie l’OCSE?

Le difficoltà cui fanno fronte i giovani italiani per trovare un lavoro rischiano di compromettere gli investimenti nell’istruzione.

Cosa diceva la canzone?

Il futuro è così luminoso che devo indossare gli occhiali da sole.

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Pubblicato sul Manifesto del 10.09.2014

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