Worshipper


Sul Foglio è apparso un lungo articolo intitolato La scuola che Renzi non vede – Contro il mito del posto pubblico. Inchiesta sui (folli) criteri di assunzione nelle università italiane. Una collezione pressoché completa dei luoghi comuni sull’università italiana, a partire dall’abolizione del valore legale del titolo di studio fino ai troppi laureati (chissà se l’autore sa che siamo ultimi in Europa per percentuale di laureati o se è al corrente dell’Indagine conoscitiva del Senato sugli effetti connessi all’eventuale abolizione del valore legale del diploma di laurea). Ma forse dovremmo ricrederci. Con compiaciuta arguzia, l’ineffabile estensore dell’articolessa osserva che «All’estero gli anglofoni trovano molto divertente che il nostro ruolo accademico onorario di cultore della materia sia traducibile in “worshipper of the subject”». Ripensandoci, come si fa a dargli torto? Se un ex alunno del collegio Ghislieri di Pavia, esperto – pare – di illuminismo (ma cattolico, beninteso), Inghilterra e calcio, è convinto che la traduzione naturale di “cultore” sia worshipper, cominciamo anche noi a pensare che in questo paese abbiamo qualche laureato di troppo.

Cultore

worshipper

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44 Commenti

    • (Provocazione) visto che alla fine una parte dei laureati in Italia vanno all’estero e che non ne vengono “importati” direi che si, ce ne sono troppi.

    • Questo però non significa affatto che avere più laureati possa giovare alle economia anche se dati storici e a breve termine possano indicare il contrario. Facendo un discorso generale e considerando la congiuntura economica che attraversa l’Europa e gli USA, in altre parole le economie Occidentali e considerato che mai nella storia di questi paesi ci sia stato un numero cosi elevato di laureati o comunque di lavoratori d’ufficio con titoli di istruzione medio-alti a discapito di un ingente smantellamento dell’Industria manifatturiera, in prevalenza delocalizzata o dismessa, qualche dubbio viene che la direzione intrapresa sia sbagliata.
      Non dico che non debbano esserci laureati, ricercatori, professori, ecc. dico solo che dare un peso eccessivamente elevato nella piramide produttiva a questo tipo di lavori possa essere un rischio fatale cosi come aver dato un peso eccessivo alla finanza ha portato alla crisi del 2008.
      A mio avviso non riconoscere l’importanza delle competenze ed abilità manuali relegandole a coloro che non hanno abilità scolastiche e identificandole con lavori per “perdenti” è un dei maggiori indici di degrado culturale delle società avanzate. E’ questo errato grado di percezione e di arroganza imperiale che ci ha spinti verso la Globalizzazione, relegando i lavori manuali a popoli poveri e ignoranti. Cosi stiamo perdendo pian piano la capacità di fare e ora che i poveri cinesi non sono più tanto poveri e hanno le risorse finanziarie per investire anche in ricerca sono capaci di farci concorrenza ormai su tutto oppure comprano direttamente le nostre aziende.
      Invece da noi si continua ad investire rigorosamente a debito, questa è l’aberrazione, sperando in una ripresa economica che non arriverà mai forse perché il mito della crescita infinita è pura utopia. Alcuni economisti dicono che un paese che non produce internamente almeno l’80% dei prodotti che consuma è destinato a fallire. Negli USA oltre il 70% del PIL deriva dal settore Terziario (fonte Wikipedia). Il loro PIL cresce ormai pochissimo ma quello che è peggio è che il debito, sia pubblico che privato, continua a crescere e questo significa che si investe pesantemente senza raccogliere sufficienti frutti. Qualche dubbio su questo modello io me lo farei venire. Dico solo questo. Altrimenti ci troviamo come nel 2008, secondo me l’anno in cui gli USA sono di fatto “falliti”, quando nessun economista era stato in grado di prevede la crisi: eppure quando fai soldi con la finanza, lavorando sul debito e sull’effetto leva a discapito di investimenti nell’industria qualche dubbio dovrebbe venirti che prima o poi il gioco sarebbe finito. Se lo chiedevano a qualunque persona ignorante ma di buon senso sono convinto che ci sarebbe arrivata eppure non posso credere che uomini di cultura, intellettuali economisti accreditati abbiano non solo teorizzato ma anche pianificato assieme alla classe politica americana degli anni ’80 una finaziarizzazione cosi pesante e deregolata dell’economia.
      Dicevo non vorrei che ci trovassimo tra qualche anno con una sorpresa stile 2008 dove gli economisti cosi determinati nel perseguire un modello economico basato su un elevato numero di lavoratori con titolo di studio medio/alto, dicessero poi che il disastro non era prevedibile.

  1. Fra le varie amanità che scrive il soi-disant worshiper di Voltaire ( che insieme ad Einaudi si sta rivoltando nella tomba) dell’articolo sul Foglio ce ne sono due particolarmente interessanti e purtroppo ricorrenti nella pubblicistica.
    1. La ricerca dovrebbe occuparsi “di ciò che serve”.
    Parafrasando, la ricerca deve guardare all’utile e non al dilettevole. Si può anche essere d’accordo che non si possono pagare migliaia di persone perchè si trastullino, però
    a. Utile a chi?
    b. Utile come?
    c. Utile quando? Perchè se la ricerca guardasse tutta a domani o doman l’altro non avrebbe vita lunga e forse neanche senso. Grandi applicazioni tecnologiche di oggi nascono da intuizioni di decenni fa. Il tipo crede davvero che Maxwell pensasse ai telefonini di diciottesima generazione quando ha scritto le sue equazioni? E lasciamo perdere Einstein che, si sa, era un disadattato.
    c. a volte l’utile fiorisce prorio dal dilettevole, anche quando meno te lo aspetti e dove meno te lo aspetti (chiunque abbia fatto ricerca per davvero lo sa bene); anche nelle discipline più prossime “all’utile” (nel senso “utilizzato” dall’estensore dell’articolo)
    2. ma sarà poi vero che all’estero assumono per quello che si farà (il progetto) e non per quello che si è fatto? Mah… Allora perchè anche in Inghilterra e USA si ostinano a chiedere CV, lettere di endorsement (vulgo raccomandazione di perfidi baroni), elenchi di pubblicazioni, citazioni, h-factor e altre moderne diavolerie numeriche che ci stanno ammorbando l’esistenza?
    Io non ho proprio cuore per registrarmi al Foglio (lo ammetto è un mio limite). Magari ROARS potrebbe farlo e invitare il worshiper ad una pubblica e amichevole discussione su questo sito ( vabbé, sto scherzando).
    Per intanto, auguri per il nuovo anno. Stiamo sereni!

  2. Consiglio vivamente di leggere l’articolo prima di commentare. Confesso che basandomi su quello che scrive Giuseppe de Nicolao, lo avevo malgiudicato. Mi ero perso delle perle.
    ——–
    “Il regista Sydney Sibilia, qualche settimana fa, ha sconfessato l’ipotesi che il suo “Smetto quando voglio” vada visto come film belligerante, di denuncia e di metafora anziché come film comico…” film troppo complesso per l’autore. Mi permetto di suggerire “Peppa Pig”: dura cinque minuti e il messaggio dovrebbe essere sufficientemente chiaro.
    ——–
    “…un assistente di chimica della Sapienza” Assistente?? Ma da quanti anni non esistono più? Tra le altre cose, Pietro, il protagonista è neurobiologo. Alberto è il chimico…
    ——–
    “…nel giacersi finalmente con donne fatte a forma di donna…” Ma il tizio che scrive l’articolo, ha mai visto che “forma” ha l’attrice Valeria Solarino, che interpreta la fidanzata di Pietro??
    ——–
    “..la retribuzione in università non dovrebbe essere vista come ricompensa per le passate glorie ma come investimento per creare in futuro qualcosa che non c’era..” Per molti ragazzi la differenza vera sarebbe averla, una retribuzione…
    ——–
    “…Per romantica che possa essere, all’idea della ricerca passionale conseguono solo danni; se invece si definisce la ricerca non come fare ciò che piace ma come fare ciò che serve…” Infatti, buona parte di coloro che hanno vinto il premio Nobel sapeva esattamente cosa voleva fare, come farlo e a cosa serviva…
    ——–
    “Viene prima l’esigenza e poi il progetto, quindi il progetto non deve creare da sé l’esigenza che ne giustifichi il finanziamento..” Vedi sopra.
    ——–
    “… a medicina, e non solo a medicina, serve il test d’ingresso e serve [in agggiunta] l’anno di sbarramento…” No comment.
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    “…L’università non dovrebbe essere […] il setaccio per produrre una élite prima escludendo gli incapaci, che fanno numero e basta, poi consigliando a quelli così così alternative più confacenti… in questo modo portando senza zavorra alla laurea quelli più bravi, gli highlander [!!] che con minimo [!!!!] margine di errore riusciranno produttivi nel mondo delle professioni e della ricerca: la futura classe dirigente[!!!!!!!!]…” Idem
    ———
    Ci sarebbero ancora una serie di altre perle, ma non vorrei svelare la sorpresa. Quale sorpresa? Quella del finale di “smetto quando voglio”, che chi ha scritto l’articolo dovrebbe vedere prima di citare…

    • Mi spiace non essere riuscito a trasmettere il valore dell’articolo di Gurrado che, nel suo genere, è un piccolo capolavoro. Ringrazio Marco Bella per l’efficace raccolta di perle. Ci sono tanti modi per guadagnarsi la fama presso i posteri.

  3. Cos’è ‘sta roba?! Un altro scherzo?
    “…nel giacersi finalmente con donne fatte a forma di donna…” poi.
    Anvedi.
    L’articolo, più che uno scritto voltairiano che arrivo a capire piuttosto bene, mi ricorda un’opera dadaista.
    Anzi no, surrealista.
    Tipo la Fontana di Duchamp, per intenderci. Però forse quel “fontana” suggerisce qualcosa…chissà.

  4. Spulciando il non granché ameno sito web da voi linkato, trovo questo appello in difesa della riforma Gelmini, datato 26 novembre 2010, ossia poco prima che l’irreparabile venisse commesso:
    http://www.ilfoglio.it/articoli/vr/110972/rubriche/difendiamo-luniversit-dalla-demagogia-appello.htm

    Si tratta di un prezioso reperto che andrà analizzato da parte degli storici della cultura (internet ha la memoria lunga, purtroppo o per fortuna); con tanto di strali contro la “protesta demagogica e fine a se stessa” inscenata (allora) da una parte, fortunatamente (per i firmatari) minoritaria (e ti pareva!) del mondo universitario. Scorrere le motivazioni per le quali gli illustri cattedratici difendevano il provvedimento, francamente muove al sorriso (se non allo sghignazzo): “perché riorganizza e moralizza gli organi di governo degli atenei; perché limita la frantumazione delle sedi universitarie, dei corsi di laurea e dei dipartimenti;
    perché introduce norme più efficaci e razionali per il reclutamento dei docenti; perché stabilisce regole certe e trasparenti per disciplinare i casi di disavanzo finanziario e di mala gestione; perché fissa dei criteri di valutazione per le singole sedi universitarie e per i singoli professori”.
    Date un’occhiata alla lista dei primi firmatari: qualcuno di loro nel frattempo avrà aperto gli occhi, capendo alfine quel che quei facinorosi scesi in piazza avevano capito subito, o non ci sono speranze?

  5. Non posso non far notare che stiamo parlando niente popo’ di meno che dell’autore di quel grande capolavoro. Una pietra (che dico una pietra, una mazzacana) nel mondo del calcio:
    “Ho visto Maradona” (Ediciclo, 208 pagine, 14,50 euro SPESI BENISSIMO) è un romanzo che ti fa fare un salto indietro di un quarto di secolo. Catapultati nella Napoli del 1990, l’autore e collaboratore di Tempi Antonio Gurrado ripercorre la corsa degli azzurri di Diego Armando Maradona verso il secondo scudetto e quella della nazionale italiana che schiantò le proprie ambizioni di vincere (GRAZIE A TOTO’ … SCHILLACI) il quarto mondiale proprio contro l’argentina guidata dal Pibe de oro. Non solo.
    Ho visto Maradona è di più (PURTROPPO): è un tuffo in un’Italia che oggi non c’è più (MENO MALE), alla scoperta delle sue abitudini, dei suoi pregi e dei suoi vizi; un paese che nemmeno si immaginava lo scandalo Mani pulite (E COME FACEVA AD IMMAGINARSELO? COME DICO IO? UN PAESE CHE NON AVEVA MAI SENTITO PARLARE DI MAFIA, ‘NDRANGHETA, SACRA CORONA UNITA E CAMORRA, COME CAVOLO FACEVA AD IMMAGINARSI UNA SCIAGURA DEL GENERE?) che di lì a poco sarebbe scoppiato e avrebbe dato poi vita alla Seconda Repubblica (MENO MALE CHE SILVIO C’è). E poi, Ho visto Maradona, è la storia di quattro ragazzi: Gringo, oriundo di Caserta, figlio di impiegati statali (UNIVERSITARI???), ama Napoli così com’è e vuole lasciare andare le cose come sono sempre andate (BENISSIMO. CHE STRANE IDEE VOLER CAMBIARE NAPOLI E L’ITALIA) ed è, naturalmente, tifoso sfegatato di Maradona (NATURALMENTE, ANCHE DEL SEGNOI DELL’OMBRELLO AGLI ITALIANI CHE PAGANO LE TASSE9.
    Il Milanese, comunista, figlio di proletari (SPORCHI COMUNISTI), si sforza di parlare in italiano corretto e detesta il pressappochismo diffuso e proprio per questo non può che essere tifoso innamorato della meritocrazia e del collettivismo praticato dal Milan di Sacchi 8NOTO COMUNISTA ANCHE LUI); e di Mozzarella e Anatomia troppo ossessionati rispettivamente da cibo e sesso per voler cambiare le cose (BE’, COME DARGLI TORTO?). L’esito del campionato di calcio 1989/1990 segna anche la lenta e traumatica rottura del loro sodalizio. E la fine del grande Napoli e del suo irraggiungibile capitano, Diego Armando Maradona (IRRANGIUNGIBILE ANCHE DALLA GUARDIA DI FINANZA).

  6. Cari Universitari “strutturati” che scrivete su ROARS,
    fate bene ad indignarvi davanti ad articoli ignobili come quello oggetto del post. Chiunque abbia un cervello si dovrebbe indignare davanti a questo declino/sfacelo socio-economico-culturale apparentemente senza fine.
    Mi permetto di farvi notare pero’ che la responsabilita’ di questa nefasta percezione del mondo universitario è tutta vostra, degli intrighi, delle cordate, delle lotte di potere, dello scarso senso etico, dello scarso interesse verso la scienza e la ricerca in generale che avete troppo spesso dimostrato. Pur dando per scontato che nessuno che scrive qui l’abbia mai fatto in prima persona, avreste dovuto indignarvi pubblicamente con altrettanta veemenza quando i vostri colleghi sacrificavano il meritevole per il raccomandato, quando organizzavano le elezioni delle commissioni di concorso, quando intimavano ai partecipanti ad un concorso (in genere quelli migliori) di ritirarsi sotto minaccia. Dove eravate allora? Perche’ siete rimasti tutti in silenzio? Adesso ovviamente recuperare è difficile, soldi non ce ne sono quasi piu’ e, pur essendo fermamente convinto che l’unica speranza di questo paese sia investire le poche risorse rimaste in istruzione e ricerca, ammetto che farei veramente fatica ad affidarvele.
    V.

    • Io sono sempre stato un appassionato delle punizioni collettive. Nella storia dell’umanità hanno sempre dato i risultati migliori e i loro sostenitori erano di norma i più lucidi e lungimiranti interpreti delle loro epoche. Prima di scatenare la pioggia di fuoco su Sodoma … ops sull’università italiana devo però capire che relazione ci sia tra questa manica di pervertiti, corrotti, conniventi, omertosi, mafiosi (credo che abbiano anche l’alito che puzza) e questi dati bibliometrici.


      Sia chiaro che nessuno può negare che nel mucchio ci siano pervertiti, corrotti, conniventi, omertosi, mafiosi (e anche qualche collega dall’alito mefitico). Ma a nessuno verrebbe in mente di scatenare la caccia al chirurgo in quanto tale (ammesso e non concesso che la categoria goda di cattiva fama per i suoi maneggi) per la semplice ragione che prima o poi capita a tutti di doversi far curare. Ragionare in termini di responsabilità (e punizioni) collettive è comprensibile nell’uomo della strada rintronato da dei media al di sotto di qualsiasi soglia di decenza. Meno comprensibile in chi dovrebbe essere abituato al ragionamento scientifico. C’è chi ruba i bambini e chi è usuraio per natura. In passato sono stati messi in riga. Ora è il nostro turno e vivremo finalmente in una società migliore.

    • Se si rimane in tema di colpe collettive si potrebbe dire che il worshipper appartiene alla brutta razza degli umanisti che non contribuiscono agli indici bibliometrici nazionali perché scrivono monografie ed anche capitoli di libri e articoli non indicizzati. Verrebbe quasi da additarli come capri espiatori, ma sarebbe poco originale perché sono già nell’occhio del mirino. Il problema è che se ci si documenta prima di lanciare anatemi su intere categorie si scopre che l’indicizzazione solo parziale della produzione scientifica nelle human and social sciences è comune persino nelle nazioni anglosassoni:
      ___________________
      Butler and Visser examined bibliographies from nine Australian universities in 1997 and 1999. While 90% of chemistry output was covered in the Web of Science database, the database covered only 25% of the output of economics and 17% of the output of policy & politics.” (Diane Hicks, http://works.bepress.com/diana_hicks/33)
      ___________________
      Però, vista la mia passione per le punizioni collettive, confesso che mi rincresce dover rinunciare ad un capro espiatorio così ghiotto per una questione di onestà intellettuale. Mi rifarò in altro modo. Ci sono le università del meridione con cui prendersela oppure anche la (numerosa) categoria degli “ordinari a fine carriera che non hanno mai scritto una riga in vita loro” (https://www.roars.it/online/lordinario-a-fine-carriera-che-non-ha-mai-scritto-una-riga-in-vita-sua-lintervento-di-mauro-moretti-al-secondo-convegno-roars/). E se qualcuno (come Mauro Moretti) mi dovesse far notare che si tratta di figure in buona parte mitologiche, mi darò da fare per trovare altri capri espiatori.

    • Passare dal worshipper di Voltaire cattolico all’adoratore del motore trifase mi sembra una vera e propria discesa agli inferi …

    • Chiaro esempio di worshipper informatico, bibliometrico.
      .
      Però, siccome in effetti non ero riuscita a stare attenta, sono andata a rileggere la “definizione” nell’ “articolo” (passando momenti di vero dolore) e in effetti si dice che:
      “Per romantica che possa essere, all’idea della ricerca passionale conseguono solo danni; se invece si definisce la ricerca non come fare ciò che piace ma come fare ciò che serve, la musica cambia sensibilmente.”
      “Tuttavia perfino nel settore umanistico, dove il confine fra ciò che piace e ciò che serve è labile e poroso, il criterio viene applicato con grande giovamento quando si identificano lacune nelle fonti del sapere collettivo.”
      .
      Cioè, ciò che piace, che appassiona, di solito non è ciò che serve. Quindi gli scienziati fanno ciò che serve, e raramente pure gli umanisti lo fanno, ma tristemente e un po’ disgustati in fondo.

  7. 1) io non ho parlato di “punizioni collettive” e la risposta mi lascia francamente perplesso. Penso pero’ che sentirsi un po’ di responsabilita’ addosso anziche’ povere vittime potrebbe favorire comportamenti appena piu’ etici in futuro (cosa che per ora non vedo)
    2) non posso fare a meno di notare che la bibliometria conta solo quando fa comodo
    V.

    • “io non ho parlato di “punizioni collettive” e la risposta mi lascia francamente perplesso. Penso pero’ che sentirsi un po’ di responsabilita’ addosso”
      ____________
      Grazie per la splendida risposta. Mi ricorda alcune delle migliori battute di Woody Allen.

    • “2) non posso fare a meno di notare che la bibliometria conta solo quando fa comodo”
      =============================
      È da quasi tre anni (questo mio commento risale al marzo 2012: https://www.roars.it/online/vqr-la-classifica-di-pinocchio-dellanvur/comment-page-1/#comment-476) che cerco di spiegare che i dati bibliometrici sono utilizzabili a scopo scientifico solo su scala sufficientemente aggregata. Non è questione di scelte di comodo, ma solo di tener presente lo stato dell’arte in ambito scientometrico. E anche su scala aggregata bisogna essere prudenti, in quanto gli enti confrontati non devono essere troppo eterogenei. Per esempio, confrontare la produttività bibliometrica di un politecnico con quella di un’università generalista esigerebbe una cautela del tutto particolare in quanto in un politecnico verrebbero a mancare intere aree umanistiche che sono bibliometricamente poco visibili dal momento che buona parte della produzione non è indicizzata nei database WoS e Scopus. A livello di intere nazioni, invece, i confronti sono considerati accettabili fin dall’articolo di King su Nature 2004:
      ______________
      D. A. King, “The scientific impact of nations – What different countries get for their research spending”, Nature, vol. 430|15, July 2004, http://mta.hu/fileadmin/2006/03/angol/da_king.pdf

  8. Vladimir, c’è stato di tutto, nessuno dice che le cose che scrivi tu non siano successe o non succedano (ora meno) ma semplicemente non sono la norma.
    La VQR dava un 5% di fannulloni doc.
    Parlando invece per esperienza personale posso dirti che ne conosco pochi e ho girato abbastanza l’Italia per dire che nel mio settore c’è parecchia gente che lavora più di quanto dovrebbe.
    Aggiungo anche che nel tempo certi comportamenti, chiaramente poco virtuosi, non hanno portato bene e che certi tipi sono stati isolati. Più che indignarsi italianamente a mo’ di sussulto e basta, come diceva Montanelli, ci sono le sedi e le occasioni opportune per “far fuori”, ad esempio coi voti, chi fa brutti scherzi, diciamo così.

    • @Lilla
      “Vladimir, c’è stato di tutto, nessuno dice che le cose che scrivi tu non siano successe o non succedano (ora meno) ma semplicemente non sono la norma.” NON ILLUDIAMOCI! PURTROPPO NON è CAMBIATO NULLA! Mani pulite e mafia capitale docet. Ciò non giustifica punizioni e tagli collettivi. Soprattutto nel campo della ricerca e dell’istruzioni che sono le uniche “armi” per sperare di ridurre la corruzione.

    • miiiii… non riesco a mandare un commento senza un errore …. ma come tutti gli uomini non riesco a fare due cose bene contemporaneamente. scusate per i typos ;-)

    • Circa l’articolo segnalato da Salasnich, trovo che, al di là della questione risibile del 25% di “fannulloni”, che non merita commenti, la senatrice non faccia una bella figura. L’aver introdotto in finanziaria una norma che, allentando peraltro il vincolo precedente, prevede la creazione di “un posto per ricercatore di tipo b ogni due professori ordinari” (e perché non un insegnante ogni cinque bidelli, o un professore associato ogni dodici studenti?), a me sembra avvilente. Continuare a pensare che il reclutamento dei giovani si possa fare con qualche comma o leggina, regolarmente disattesi dalle worst practices che l’università, ormai bestia affamatissima, è indotta a tenere da questa guerra di tutti contro tutti (aspiranti ordinari contro aspiranti ricercatori, ecc), senza aprire gli occhi sulla necessità improrogabile di uno sblocco del reclutamento con risorse dedicate, è imperdonabile.

  9. Dalla gelmina sono trascorsi 4 anni. Non era suo obiettivo principale mettere fine a tutti i mali e a tutte le disfunzioni dell’università?
    Se l’articolo in questione , del dic. 2014, riflette una ” nefasta percezione” , tale NF e’ relativa al presente, il quale presente e’ appunto postgelminiano. Vari aspetti dell’implementazione della gelmina sono stati analizzati, sviscerati, criticati, pubblicamente e con costanza, dai “dove eravate” di questo blog. Che evidentemente non erano o non eravamo nei posti di comando, dove invece la legge e’ stata accolta e messa in pratica con zelo acritico, burocratico e politico. V. Anvur, una per tutti. Non parliamo dei costi, perche’ l’ ANVUR certamente non e’ a costo zero, mentre all’interno degli atenei il costo “zero” ha significato soprattutto aumentare la burocrazia logorante e alienante, dunque costi umani, mi permetto di dire pesantissimi.
    Per quanto la situazione dei precari sia tragica e sia rimasta tragica perche’ la ASN credo abbia prodotto poche nuove assunzioni e soprattutto avanzamenti di carriera (e’ quello che vedo attorno a me) , la responsabilità di questii 4 anni esatti, che non sono pochi, va cercata altrove.

  10. Vorrei solo sottolineare che io non ho assolutamente scritto nulla in favore di tagli e punizioni collettive. Non ho nemmeno scritto nulla su universitari nullafacenti che, a mio parere, sono decisamente pochi. Che ci sia un po’ di coda di paglia?
    Quello che vorrei è che, oltre alla sacrosanta battaglia per aumentare le risorse a disposizione di ricerca e università, i tanti universitari “onesti” esercitino una altrettanto sacrosanta, ma per ora assente, “peer pressure” su quelli (secondo ROARS pochi, secondo me tanti) che mettono in atto pratiche di cooptazione e gestione dis-etiche (vi risparmio la lista delle pratiche). La correlazione tra queste pratiche e la produzione scientifica, dubito sia significativa. Credo al contrario che i grandi sfruttatori di stuoli di schiavi precari e “worshippers” pubblichino a spron battuto.
    V.

  11. L’articolo di AG meriterebbe una demolizione completa, per varie ragioni: competenze dell’autore, esempi, stile argomentativo, incipit, sede di pubblicazione. Purtroppo, scrivendo su un IPad, la stesura di un testo più lungo è abbastanza penosa. Mi limito a quest’analogia. Nel 2007 fece molto scalpore un lavoro di due neuroscienziate sulla preferenza cromatica di ragazze e ragazzi, da dove risultava che le femmine amavano il rosa e i maschi l’azzurro (o blu). Spiegazione: nulla di innato, per carità (e ci sarebbe mancato!), ma ‘culturalmente indotto’ da quando le donne erano specializzate nel raccogliere bacche (che sono quasi sempre rosa, come tutti sanno!), mentre gli uomini non so più a cosa di azzurro sarebbero stati esposti come cacciatori (forse agli ampi orizzonti dal cielo blu).
    Cercare in rete con Why Girls Like Pink. Si troverà anche la continuazione . Subito dopo una giornalista scientifica, irritata e severa, ha scritto , argomentando, che sotto l’etichetta di ricerca scientifica, per di più finanziata, si contrabbandavano vere e proprie idiozie. Volevo arrivare a questo. Succede nella ricerca, ma più spesso nel giornalismo rampante e filocratico.

  12. @Vladimir
    parlavi di cooptazione del “raccomandato” a scapito del “meritevole”, facendo quindi pensare che fossi contro la cooptazione del famoso “fannullone”;
    basandomi sempre su esperienze personali, tendiamo invece tutti a tenerci i più bravi, sui quali l’università, il dipartimento, il gruppo hanno investito in formazione e impiego, ricevendone in cambio impegno e collaborazione in termini di propri ricerca, didattica e servizi;
    .
    @Luca e Fausto sulla collega senatrice: se si è creata ora l’urgenza di imporre questo “vincolo” alle assunzioni è perché qualcuno ha creato una competizione impari tra strutturati e non, che hanno costi impari in una situazione di scarsità di risorse dovute a tagli e turn over strozzati.
    Far passare questa operazione ora come un atto eroico non è poi così intellettualmente onesto, possiamo chiamarla più onestamente “una pezza”, ma la situazione è rammendata maluccio perché il costoso vincolo non faciliterà la vita né ai “giovani” né ai “meno giovani”.
    Sul 25%: perché una collega spara numeri a casaccio pubblicamente? A chi si riferisce? Faccia i nomi allora.
    .
    @MIURinho: se quelle cose capitano meno è perché non ci sono i soldi! Ma capita meno anche il resto e allora è un gioco al ribasso per tutti.
    .
    Ma Renzi ora ha veramente esagerato. Cioè, si è paragonato ad Al Pacino. Precisamente all’Al Pacino di “Any given sunday”, anzi “Eni ghiven sanday”.
    Guardando il video, in effetti ci si può chiedere quale delle seguente frasi pronunciate da Al Pacino si avvicini di più a Renzi:
    – “Non so cosa dirvi, davvero”
    – “Io però non posso farlo per voi”
    – “Sapete tante cose ci vengono tolte, ma questo fa parte della vita”
    http://youtu.be/D3RlxUbG8-0

    • Sulla senatrice a vita e il 25% non documentato. La rimanderei alla ricerca, quello è il suo campo. Quantunque, quel 25 … mi lascia un po’ perplessa, quanto a mentalità scientifica. L’articolo, a modo suo, è penoso quanto l’altro sul Foglio. “Possiamo coltivare la speranza di aver fatto un passo nella direzione giusta”. .??? Non mi pare sia una frase dell’articolo, ma se è un riassunto dell’Espresso, coglie l’essenza dell’equilibrismo politico.

    • @Lilla
      Capita meno, ma se normalizziamo per i finanziamenti capita come prima o più di prima. Nevertheless, il discorso di Al Pacino mi sembra un discorso di un ubriaco alla riunione degli alcolisti anonimi (di questo non ho esperienza, quindi dico “mi sembra”), ma non ha nulla a che vedere con un discorso che un allenatore farebbe ai sui calciatori. “La vita è questione di centimetri, di qua o di la.. “, ma mifaccia il piacere! Questione di centmetri … ahahaaah! In uno spogliatoio che si rispetti, ogni due parole ci sono tre parolacce … figli di … tirate fuori i … etc …

    • @Marinella
      “passo nella direzione giusta”? Alcune università potranno permettersi molto difficilmente il lusso di reclutare!
      .
      @MIURinho
      Sei proprio un Mourinho.

  13. In Italia, ora, si usa molto un termine inglese, il «jobs act», che cosa ne pensa?

    «Penso che non c’è niente da fare, la socialdemocrazia tradisce sempre, perché punta a difendere il lavoro e non la classe lavoratrice. In Gran Bretagna abbiamo lo stesso problema, è un errore storico che si ripete, quando il profitto si abbassa ecco che si riduce la forza lavoro e si tagliano gli stipendi. Trovo incredibile che questo stia accadendo in Italia, dov’è finita l’opposizione?».

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