Enrico Fermi alla lavagna

C’è un dramma quasi sotterraneo che sta lavorando contro lo sviluppo culturale del paese e forse del mondo (tranne i paesi emergenti) aggravandosi di anno in anno: nessuno conserva la qualità della didattica, che pure era notevole, dall’Università alle scuole secondarie e primarie. Essere “professori” è diventato sinonimo di “impiegati” (di concetto, si diceva almeno, una volta). Per esserne orgogliosi bisogna però essere riconosciuti come “ricercatori” o “intellettuali”.

Basta guardare i curricula dei concorsi per rendersene conto: ci vuole la pubblicazione su riviste con referees o almeno un libro. E poi, la vittoria dei pedagogisti con i corsi di laurea di “Scienze dell’educazione o della formazione”, senza pretese di competenze disciplinari (specie  in scienze, ma forse anche nel settore umanistico) ha favorito il dilagare delle chiacchiere camuffate da norme d’uso della cultura scolastica. Altro che precari! Come fisico, conservo un ricordo indimenticabile di come facevano lezione Edoardo Amaldi, Enrico Fermi, Enrico Persico, Bruno Touschek, Bruno Ferretti e tutti i nostri vicini matematici: anche se di alcuni di essi conosco meglio la didattica che non il contributo creativo.

Tutti i corsi di laurea importanti avevano un’attività di formazione iniziale o di formazione in servizio (“aggiornamento”) degli insegnanti; i giovani universitari incominciavano a fare seminari o esercitazioni avendo poco più di vent’anni. Comunicare con chiarezza a ragazzi poco più giovani era un’attività debitamente riconosciuta. C’era la “libera docenza”, l’assistentato, l’incarico: tutto cancellato da tempo per un dubbio ammodernamento. Possiamo dire con compiacimento di essere, così, più simili agli americani? E che traguardo è, quello di assomigliare agli americani? Quando poi, ancora adesso, qualche giovane che si è laureato o addottorato in Italia, a nostre spese anche nel sistema pubblico – nonostante il nostro impoverimento – viene preso a scatola chiusa fuori d’Italia per fare quello che qui è una spesa e, altrove, è ancora considerato un investimento? Insomma, quello che voglio dire è che per recuperare il valore della didattica di qualità, bisogna che la consideriamo, appunto, come valore in sé e non come ricaduta di una “capacità di scoperta” cui non sempre si associa. Sembra che nessuno abbia più voglia di occuparsene e che la qualità didattica sia regredita a problema esclusivamente sindacale: niente di male se i sindacati se ne occupano, ma ricordiamoci che il problema non ammette etichette. E’ il problema dello sviluppo civile dell’umanità.

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