Segnaliamo la pubblicazione, sul sito ANVUR, dei primi documenti relativi ad AVA (Autovalutazione, Valutazione periodica e Accreditamento)

 

Qui i documenti
Qui le presentazioni

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6 Commenti

  1. Mi sembra si intenda imporre al sistema universitario italiano un modello estremo di “new public management” proprio mentre tale approccio inizia a essere criticato in molti paesi, tra cui quelli in cui è stato proposto. Per esempio, si vedano, per quanto riguarda la ricerca, le pagine sulla “fallacia del supermercato” nel libro di Donald Gillies “How should research be organized?” College Publications, 2008.

  2. I primi documenti sull’AVA possono spaventare per il loro carico “aziendalistico”, ma non sono necessariamente sintomi di una aziendalizzazione del sistema di istruzione superiore.
    Dal 2001 in poi nell’accademia italiana sono stati svolti molti interessanti esperimenti di autovalutazione (come CampusOne e simili) che, dopo l’impatto iniziale, si sono rivelati utili ed hanno coinvolto positivamente molte componenti delle istituzioni accademiche.

    Il processo descritto sinteticamente nei documenti sull’AVA sembra ricalcare “abbastanza” i principi di autonomia e responsabilità dei singoli centri decisionali che erano alla base di tali esperienze: ciascun ente si dà degli obiettivi, descritti e misurabili, e poi si confronta con la propria capacità di raggiungerli, aiutato da “valutatori esterni”. Fin qui, niente di male. Sarebbe soltanto un esercizio di trasparenza che male non farebbe ai meccanismi oscuri dell’accademia italiana.

    Poiché l’ANVUR esplicitamente invita al dibattito, è bene cogliere l’occasione per partecipare attivamente alla costruzione del processo di autovalutazione/valutazione/accreditamento senza pregiudizi.

    Innanzitutto, vorrei sottolineare che per la prima volta compare finalmente la fase di valutazione della didattica (e del sistema organizzativo) attraverso la Scheda Unica Annuale che sintetizza gli obiettivi e le caratteristiche dei corsi di studio, aggiungendo misurazioni dell’efficacia formativa. Speriamo soltanto che questa rilevazione non si aggiunga, ma inglobi, le rilevazioni effettuate tramite Rad e Off, in modo da risultare una semplificazione e non un aggravio burocratico. Qualcosa di simile è previsto per l’autovalutazione della ricerca.

    Alla fase di autovalutazione si affianca quella della valutazione esterna, attraverso visite in loco e confronto con esperti inviati dall’ANVUR. Anche qui, niente di nuovo o particolarmente inquietante.

    La terza fase, quella dell’accreditamento, è quella che forse dovrebbe meritare più attenzione. Mi pare di capire che l’accreditamento ha finalità “autorizzative” e cioè il mancato accreditamento può portare, ad esempio, alla disattivazione di un corso di studi che non risulti avere i requisiti richiesti. Teoricamente, questa non sarebbe altro che una estensione del criterio dei “requisiti minimi” (di docenza) già previsti nell’attuale quadro normativo. A differenza del criterio dei “requisiti minimi”, però, l’accreditamento avviene su un numero molto più ampio di parametri (non solo il numero e il settore disciplinare dei docenti). Inoltre, l’accreditamento avviene con un “atto ministeriale – su parere conforme dell’ANVUR – … che autorizza o non autorizza l’attività di corsi di studi o di intere sedi”.
    È in questo punto, a mio parere, che l’AVA contravviene ad un principio ispiratore di ogni processo di autovalutazione che è quello di stimolare al miglioramento continuo ed alla trasparenza delle azioni e degli obiettivi. Con l’efficiacia autorizzativa dell’accreditamento si mette in atto una strategia “puntiva” e non “premiale” come dovrebbe essere quella dell’accreditamento: qualsiasi “certificazione di qualità” ha l’obiettivo di segnalare una qualità positiva e dare un “bollino blu” a chi è riuscito, non quella di punire, con la retrocessione chi non è riuscito.

    Altra particolarità dell’AVA è nel potere “normativo” dell’ANVUR che, in qualità di agenzia governativa, non dovrebbe, in teoria, sostituirsi all’organo ministeriale nel determinare l’autorizzabilità di una istituzione. In questa prima ipotesi, L’ANVUR non solo ha il potere di determinare i criteri necessari per l’autorizzazione, ma di fatto decide quando l’istituzione può essere autorizzata o meno, essendo la decisione ministeriale presa su parere “conforme” dell’ANVUR. In genere, le agenzie governative hanno poteri istruttori, di controllo (e relativa sanzione) e consultivi, mentre in questo caso si configura un potere autorizzativo implicito. Ma su questo, probabilmente, sarebbe più qualificato ad intervenire qualche giurista.

    Come ultima osservazione, segnalo il misterioso ruolo della VQR. Pur non essendo citata nella descrizione del processo AVA, compare improvvisamente nei diagrammi di flusso al termine delle presentazioni. Sinceramente, non sono riuscita a capire che ruolo possa avere in questo processo. Non mi sembra che siano richiamati i criteri definiti nella VQR, né tanto meno gli esiti della VQR stessa. Non mi è chiaro quali siano le relazioni tra l’autovalutazione della ricerca e la valutazione effettuata dai GEV: se la VQR non è inglobata nel processo AVA, finalizzata all’accreditamento ed all’autorizzazione, quale sarà il reale utilizzo dei risultati di questa complessa macchina di valutazione della ricerca?

    • Bruna Bruno ha scritto: “segnalo il misterioso ruolo della VQR. Pur non essendo citata nella descrizione del processo AVA, compare improvvisamente nei diagrammi di flusso al termine delle presentazioni… quale sarà il reale utilizzo dei risultati di questa complessa macchina di valutazione della ricerca?”

      Può essere che Sergio Benedetto abbia già dato la risposta:

      “Tutte le università dovranno ripartire da zero. E quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra researching university e teaching university. Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa.” http://rassegna.unipv.it/bancadati/20120206/SIA6005.pdf

  3. […] E che dire del sito Roars che ha mosso critiche così persistenti (e argomentate) che ha fatto scomodare il consiglio direttivo dell’Anvur che in un comunicato ha dichiarato che  “l’Anvur ha dato ampia dimostrazione della volontà di confronto e condivisione della propria linea … e continuerà a farlo ricercando la collaborazione di coloro che sono animati da spirito costruttivo. Avendo verificato che le critiche del sito in questione [ndr, Roars], non soddisfano nel merito e nel metodo, a [sic] tale condizione, si asterrà d’ora in poi da qualunque commento o risposta”. Curioso che il consiglio direttivo di un’istituzione abbia scritto un comunicato per dichiarare di non voler più discutere con un sito web: se le critiche fossero state strumentali, non ci sarebbe stato certo bisogno di replicare in quella maniera. Infatti, sul sito Roars riconosciuti esperti di valutazione hanno scritto degli articoli piuttosto tecnici in cui si sono discussi i vari punti critici del vqr. Quello che si è chiesto a gran voce dal sito Roars, non è stato affatto di bloccare la valutazione perché si è contrari, “a prescindere”, magari portando argomenti strumentali per ottenere alla fine questo obiettivo. Piuttosto si è chiesta trasparenza nelle procedure e soprattutto dei criteri di valutazione che siano all’altezza di quelli adottati nei paesi in cui  la valutazione nazionale è da tempo una realtà. Tutto questo, purtroppo, non è avvenuto: al contrario l’Anvur ha pigiato sul pedale dell’acceleratore portandosi avanti anche in altri ambiti. […]

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