I proclami e i dati: i migliori standard europei e 25% di borse di dottorato in meno negli ultimi 5 anni

Il nuovo decreto sull’accreditamento [dei corsi di dottorato] allinea il nostro Paese ai migliori standard europei” con queste parole l’allora Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della ricerca Francesco Profumo presentava, l’8 febbraio scorso, il nuovo regolamento per il dottorato.

All’indomani della pubblicazione del provvedimento in Gazzetta Ufficiale (6 maggio), ci domandiamo ancora a quale Paese si riferisse Profumo. Il nuovo regolamento, infatti, ci è apparso subito come un’occasione mancata per organizzare in maniera chiara e coerente questo settore, magari facendo riferimento proprio a quei “migliori standard” così inopportunamente invocati.

Parliamo di occasione mancata perché è stato ignorato un tema fondamentale: la definizione dello status del dottorando di ricerca, che continua a vivere in una zona grigia fra la condizione del lavoratore – considerato che il dottorato “comporta un impegno esclusivo e a tempo pieno” (art. 12 co. 1) – e quella dello studente.

I migliori standard europei prevedono il riconoscimento del dottorando come ricercatore in formazione, professionista nell’Università e non studente, secondo quanto stabilito dalla Carta Europea dei Ricercatori (formalmente adottata da tutti i rettori italiani ormai 8 anni fa), nella quale si legge:

«Tutti i ricercatori che hanno abbracciato la carriera di ricercatore devono essere riconosciuti come professionisti ed essere trattati di conseguenza. Si dovrebbe cominciare nella fase iniziale della carriera, ossia subito dopo la laurea, indipendentemente dalla classificazione a livello nazionale (ad esempio, impiegato, studente post-laurea, dottorando, titolare di dottorato-borsista, funzionario pubblico).»

La stessa Comunità Europea richiede che i dottorandi, anche italiani, che ricevono borse coperte da fondi comunitari debbano necessariamente essere inquadrati tramite un contratto di lavoro.

Il riferimento ai dottorandi come “early stage researchers” era previsto in una prima bozza del regolamento (versione 27 settembre 2011, art. 8 co. 1) ma è misteriosamente scomparso dalla versione definitiva, e con esso è scomparsa un’importante base normativa per il riconoscimento del lavoro che migliaia di giovani svolgono quotidianamente nei nostri atenei.

Tra le conseguenze della scarsa chiarezza sullo status del dottorando c’è infatti il mancato superamento della figura del “dottorando senza borsa”, che impone anche il pagamento di assurde tasse di iscrizione ai corsi – fino a 2.000 euro l’anno secondo la nostra ultima indagine (ADI 2013, p. 10). Il numero dei dottorandi senza borsa potrà addirittura aumentare, grazie all’eliminazione del tetto del 50% di posti che possono essere banditi senza borsa (L. 240/2010, art. 19), soprattutto nei settori nei quali le risorse e il personale impiegato nella ricerca sono diminuiti drasticamente in questi ultimi anni.

I roboanti proclami di Profumo appaiono dunque fuori luogo, ma lo sono ancor più se letti alla luce dei dati sull’investimento economico sul dottorato di ricerca in Italia.

In base alle nostre rilevazioni (ivi, p. 6) su 21 università statali italiane, ciascuna delle quali nell’a.a. 2008/2009 aveva bandito almeno 100 borse di dottorato, nel corso degli ultimi 5 anni il numero delle borse è diminuito del 24%, per un totale di oltre 200 milioni di euro sottratti alla formazione dei giovani ricercatori.

Fig.1: Andamento temporale del numero totale di borse di dottorato bandite dalle 21 Università italiane che al 2009 contavano più di 100 borse di dottorato. Non c’è distinzione fra borse ministeriali e non ministeriali.

 

Nonostante un giudizio complessivamente negativo, riconosciamo alcune importanti novità contenute nel provvedimento sul dottorato di ricerca, in particolare riguardo i criteri di accreditamento: per istituire i corsi di dottorato gli atenei dovranno rispettare standard legati alla qualità della produzione scientifica dei componenti del collegio docenti e alla disponibilità di strutture e strumenti adeguati ai percorsi di formazione e ricerca dei dottorandi. Anche in questo caso ci saranno una tabella e una valutazione da parte dell’ANVUR, che aspettiamo per comprendere se i “criteri di qualità” adottati avranno senso o meno.

Alcuni dei vincoli previsti dal regolamento sono, però, indipendenti dall’ANVUR, quantitativi e omogenei per tutti i settori disciplinari, come quello relativo al numero minimo di borse di dottorato: «per ciascun ciclo di dottorati da attivare, la disponibilità di un numero medio di almeno sei borse di studio per corso di dottorato attivato, fermo restando che per il singolo ciclo di dottorato tale disponibilità non può essere inferiore a quattro» (art. 4, co. 1, lett. c).

Probabilmente l’obiettivo è quello di “rimescolare le carte”, colpire baronie e pratiche familistiche ormai sedimentate, ma criteri così definiti rischiano di essere controproducenti. Rischiano infatti di portare alla scomparsa di molti corsi di dottorato, anche di qualità, che trovano difficoltà nel reperire risorse esterne. Sarebbe auspicabile che la valutazione dei corsi si fondasse solo sulla qualità della ricerca.

Per queste e altre ragioni, che esponiamo nel dettaglio nella nostra analisi del regolamento, riteniamo che in un futuro molto prossimo si debba elaborare una nuova normativa sul dottorato.

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4 Commenti

  1. Salve a tutti, da poco sono iscritto al vostro sito che trovo interessante su diversi punti di vista.

    Nel mio piccolo seguo diverse realtà, e posso dire che ci sono ragazzi disabili che non vengono tutelati per i concorsi di dottorato di ricerca, nonostante la loro ottima volontà dimostrata anche con qualche anno in più per laurearsi….e spesso e volentieri nelle domande di ammissione per i dottorati di ricerca e nelle successive valutazioni titoli viene dato loro un punteggio scarso che non permette loro l’accesso alle prove e ammissione etc soltanto perchè magari le commissioni vanno a vedere i tempi di laurea impiegati o chissà cosa…

    Intanto sfiderei chiunque a studiare e a voler crescere nonostante la disabilità….

    In televisione vedo politici che parlano di tutto e di più …..ma della classe debole …nessuno se ne occupa….concretamente!

    Nei bandi di dottorato italiani, oggi giorno, parlano di “posti riservati” per dipendenti delle PA ….di persone estere con laurea estera o di italiani laureati all’estero etc, ma posti per i disabili non ve ne sono….e il ragazzo o ragazza malato/malata laureato etc come deve fare per continuare a crescere?

    La crescita professionale universitaria per un disabile, finisce con una laurea ? E nel post laurea, per i disabili che cosa esiste ?

    Niente….. soltanto al momento dell’iscrizione della domanda…dire se si ha bisogno di tempi prolungati per l espletamento della prova e possibile spostamenti di aula per barriere architettoniche…. ma per il resto non vi è niente …. visto che ogni commissione fa il bello e il cattivo tempo come selezione….non tenendo conto nemmeno della volontà che un povero cristo disabile ha messo per laurearsi anche con voti ottimi …..e così occorre aspettare il bando annuale….e ritentare. e pur volendo andare all’estero per fare un dottorato di ricerca, come devono fare sia per muoversi che per l’assistenza sanitaria….

    Cordialmente e scusate lo sfogo.

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