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La distruzione della didattica come “missione” irrinunciabile dell’università e la persecuzione burocratica sono diventati da tempo un obiettivo e un metodo apparentemente irrinunciabili per le politiche della valutazione e del merito. Parlamento e governo, in questi ultimi mesi, hanno dato altri due sonori ceffoni a coloro che ancora si attardano – con patetica ostinazione – a difendere l’idea che la trasmissione del sapere è importante quanto la sua produzione e dovrebbe dunque essere adeguatamente valorizzata e incentivata.

All’inizio di agosto, in occasione della conversione in legge del decreto 24 giugno 2014, n. 90, deputati e senatori hanno votato senza fiatare un emendamento con il quale si ribadiva che «la qualità della produzione scientifica dei professori reclutati dagli atenei all’esito dell’abilitazione scientifica nazionale è considerata prioritaria nell’ambito della valutazione delle politiche di reclutamento». Si lascia così implicitamente al buon cuore di questi professori la qualità del servizio garantito ai loro studenti, a partire dal tempo dedicato a lezioni, ricevimento, tesi. E non si offrono certamente ai Rettori solide ragioni per considerare prioritaria la lotta alla sistematica sottovalutazione dei doveri appunto didattici dei docenti. Un articolo pubblicato su una rivista con un impact factor elevato aiuta a risolvere ogni problema…

Lo Schema del decreto di riparto del Fondo di Finanziamento Ordinario per l’anno 2014 ha confermato, dal punto di vista di questa scelta che ben può dirsi strategica, la granitica coerenza dell’azione di questo governo rispetto a quelli che lo hanno preceduto. La «quota premiale» sale al 18 per cento del totale delle risorse disponibili e viene assegnata secondo queste percentuali: a) il 70 per cento in base ai risultati conseguiti nella Valutazione della qualità della ricerca (VQR 2004-2010); b) il 20 per cento in base alla Valutazione delle politiche di reclutamento (cioè, per quanto appena detto, in base ad un criterio sostanzialmente identico al primo); c) il 10 per cento in base ai risultati della didattica con specifico riferimento alla componente internazionale. Nella migliore delle ipotesi, dunque, questo è il rapporto che il governo riconosce fra il valore dell’insegnamento e quello della ricerca, assumendo peraltro, sulla base di argomenti che rimangono misteriosi e giusto per citare un paio di possibili esempi, che il numero dei corsi offerti in lingua inglese e quello degli studenti stranieri, quale che sia la loro provenienza, valgono come indicatore della qualità della didattica e ci rassicurano sul fatto che i professori vanno davvero in aula a fare lezione.

L’amore per la semplicità dell’ANVUR è un’altra certezza del sistema, che resiste ad ogni critica, proposta ed esercizio di buona volontà. Dai primi giorni di ottobre è disponibile la Nuova Versione delle Linee Guida per l’Accreditamento Periodico delle sedi e dei corsi di studio. Si tratta del documento che mi aveva dato l’ultima spinta ad urlare “ora basta!” insieme a Giovanni Salmeri. A quell’urlo si sono poi uniti altri colleghi, che come me speravano probabilmente in qualche novità. Un esempio aiuta a comprendere in che cosa si possa realmente sperare. La nuova versione del testo spiega così il contenuto del Requisito AQ 1, che garantisce che l’ateneo stabilisca, dichiari ed effettivamente persegua adeguate politiche volte a realizzare la propria visione della qualità della formazione: «Politiche e procedure rendono evidenti i ruoli, le responsabilità e le interazioni che si determinano tra Organi di Governo, CdS, Dipartimenti, Strutture di Raccordo o altre articolazioni interne dell’Ateneo, strutture tecniche di supporto, Presidio Qualità, Commissioni paritetiche docenti-studenti, Nucleo di valutazione. Tali elementi possono trovare formalizzazione, oltre che nello Statuto e nei regolamenti degli Atenei, in documenti di programmazione approvati dagli Organi di Governo e in delibere di Organi che, pur se non direttamente finalizzate alla programmazione, contengono indirizzi rilevanti a questo scopo». Avevamo proposto una radicale semplificazione dei requisiti di Assicurazione della Qualità, l’eliminazione dei Gruppi del Riesame e la fusione del Presidio di Qualità con il Nucleo di Valutazione di Ateneo, una decisa potatura della scheda SUA-CdS, l’obbligo di considerare i risultati e la qualità dell’attività didattica per l’attribuzione dei fondi premiali e/o di riequilibrio. Su quest’ultimo punto, il governo ha risposto con lo Schema del decreto di riparto del Fondo di Finanziamento Ordinario. Per quanto riguarda gli altri, portiamo a casa un significativo miglioramento delle Linea Guida dal punto di vista della leggibilità del testo. L’unico cambiamento, rispetto alla versione di aprile, riguarda le ultime righe, che suonavano così: «Tali elementi possono trovare formalizzazione, oltre che nello Statuto e nei regolamenti degli Atenei, nelle delibere degli Organi di Governo, nel Piano Strategico di Ateneo, nel documento di programmazione triennale, Linee guida, il documento “Politiche di Ateneo e Programmazione”». L’Accademia della Crusca ha forse motivo di rallegrarsi. Io non ci riesco proprio…

Che fare? Ieri ho letto che sono ormai più di sedicimila i colleghi pronti ad una azione di protesta di massa per superare il blocco degli scatti di anzianità, con azioni che comprometterebbero seriamente non solo la prossima VQR ma anche l’attività didattica dei nostri atenei. Non sono sicuro che troveranno il sostegno dell’opinione pubblica, ma dimostrano che i professori universitari sono capaci di mobilitarsi per le cose che considerano importanti (e questa – a scanso di equivoci – lo è certamente, anche se non condivido il modo in cui l’iniziativa viene presentata). Questa mobilitazione, purtroppo, non si ottiene per difendere “a costo zero” l’importanza dell’insegnamento e per curare il delirio burocratico che ci uccide con la terapia d’urto di una “disobbedienza civile” motivata e limitata nei contenuti: i Rettori non potrebbero che sanzionare il comportamento di singoli docenti o corsi di studio che si rifiutassero di compilare tutti gli assurdi campi di inutili questionari, dichiarazioni, moduli e schede, ma il sistema cambierebbe se lo facessero sedicimila professori, senza ridurre di una virgola il loro impegno per ciò che davvero serve a far crescere la qualità dell’offerta formativa. Durante l’incontro sulle criticità del sistema universitario promosso a Roma il 15 ottobre dall’Interconferenza Nazionale dei Dipartimenti-Coordinamento delle Conferenze di Direttori, Presidi e Responsabili di Strutture Universitarie, ho presentato questa proposta e uno dei colleghi presenti, Carlo Scoppola, mi ha poi inviato una sua riflessione, che, parlando della valutazione della ricerca, la anticipava quasi alla lettera: «È a questo punto che secondo me deve scattare una massiccia, condivisa, generalizzata obiezione di coscienza. Con lo scopo dichiarato di liberarci definitivamente di un mucchio di cretinate che ci fanno perdere un sacco di tempo. Anche a costo di buttare via qualcosa di buono, con l’acqua sporca: certamente essa non contiene bambini. La chiamerei una campagna per l’obiezione di scienza». Neppure l’ANVUR riuscirebbe ad ottenere la chiusura di intere università, che dimostrerebbero peraltro, appunto con la loro disobbedienza, di lavorare meglio. E forse sarebbe più facile anche chiedere che il blocco degli stipendi venga superato, perché è ingiusto e i docenti universitari non lo meritano più di altri servitori dello Stato.

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Quante possibilità ci sono che ciò accada? La stragrande maggioranza dei professori (e soprattutto dei professori ordinari) assiste indifferente alla distruzione dell’università e sembra che non ci sia modo di scuoterla dal suo torpore. I pochi che provano ad opporsi potrebbero stancarsi, perché la protesta inutile, a lungo andare, non può che sfociare nella resa. Vincerebbe in questo modo chi pensa che l’Italia non ha bisogno di una buona università, oltre che di una buona scuola. Magari unendosi a chi è convinto che la buona università può essere solo per pochi e che si può “spendere meno e spendere meglio” orientando in questa direzione la doverosa applicazione del principio della qualità e del merito e lasciando ai molti una formazione povera di strumenti e contenuti. Io non mi arrendo a questa conclusione. E ringrazio l’amico che, dopo aver letto questo articolo, mi ha esortato a ricordare che la battaglia non è ancora perduta e che noi lotteremo comunque fino alla fine. E anche dopo.

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22 Commenti

  1. Non posso che condividere, e cercare di diffondere, il messaggio dell’articolo.
    Da molto tempo cerco di combattere l’inutilità delle imposizioni ministeriali. Ma, d’altronde, ho la sensazione che se il ministero fornisce gentilmente una corda spessa, le università, singolarmente e nell’insieme, cercano sempre l’albero più alto (dovessimo mai toccare terra!).
    Ho iniziato il fine settimana (uno dei pochi, da tempo, dedicato alla famiglia) giocando e facendo zapping con mio figlio. Sabato ho dovuto incrociare le invettive di Giavazzi, domenica ho dovuto, di corsa, cambiar canale, andando sui più seri little pony, per evitare le zozzerie (altro che bollino rosso) di Rivieccio contro i professori universitari.
    Mi domando: quanto e cosa ancora, il sistema universitario aspetta per ribellarsi???
    Certo, in modo polemico anche su roars ho commentato, non si può pensare di alzare barricate solo su questioni economiche, che questi aspetti sono gli ultimi, in cascata, di una rivoluzione iniziata anni addietro (quanti erano sui tetti contro la legge Gelmini?). Vorrei lavorare per il gusto di farlo, credendo ancora serva a qualcosa, non per essere valutato.
    Per questo ho firmato il, tardivo, appello contro il blocco degli scatti. Ma è assolutamente vero che:
    “La stragrande maggioranza dei professori (e soprattutto dei professori ordinari) assiste indifferente alla distruzione dell’università e sembra che non ci sia modo di scuoterla dal suo torpore.”
    Anch’io non mi arrederò (anche se spesso la guerra mi par già persa). Ma dovremmo aver il coraggio di guardarci dentro ed intorno per (scusate la citazione) cacciare i mercanti dal tempio: hanno gioco facile i vari Rivieccio se pubblicamente, sulle home page ormai obbligatorie, molti docenti riportano frasi del tipo: “per il ricevimento nei periodi extra-lezioni prendere appuntamento”.
    La sensibilità verso i veri problemi delle università e le possibili battaglie, mirabilmente descritte nell’articolo, la potremmo pesare dal numero di commenti che seguiranno. Se saranno inferiori (come temo di molto) a quelli per articoli su temi “caldi” come abilitazioni e concorsi, avremo la misura di quanti sono realmente disposti a battersi per una università pubblica, aperta e di qualità.

  2. parificazione pubblico privato in tutto, anche per l’eliminazione dell’art. 18, tutti sulla stessa barca, allora non ci saranno più precari e granatiti a vita,

    parificazione pubblico privato con efficacia retroattiva da subito, nessun indispensabile, par condicio per tutti, allora sì che verranno fuori le persone “con gli attributi”,

    nel resto del mondo funzione così!!!!!!!!

    ora, qualche sociologo mi dirà “dipende dal contesto-socio-culturale”, in italia (scritto volutamente con la i minuscola) non è possibile…

    bene, allora non cambiamo, i precari sputeranno sangue, sudore e mangeranno m…….

    se siete contenti così……………..

    almeno c’è qualcuno che è d’accordo con la mia proposta?
    grazie,
    anto

    • Non male la prospettiva. Anziché rivendicare diritti, si propone di toglierli a chi li ha. Suonerà stantio, ma a me questo piace: “Il lavoro non è una merce che si compra e vende, perché attraverso il lavoro le persone trovano non solo i mezzi per sostentarsi, ma anche realizzazione e dignità”. (Non rivelo per il momento la fonte…) Io ai miei studenti faccio leggere Robert Solow che sostiene che i lavoratori non sono carciofi. Meno elegante, ma forse più moderno. E non certo un rivoluzionario, ma un banale democratico US.
      Qui siamo al rivendicare m(…) per tutti come condizione equa di partenza per la competizione… in questo paese negli ultimi 25 anni sono stati davvero avvelenati tutti i pozzi …

    • Se è vero che “La stragrande maggioranza dei professori (e soprattutto dei professori ordinari) assiste indifferente ………..”, comprendo bene lo sfogo di anto (immagino uno dei tantissimi precari).
      In realtà, ciò che è difesa ad oltranza di privilegi per alcuni (molti), per altri quelli (molti anch’essi) è solo la difesa di diritti elementari.
      D’altronde, il modello estero che tutti citiamo (spesso solo per ciò che conviene) non mi pare esaltante: i recenti articoli di stampa sull’andamento di università, ricerca, sistema formativo (anche in paese spesso richiamati ad esempio come USA e Germania) sono molto esplicativi.
      In ogni caso, è evidente che l’itera Italia non può continuare a reggersi sullo sfruttamento di generazioni a cui non è data alcuna prospettiva (basti guardare la sintesi al proposito di De Nicolao): non si può accettare che soltanto il 3,4% degli assegnisti (ovvero personale già formato e specializzato) abbia accesso alla carriera universitaria.
      Visto che parliamo tanto di valutazione, di battaglie, forse la battaglia sui precari potrebbe essere la madre di tutte le battaglie.
      È accettabile che “la stragrande maggioranza che assiste indifferente” basi le proprie attività di didattica/ricerca, valutazioni, ecc. sui interi battaglioni di precari senza prospettive?
      Per costruire un sistema equo di formazione superiore e ricerca (pubblica e non privata, vista i disastri fatti dal privato) non si devono togliere diritti ma privilegi e, al contrario, condividere, anche con i precari, i diritti fondamentali. Che, per i precari, significa sottrarre potere decisionale ai singoli docenti, dipartimenti, atenei.

    • Marco, concordo che la questione dei giovani sia quella centrale. Non sono così sicuro che sottrarre potere decisionale ai singoli docenti, diaprtimenti, atenei sia la soluzione di qualcosa. Chi li eserciterà poi questi poteri? E in quale direzione? AL momento il meccanismo para-sovietico messo in piedi con anvur mi sembra stia concentrando il potere nelle mani di pochi baroni (magari diversi da quelli che il potere ce l’avevano prima). A me non pare desiderabile…

    • Concorsi veri, puliti, trasparenti.
      Se lo stato bandisce un concorso per un posto da ferroviere partecipano in diecimila.
      Possibile che nei concorsi universitari ci sia, molto (troppo) spesso un solo candidato per un solo posto?
      Se questo è il metodo o eliminiamo completamente i concorsi puntando ad una cooptazione (che in Italia non sarà mai responsabile) o dobbiamo trovare un sistema di gestione (del potere) diverso.
      I metodi li possiamo discutere e individuare; con buona volontà e consapevoli che non possiamo più lasciar nulla a coloro che non hanno interesse a promuovere una università di qualità ma soltanto a consolidare e poi tramandare la propria posizione.

    • “Possibile che nei concorsi universitari ci sia, molto (troppo) spesso un solo candidato per un solo posto?” Mi piacerebbe sapere delle statitsiche a riguardo, sarà stata sfortuna ma a quelli che ho visto io in genere ci partecipavano qualche decina di persone almeno. Per le ASN non ne parliamo proprio, ci sarà un fattore 10 tra abilitati e assunti (forse di più se parliamo di assunti veri e propri e non promozioni). Dopodiché i concorsi sono già stati aboliti di fatto.

  3. Già, sono stati avvelenati tutti i pozzi,e li avete avvelenati voi. Non ci sarebbe bisogno di astruse metodiche di valutazione del merito se gli universitari lo avessero almeno minimamente preso in considerazione. La didattica non sarebbe stata annullata, se i docenti fossero stati capaci di insegnare. Vorrei sapere quanti professori ordinari italiani sono in grado di mettere su una lezione che vada oltre la presentazione unidirezionale di diapositive o almeno quanti sono consapevoli del fatto che la “didattica formale” è il meno efficace strumento di trasmissione del sapere. Gli ordinari che oggi se ne infischiano (la stragrande maggioranza, come dice l’autore) sono gli stessi che negli ultimi 2-3 decenni se ne sono infischiati di tutto, a parte il proprio, possibilmente lucroso, orticello, sono gli stessi che non hanno mai messo in piedi una procedura di reclutamento che non fosse di una nefandezza incredibile o quantomeno non hanno mai detto nulla di fronte alle nefandezze piu’ incredibili. Oggi continuano allo stesso modo, della ricerca non gliene frega nulla, della didattica nemmeno. C’e’ sempre qualche schiavo cultore della materia o assegnista (se dice bene) pronto a scrivere articoli, a fare lezione e a compilare le griglie di valutazione. La precarizzazione del ruolo (manco dello stipendio, almeno del ruolo) non ha nulla a che fare con la competizione con quelle merde di precari, è l’unico strumento che permetterebbe di dare una spinta al sistema e di farlo cominciare a girare. Ma, si sa, questa sarebbe una proposta estremamente pericolosa per il proprio orticello, per cui giu’ a bastonare chiunque osi anche sussurrarla.
    Adesso mi aspetto la solita risposta con i soliti dati a dimostrare che l’universita’ italiana è la piu’ produttiva del mondo in funzione delle risorse investite… intanto si procede a grandi passi verso l’abisso perche’ nessuno (mi ci metto anch’io per carita’) ha un briciolo di coraggio. Qualcuno si adegua, qualcuno fugge all’estero, qualcuno si lagna di non avere fondi, qualcuno se la prende (a sproposito) con l’ERC. La verita’ pero’ è che chi è causa del suo mal dovrebbe piangere se stesso.
    V.

    • “Adesso mi aspetto la solita risposta con i soliti dati a dimostrare che l’universita’ italiana è la piu’ produttiva del mondo in funzione delle risorse investite…” Già invece di scrivere lenzuolate di luoghi comuni noi usiamo i dati: ognuno ha le sue perversioni.

  4. @tutti

    qui non c’è bisogno di grandi articoli o discorsi.

    bastano un po’ di domande:

    1) Avete mai visto un “associato in fuga”?

    risp. “no!!!!!!”

    2) Avete mai visto un ric. a tempo ind. in fuga?

    risp. “no!!!!!!!!!”

    Avete mai visto un precario (con curriculum grosso) in fuga?

    risp. “SI’!!!!!!!!!”

    A buon intenditor…………………………….

    • Il problema è semplicemente chiedere e pretendere che ci siano concorsi veri (e non dei finti concorsi farsa tipo ASN) per il reclutamento. Certo che è l’emergenza il reclutamento, ma il fatto che sia calato del 90% dal 2008 ad oggi è dovuto solo a politiche irresponsabili prima del Governo Berlusconi e poi di quelli che sono seguiti, compreso quello del rottamante (o rottame che forse è più appropriato). Non si capisce che cosa vuole dire quello che lei scrive. Dove dovrebbero fuggire un PO, un PA o un RTI?

  5. @Francesco Sylos Labini

    gli strutturati non devono fuggire! non ne hanno bisogno…..

    chi si deve porre la domanda “dovrò andare all’estero per forza?”, sono tanti precari con curricula molto grandi, tanto, a volte più di RTI e di PA.

    tra i vari casi che si sentono spesso, spicca:

    http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_giugno_21/yara-ricercatrice-svolta-ha-lavorato-gratis-3ba9829c-f90e-11e3-b86c-bac0e6d7d70d.shtml

    Per questo occorre un piano straordinario di reclutamento, ad esempio tanti rtd B oppure altre soluzioni nuove.

    Non avanzamento di carriera, per questo l’ANS è inadeguata, perché premia chi sta già dentro,
    ma reclutamento………………………………………per avanzare c’è sempre tempo se stai dentro al sistema, ma se stai fuori (pur se meritevole) muori di fame!!!!!!!!!!!!!!!!

    spero che si sia capito

    • Si è capito infatti lo abbiamo detto e ridetto N volte con N>>1. Ci vuole un piano di reclutamento e non di avanzamento di carriera come sono di fatto le ASN. Le indagini dell’ADI e di Ricercarsi, che hanno cercato di fare chiarezza sul problema del precariato, hanno avuto *su questo sito*, unico tra tutti i siti che si occupano di università e ricerca massima risonanza. L’altro giorno alla conferenza stampa per la presentazione delle lettera aperta “Hanno scelto l’ignoranza” erano tra i relatori. Spero si sia capito.

    • ps “In Italia vi sarà una grande mobilitazione “Per La Scienza e La Cultura” per ottenere il rifinanziamento della ricerca di base e del diritto allo studio, per una nuova politica di reclutamento e per la de-burocratizzazione dell’università che deve cominciare proprio dalle dimissioni del Consiglio Direttivo dell’Anvur e dal suo radicale e complessivo ripensamento giacché si è dimostrata nociva e ha dato luogo a un insensato spreco di risorse umane a finanziarie.” https://www.roars.it/online/per-la-scienza-e-la-cultura/

  6. @Francesco Sylos Labini:

    grazie allora del contributo e dell’impegno;

    a questo punto si dovrebbe sensibilizzare Renzi in persona (magari qualche annuncio lo farà)

    Renzi si occupa solo della scuola (anche in relazione ai precari) ma mai dell’università (per quanto riguarda i precari).

    • Renzi sta ovviamente proseguendo la stessa politica distruttiva dell’università dei suoi predecessori. Si “occupa” dei precari della scuola per evitare una multa europea da circa 4 miliardi. Per quel che riguarda l’università, se mai ci fossero dei dubbi, la posizione è chiarita da Ilaria Capua, vice presidente della Commissione Cultura della Camera e compagna di partito del Ministro Giannini. Più chiari di così non si poteva essere:

  7. Mi perdoni dott. Sylos Labini, ancora ci troviamo a discutere, dalla stessa parte credo, di questioni marginali.
    Mi procurerò delle statistiche che, non essendo un addetto ai lavori, saranno senz’altro parziali (da che anno partiamo per l’analisi? Per quali settori? Con quali database? ecc.).
    Vorrei però da subito ricordare che le ASN non erano concorsi. E proprio averli considerati tali ha generato non pochi problemi. Il fattore 10 non credo sia completamente veritiero: con le progressioni interne e assunzioni, per PA sono stimabili circa 6000 unità su circa 17000 abilitati (se fosse rimossa l’assurda regola del punto organico tutti gli abilitati avrebbero potuto essere assunti).
    Per i PO il calcolo è decisamente più complesso e dipende dai vari indici interni a ciascun ateneo. L’assunzione di PO, però, ad oggi è estremamente difficile (e forse non è un male).
    I concorsi non sono per nulla aboliti ma, al contrario, si sono evoluti. In applicazione della legge 240, dopo l’esito delle ASN ciascun Ateneo programma concorsi in forme e modi differenti.
    Per inciso: apprezzo il ruolo di roars e dei suoi sostenitori (tra cui mi inserisco con umiltà); ciononostante non si può non vedere quanto è accaduto ed ancora accade in Italia su precariato, finanziamenti, concorsi, ecc.
    Siamo davvero così in pochi a vedere “la stragrande maggioranza che assiste indifferente”?
    O possiamo cercare tra le persone, per bene, che lavorano nella ricerca (non alla pari purtroppo io, lei e dall’altra parte precari come anto, legittimamente arrabbiati) trovare delle convergenze?
    Da molti anni esiste, al contrario, una incredibile convergenza di intenti assolutamente trasversale dentro e fuori il parlamento, spesso con la connivenza o tacita approvazione della ” stragrande maggioranza”. Per questo, contro la Gelmini (che non vorrei finire col rimpiangere) eravamo in pochi, sui tetti, a far barricate. E dopo, smontate le infruttifere barricate, siamo tornati a lavorare e combattere, in modi diversi, e ad armi impari: ricercatori (e docenti) contro una immane montagna fatta di decreti, valutazioni, autovalutazioni, accreditamenti, ecc. Un ottimo modo, che dai tetti già si intravedeva, per uccidere, lentamente, l’università.

    • Infatti sono proprio curioso di vedere con quali criteri i concorsi locali faranno selezione dalle liste ASN (a parte fare le promozioni, che e’ poi quello che faranno nella stragrande maggioranza dei casi).

    • La sua curiosità potrebbe rimanere insoddisfatta poiché, oltre alle promozioni (al 50% delle risorse complessivamente disponibili), ci saranno concorsi per esterni (20%) ed infine concorsi che, con ogni probabilità, finiranno ad interni. Il tutto in una babele di regole decise dai singoli atenei (93 università, 93 regolamenti); le promozioni nella gran parte casi saranno veri e propri concorsi riservati agli abilitati interni (1 a 1?). Ovvero, come ha giustamente osservato, i concorsi saranno aboliti di fatto. Anzi, sono di fatto aboliti poiché la gran parte degli atenei ha già reclutato, assunto, promosso o si accinge a farlo con procedure già in atto.

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