Negli ultimi mesi sono stato in Erasmus in Belgio e ho guardato l’Italia dall’esterno. In Italia, quando svolgi stage o tirocini, essere pagati è un’eccezione. La logica è “Devi fare gavetta, ti sto insegnando il mestiere – non ti pago, anzi dovresti essere tu a pagare me semmai”. Questa logica all’estero non esiste, o quasi. La stampa parla di questo fenomeno in maniera alquanto contraddittoria. Il Corriere è capace un giorno di ospitare la lettera del solito imprenditore che si lamenta dei giovani “choosy” e sfaticati, il giorno dopo di elogiare quanto siamo sgobboni rispetto ai colleghi europei. Poi vai a vedere che lavoro offre questo imprenditore: commerciale esperto di Russia e paesi arabi (quindi ultra-specializzato e formato), finta partita IVA per non pagare i contributi e lasciarti a casa alla bisogna (quando sei di fatto un dipendente), primi 6 mesi lavori gratis (stai imparando il mestiere, no?), poi stipendio di 1600 euro (a Milano, dove la vita non è certo economica). “Ma in Italia il lavoro è ultra tassato, i contributi bla bla…”. Anche negli altri paesi esistono le tasse, in Belgio ad esempio i contributi previdenziali sono più alti che in Italia. Senza un lavoro soddisfacente, non possiamo “diventare adulti” e rimaniamo “mammoni”. Raccontare che siamo viziati e snob rispetto ai nostri genitori ci fa perdere di vista le vere cause. Se non le vedi, non puoi neppure iniziare a trovare soluzioni. Questi sono i buoni propositi per il 2019: rifiutare la superficialità, esigere dai media e dalla politica profondità, comprendere la situazione, avere la costanza e la determinazione di cambiarla.

 

Pubblichiamo il “discorso di capodanno” di uno studente di giurisprudenza, che all’alba del 2019 si interroga sul destino dei “mammoni”. Ma davvero è tutta colpa loro?

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Si conclude il 2018, un anno complicato. A livello personale, in quanto alcuni periodi difficili mi hanno fatto capire che devo fare ancora parecchia strada, ma credo anche per il nostro Paese. Vorrei condividere alcuni pensierini sull’Italia. E no, non sarà un post contro il nostro governo giallo-verde. Voglio parlare di quanto sia difficile “diventare adulti” in Italia, in particolare trovare un lavoro soddisfacente che ci permetta di lasciare la casa dei genitori e costruirci la nostra vita indipendentemente.

Negli ultimi mesi sono stato in Erasmus in Belgio e ho guardato l’Italia dall’esterno. Ho conosciuto studenti di altri paesi, spesso interessati all’Italia, visto che per molti aspetti siamo ammirati e invidiati (cultura, stile di vita, pure eleganza della lingua), mentre per altri siamo guardati con scetticismo (erano i mesi ruggenti del bilancio in sfregio alle regole europee).

Parlando con loro mi sono reso conto che all’estero “diventare adulti” è più facile. Un’amica di Praga, studentessa di Giurisprudenza, questa estate ha fatto un tirocinio in uno studio legale di quella città: un’esperienza formativa, fatta da quasi tutti gli studenti cechi, che le ha permesso di vedere cosa sia nella pratica il diritto (cosa che a noi aspiranti giuristi italiani manca). La cosa che mi ha stupito è che per questo stage è stata pagata, pagata abbastanza da mettere da parte qualche risparmio. Sottolineo pagata. D’altronde, per quanto ancora studentessa non laureata, si trattava pur sempre di un lavoro che ha prestato e dal quale il datore di lavoro ha tratto un vantaggio, magari piccolo.

In Italia, quando svolgi stage o tirocini, essere pagati è un’eccezione. Penso a chi si laurea in Giurisprudenza e deve farsi 18 mesi di pratica forense, quindi dedicando tempo e impegno, senza essere pagato o pagato davvero poco. La logica è “Devi fare gavetta, ti sto insegnando il mestiere – non ti pago, anzi dovresti essere tu a pagare me semmai”. Questa logica all’estero non esiste, o quasi. Se fai qualcosa, anche di piccolo, vieni pagato. Anche a Praga, in Repubblica Ceca, paese che come l’Italia avrà problemi e difficoltà. Non è che i tirocinanti vengono pagati solo nei paesi ricchissimi. Questo fenomeno è una piaga per il nostro Paese: sempre più giovani lavoratori o laureati sono costretti ad andare all’estero in cerca di condizioni lavorative favorevoli. Magari non rinunciano all’idea di tornare in futuro in Italia: credo che la parte più difficile sia proprio l’inserimento nel mondo del lavoro e i primi anni. Si tratta di “risorse” (parola terribile quando parliamo di persone) che il nostro Paese perde, dopo aver investito denaro per formarle.

La stampa parla di questo fenomeno? In maniera alquanto contraddittoria. Il Corriere, il quotidiano più prestigioso del Paese (almeno per tradizione) è capace un giorno di ospitare la lettera del solito imprenditore che si lamenta dei giovani “choosy” e sfaticati, il giorno dopo di elogiare quanto noi giovani italiani siamo sgobboni e bravi rispetto ai colleghi europei. Linea editoriale molto coerente! Poi vai a vedere che lavoro offre questo imprenditore: commerciale esperto di Russia e paesi arabi (quindi ultra-specializzato e formato), finta partita IVA per non pagare i contributi e lasciarti a casa alla bisogna (quando sei di fatto un dipendente), primi 6 mesi lavori gratis (stai imparando il mestiere, no?), poi stipendio di 1600 euro (a Milano, dove la vita non è certo economica). Per questo stesso lavoro, all’estero probabilmente saresti pagato di più e avresti un bel pacchetto di benefit aziendali, la tredicesima e tutti i contributi. “Ma in Italia il lavoro è ultra tassato, i contributi bla bla…”. Anche negli altri paesi esistono le tasse, in Belgio ad esempio i contributi previdenziali sono più alti che in Italia.

Abbiamo voluto piegare il lavoro alle logiche del mercato. Facciamolo fino in fondo, a questo punto: l’offerta di lavoro si sposta dove c’è più domanda e dove quel lavoro è meglio retribuito. Quindi all’estero. Se vuoi le “risorse” umane per ampliare la tua attività o vendere in mercati redditizi come la Russia o i paesi arabi, devi investire del denaro per reclutare una persona che ti darà del valore aggiunto e offrire di più rispetto al tuo concorrente.

Senza un lavoro soddisfacente, non possiamo lasciare la casa dei genitori né essere indipendenti economicamente da loro. Non possiamo “diventare adulti” e rimaniamo “mammoni”. Sembra quasi colpa nostra, perché siamo viziati e snob rispetto ai nostri genitori. Raccontare tale fenomeno in modo così superficiale e meschino ci fa perdere di vista le cause vere di questo. Se non vedi le cause, non puoi neppure iniziare a trovare soluzioni.

Questi sono i buoni propositi per il 2019: rifiutare la superficialità, esigere dai media e dalla politica profondità, comprendere la situazione, avere la costanza e la determinazione di cambiarla nel nostro piccolo, non abbandonare il nostro amato-odiato Paese al declino.

Auguri di coraggioso 2019 a tutti!

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2 Commenti

  1. L’analisi del giovane ha tratti di verità. Per alcuni. Questo è un campo in cui si capisce che non vi è verità dalle statistiche. Accanto a giovani molto preparati, abbiamo un numero di studenti impreparati o molto impreparati. Non vale tentare di nascondere: la verità è visibile. Bisognerebbe avere il coraggio di valutare chi ha qualità, si impegna, conquista competenze, e indirizzare verso altri corsi/attività chi proprio non ha attitudine allo studio o capacità specifiche per quel corso di studio. Ciò significa perdere soldi… Le Università cinicamente non lo fanno per questo motivo e per non divenire poco virtuose.

    • Ogni discorso che giustifica l’esistente o auspica riduzioni di accesso all’istruzione superiore dovrebbe fare i conti con i numeri. Ovvero che siamo fanalino di coda per percentuale di laureati. O ci aspettiamo il crollo di tutte le altre nazioni che perdono soldi facendo studiare chi “non ha attitudine allo studio” oppure vuol dire che nelle altre nazioni i giovani sono migliori mentre quelli italiani hanno dei deficit congeniti tipici delle “razze inferiori”. Dato che entrambe le ipotesi sembrano azzardate, la spiegazione più semplice è che investiamo troppo poco in formazione.

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