Come sociologi sappiamo che la “neovalutazione” produce normalizzazione del sapere e “doping bibliometrico di massa”. Né ci sfugge che è il braccio armato di una “nuova ragione del mondo” che consiste nella “generalizzazione della concorrenza come norma di comportamento e dell’impresa come modello”. Solo così si spiega l’affermazione paradossale per cui anche una cattiva valutazione sarebbe comunque da preferire all’assenza di valutazione. Ciò significa che non si valuta davvero per fini scientifici, ma per governare le condotte secondo un disegno di ortopedia cognitiva che mira a modificare l’ethos del ricercatore. I premi alle presunte strutture meritevoli sono un cavallo di Troia, sono come i bocconi di carne che i ladri lanciano ai cani da guardia per poter svaligiare indisturbati una casa. La nostra casa comune, l’università, è da anni svaligiata. E credere che i sistemi valutativi premiali servano a garantirne la qualità è come pensare che la funzione dei ladri sia quella di cibare i nostri cani. 

Il post contiene il testo dell’intervento di Davide Borrelli alla sessione “La valutazione: Sociologia e Ingegneria Gestionale”. XII Congresso Nazionale AIS Sociologia in dialogo. Algoritmo, cervello, valutazione, Napoli, 23-25 gennaio 2020

Oggi non parlerò degli effetti perversi, delle devastanti conseguenze sistemiche, o delle grottesche falle metodologiche (ma perfino logiche) del dispositivo di valutazione premiale dell’università.

Del resto, una disputa tecnica tende a fare il gioco del dispositivo perché, risucchiata all’interno del suo codice, rischia di stemperare ogni radicalità, cioè di non aggredire le radici del problema. La mia non vuole essere una critica nel codice, ma una critica del codice. Una critica radicale, appunto, che scaturisce da un’insofferenza vissuta, comune a molti di voi – immagino. Una critica assimilabile alle “verifiche esistenziali” di cui parla Luc Boltanski: esse “non costituiscono soltanto ‘prove’ nel senso di ‘test’, […] ma anche ‘prove’ nel senso di qualcosa da cui siamo ‘provati’ e che pertanto suscita una forma di sofferenza, quantomeno psichica, qualcosa che ci tocca da vicino”.

Mi prova e mi tocca da vicino che scuola e università siano da anni definanziate, quando invece dovrebbero essere i pilastri di ogni Paese civile. E mi prova e mi tocca da vicino l’indignazione che mi assale ogni volta che, a fronte di tale cronico definanziamento, sento dire che il vero problema dell’università italiana sarebbe stato la mancanza di un serio sistema di valutazione (ricordate il problema del traffico nel film di Benigni?). Così come mi tocca da vicino vedere penalizzati dagli algoritmi della premialità atenei già largamente sfavoriti dall’operare in contesti socio-economici svantaggiati. Mi tocca da vicino e mi irrita lo stucchevole storytelling meritocratico usato per legittimare eticamente la disuguaglianza, cioè per colpevolizzare le vittime della condizione di cui soffrono. Mi tocca da vicino e mi pare atto di inaudito sprezzo del ridicolo aver posto a capo del sistema che dovrebbe vigilare sulla nostra qualità uno che non è stato neanche capace di scriversi quattro cartelle di candidatura senza copiare da internet. Mi tocca da vicino e mi preoccupa la barbarie di stabilire ex post i criteri di distribuzione dei fondi, trasformando il nostro Paese da culla a tomba dello Stato di diritto (e mi preoccupa che ormai quasi più nessuno se ne preoccupi). Mi tocca da vicino e deploro che mentre siamo tenuti ostaggio di valori-soglia, riviste di fascia A e di tutto il ciarpame degli annessi mezzi di distrazione di massa, le nostre prese di servizio sono malinconicamente procrastinate prima fino a quattro, poi a sei e ora addirittura a nove anni dopo l’abilitazione. Mi tocca da vicino e trovo francamente increscioso che vi siano corsie accelerate in certe sedi cosiddette di eccellenza (per lo più concentrate in determinate aree del Paese), e invece veri e propri binari morti in altre, in cui l’abilitazione serve tutt’al più come narcotizzante premio di consolazione. Mi tocca da vicino, infine, e mi suscita un senso di pena e di vergogna infinita vedere calpestate in nome della valutazione la nostra dignità professionale, la nostra autonomia scientifica e la nostra stessa intelligenza di sociologi.

Ed è proprio in quanto sociologo e rivolto a sociologi che vorrei affrontare il tema di quella che è definita “neovalutazione” per distinguerla dai tradizionali sistemi di riflessività in uso presso le comunità scientifiche. Questo dispositivo ci interpella tutti come comunità a dire qualcosa di sociologico, come nella celebre scena di Nanni Moretti che invita D’Alema a dire qualcosa di sinistra.

La prima cosa da dire è che siamo di fronte a una torsione governamentale delle pratiche di valutazione: di Stato valutativo ha parlato Guy Neave chiarendo che, se in passato lo Stato esercitava la funzione di guardiano dell’autonomia dell’università, oggi invece esso “ormai opera come ‘garante dell’università per il Mercato’”. E non si tratta tanto di una colonizzazione esogena, quanto piuttosto dell’assunzione endogena e consapevole da parte del governo dell’università del nómos della competizione di mercato, non saprei se per convinta adesione o conformismo opportunista.

Ma conviene davvero un’università allineata e isomorfa all’ambiente in cui opera? “Da un punto di vista ecologico, – spiegava Neil Postman 40 anni fa – nulla è buono in sé […] Quello che rende buona o utile una cosa è l’esistenza d’una forza opposta che la tenga sotto controllo”. La formazione dovrebbe funzionare come un termostato per la società: la sua virtù sarebbe innescare forze opposte e in controtendenza a quelle correnti, cioè – nelle parole di Postman – “offrire una controargomentazione, il rovescio della medaglia”. Insomma, l’università ha un ruolo ecologico più che teleologico, non promuove cioè un obiettivo definito ma mantiene nel sistema un equilibrio plurale di differenze preservando spiragli di “controargomentazione”. Voglio ricordare le parole del Presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno: “quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo anche il privilegio di essere liberi”.

Dire qualcosa di sociologico sulla neovalutazione significa innanzitutto demistificarne il carattere di rituale di manifestazione della verità (di una verità del potere eccessivamente, pretenziosamente esibita e giustificata). Significa restituire la presa di decisione al terreno della deliberazione democratica, e uscire  dall’incantesimo del “realismo capitalista” (Mark Fisher), ossia da quel there is no alternative che produce scelte negando che siano tali, secondo un collaudato copione di politica della spoliticizzazione.

Sia chiaro, si rinuncia colpevolmente a dire qualcosa di sociologico ogni volta che ci si sottomette al mantra dell’inevitabilità, ben sapendo invece che nel mondo del politico non c’è mai davvero niente di inevitabile. Quando la sociologia si fa irretire dalle sirene della neovalutazione, diventa essa stessa il becchino di sé perché avalla un abito mentale che delegittima il suo statuto epistemico e la sua ragione di essere. La prima vittima della neovalutazione è allora l’idea stessa di una scienza sociale e politica. Assumere decisioni sulla base di una valutazione dei meriti individuali significa liquidare la percezione dell’orizzonte sociale in cui hanno luogo i fenomeni umani, significa cioè dimenticarsi che l’individuo non è un ente astratto (come l’homo oeconomicus) ma è definito dal suo ambiente e dalla sua storia. Farlo poi sulla base di un dispositivo che si pretende neutro e oggettivo implica dimenticare la natura intrinsecamente politica di ogni decisione. Basta pensare al contesto in cui fu concepito il primo esercizio massivo di valutazione della ricerca, il Regno Unito di Margaret Thatcher, per comprendere la ragione governamentale da cui deriva l’enfasi sulla qualità dell’università, sulla competizione come strategia per raggiungerla e sulla valutazione come strumento per misurarla. Una delle più celebri frasi della Thatcher – in cui si condensa una visione del mondo esiziale per le nostre discipline – è quella per cui “non esiste una cosa come la società, ci sono solo gli individui”. Attenzione, il rasoio di Occam è pericoloso per la sociologia: basta un attimo e ci si ritrova epistemologicamente evirati.

Dire qualcosa di sociologico sulla neovalutazione significa anche rendersi conto che quanto succede alla nostra università ci racconta lo spirito del tempo presente e l’involuzione post-democratica della nostra società. Le attuali policy universitarie si inquadrano perfettamente in un modo di dominazione incentrato sull’idea di “governo tecnico” appannaggio di presunti saperi esperti. In realtà, più che di “governi tecnici” si tratta di vere e proprie “tecniche di governo” che sterilizzano la dialettica politica. In nome della competitività si riduce il possibile e si disboscano le differenze. E mentre è dubbio che i dogmi neoliberali riescano davvero a tenerci fuori dalla crisi economica, certo è che ci stanno precipitando dentro un’allarmante crisi democratica. Emblematico di questa strisciante de-democratizzazione della società (per citare Wendy Brown) è, ad esempio, l’uso della parola “governance” al posto di “governo”. Stesso discorso vale anche per il processo di Bologna che ha dato avvio alle riforme dei sistemi di istruzione superiore in Europa: la parola “processo” dissimula la sua natura di scelta politica travestendola da intervento amministrativo.

C’è uno scellerato filo conduttore che va dal Rapporto alla Commissione trilaterale del ‘75 fino al documento del 2013 di JP Morgan sulle Costituzioni antifasciste dei paesi dell’Europa meridionale, passando per la lettera della BCE al governo italiano del 2011, in cui fra le altre cose si chiedeva proprio di rafforzare l’uso degli indicatori di performance nel settore dell’istruzione. Questo filo conduttore è la contrazione progressiva degli spazi di democrazia e il rafforzamento delle funzioni potestative dei governi centrali. Oggi in Italia si guarda con malcelata insofferenza ai valori della nostra Costituzione (uguaglianza, progressività delle imposizioni fiscali, presidio pubblico della salute e dell’istruzione, libertà di scienza e d’insegnamento), al punto che tutti questi valori sono trattati come ingombranti retaggi del passato.

A tale progetto postdemocratico di società e di università gli accademici (e noi sociologi fra loro) si sono lasciati arruolare senza particolari difficoltà, anzi a volte con una solerzia fin troppo zelante per non apparire sospetta. Una specie di sindrome di Stoccolma, si direbbe.

Eppure, noi sappiamo bene che la neovalutazione produce normalizzazione del sapere e “doping bibliometrico di massa” da quando siamo tutti indotti a privilegiare “lo scrivere e il pubblicare a scapito del leggere e studiare” (Mats Alvesson). Né ci sfugge che la neovalutazione è il braccio armato di una “nuova ragione del mondo” (Dardot e Laval) che consiste nella “generalizzazione della concorrenza come norma di comportamento e dell’impresa come modello di soggettivazione”.

Solo così si spiega l’affermazione paradossale che spesso sentiamo ripetere, per cui anche una cattiva valutazione sarebbe comunque da preferire all’assenza di valutazione. Se ci riflettiamo, ciò significa che non si valuta davvero per fini scientifici, ma per governare le condotte secondo un disegno di ortopedia cognitiva che mira a modificare l’ethos del ricercatore onde trasformarlo in vero e proprio imprenditore della ricerca.

Assicurazione della qualità, meritocrazia, eccellenza, ranking: c’è stata negli ultimi anni una roboante inflazione di neolingua e di mitologemi manageriali. Abbiamo imparato da Roland Barthes che il discorso mitologico serve a naturalizzare e a opacizzare punti di vista che sono contingenti e dunque disputabili.

Consideriamo, ad esempio, il mito della meritocrazia. Le ripetute promesse di punire i cosiddetti “fannulloni” e di valorizzare i presunti meritevoli si sono rivelate di fatto una cortina fumogena per coprire tagli finanziari. Il concetto stesso di meritocrazia è frutto di spregiudicata frode semantica. Quando Michael Young lo propose nel 1958, questo termine aveva un’accezione negativa e  distopica. Oggi, invece, è usato mitologicamente come fosse la panacea per una società migliore e più giusta.

Altro mito d’oggi è il finanziamento cosiddetto premiale. Questi premi alle presunte strutture meritevoli sono un cavallo di Troia, sono come i bocconi di carne che i ladri lanciano ai cani da guardia per poter svaligiare indisturbati una casa. La nostra casa comune, l’università, è da anni svaligiata. E credere che i sistemi valutativi premiali servano a garantirne la qualità è come pensare che la funzione dei ladri sia quella di cibare i nostri cani.

Contro queste manipolazioni – e concludo – urge una resistenza che decostruisca i miti d’oggi sull’università. Basta con il ius murmurandi nei corridoi, pratichiamo il coraggio della verità e organizziamoci tutti insieme per liberarci dalle nostre catene mentali. Oggi come all’epoca di Etienne de la Boétie, l’autore del celebre Discorso sulla servitù volontaria, sorprende “come sia possibile che tanti uomini… a volte sopportino un solo tiranno, che non ha altra potenza se non quella che essi stessi gli concedono”. La via d’uscita ci sarebbe e ce l’ha mostrata proprio Etienne de la Boétie: “Voi potreste liberarvi se provaste non [dico] a liberarvene, ma soltanto a volerlo fare. Decidetevi a non servire più, ed eccovi liberi”. Grazie per l’attenzione

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3 Commenti

  1. Un intervento splendido. Mi sembra che in molti Atenei si stia persino sotto lo ius murmurandi; si sia inclini invece a essere quanto più zelanti possibile nell’obbedienza alla cialtronaggine dell’ANVUR; che si scodinzoli -ciascuno e tutti- nell’illusione che questo serva a salvarci. Penso sempre all’affermazione di Kant: «Chi si fa verme non può poi lamentarsi di essere calpestato». Non siamo nemmeno cani.

  2. Mi sembra ottimo analizzare con i nostri strumenti ciò che sta accadendo e le conseguenze per tutti. Condivido molto. I nostri colleghi che si sono piegati hanno una grossa responsabilità sulle spalle. Mi dispiace non aver avuto compagni di viaggio in questi penosissimi anni.

  3. Nel rapporto del 1975 della commissione trilaterale citato in questo articolo, scritto da Michel Crozier, Samuel P. Huntington, e Joji Watanuki, che ha come sottotitolo Report on the Governability of Democracies to the Trilateral Commission, si trovano delle cose molto interessanti. Ad esempio questa:

    At the present time, a significant challenge comes from the intellectuals and related groups who assert their disgust with the corruption, materialism, and inefficiency of democracy and with the subservience of democratic government to ”monopoly capitalism.” The development of an ”adversary culture” among intellectuals has affected students, scholars, and the media. Intellectuals are, as Schumpeter put it,

    ”people who wield the power of the spoken and the written word, and one of the touches that distinguish them from other people who do the same is the absence of direct responsibility for practical affairs.”

    In some measure, advanced industrial society have spawned a stratum of value-oriented intellectuals who often devote themselves to the derogation of leadership, the challenging of authority, and the unmasking and delegitimation of established institutions, their behavior contrasting with that of the also increasing numbers of technocratic and policy-oriented intellectuals. In an age of widespread secondary school and university education, the pervasiveness of the mass media, and the displacement of manual lavor by clerical and professional employees, this development constitutes a challenge to democratic government which is, potentially at least, as serious as those posed in the past by the aristocratic chiques, fascist movements, and communist parties.

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