È appena stata divulgata la notizia che il MIUR ha istituito (o si appresta a formalizzare) una “vigilanza” ministeriale (affidata ad un giornalista incaricato di monitorare le cose) sui concorsi universitari per assicurare l’oggettiva propensione al “merito”.

Spero che il prof. Conte, presidente del Consiglio, non sia al corrente della cosa (o delle intenzioni). È del tutto plausibile in un momento di così alte tensioni internazionali e preoccupazioni interne. E benché la questione non possa certo avere la importanza delle altre, è necessario tuttavia che ne sia informato. Ed è sperabile che trovi il modo di intervenire con urgenza per scongiurare la fine (ché di questo si tratta) dell’università pubblica in Italia.

Chiunque abbia una conoscenza anche solo elementare della materia, sa benissimo due cose.

La prima. Nessun “giudizio” di nessun tipo (e ad alcun livello) può, purtroppo, sfuggire alla “soggettiva” valutazione di colui che vi è chiamato. E che dunque è puro velleitarismo immaginare che possa essere esposto a “controllo”. Si può solo – con opportuni accorgimenti di sistema – contenere in limiti sopportabili (fisiologici) lo spazio di arbitrarietà del “giudice” (dall’arbitro di calcio a chi siede in un’alta corte di giustizia).

La seconda. Da vari anni, anche a causa dello scempio che ne hanno fatto i professori universitari (ai quali anche il sottoscritto appartiene e dei quali perciò porta anch’egli “oggettivamente” una quota di responsabilità), l’università pubblica è diventata luogo di conventicole (di ogni tipo) e di familismi diffusi. Non tutta, naturalmente. Ma una parte così grande da avere suscitato la giustificata indignazione di tanti. Ma questo non è, non può essere argomento per ignorare che – in nome di una “giustizia” popolare – non si possono affidare le sorti della scienza al pensiero “comune”. La scienza è relativa. Tanto da essere esposta a convinzioni che mutano nel tempo. Ma non è tale se non è coltivata con l’impegno e l’attenzione che solo coloro che ne conoscono a fondo i presupposti di efficacia (conoscenze condivise) sono in grado di riconoscere. Naturalmente si tratta di sapienti “relativi” (tali per il loro tempo e non per sempre). Ma devono essere sapienti. E non vi può essere altro modo per riconoscerli che affidarne il riconoscimento a chi lo è già.

Il problema di contrastare il malcostume, non è quello di rappresentarsi la realtà per quella che non è. Ma quello di aver chiaro come essa è e di disciplinarla perciò nel modo più efficace.

Clientele e familismi non si combattono con le “forme”. Si combattono creando “ambienti” di giudizio sufficientemente larghi per contrastare lo “scambio”. L’attuale regime dei concorsi va semplicemente cancellato.

Uno nuovo potrebbe essere (fatte salve modalità di avvio alla carriera, da precisare):

a) eliminare “idoneità” prive di senso e prevedere un “ruolo unico”, ridando a questo “dignità” (quello di esserlo in un sistema di università “pubbliche”), il che , del resto, sta accadendo, nei fatti, nelle università private, che, fuori da ogni controllo sostanziale, stanno distribuendo “patenti” (molto in uso nei talk show);

b) “localizzare” le procedure, affidando l’elettorato “attivo” non ai gruppi disciplinari, ma a tutti i professori incardinati nelle università pubbliche in ambiti disciplinari “affini”, comprensivi di quello per il quale il dipartimento bandisce il concorso (per esempio, sottolineo per esempio: diritto privato, diritto costituzionale, diritto romano; diritto penale, diritto costituzionale, procedura penale, criminologia, sociologia).

Per divenire commissari si deve godere di fiducia “esterna” e i risultati che si offrono si espongono ad un consenso parimenti “esterno”.  Il sistema andrebbe completato sottoponendo i “vincitori” a valutazione periodica di “continuità” scientifica (mediante criteri ragionevoli da determinare, che mettano fine, tra gli altri, anche allo sconcio di una selezione dei “luoghi” di espressione, tipo rivista di fascia tal dei tali, buona solo per fondare nuove consorterie, “anche” di pensiero “unico”).

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41 Commenti

  1. Approvo incodizionatamente l’allargamento proposto dall’autore dell’articolo. E’ il metodo francese, che prevede però anche le idoneità.

    In Francia dei colleghi universitari si lamentavano del fatto che 1) le idoneità alla fine venivano date in numero nettamente superiore ai posti
    disponibili (cosa che accade in Italia anche ma non in tutti i settori concorsuali, per creare pressioni) e 2) che in molte università
    c’era l’accordo: io non rompo le balle a te e tu non le rompi a me, ognuno è padrone nel proprio SSD, ma facciamolo senza esegerare.

    Il “senza esagerare” fa la differenza, ed’è quello che fa andare bene le cose in Francia, con molti mugugni. Ma nessun sistema è perfetto, come
    la democrazia. Ergo, ripeto, meglio allargare la platea dei giudicanti come sistema maggiormente democratico e come proposto dall’autore.

  2. Scelgo alcune frasi: “Nessun “giudizio” di nessun tipo (e ad alcun livello) può, purtroppo, sfuggire alla “soggettiva” valutazione di colui che vi è chiamato. E che dunque è puro velleitarismo immaginare che possa essere esposto a “controllo”. Si può solo – con opportuni accorgimenti di sistema – contenere in limiti sopportabili (fisiologici) lo spazio di arbitrarietà del “giudice” (dall’arbitro di calcio a chi siede in un’alta corte di giustizia”. Il limite è posto, a mio parere, dall’esplicitazione chiara dei criteri: esattamente quello che non si vuole fare (ma persino per le tesi di laurea!) perché altrimenti non si può fare come si vuole.

    “Ma devono essere sapienti. E non vi può essere altro modo per riconoscerli che affidarne il riconoscimento a chi lo è già.” Così si ricade nella conventicola! Il male che pure si è individuato. Poiché la natura umana è quella che è, perché non porre anche qui la regola che chi sbaglia paga? Il danno a chi ha subito torti chi lo ripaga?

    Come non essere d’accordo su ” L’attuale regime dei concorsi va semplicemente cancellato.”? Mai clientelismi, le vendette, i familismi, si evitano solo opponendosi a questi giochi e creando un ambiente di lavoro più sano, in cui tutti si vedono riconosciuti i meriti. Impossibile? No, per chi ha etica e la pratica. Ciò di cui si ha bisogno è riscoprire il piacere del nostro lavoro e fra pettegolezzi da paese, le chiacchiere velenose fatte per danneggiare alcuni, questo si è perso. Come si può comunicare?

    Per me non chiaro questo: “a) eliminare “idoneità” prive di senso e prevedere un “ruolo unico”, ridando a questo “dignità” (quello di esserlo in un sistema di università “pubbliche”), il che , del resto, sta accadendo, nei fatti, nelle università private, che, fuori da ogni controllo sostanziale, stanno distribuendo “patenti” (molto in uso nei talk show)”. Il collega può spiegare?
    “b) “localizzare” le procedure, affidando l’elettorato “attivo” non ai gruppi disciplinari, ma a tutti i professori incardinati nelle università pubbliche in ambiti disciplinari “affini”, comprensivi di quello per il quale il dipartimento bandisce il concorso (per esempio, sottolineo per esempio: diritto privato, diritto costituzionale, diritto romano; diritto penale, diritto costituzionale, procedura penale, criminologia, sociologia).” Questo non evita proprio niente: chi ha più rete di conoscenze e potere raggiungerà l’elettorato attivo benché largo. Lo sconosciuto non verrà considerato. Localizzare nel senso che un’università rende nota la possibilità di un posto, le condizioni da soddisfare, i requisiti richiesti?
    “Il sistema andrebbe completato sottoponendo i “vincitori” a valutazione periodica di “continuità” scientifica (mediante criteri ragionevoli da determinare, che mettano fine, tra gli altri, anche allo sconcio di una selezione dei “luoghi” di espressione, tipo rivista di fascia tal dei tali, buona solo per fondare nuove consorterie, “anche” di pensiero “unico”).” Questo mi pare un punto che va tenuto senz’altro in considerazione. Non il numero, il luogo di pubblicazione, ma la qualità, con criteri fissati volta per volta e con esame da parte di colleghi esperti in quel particolare ambito d’interesse individuato (lo specialista del barocco italiano può non esserlo dell’architettura del primo novecento).
    Grazie al collega: dobbiamo cominciare a proporre ragionando su alcuni punti e riflettendo su un sistema agile, che non produce ingiustizia, mobbing, disagio, con ricadute sugli studenti.

  3. Interviene anche l’ADI (Associazione Dottorandi e dottori di ricerca italiani):
    […]
    Resta però grave che il collaboratore di un sottosegretario possa passare al vaglio tutti i concorsi nel settore della ricerca, riferendo su di essi ad una autorità del Ministero: tale procedura configura una gravissima e indebita intromissione della politica nella selezione dei futuri docenti universitari. Intromissione simile a quella tentata dal Governo Renzi per la selezione delle Cattedre Natta, con commissioni nominate dalla Presidenza del Consiglio; una misura poi messa in stand-by tra le proteste unanimi del mondo universitario. I due provvedimenti sono un perfetto esempio di misure inutili e dannose per la cura delle vere malattie dell’Università italiana.
    […]
    Qui il testo completo:
    https://dottorato.it/content/corsi-ricorsi-concorsi-e-altri-problemi-della-ricerca-italia

  4. “L’Università fra i denti” (Ginevra Bompiani sul Manifesto)
    _________
    L’incarico conferito a un giornalista televisivo (ex-jena) di controllare i concorsi universitari per svelarne le irregolarità e i soprusi, più che una svolta nell’andamento universitario, sembra il passo finale (o almeno l’ultimo in ordine di tempo) di uno slittamento dell’Università da luogo di cultura e insegnamento ad azienda.
    […]
    Come al solito, c’è molto da fare, ma non nella forma di una trovata o di un colpo di mano.
    In questione è la dignità riconosciuta e preservata dell’insegnamento e della cultura, cioè della funzione del professore di ogni grado.
    Dignità che le ultime riforme universitarie e scolastiche hanno minato con pervicace intento imprenditoriale e crescente desiderio di controllo.
    In altre parole, è la sfiducia nella libertà della cultura che affonda l’Università, non il suo eccesso.
    Ricordo che all’Università di Siena, finché vi insegnò Franco Fortini, i Consigli di Università erano luoghi di riflessione su alti problemi dello spirito. Non appena andò in pensione, divennero la bottega delle cattedre.
    Bisogna che i veri professori, coloro che non si curano di burocrazia o di carriere, ma inseguono la passione e l’intelletto, abbiano la libertà di incontrare gli studenti all’altezza della passione e dell’intelletto di costoro.
    Bisogna che l’Università si modelli su di loro e non sugli ubbidienti manutengoli del profitto. Che parole come ‘crediti’ e ‘debiti’ spariscano dalla macchina
    degli esami e che ad esami e concorsi si sostituiscano altre forme di valutazione più consone al fine dell’insegnamento: che non è il posto di lavoro, ma la qualità e l’ampiezza dello sguardo.
    Sia però un manipolo di professori universitari, di tutti i livelli, scelti secondo criteri non politici (la politica non c’entra nulla, i comportamenti di destra e di sinistra sono gli stessi), ma intellettuali e morali – che siano loro a porsi il problema della qualità dell’insegnamento e di come preservarlo.
    Con tutto il rispetto per un pregiato giornalista, i criteri da seguire sono universitari e non televisivi.

    https://www.cnr.it/rassegnastampa/18-09/180908/8J48UE.tif

    • Mi sono quasi commossa. Nella mia facoltà e corso di laurea, certo meno bene di come è stato detto qui, ma faccio questi tipi di discorso. Insisto sul valore dell’insegnamento, perché interveniamo e accompagniamo il processo di formazione dei giovani, mi si ride in faccia. Sono l’idealista, buonista, ingenua, che non sa stare al mondo, è debole e non ha forza.

      Perciò non si può credere che degli individui possano assicurarci l’onestà, ecc. Purtroppo, ho visto persone che stimavo molto, far le scarpe al collega con cui avevano lavorato, e che stimavano.

      E’ certo, invece, che se si affermano come valori l’onestà e la limpidezza intellettuale che permette di riconoscere l’intelligenza, l’impegno, anche di altri oltre che dei propri allievi, allora tutti cercheranno di seguirli e non, come capita ora, di esibirli. Talvolta impudicamente per rimproverare gli altri…

  5. Sarei meno categorico sul fatto che non ci debba essere un controllo del MIUR sui concorsi universitari. Quanti sono i casi di giovani segati benché di gran lunga più meritevoli rispetto al vincitore? Si dirà che può intervenire la magistratura: faccia ricorso e tra n anni ne riparliamo, forse… intanto, visto che è precario, sborsi 10.000 euro. Il MIUR potrebbe nominare una commissione per ogni ssc con componenti di specchiata onestà intellettuale (ce ne sono molti) che intervenga nei casi eclatanti, tipicamente ben noti ai colleghi del settore. Se ben gestito allora cambierebbe una certa consuetudine, specialmente in certi ssc dove si arriva a chiedere al candidato più forte di non far domanda.

    • Non c’è soluzione: o si rispettano le regole dello stato democratico con divisione dei poteri. E quindi sui concorsi truccati si richiede intervento dell’autorità giudiziaria. O si rinuncia alla regole e si dà al ministero il potere di controllare direttamente i concorsi.
      La logica dell’intervento non è così diversa da quella di Salvini che si lamenta di essere inquisito da magistrati non eletti democraticamente…

  6. Ho un patio di domande a riguardo: cosa si intende per le modalità di avvio alla carriera? Sparirebbe quindi la divisione fra ricercatore, professore associato e ordinario? Quale sarebbe il passo di “entrata” nella posizione universitaria : l’accesso al ruolo unico?

  7. Sono perfettamente d’accordo con ” Che parole come ‘crediti’ e ‘debiti’ spariscano dalla macchina degli esami e che ad esami e concorsi si sostituiscano altre forme di valutazione più consone al fine dell’insegnamento: che non è il posto di lavoro, ma la qualità e l’ampiezza dello sguardo.”

  8. Non è esatto dire che in Francia esiste il ruolo unico. Esistono due livelli di abilitazione, il secondo dei quali, l’HDR, “habilitation à diriger des recherches”, si consegue con una apposita tesi ed è indispensabile per dirigere tesi dottorali. Esistono poi varie figure (docenti): i “maîtres de conférences”, i “professeurs d’université associés” e i ” professeurs titulaires de chaire”. Per passare dall’un grado all’altro il meccanismo è assai complicato e molto soggetto alla posizione, al consenso, alla rete di protezioni all’interno del proprio “établissement”. Non mi pare un esempio particolarmente raccomandabile. Questo solo per dire che il “ruolo unico” non esiste da nessuna parte e tutti riconoscono che ci sono passaggi legati alla capacità, al merito, all’esperienza, alla carriera (e ad altro). Vale per i concorsi universitari quel che vale per la democrazia: pessimi sistemi, ma non se ne conoscono di migliori. Il problema, in entrambi i casi, non è il meccanismo, ma i sistemi di controllo. Controlli affidati agli organi di governo sono una cosa abnorme e l’iniziativa di questo ministro dell’istruzione è semplicemente indice di ignoranza istituzionale, di protervia e di velleità punitiva (lasciamo stare l’essersi affidati a un simile personaggio, sul quale varrebbe la pena scavare un pochino). I controlli della magistratura riguardano le violazioni dei codici e non di questo si parla. Qui il desiderio sarebbe quello di espellere la soggettività dalle valutazioni. E questo è semplicemente assurdo. L’aver introdotto requisiti qualitativi (a prescindere da come sono accertati) è sacrosanto, per evitare lo scempio di commissari sottoqualificati rispetto ai candidati. Ma, fatto questo, è chiaro che è solo il giudizio di commissari a decidere (nel rispetto delle regole, tutte le regole). Ora, i commissari – come qualsiasi altra categoria – appartengono inevitabilmente a comunità, almeno tre: quella nazionale (e internazionale) disciplinare, quella del proprio ateneo, quella di gruppi identificati da affinità di metodo, progetti, interessi (a volte anche politici o derivanti da altre affiliazioni). Pensare che queste comunità possano non aver alcun peso nelle decisioni e che le decisioni possano essere del tutto svincolate da queste appartenenze è illusorio. E’ ovvio dire che, nel momento del giudizio, ci deve essere un rispetto assoluto di criteri oggettivi di merito, di qualità, e le preferenze ideologiche, religiose, razziali o di genere non debbano contare. Ma i giudizi sono fatti di scelte, spesso si traducono in graduatorie. C’è chi sta più su e chi sta più in basso. Qualcuno prevale qualcuno resta fuori. Perché c’è chi è meglio di altri e chi è peggio. Non è affidando le selezioni alle singole università piuttosto che a commissioni nazionali che si eliminano i rischi di errori o ingiustizie. Del resto, il sistema attuale chiama in causa i singoli, il centro e le periferie in fasi successive. Si può cambiare e sperimentare metodi diversi (ma quanti ne son stati sperimentati dal 1980 in poi?): certo, non mi pare che il metodo al quale forse alcuni pensano (abilitazione-sanatoria generale e posto per tutti-ruolo unico) sia né sostenibile né utile né tantomeno imitabile da realtà dove possa aver dato brillanti risultati.

    • Concordo con l’importanza del controllo e penso che sia lo strumento per permettere a qualsiasi sistema di dare i risultati che si vogliono. Il controllo a mio parere è necessario sia a priori, che in intinere, che post. Mi spiego. Controllo a priori: il potere di nomina delle commissioni è attualmente nelle mani delle singole università con metodologie che trovo oscure e che danno spazio a accordi e danno maggior peso a interessi locali. Qui il controllo è più attuabile se si modifica il metodo di scelta: penso al ritorno ai sorteggi e a commissioni nazionali. I membri vanno vagliati in termini di competenza, esperienza (“per evitare lo scempio di commissari sottoqualificati rispetto ai candidati.”). In itinere: perché non fare controlli a campione/sorpresa con ispettori _durante_ i concorsi?. A posteriori, certo
      Il punto è : chi fa ui controllo? Chi ha l’autorità, la capacità e la forza morale per farsi accettare come “controllore”? I membri della comunità stessa sia locali che non sono sempre connessi ad interessi locali o non: penso che servirebbe un sistema di “ispettori” di alto livello che non abbiano fedeltà che per la comunità generale cioè lo stato., un insieme di esperti competenti che si dedichino al controllo dei concorsi. Come formarlo e generarlo è argomento su cui invito alla discussione. Se ci fosse tale “corpo”, questo potrebbe intervenire anche a livello dei giudizi e non solamente sugli aspetti formali. Oggi gli aspetti formali sono curati, ma sottendono invece spesso giudizi che sono mirati ad avere risultati specificamente fissati.

    • Vedo che dell’attuale sistema piace l’idea che i commissari siano nominati sulla base del possesso di requisiti di “qualità” calcolati dall’Anvur, “per evitare lo scempio di commissari sottoqualificati rispetto ai candidati”. Ebbene, segnalo che nella VQR questo “scempio” avviene sistematicamente, almeno nell’area CUN 14, senza che nessuno si scandalizzi, come si dimostra nel pezzo linkato (https://www.roars.it/online/indagine-su-valutatori-al-di-sopra-di-ogni-sospetto-il-paradosso-del-revisore-di-eccellenza-nelle-scienze-sociali/): a giudicare eccellenti i ricercatori sono ricercatori che non sono evidentemente eccellenti. Eppure, nell’attuale sistema la VQR è importante per gli atenei dato che da essa dipende l’attribuzione di finanziamenti premiali, oltre che l’accreditamento della loro qualità scientifica agli occhi dei relativi stakeholder (studenti, famiglie, datori di lavoro, insomma i nostri “clienti”, come oggi si dice). In realtà, a garantire che i commissari siano qualificati dovrebbe bastare il fatto che siano professori di prima fascia. Quindi dell’ASN personalmente non salverei neanche questa idea

  9. Concordo sulla prima parte dell’articolo, non sulle soluzioni proposte.
    Sul reclutamento, partirei da due fatti che a me sembrano acclarati: 1) Il reclutamento non può che dipendere, in Italia come ovunque, dalla cooptazione e dal giudizio tra pari. Altrimenti, si ricade in ipotesi tipo le famigerate cattedre Natta o ‘del merito’, ossia nell’ingerenza del potere esecutivo nelle chiamate universitarie, caratteristica principale dei regimi denominati solitamente totalitari. 2) Il reclutamento così com’è ora, non funziona bene.
    Cosa non funziona nel reclutamento attuale? In questo dissento dal collega autore dell’articolo. Il problema a mio avviso non sono le abilitazioni (se si smettesse una buona volta di chiamarle ‘idoneità’, dal momento che i concorsi per l’abilitazione non sono prove comparative, si farebbe un po’ di chiarezza, in primo luogo nelle menti degli abilitati), ma i cosiddetti concorsi locali, che sono in mano a commissioni nominate, secondo regolamenti interni, dai dipartimenti stessi che fanno le chiamate. Questo, a mio avviso, non va bene: finché i professori universitari continueranno a essere dipendenti pubblici, occorre che i concorsi per l’accesso al ruolo siano uniformati a livello nazionale e gestiti in base a procedure il più possibile trasparenti, senza mascherare da concorsi gli avanzamenti di carriera (che pure è giusto che ci siano). A mio modesto parere, commissioni sorteggiate a partire da elenchi di commissari eletti dalle comunità scientifiche di riferimento costituirebbero un mix ragionevole per non trasformare i concorsi locali in pure e semplici formalità. Concludo dicendo che, ovviamente, un’eventuale nuova riforma delle modalità del reclutamento sarebbe la solita presa in giro, se non fosse accompagnata da risorse economiche adeguate per fare davvero i concorsi.

    • Quindi? Una corsia per avanzamento carriera? Un’altra per chi non maturati anni e ricerca ambisce a saltare le tappe?
      Sappiamo tutti che i concorsi locali in molti casi sono blindati, ma se si nega l’abilitazione non si possono fare… Tutto bene se i commissari fossero questi giudici integerrimi, sereni, giusti, che tutti ci aspetteremo…
      Possibilità di concorrere anche per i non abilitati? Non sarebbe giusto riconsiderare giudizi contraddittori, illogici, ipercritici, fondati su teorie del rigore metodologico non esplicitate?

      Perché nelle commissioni giudicatrici solo ordinari? Sono diventati così pochi che si accordano, o sono divisi da rivalità, con ciò penalizzando chi non appartiene alla loro scuola o, semplicemente, fa n tipo di ricerca diversa dalla loro.

    • Quindi regole uguali per tutti, da Trento a Catania; avanzamenti di carriera per chi (in possesso di ASN, ovviamente) ne ha i requisiti; incentivazione della mobilità tra gli atenei. In alternativa, se l’ASN proprio non piace, un concorso nazionale ogni tot anni a numero chiuso (prefissato, settore per settore, sulla base delle sigenze effettive del sistema universitario), con una commissione ampia, destinato a formare una lista da cui gli atenei siano tenuti a chiamare. Perché un filtro nazionale ci vuole, spero concorderà.

  10. Concordo sulla necessità della separazione dei poteri. Comunque ci sono aspetti, come la regolarità degli atti, che sono di interesse anche della Pubblica Amministrazione. Anni fa ci sono stati casi in cui il MIUR è intervenuto più volte cambiando d’ufficio le graduatorie finali, forte del principio secondo il quale gli atti della Pubblica Amministrazione devono soddisfare criteri di logicità e razionalità. Per esempio quando è assegnato lo stesso punteggio ad un compito in bianco e ad uno perfetto. Oppure se alle pubblicazioni è assegnato un massimo di 10 punti su 100 in modo tale da appiattire il livello. Tra gli effetti di tali iniziative vi fu una considerevole riduzione dei favoritismi in uno specifico ssc.

    Non si tratta quindi di intervenire sulla divisione dei poteri. Il TAR ha un potere di controllo sulla regolarità degli atti della pubblica amministrazione, è necessario che
    sulle palesi irregolarità di certi concorsi intervenga direttamente il MIUR. L’incompetenza riguarda l’eventuale reato penale, su cui è ovvio che il MIUR può solo segnalare i casi sospetti.

    • Ritengo anche io che il ministero preposto debba intervenire e che il ricorso, inoltrato per via gerarchica, si possa presentare, senza un esborso di danaro che non tutti si possono permettere. Fra l’altro il ministero mostrerebbe di essere in grado di correggere la propria macchina valutativa, vi sarebbero meno casi di giudizi errati, più serenità nell’ambiente del lavoro, più fiducia nelle istituzioni. La scuola e l’università hanno permesso anche a persone con nessun santo in paradiso di farsi apprezzare e di coltivare i propri talenti. Ora non è più così.

  11. Aggiungerei che il livello di frustrazione dei segati ingiustamente è inevitabilmente molto alto, fatto di cui è necessario tener conto. Non di rado accade che dei
    candidati siano osteggiati perché troppo autonomi e molto brillanti “e quindi pericolosi” per gli equilibri interni.

    La sensazione è che il sottosegretario al MIUR sia ben intenzionato e che non voglia, come detta la prassi, far buon viso a cattivo gioco. Eviterei quindi polemiche
    alla Twitter/Facebook, tipo quelle risibili e miserevoli del PD sul concorso di Conte (un autogol di chi è arrivato al dopofrutta). Ci sono altre due iniziative che il MIUR
    può intraprendere in tempi brevi

    – Aumentare ad almeno 100 le borse Montalcini, modificando altresì il regolamento. Per esempio eliminando l’attuale necessaria accettazione da parte del
    Dipartimento scelto dal candidato, facendosi anche carico del budget per il passaggio a professore associato.

    – Eliminare dal suolo italico la valutazione bibliometrica e le amenità connesse.

  12. … come controlla mio cugino non è capace di farlo nessun altro. Mio cugino una volta ha controllato un concorso in cui tutto sembrava regolare, ma lui ha trovato una firma che sembrava falsa e ha fatto annullare il concorso. Mio cugino ha delle proposte stratosferiche per migliorare il reclutamento e l’avanzamento di carriera che voi nemmeno ve le potete immaginare.
    Siamo tutti bravi a fare delle proposte che sembrano di una ovvietà che uno si chiede: come è possibile che non ci abbia mai pensato nessuno?
    Il gattopardo è dietro l’angolo. La correttezza del concorso dipende dalle persone e poco/pochissimo/quasi niente dalle regole!

  13. Sono grato a tutti dell’attenzione. Con un chiarimento e una postilla.
    Il chiarimento.
    Ho inteso reagire all’iniziativa ministeriale perché vi vedo a fondamento una “illusione” (per altro diffusa) e un conseguente “pericolo”.
    L’illusione è che si possa superare la “soggettività” del giudizio.
    È insensato inseguire “controlli” che dovrebbero stroncarla. La sola cosa perseguibile è che i “giudicanti” siano posti in una condizione che ne contenga nel massimo possibile l’arbitrio. Parlo di quello lecito. Per l’illecito ci sono solo rimedi “giuridici”. Ma, data la materia, non possono considerarsi comunque un rimedio rassicurante: il giudice amministrativo non può (non ne ha gli strumenti) valutare il “merito”. In un campo come il nostro, il contenimento dell’arbitrio si può raggiungere attraverso due cose. La prima è un’ampia collegialità della commissione (per esempio: sette membri). La seconda una “selezione” dei giudici fondata sul loro “credito diffuso” (più facile se ricercato oltre il settore disciplinare di appartenenza). Così diffuso e consolidato da porre al riparo dal sospetto anche una commissione che giudichi “meritevole” il figlio di uno studioso. Non credo di essere il solo a conoscere fior di studiosi “figli”. Il problema è che si è … scivolati verso una sorta di presunzione di “scienza infusa”! È la degenerazione che va combattuta. Io non penso affatto a concorsi “locali”. Penso a concorsi semplici. Nei quali l’esigenza (locale) si traduca in un bando (nazionale, sia quanto a chi può parteciparvi, sia quanto alla “platea” dei giudici da eleggere). E il cui esito sia la (tempestiva) nomina di un “vincitore” da incardinare (e da lasciare per sempre alla serenità di studi “liberi”). Fermo il fatto che i giudici (del concorso) non possono che essere i “competenti” (dunque i professori ordinari del settore), è preferibile, a mio avviso, che la loro “scelta” avvenga per elezione (se si vuole, su una lista di sorteggiati, ma allora non troppo stretta: la “scelta” deve restare “libera”) e che del loro operato essi rispondano “politicamente”, in termini insomma di “reputazione” (un fatto che, per un professore universitario, dovrebbe contare molto!). Il sistema ipotizzato avrebbe per altro, ai miei occhi (forse tuttavia condizionati dal mio ambito di studi: il diritto romano), l’ulteriore vantaggio di agevolare una “comunicazione interdisciplinare” più ordinaria di quel che oggi, in molti casi, non sia.
    Il pericolo è che, per inseguire una impossibile “oggettività”, si fornisca occasione ad una cancellazione del rilievo della “scienza”. Punto.

    La postilla riguarda la mia preferenza per il “ruolo unico”.
    Gerarchie “scientifiche” sono molto difficili. E gerarchie didattiche non hanno senso (come la realtà corrente comprova). D’altra parte, qualunque persona sensata sa che una “qualifica formale” né crea la competenza, né annulla le differenze sostanziali. Quando ho vinto il concorso da ordinario ricoprivo già lo stesso insegnamento. E, quanto alla scienza, non ho pensato di essere divenuto “pari” ai maestri del mio tempo. E come me tantissimi altri della mia generazione. Nel tempo, non ho mai ritenuto (e anche questa non mi pare esperienza singolare) rilevante il fatto che un contributo venisse da un ricercatore, da un associato o da un ordinario. Ha sempre contato che fosse (naturalmente, a mio avviso: benedetta soggettività!) “intelligente” (nel senso di utile/stimolante) o no. Credo anche che appartenga all’esperienza comune l’inutile complessità del sistema gerarchizzato che abbiamo costruito dagli anni ‘80 in avanti. Tutti constatiamo che vi sono oggi “ricercatori” in tutto pari (per dignità scientifica) a chi ha avuto l’opportunità di poter divenire “ordinario”. Meglio un sistema nel quale esistano solo “professori” (immessi presto, alle prime “avvisaglie di qualità”, nei ruoli) e “aspiranti” (studiosi in formazione). Chiarisco così quel che intendevo sul punto. A questi “aspiranti” le università dovrebbero assicurare borse di studio, attrattive per dimensione, attribuite con modalità concorsuali e destinate a durare per un periodo commisurato al “fisiologico” maturare dei presupposti per il transito in ruolo (magari con “paracadute” che ammortizzino l’eventuale insuccesso: non mi invento nulla, era così un tempo, quando ci chiamavamo, senza provarne vergona, “assistenti”). Non voglio convincere alcuno. Ma 50 anni di esperienza del mondo universitario mi hanno convinto che ogni tentativo di migliorare le cose le ha solo peggiorate. Come sottolineano alcuni dei colleghi intervenuti, il problema è in realtà morale. Nessuna regola può garantire. L’esperienza dice pure però che ci sono regole che ostacolano “qualità” e “merito” e regole che ostacolano di meno.
    In ultimo: le università “private” applicano l’idea del docente “unico” (professori a contratto e “straordinari” non si distinguono in nulla da professori ordinari, associati e ricercatori, che nelle stesse convivono) e lo veicolano disinvoltamente (non solo quando le persone in questione – come in molti casi è – hanno la necessaria qualità, ma anche quando non l’hanno affatto), con accettazione (sociale) generale (vedi enfatizzazione che del titolo di “professore” si fa nei talk-show). Non sarebbe preferibile che l’università “pubblica” tornasse ad essere garante (sociale) del fatto che “professore” possa essere solo chi ha superato un vaglio “pubblico” di riconoscimento?

  14. Chiunque abbia un minimo d’esperienza universitaria sa bene che è utopico ipotizzare interventi tali da rendere cristallini i concorsi. E’ quindi del tutto ovvio che un’osservatorio non possa garantire il loro corretto svolgimento che, come altrettanto ovvio, dipende fortemente dalla rettitudine dei commissari. Ciò non toglie che su certi eccessi, e ce ne sono di eclatanti, sia auspicabile che il MIUR non si limiti a fare da passacarte. Dire che il potere amministrativo non possa intervenire sui concorsi non è affermazione generalizzabile, ed infatti ci sono stati vari casi in cui il MIUR ha cambiato d’ufficio la graduatoria finale, basandosi sul principio di logicità e razionalità che gli atti della PA devono soddisfare. L’osservatorio potrebbe rafforzare la vigilanza del MIUR, senza la pretesa di risolvere alla radice il problema. Per questo ritengo che l’iniziativa del sottosegretario Fioramonti sia (potenzialmente) meritoria e che non vada osteggiata a priori.

    • “ci sono stati vari casi in cui il MIUR ha cambiato d’ufficio la graduatoria finale, basandosi sul principio di logicità e razionalità che gli atti della PA devono soddisfare. ”
      ___________
      È possibile avere qualche riscontro a questa affermazione? Quando? In quale concorso? Con quale procedura?

    • Credo faccia riferimento ai cosiddetti “interventi in autotutela”, croce e delizia della ASN 2012. Questi sono però cosa ben diversa da interventi del MIUR, sono piuttosto rocamboleschi emendamenti ex post al verbale da parte delle commissioni medesime (con la benedizione del MIUR, e della legge, suppongo).

  15. Ho diretta conoscenza di due casi di concorsi da ricercatore area fisica, periodo tra il ’95 e il ’98 ministro Giorgio Salvini e, da metà ’96, Luigi Berlinguer.
    Fu proprio quest’ultimo che mostrò la volontà politica di intervenire nei casi più eclatanti. Un esempio paradossale che rende l’idea della possibilità/obbligatorietà di intervento diretto della PA perché illogico e/o irrazionale: al candidato A con metà dei titoli del candidato B viene assegnato un punteggio doppio rispetto a B. Tradizionalmente casi di questo tipo sono demandati al TAR che corregge gli atti del MIUR. Sarebbe un cospicuo risparmio di tempo e denaro se l’osservatorio di Fioramonti riuscisse ad intervenire direttamente.

    • È possibile avere dei riscontri più precisi per capire come si sono configurati legalmente questi interventi del MIUR?

  16. In una caso, riportato nella letteratura di diritto amministrativo, la sostanza riguardava l’erronea valutazione di una prova scritta. Alla fine il MIUR cambiò d’ufficio la graduatoria utilizzando l’irregolarità della documentazione presentata dal vincitore. In proposito furono rilevanti le sentenze del Consiglio di Stato sez.V, 30 gennaio 1959 n.35, 26 giugno 1981 n.309, ed in particolare quella del 25 gennaio 1986 n.55 riguardante “l’obbligatorietà della rettifica di titoli erroneamente valutati”, che è il motivo per cui il concorso non fu annullato. Il decreto di rettifica fu firmato da Luigi Berlinguer. L’altro caso di cui sono a conoscenza riguardò una palese illogicità nell’attribuzione dei punteggi assegnati dalla commissione, credo si trattasse dei titoli. Di altri casi ho solo vaghi ricordi, va però detto che nel periodo in cui Berlinguer fu ministro, il controllo della regolarità dei concorsi fu più incisivo. Per questo, in un precedente commento, menzionavo la necessità della “volontà politica”.

    • Se il decreto di rettifica fu firmato da Berlinguer (ministro dal 1996 al 2000), potrebbero essere stati concorsi nazionali (regolati dalla L. 382/80) per i quali gli atti era approvati dal Ministero. A partire dal 1999 i concorsi furono locali e presumo che da quel momento gli atti venissero approvati localmente come accade ancora oggi. In conclusione, non sono sicuro che l’esempio sia pertinente ai fini di legittimare interventi centralizzati sugli atti concorsuali.

  17. Se ricostruisco bene, il concorsi per ricercatore regolati dalla 382, anche se locali, prevedevano l’approvazione degli atti da parte del ministero:

    Art. 57 Nomina dei vincitori … Gli atti del concorso sono approvati con decreto del Ministro della pubblica istruzione e pubblicati nel Bollettino ufficiale del Ministero della pubblica istruzione. I vincitori sono nominati, con decreto del rettore, per il gruppo di discipline messo a concorso.

    L’articolo è stato abrogato dalla legge 210/1998 (legge Berlinguer sui concorsi).

    Ora gli atti sono approvati del Rettore, quindi il Ministro non credo abbia titolo per intervenire (almeno non nei termini descritti in questo thread).

  18. I casi menzionati riguardano concorsi da ricercatore pre legge 210/1998, che mostrano come in passato il MIUR abbia esercitato il potere di rettifica degli esiti concorsuali, tenendo conto, più o meno direttamente, del merito. Ciò mostra che l’affermazione “Il MIUR non può entrare nel merito” non è altro che una delle tante frasi fatte e non certamente un teorema (isomorfa all’erroneo tresettistico “il due secondo si passa sempre”). Dipende dai casi. Così, per esempio, l’affermazione “il giudizio della commissione è insindacabile” ha un’ovvia postilla di interesse amministrativo “purché questo segua criteri di logicità e razionalità” e che, inevitabilmente riguarda anche il merito. Il fatto che con la legge 210/1998 gli atti siano ora approvati dal Rettore, non esclude a priori un possibile intervento del MIUR in caso di contenziosi conseguenti ad esposti. Altrimenti non si capirebbe il senso dell’istituzione dell’osservatorio, dubito che l’intento sia solo quello di monitorare statisticamente il malcostume concorsuale.

    Questo non significa che l’osservatorio sia di per sé la panacea di tutti i mali e non è neppure escludibile che si trasformi in una dannosa macchina burocratica. Dipende da come si muoveranno, il livello di professionalità e competenza che sarà utilizzato per la sua attuazione. Quindi le perplessità/osservazioni sono senz’altro utili al dibattito, basta che non si trasformino in un tiro al piccione pieno di frasi fatte alla feisbuk o peggio con nonsense come il delirante attacco del PD a Conte riguardo la prova orale d’inglese, una demenzialità senza limiti che spiega bene quale sia l’ambiente PD e come mai abbiano creato un mostro come l’ANVUR… se continuano così renderanno Conte ancor più simpatico all’opinione pubblica.

    • Non mi è chiaro per quale motivo questo osservatorio che andrebbe in sostanza a sostituirsi alla giustizia amministrativa perché l’avvocato costa troppo dovrebbe essere istituito solo per i concorsi universitari e non per qualsiasi concorso e per qualsiasi tipo di contenzioso. Chessò, l’osservatorio sul concorso a vigile urbano, l’osservatorio sul concorso a bagnino dei bagni comunali, l’osservatorio su promozioni o bocciature nelle scuole di ogni ordine e grado, l’osservatorio sulle multe (quest’ultimo avrebbe il mio appoggio incondizionato).

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