Il Consiglio Universitario Nazionale, nelle recenti sedute del 15 e del 16 gennaio, ha avviato un esame e una riflessione sulle principali emergenze che stanno interessando il sistema universitario. L’intenzione del CUN è di portare all’attenzione delle sedi istituzionali e dei decisori politici i dati che fotografano la situazione di crisi conclamata in cui versano l’Istruzione e la Ricerca Universitaria e che, se non affrontati con soluzioni tempestive e adeguate, impediranno ai nostri atenei non soltanto di competere sulla scena europea e internazionale  ma persino di assolvere i propri compiti istituzionali. Di seguito,  intervistiamo il Presidente del CUN, Andrea Lenzi, che qui ci anticipa alcuni dei dati che saranno presentati nel documento, la cui versione integrale sarà pubblicata in anteprima su questo sito dopo l’approvazione CUN.

Intervista ad Andrea Lenzi (Presidente CUN)

Presidente Lenzi, molto si è detto, ed è stato detto anche dal CUN, dalla CRUI e dal CNSU in merito alle conseguenze derivanti dalla politica di riduzione dei finanziamenti.  Che altro vi è da precisare?

In termini quantitativi, abbiamo evidenziato come per il periodo 1996-2013, il FFO in termini reali è rimasto quasi stabile dal 2001 sino al 2009, per poi scendere del 5% in termini reali ogni anno, con un calo complessivo che per il 2013 si annuncia prossimo al 20%.  la contrazione delle risorse e’ tale che per il 2013 l’ammontare del FFO è spesso inferiore alle spese fisse dell’Ateneo.
Su queste basi e in assenza di qualsiasi piano pluriennale di finanziamento non sono possibili idonee programmazioni. Occorre rilevare che la riduzione di risorse influisce non soltanto sulla capacità di sostenere le spese correnti, ma anche su quella di conservare e valorizzare il patrimonio strutturale e strumentale che costituisce parte essenziale della capacità del sistema universitario di svolgere i propri compiti istituzionali.

Quanto alla formazione che le nostre Università riescono a rendere, in queste condizioni, quali sono i dati del CUN?

Il CUN ha iniziato a ragionare dai dati OCSE, a tutti noti, i quali indicano come il numero di coloro che accedono a un titolo di studio universitario, in Italia, sia al di sotto della media Ocse, le cui rilevazioni riferite al 2010 collocano l’Italia al 34° posto su 36 Paesi considerati.
Quanto alla spesa per studente, anche su questo soccorrono i dati Almalaurea del marzo 2012, dai quali risulta che il costo totale per laureato, comprensivo dei costi connessi alla durata effettiva degli studi e di quelli relativi agli abbandoni, in Italia è inferiore del 31% a quello medio europeo. Nel periodo 2000-2008, l’incremento del costo totale per studente è in Italia pari all’8% contro una media dei paesi OCSE del 14% e dei Paesi EU19 del 19%. Su queste basi, il CUN ha riflettuto sull’andamento, nel periodo 2008-2013, dei dati relativi all’offerta formativa. Qui si segnala un costante decremento. In base alla elaborazione dei dati forniti dal MIUR – Ufficio di Statistica e Cineca, si è passati dal 5.519 corsi di studio totali del 2007/2008 ai 4324 dell’anno 2012-2013.  A questi si aggiungono, nello specifico, i dati relativi all’andamento dei corsi di laurea specialistica/magistrale sia biennali sia a ciclo unico che il nostro documento quando approvato dal CUN rappresenterà nel dettaglio.

Siamo nel pieno delle abilitazioni scientifiche nazionali. Alla luce dei dati che avete elaborato, qual è la situazione con la quale si confronteranno i futuri abilitati?

I nostri dati dicono che   gli ordinari sono scesi da un massimo storico di quasi 20.000 a fine 2006 agli attuali 14.500 (-27%), gli associati dai 19.000 del 2006 ai 16.000 di oggi(-16%); il numero complessivo dei professori si è quindi ridotto del 22% in soli sei anni. Per i prossimi tre anni le proiezioni sono le seguenti: un ulteriore calo del numero degli ordinari (-2000 unità) e un notevole calo di quello dei ricercatori (-7500 unità) non compensato dall’aumento del numero degli associati (+4000 unità). I docenti universitari di ruolo, che erano 62750 a fine 2008, a fine 2015 saranno poco più di 49000 (-22%).

Per la Ricerca?

Su questo possiamo dire che il finanziamento PRIN ha conosciuto un costante decremento: dai 100  MEuro assegnati nel 2008 e nel 2009 a progetti biennali (media per anno pari a 50 Meuro) si è passati allo stanziamento di 170 MEuro cumulativi per il biennio 2010-2011 (ovvero 85 Meuro per anno), ma per progetti triennali (media per anno  pari a 28 Meuro), per giungere a meno di 40 MEuro nel 2012, sempre per progetti triennali (media per anno pari a 13 Meuro) ed ulteriore decurtazione prevista nella legge di stabilità per i PRIN e FIRB per il 2013. Questi dati rendono evidente la gravissima e progressiva decurtazione del finanziamento annuale, soprattutto di quello destinato alla ricerca libera e di base, quale espressione di proposte spontanee dei ricercatori, sino al sostanziale azzeramento delle risorse per quest’ultimo anno.

Quali altri dati?

Tanti altri, che renderemo pubblici non appena avremo completato il nostro lavoro, e a questo proposito vorremmo segnalare come la cessazione delle attività di monitoraggio del sistema universitario a seguito tra l’altro della soppressione del CNVSU abbia determinato anche la perdita della disponibilità per tutti noi di un grande numero di informazioni quantitative sullo stato del sistema stesso che erano rese accessibili dalla pubblicazione del Rapporto Annuale, e che erano spesso essenziali per la definizione di adeguate politiche di programmazione, sia nazionale che locale.
Più in generale, anche alla luce di quanto previsto per le pubbliche amministrazioni  dalla recente l. n. 221/2012,  l’adozione di una politica di “open data” sembra ormai ineludibile e indispensabile per  rendere effettivo anche nell’ambito universitario, strategico per la ripresa e per lo sviluppo del paese, il monito di Einaudi e cioè  “conoscere per deliberare”.

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5 Commenti

  1. Rimango in attesa della possibilità di leggere l’intero rapporto. A proposito delle valutazioni sul capitale umano, spero di vedere qualcosa su: presenza dei precari, quantità e tipo di impiego, distribuzione nelle aree scientifiche, ripartizione tra reparto docenza e reparto tecnico-amministrativo; last but non least, stato di salute fisico e mentale del personale in generale. Oramai non chiedo nemmeno ai colleghi, docenti o amministrativi, come stanno, perché la risposta la so già: sono e siamo tutti mortalmente stanchi e stufi.

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