Non c’è alcun dubbio: può risultare estremamente difficile, per l’attuale Governo, mantenere un impegno, anche se preso soltanto sei mesi fa all’atto dell’insediamento, in quanto lo scenario economico e politico continua a evolvere peggio delle più pessimistiche previsioni.

È comprensibile, dunque, la tentazione di individuare proposte palliative, più o meno nuove, che segnalino l’intenzione di onorare comunque gli impegni presi, ancorché con modalità diverse da quelle inizialmente previste.

Questa premessa generale si applica puntualmente a quanto sta avvenendo in relazione alla grave crisi del reclutamento universitario e alla dichiarata intenzione iniziale del Governo di affrontare il problema con interventi al contempo precisi e straordinari. Citiamo direttamente dall’audizione del Ministro davanti alle Commissioni parlamentari sulle linee programmatiche del MIUR:

L’investimento in formazione e ricerca è fatto di costi fissi e di risorse variabili adeguate rispetto agli obiettivi. Per queste ragioni, ritengo improcrastinabile un intervento di ripristino dei 300 milioni di euro a valere sul FFO delle Università statali a partire dal 2013.

Per quanto attiene gli interventi sul personale ricercatore e docente dell’università, ritengo una priorità strategica quella di prevedere da subito un Piano straordinario nazionale reclutamento ricercatori ex art 24, comma 3, lettera b) Legge 240/10 … [omissis] … Considerato che il costo annuo di un contratto è stimato in € 70.000, l’importo complessivo per l’attivazione ad esempio di 1000 posizioni richiede, a regime, una spesa di € 70.000.000.

Ma sappiamo bene che (non certo per colpa del Ministro, ne siamo ben consapevoli)  i 300 milioni sono diventati 150 e del Piano straordinario di reclutamento si sono perse le tracce.

Assistiamo quindi  a un tentativo di soluzione alternativa di questa impasse, che viene (ri)presentato in questi giorni, per ora soltanto a livello di comunicazione, e che consisterebbe in buona sostanza in un ulteriore abbassamento dell’età pensionabile dei professori universitari.

Poiché sappiamo bene che di buone intenzioni (ASN docet) è lastricata la via dell’inferno, riteniamo che questa proposta, prima che i meccanismi della comunicazione la facciano diventare “senso comune” e quindi irreversibile, come spesso capita alle idee della politica, buone o cattive che siano, debba essere esaminata con la massima attenzione, prendendo in considerazione tutti i pro e i contro, onde prevenire il rischio dell’ennesima eterogenesi dei fini, per cui un’iniziativa volta al bene del sistema universitario potrebbe,  quasi come un boomerang, ritorcerglisi contro.

Articoleremo la nostra analisi per punti, sperando che un’adeguata scomposizione della questione aiuti a coglierne tutte le implicazioni.

1. Costi per lo Stato

L’abbassamento dell’età pensionabile di un qualunque dipendente universitario rappresenta un maggior onere per il Tesoro e quindi per il bilancio dello Stato. Questo in quanto gli stipendi sono erogati dalle Università  a valere sulle loro dotazioni finanziarie, in primis il Fondo di Finanziamento Ordinario, che supponiamo non sia intenzione del Governo ridurre ulteriormente dopo i sistematici e pesanti tagli degli ultimi cinque anni, mentre il Trattamento di Fine Rapporto (T.F.R.), alias “liquidazione”, e il trattamento di quiescenza, detto altrimenti “pensione” sono a carico del Tesoro.

A chi obiettasse che si tratta di mere anticipazioni di spesa, in quanto entrambi questi oneri dovrebbero essere prima o poi sostenuti, andrebbe fatto osservare che, non trattandosi di provvedimenti una tantum ma di modifiche permanenti della normativa, l’effetto si ripercuoterebbe su ogni singolo anno finanziario.

Per non rimanere nel generico cerchiamo di quantificare tale effetto, notando che il numero dei  professori pensionati nell’anno corrente (circa 750 ordinari e circa 400 associati) “vale”, in termini di costo lordo per le amministrazioni universitarie, non meno di 150 milioni di euro annui (e quasi sicuramente di più, ma le stime sono difficili e quindi occorre essere conservativi).  Questi numeri sono destinati a restare abbastanza stabili almeno per i prossimi quattro o cinque anni.

Imputando al Tesoro soltanto il costo netto delle pensioni erogate, stimato all’80% della metà dello stipendio lordo (approssimazioni brutali, ma proprio per questo difficilmente contestabili) si arriva a un onere di circa 60 milioni. Se, altrettanto drasticamente, stimiamo un costo del T.F.R. (una mensilità per ogni anno di lavoro) pari al triplo dello stipendio netto annuale, troviamo che l’anticipazione di spesa (ossia, come abbiamo visto, la maggior spesa) per la riduzione di un solo anno dell’età pensionabile è stimabile in circa 250 milioni.

Ora la prima domanda che ci si pone è la seguente: se il Tesoro è disposto a una maggior spesa annua di tale rilevanza per il comparto universitario, siamo certi che destinarla a questa operazione sia il modo migliore di investirla? E se questa disponibilità, come temiamo, in realtà non esiste, di che stiamo parlando?

2. Costi e benefici per il sistema universitario

In presenza dei maggiori oneri indicati al punto precedente, sembra addirittura impensabile che le norme per l’utilizzo del turnover attualmente in vigore potrebbero essere “alleggerite”, tanto più in presenza di un turnover ulteriormente accresciuto. Partiamo quindi dall’idea che l’anticipo di un anno dell’età di pensionamento permetta di “liberare” per il reclutamento il 50% del relativo turnover.

Chiariamo subito che, se anche tale percentuale dovesse poi aumentare nei prossimi anni, come attualmente previsto (ma queste norme cambiano ogni anno in senso restrittivo), difficilmente aumenterebbe la disponibilità finanziaria reale degli Atenei, in quanto nei fatti sono a carico del turnover anche i maggiori oneri derivanti dagli scatti d’anzianità, il cui ripristino non pensiamo possa essere indefinitamente differito.

Ragioniamo quindi su una maggior disponibilità di circa 75 milioni di euro per il reclutamento. Si tratta in effetti di una cifra paragonabile a quella inizialmente prevista per il Piano straordinario ipotizzato nelle succitate linee programmatiche, e quindi sufficiente al reclutamento di un migliaio di ricercatori che potrebbero, almeno numericamente, sopperire alla corrispondente perdita  di un migliaio di professori.

Ma non è affatto ovvio che un ricercatore a tempo determinato possa, e soprattutto debba, sopperire alla mancanza di un professore. Suo compito principale dovrebbe infatti essere quello della ricerca, e su questa sarà valutato, ai fini dell’assunzione ruolo,  al termine di un  triennio nel corso del quale i suoi compiti didattici dovrebbero anche contrattualmente essere più limitati di quelli di un professore. Con ciò stiamo programmaticamente evitando ogni considerazione di merito sulle competenze eventualmente perdute.

Resta comunque inconfutabilmente vero che destinare tutte le risorse derivanti dal turnover dei professori al reclutamento di ricercatori, come abbiamo appena ipotizzato, produrrebbe un  ulteriore riduzione numerica della fascia degli ordinari, che andrebbe ad aggiungersi a quella già determinato dal turnover fisiologico. Ancora una volta, per non restare nel vago, consideriamo alcuni dati.

Gli ordinari, che alla fine del 2006 avevano raggiunto la cifra ragguardevole (e secondo alcuni scandalosa) di 19.865, a novembre 2013 si sono già ridotti a 13.869, con una riduzione del 30%, riportando così il sistema universitario a valori inferiori a quelli del 1994.

Ed è solo questione di tempo prima che, ai ritmi attuali di decrescita, nel giro di tre anni si scenda ai livelli del 1987, quando però il numero degli studenti (all’epoca poco più di un milione) era del 40% inferiore al numero attuale, e i laureati meno della metà.

Merita qui ricordare, se a qualcuno fosse sfuggito, che nell’ultimo quinquennio l’età di pensionamento dei professori ordinari è stata abbassata di ben cinque anni, dai 75 che si potevano raggiungere fino al 2008 cumulando biennio di proroga e triennio fuori ruolo ai 70 attuali, ben difficilmente superabili malgrado il temuto effetto di permanenza in ruolo per effetto della recente sentenza della Corte Costituzionale, se è vero, come è vero, che nell’insieme delle Università pubbliche  i professori trattenuti in ruolo a novembre malgrado avessero compiuto 70 anni nel corso del 2013 sono in tutto 47.

Quanto al totale di professori e ricercatori, si è passati dai 62.783 di fine 2008 ai 53.520 di novembre 2013. Dunque poco meno di diecimila docenti sono usciti dal sistema in meno di cinque anni, e quasi altrettanti sono in procinto di uscire comunque nei prossimi cinque anni, raggiungendo i limiti d’età previsti dalle norme già ora vigenti.

3. Costi individuali

L’appello alla solidarietà intergenerazionale  è certamente più che legittimo ma, assommando l’effetto di cinque anni di “carriera” già sottratti per l’abbassamento dell’età pensionabile  e di (almeno) quattro anni di scatti d’anzianità soppressi,  sembra altrettanto legittimo argomentare che il contributo individuale dei professori universitari al contenimento della spesa pubblica sia già ora non inferiore (e secondo alcuni decisamente superiore) a quello delle altre categorie del pubblico impiego.

4. Un tentativo di conclusione

Pare difficile argomentare, alla luce dei dati testé presentati, che l’attuale problema del reclutamento universitario nasca dalla “saturazione” dei ruoli e che quindi la maggiore urgenza sia quella di espellere rapidamente altri docenti.

Merita invece osservare che, nell’attuale situazione di difficoltà finanziaria in cui versa la maggior parte degli Atenei pubblici, non è affatto detto che la “liberazione” di risorse che si otterrebbe da un anticipo dei pensionamenti sarebbe poi prontamente convertita in nuove posizioni.

Esistono forti indicazioni di una tendenza a non impiegare nemmeno la totalità delle risorse già oggi spendibili, visto il rischio di reale insostenibilità finanziaria dei nuovi reclutamenti: il fatto che il numero dei ricercatori a tempo determinato di tipologia b) non arrivi a 50 in tutta Italia non è in alcun modo riconducibile alla mancanza di turnover, quando anche il solo 20% delle risorse liberate dai pensionamenti (e non altrimenti spendibili per il perdurante blocco delle promozioni) avrebbe permesso di reclutarne dieci volte tanti, se non fosse invece servito a ripianare i bilanci dissestati dai tagli degli anni scorsi.

Ma se oggi si puntasse a recuperare dal bilancio dello Stato una cifra pari a meno di un terzo di quanto, come si è visto, occorrerebbe per abbassare di un anno l’età di pensionamento si potrebbe, senza  la perdita di capitale umano derivante dai pensionamenti anticipati, finanziare in modo non surrettizio quel Piano Straordinario di reclutamento indicato con lungimiranza nelle linee programmatiche e certamente più che mai auspicabile non soltanto per offrire opportunità ai giovani ma anche per garantire la continuità fisica, oltre che culturale, del sistema universitario italiano.

NdR: La Redazione ha ricavato i dati qui presentati dalle proiezioni del prof. Paolo Rossi.

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18 Commenti

    • Ai sensi di AVA le ore di didattica ricercatori – anche a tempo determinato – sono valutate la metà di quelle dei professori a tempo pieno:
      “L’idea del decreto è che per assicurare la qualità si debba porre un limite alle ore di didattica assistita introducendo per ogni ateneo una “quantità massima di didattica assistita”, per gli amici DID. Usando i valori massimi previsti nel D.M. per i parametri che “traducono” i docenti in ore di didattica, la formula che serve a calcolare la DID di un ateneo è questa:
      DID = (120 x Nprof + 90 x Npdf +60 x Nric) x (1 +0.30)

      Dipende unicamente dall’organico: professori, a tempo pieno (Nprof) e definito (Npdf) e ricercatori (Nric), inclusi quelli a tempo determinato.”
      https://www.roars.it/online/il-d-m-a-v-a-e-laccreditamento-iniziale-delle-sedi-universitarie/
      ____________________________
      Vedi anche l’allegato B del D.M. 47: http://attiministeriali.miur.it/media/209830/dm_47_30_gennaio_2013_con_allegati.pdf

    • non vedo in che modo la valutazione ava c’entri con quanto osservato prima.

      nell’articolo è scritto: “Ma non è affatto ovvio che un ricercatore a tempo determinato possa, e soprattutto debba, sopperire alla mancanza di un professore. Suo compito principale dovrebbe infatti essere quello della ricerca, e su questa sarà valutato, ai fini dell’assunzione ruolo, al termine di un triennio nel corso del quale i suoi compiti didattici dovrebbero anche contrattualmente essere più limitati di quelli di un professore.”

      tale affermazione non è corretta. la legge stabilisce che il carico didattico di un tdb è pari a quello di un associato, e de facto il tdb è un associato in pectore. affermare che dovrebbe fare essenzialmente ricerca è un’opinione legittima, come tutte le opinioni, ma non è quanto è previsto dall’ordinamento attuale.

    • “la legge stabilisce che il carico didattico di un tdb è pari a quello di un associato” Non è esatto. L’art. 6 della l.240 afferma:
      2. I professori svolgono attività di ricerca e di aggiornamento scientifico e, sulla base di criteri e modalità stabiliti con regolamento di ateneo, sono tenuti a riservare annualmente a compiti didattici e di servizio agli studenti, inclusi l’orientamento e il tutorato, nonche’ ad attività di verifica dell’apprendimento, non meno di 350 ore in regime di tempo pieno e non meno di 250 ore in regime di tempo definito.
      al comma successivo:
      3. I ricercatori di ruolo svolgono attività di ricerca e di aggiornamento scientifico e, sulla base di criteri e modalità stabiliti con regolamento di ateneo, sono tenuti a riservare annualmente a compiti di didattica integrativa e di servizio agli studenti, inclusi l’orientamento e il tutorato, nonche’ ad attività di verifica dell’apprendimento, fino ad un massimo di 350 ore in regime di tempo pieno e fino ad un massimo di 200 ore in regime di tempo definito.
      Se non leggo male ai ricercatori sono riservati compiti di didattica integrativa e di servizio agli studenti. Ai professori compiti didattici e di servizio agli studenti. La terminologia adottata non mi pare irrilevante.
      Non è esatto che il carico sia il medesimo perché la legge demanda il compito di stabilire le soglie ai regolamenti di ateneo. E in un caso è scritto “non meno”, nell’altro è scritto “un massimo”. Il tdb è un ricercatore, non un associato in pectore. E’ un ricercatore che costa come un associato, semmai. E questo spiega perché siano così pochi.

    • art. 24, comma 4:
      “I contratti di cui al comma 3, lettera a), possono prevedere il regime di tempo pieno o di tempo definito. I contratti di cui al comma 3, lettera b), sono stipulati esclusivamente con regime di tempo pieno. L’impegno annuo complessivo per lo
      svolgimento delle attività di didattica, di didattica integrativa e di servizio agli studenti è pari a 350 ore per il regime di tempo pieno e a 200 ore per il regime di tempo definito.”

    • l’art. 6 non fa riferimento ai td, ma ai vecchi rti.
      é l’art. 24 che disciplina i td.
      infatti la definizione dei compiti per i td è diversa, include la didattica (non solo la didattica integrativa) e anche la quantificazione delle ore è diversa (“pari a 350 ore” per i td, mentre è ‘fino a 350’ per gli rti)

    • Però la distinzione che fa AVA rispecchia il fatto che nella 240/2010 per i professori il carico didattico è “non meno di 350 ore in regime di tempo” mentre per i ricercatori TD “è pari a 350 ore per il regime di tempo pieno”. È anche vero che per diventare PA il ricercatore TD deve ancora conseguire l’abilitazione scientifica e che per questo ha senso limitare il suo carico didattico non oltre le 350 ore. L’articolo non entra in questi dettagli, ma dalle norme citate sembra esistere una distinzione in termini di carichi didattici (potenziali ed anche contabilizzabili ai fini di AVA) tra PA e ricercatore TD, distinzione che ha anche la sua ratio nella necessità che il ricercatore TD si sottoponga ad una abilitazione basata sulla valutazione della produzione scientifica che deve pertanto avere la giusta priorità.

  1. Ma veramente pensiamo che questa Ministra abbia interesse a fare qualcosa per università e ricerca pubblica? Avete letto le dichiarazioni a Radio24?
    http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-11-08/il-ministro-universita-maria-chiara-carrozza-radio24-i-professori-ultrasettantenni-vadano-pensione-largo-giovani-210639.shtml?cq_mod=1384289246433#comments

    Avete letto come mistifica la realtà? Come usa la storia dei docenti 70enni? Come abusa della retorica dei giovani? Dice la Ministra: “le poche risorse che abbiamo trovato per la ricerca le abbiamo messe tutte su un programma per giovani ricercatori”. Ovvero, tra le righe la ministra ci informa che il Prin 2013 è stato soppresso e trasformato in un Firb “futuro in ricerca”, ma non ha il coraggio di dirlo esplicitamente, e fa passare questo come una gran gesto verso i giovani!! Che coraggio! Insomma è il gioco delle tre carte, alla pari dei migliori imbroglioni da fiera di paese!!!!!! Complimenti alla Carrozza e a chi la ispira.

    • Ovvero, tra le righe la ministra ci informa che il Prin 2013 è stato soppresso e trasformato in un Firb “futuro in ricerca”
      ————————————–
      Potremo fare almeno i revisori? O dovranno essere pure giudicati da pari?

  2. Peggio ancora. Alcuni atenei hanno regolamenti che obbligano anche i ricercatori tda a fare addirittura più didattica dei professori. Nella mia università devono, per regolamento, fare almeno 120 ore di didattica frontale. Molti di loro sono stati assunti in vece di docenti a contratto. E’ una situazione gravissima che si riscontra in special modo nei piccoli atenei, in alcuni dei quali c’e’ una percentuale alta di ricercatori tda, proprio perché essi costituiscono un comodo surrogato della docenza a contratto e un modo per aggirare le limitazioni della stessa. Difficilmente si può dare la colpa al governo o all’anvur se queste perversioni sono così diffuse. Nel reclutamento e nella gestione dei ricercatori tda gli atenei possono fare praticamente quello che vogliono.

  3. Purtroppo c’e’ stata una politica scellerata di cui sono responsabili i governanti berluscones (gelmini e i suoi consiglieri), alcuni uomini del pd (tocciani, dalemiani e altri geni) e una palude di pseudointellettuali (editorialisti del corriere della sera) al servizio delle mode…

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