Negli ultimi anni si è diffusa in Italia una strana epidemia, il furore delle graduatorie. Si contano moltissimi esempi di manifestazioni di questo contagio, graduatorie aventi come oggetto soprattutto le performance di enti pubblici, con l’obiettivo, esplicito o meno, di creare “gerarchie” tra istituzioni pubbliche. In parte tale diffusione risponde alla sostanziale sfiducia che i cittadini hanno verso le Amministrazioni pubbliche, in parte (specialmente nel caso della scuola e dell’università) è figlia del provincialismo italiano che copia ciò che si fa nei paesi anglosassoni, senza accorgersi che la letteratura scientifica più accreditata ha messo in evidenza le aporie implicite negli esercizi di valutazione strettamente quantitativi.

Un esempio di questo furore è l’esercizio di valutazione delle scuole superiori effettuato dalla Fondazione Giovanni Agnelli, reso noto il 2 aprile e riferito a quattro regioni italiane. Per dirla con franchezza, le discrasie concettuali di questo esercizio sono notevoli. Proverò a sintetizzare quelle che considero le più rilevanti:

  1. la variabile presa come metro della valutazione è un indicatore di successo negli studi universitari al primo anno di corso, ottenuto come media ponderata (50% e 50%) di due indicatori: un indicatore di profitto (voto medio) e un indicatore di di velocità (percentuale di crediti ottenuti su quelli ottenibili). In realtà profitto e velocità sono, di norma, inversamente correlati e la scelta “salomonica” della FGA nasconde il fatto che nella vita pratica ogni studente/famiglia sceglie la combinazione che meglio si adatta ai suoi progetti/possibilità;

  2. lo studio è poco trasparente sotto il profilo metodologico. La FGA “corregge” il ranking delle scuole per tener conto dell’effetto “tipo di scuola” (licei, istituti tecnici, etc,); dell’effetto contesto territoriale (città/campagna), dell’effetto studenti (genere, tipo di famiglia, etc,), ma il modo in cui vengono misurati questi effetti resta oscuro anche ad una lettura assai attenta;

  3. tutti gli studi che hanno affrontato questo tema hanno messo in luce come “l’effetto studente” sia ampiamente prevalente. Nell’esercizio della FGA al contrario l’effetto studente non è molto importante, e, sinceramente, non si riesce a discernere dal testo del rapporto se ciò sia dovuto alla povertà della base informativa (Aanagrafe Nazionale Studenti del MIUR) o al metodo utilizzato;

  4. il modello della FGA trascura l’”effetto classe” all’interno sia delle scuole che delle università; ovvero che, essendo la produzione di istruzione/educazione una produzione congiunta tra insegnanti e alunni/studenti, il miglioramento dei processi educativi è dato anche dall’interazione tra gli studenti. E’ un errore grave, purtroppo, anche perché è noto tra gli addetti ai lavori dalla fine degli anni Sessanta.

Quest’ultimo elemento è cruciale. Graduatorie come questa esercitano un’influenza importante nell’orientare le scelte degli studenti/famiglie al momento di iscrivere i ragazzi alla scuola media superiore (e questo è uno degli obiettivi che la FGA si prefigge di centrare). L’effetto è che in pratica si viene a creare una sorta di concorrenza tra scuole, in cui il ranking sostituisce il prezzo (tecnicamente si chiama “quasi-mercato”).

Il “quasi mercato” fu teorizzato dalla scuola della London School of Economics ai tempi della Thatcher (vedi ad esempio il testo di Julien Legrand, Motivations, Agency and Public Policy: of Knights and Knaves, Queens and Pawns, Oxford University Press). Ma i teorici del quasi mercato sanno molto bene che la struttura degli incentivi può avere effetti che distruggono le organizzazioni, e quindi distinguono oculatamente tra incentivi materiali ed incentivi morali.

 

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5 Commenti

  1. […] L’abolizione del valore legale del titolo di studio è, a mio avviso, veramente l’ultimo dei problemi da affrontare per risanare l’università italiana che, si direbbe a Roma, sta “andando al cassone”. Umiliata dai continui tagli ai finanziamenti (non si capisce perché l’Europa diventa un riferimento imprescindibile solo quando si parla di rigore e di tagli, e non rispetto – ad esempio – ai livelli di investimenti pubblici per l’università e la ricerca, che vede l’Italia ben al di sotto della media EU), senza un progetto di reclutamento serio che ha portato alla creazione di un esercito di precari senza futuro (passati da 33.000 a 13.400 solo nell’ultimo anno secondo l’ADI – Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani), sottoposta a sistemi di valutazione complessi e in molti casi inutili allo scopo. […]

  2. Dodici anni fa (circa) quando si insediò il primo comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario (cnvsu), presieduto da Giuseppe De Rita, il CNVSU decise che non avrebbe stilato graduatorie. Non per nulla l’esercizio di valutazione VTR 2003-206, che prevedeva graduatorie, non fu iniziato dal cnvsu ma dal civr (comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca). Il VTR diede luogo a molti risultati interessanti, in primo luogo l’esistenza di ricerca buona o eccellente per tutte le aree in tutte le grandi e medie sedi, ma le graduatorie risultarono risibili. Basta pensare che l’università del Sannio sopravanzava di molti punti la scuola normale superiore in matematica e l’università di Foggia sopravanzava la scuola normale superiore in fisica.

    • Ciononostante, l’esercizio VTR del 2001-2003 compare fra gli indicatori della “quota premiale” dell’FFO in vigore da 3 anni. Già all’epoca della sua stesura, influenti economisti sostennero vigorosamente il suo utilizzo per ripartire fondi.

      Ciò che interessa, quindi, è una “classifica purchessìa”, in quanto l’intento è ideologico.

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