E’ una osservazione triste e banale che in Italia il sistema universitario e della ricerca versi in una condizione drammatica. E c’è forse solo un settore, oltre alla scuola, che è segnato da una crisi altrettanto grave: quello delle imprese, il settore produttivo.

Enrico IV tocca i malati di scrofola

E tra la crisi più generale che segna il nostro paese e le condizioni drammatiche in cui versano scuole, università e imprese ci sarà pure un qualche legame. Certamente, ad uno sguardo ingenuo come il mio, pare difficile che le imprese italiane possano indicare all’università la via da seguire verso efficienza e innovazione, quel cammino virtuoso che le porti a guarire dai mille mali che le affliggono. E mi sembra altrettanto difficile che possano essere proprio i vertici accademici i soggetti più adatti a cogliere le opportunità di cambiamento che ogni fase di crisi – anche quella che viviamo oggi – porta con sé.

Ciò nonostante, lo scorso 5 novembre la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI) e Confindustria hanno firmato un accordo articolato in otto “azioni misurabili per l’Università, la ricerca e l’innovazione”. Assunto il percorso di attuazione della Legge 240/2010, e la sua retorica innovatrice – espressa dall’uso ricorrente dell’oscuro lemma “governance” – si vogliono individuare “buone pratiche” su alcuni assi strategici per Università e impresa: l’orientamento verso le lauree tecnico-scientifiche; la ricerca e il trasferimento tecnologico; l’occupabilità dei laureati triennali; i dottorati di ricerca; l’internazionalizzazione.

Fin qui tutto bene, si potrebbe dire. Finalmente università e imprese si fanno carico di individuare congiuntamente percorsi formativi e di orientamento capaci di avvicinare gli studenti al mondo del lavoro e al sistema produttivo. A leggere i singoli punti, tuttavia, ci si accorge presto che nell’accordo il legame tra Università e impresa si limita ad una relazione più stretta su segmenti prevalentemente tecnico-applicativi della ricerca e della formazione universitaria, a dispetto delle più aggiornate analisi sulle caratteristiche del capitalismo cognitivo, del superamento degli steccati tra cultura umanistica e cultura tecno-scientifica, della natura “ipermateriale” (cognitiva, relazionale) della produzione odierna. Sembra di leggere un documento retrò, magari stile tardi anni ’80 del secolo passato, quando la soluzione dei mali italiani pareva potesse essere il trasferimento tecnologico: lo sforzo inutile e tutto sommato piuttosto provinciale di tradurre in immediata applicazione tecnologica – meglio se informatica – qualsiasi prodotto di riflessione, ricerca e ingegno culturale. Come se trasformare una qualsiasi cosa in applicazioni per smartphone mostrasse immediatamente quanto sei smart, quanto sei cool. Inutile soffermarci su punti, tutto sommato, poco originali e di corto, cortissimo respiro. Del resto, il problema posto dall’esigenza di avvicinare tra loro università e impresa può essere declinato in modi diversi, certamente stimolando la prima ad aprirsi e dialogare con la seconda (ma siamo sicuri che questa cosa nei nostri atenei non si faccia già?), ma si potrebbe anche e altrettanto legittimamente, chiedere al sistema delle imprese di rendersi più sensibile e permeabile a quanto l’alta formazione, la ricerca, l’innovazione scientifica e culturale possono offrire. Tutto ciò, nondimeno, richiede intelligenza e lungimiranza politica che, da qualche tempo, nel nostro paese mancano.

Peraltro, il peggio di questa retorica conservatrice che si ammanta di innovazione ad ogni rigo, appare nei successivi punti dell’accordo, quelli connessi al monitoraggio della riforma “Gelmini” su reclutamento, governance e sul benchmarking internazionale. Partiamo da quest’ultimo tema che è quello più oscuro. Sotto questa voce il documento propone di avviare un’azione di confronto e monitoraggio dei risultati degli atenei non italiani in tema di costi e ricavi, con l’obiettivo di “individuare meccanismi di remunerazione e premio dei ricercatori e dei professori”. Insomma, studiarsi le classifiche internazionali, vedere quali Università attraggono più risorse e quali spendono meno, quali hanno una gestione costi/ricavi più efficiente. Il problema è evidente: far entrare più soldi nelle casse degli atenei attraendoli dall’esterno; la soluzione è chiara: diamo anche ai ricercatori italiani un bel premio di produzione, non prima però di aver stabilito evidentemente precisi target o quote mensili/semestrali di produttività. Senza voler infierire, potremmo limitarci ad osservare che tra l’azione prevista ed i risultati attesi non c’è alcuna relazione.

Ancora più sgangherati i due punti legati al monitoraggio dei processi di attuazione della legge 240/2010 su governance e reclutamento. Infatti, quale contributo possano dare Confindustria o le imprese italiane alla valutazione dei problemi complessi, e delle soluzioni che gli atenei dovranno individuare, è ignoto. Così come pure è incomprensibile per quali ragioni Confindustria debba entrare nel merito della “definizione di criteri per la valutazione della qualità di docenti e ricercatori da proporre all’Anvur” o della “definizione di modelli di accreditamento dei corsi universitari in linea con gli standard europei”. In nessun paese del mondo l’impresa individua i criteri di valutazione della qualità dei docenti e dei ricercatori, meno ancora di accreditamento dei corsi di studio. Semmai sono proprio le Università quel luogo di indagine e di studio critico e autonomo capaci di individuare gli elementi sulla base dei quali valutare l’operato e la capacità operativa e innovativa delle aziende e delle imprese.

Se non fosse firmato da Crui e Confindustria questo testo di una decina di paginette potrebbe essere ignorato, come merita. Probabilmente questo accordo non ha sostanza, né futuro. E rimarrà tra i molti documenti più o meno ufficiali buoni a riempire qualche comunicato stampa. E tuttavia, quand’anche esso costituisca solo un testo d’occasione, una letterina di buoni intenti per rabbonire qualche ministro poco edotto su ricerca, didattica, impresa, valutazione, innovazione, autonomia… (potremmo continuare a lungo); quand’anche esso rappresenti solo una bassa operazione di marketing politico, pure mostra in maniera lampante la sudditanza dei vertici del sistema universitario italiano ad un linguaggio, ad una retorica, ad una logica che nulla hanno a che vedere con la ricerca, finanche quella applicata.

Con una leggerezza e una ingenuità disarmante l’accordo propone la fine dell’autonomia e della natura pubblica dell’Università italiana. A partire dalla cancellazione dell’autonomia di ricerca e della didattica di ricercatori e professori in nome di un monitoraggio/benchmarking subappaltati alle imprese. Finendo non solo per ignorare il dettato costituzionale, ma anche il ruolo di un’ agenzia cui è già attribuita una funzione di valutazione di sistema e di produzione di parametri e indicatori di produttività scientifica: l’Anvur. Quindi si avalla la messa in soffitta della ricerca di base e di quell’insieme di saperi non immediatamente applicativi o traducibili nell’immediato in applicazione o in processi di trasferimento tecnologico. Tutto quello che interessa all’impresa italiana e all’Università è la ricerca applicata e l’innovazione di prodotto. Se seguissimo questa strada, in meno di un decennio i nostri atenei sparirebbero dal quadro internazionale e in Italia si smetterebbe di fare qualsiasi ricerca.

Peraltro, è utile ricordare a quei rettori che l’avessero dimenticato che:

a. la ricerca di base e saperi non immediatamente applicativi sono gli elementi di base per la riproduzione della conoscenza;

b. il fatto che le imprese italiane pensino alla ricerca e alla formazione nei termini di mera applicazione tecnologica e di formazione al lavoro è forse una delle ragioni del loro sostanziale fallimento;

c. esistono una dignità ed un bisogno innato di ricerca e conoscenza che nulla hanno a che fare con l’ immediata produzione materiale, immateriale o ipermateriale; ma che costituiscono una parte irriducibile e propria in ogni uomo e di ogni società.

Sarebbe compito delle Università valorizzare proprio questo aspetto, il più intimamente legato – peraltro – all’innovazione, al cambiamento, alla sperimentazione. E sarebbe saggio che il mondo dell’impresa italiana imparasse a coglierne gli elementi. Tuttavia l’Italia è il paese delle soluzioni semplici (ed inutili); dei re taumaturghi che vorrebbero convincerci di poter curare la scrofola con un semplice tocco. Non è però con la retorica dell’organizzazione di impresa che si sopperisce alle mancanze di idee, di prospettive, di risorse. Non basta riempire un documento di governance, benchmarking e innovazione per restituirgli senso.

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3 Commenti

  1. Se devo scegliere tra ipermateriale e capitalismo cognitivo, e benchmarking, governance e valutazione, beh non ho nessun dubbio, sto con il benchmarking. Non mi sembra un argomento valido, ma il taglio dell’articolo suggerisce una scelta di questo tipo.
    Il documento di CRUI-Confindustria non servirà a rifondare l’università italiana, ma pone alcuni problemi molto seri; suggerisce alcune soluzioni ragionevoli e offre altre indicazioni che invece non convincono.
    E’ inevitabile che un documentodi questo tipo abbia a riferimento il tema del trasferimento tecnologico e del rapporto tra università e industria. L’essenziale è sapere che questo non esaurisce il tema: non c’è solo la ricerca applicata e lo sviluppo sperimentale. Ma anche la ricerca di base. Addirittura questa distinzione può apparire obsoleta.
    Quindi non mi sembra che i punti 1-3 abbiano particolari debolezze. Si poteva fare di meglio, ma anche di peggio. Che il dottorato (4) sia un punto critico del sistema è innegabile. Così come la necessita di creare canali tra dottorato e mondo del lavoro, per superare l’idea assai diffusa che il dottorato sia una sorta di apprendistato per l’ingresso nell’accademia. Stesso dicasi dell’internazionalizzazione: ben vengano finanziamenti per i programmi di internazionalizzazione nelle forme previste al punto 5. E il benchmarking nella forma indicata non credo possa far male a nessuno.
    Quello che non capisco è invece perché CRUI e Confindustria debbano congiuntamente monitorare l’attuazione della riforma. Se si tratta di generica attività di analisi da parte di legittimi portatori di interesse, ovvio che questo è del tutto legittimo ed auspicabile. Ciò che credo non sia accettabile per la comunità degli studiosi, è che questa attività si spinga fino alla collaborazione con l’ANVUR per “individuare metodi di riconoscimento della qualità dei ricercatori e dei docenti” (punto 6). L’autonomia della ricerca e l’autodefinizione da parte della comunità scientifica dei criteri di qualità della ricerca sono le basi della scienza moderna.

  2. Condivido in pieno i commenti di Alberto Baccini. Vorrei sottolineare in particolare la sua osservazione sul punto 6 del documento. Non c’è dubbio che l’attribuzione a CRUI e Confindustria del compito di monitorare l’attuazione della riforma universitaria configuri una inopportuna subordinazione dell’università nel suo complesso alle esigenze dell’impresa. Credo che gli imprenditori per primi si rendano conto che l’autorevolezza di università come Harvard, Oxford o Yale non dipende esclusivamente dal contributo che esse danno alla produttività dei paesi in cui operano. La funzione primaria delle università è quella di formare la classe dirigente di una nazione, compito che diviene particolarmente delicato e prezioso in una democrazia. Ciò detto, come ha rilevato Alberto, mi pare che l’intervento di Alessandro Arienzo non prenda sul serio un problema cruciale per il nostro paese, che ha assunto dimensioni drammatiche negli ultimi tempi. Le imprese di piccole dimensioni, che in Italia hanno avuto e hanno un ruolo centrale, si trovano in difficoltà nell’acquisire conoscenza avanzata e nel gestirla. Non possono permettersi laboratori di ricerca e sviluppo in casa. Spesso non sono in condizione di dialogare con le università vicine. Per via di questi handicap non riescono a estendere la gamma dei propri prodotti trasferendosi in un settore tecnologicamente più avanzato confinante con quello in cui operano (vedi Salvatore Rossi, La regina e il cavallo. Quattro mosse contro il declino, Laterza, Bari 2006). Questa situazione ostacola la crescita economica in maniera significativa. Da questo punto di vista, sono da salutare con favore le iniziative volte a promuovere un’interazione feconda tra università e impresa. Per difendere la propria autonomia, e salvaguardare il proprio ruolo, l’università dovrebbe essere più attiva e consapevole nel proporre forme di collaborazione con l’impresa invece di chiudersi in una sdegnosa – e perdente – sottovalutazione delle esigenze della crescita economica del paese.

  3. […] Non tutti gli appelli sono ugualmente condivisibili (anzi, alcuni non lo sono per niente), certi sono poco meno che propaganda mascherata, o parlano a nuora perché suocera intenda, altri vengono sbertucciati dagli stessi soggetti dfi riferimento (basta vedere i commenti sotto il curioso appello di ARCI Caccia, che già sembra un ossimoro, e dire che in famiglia siamo soci ARCI). E poi ci sono quelli che arrivano fuori tempo massimo, come quello dei Rettori delle università italiane, che magari si potevano, diciamo, svegliare prima (o non essere complici). […]

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