Sottesa alla riforma vi è la competizione tra gli insegnanti:  una selezione naturale, così naturale da essere considerata per ciò stesso “giusta”. Ma dove si dirigeranno i “meritevoli”, a parità di stipendio? Verso le sedi eccellenti, con alunni eccellenti, in contesti eccellenti. La probabilità di avere un bravo insegnante in una periferia degradata  diminuirebbe di molto rispetto allo stato attuale dei fatti. La buona scuola si costruisce con la cooperazione, non con la competizione tra gli insegnanti: non ha bisogno di primattori, ma di un gruppo di insegnanti che lavori in modo coerente, condividendo le buone pratiche, individuando e valorizzando le potenzialità di ognuno.

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Sottesa alla riforma, svelata nelle intenzioni iniziali degli scatti al 66% dei docenti ma ugualmente apparente nella versione finale della scelta diretta del preside, vi è la competizione tra gli insegnanti: la contesa per far parte del 66%, per essere assunto dal dirigente, o da questi premiato con incentivi economici. Insomma una selezione naturale, così naturale da essere considerata per ciò stesso “giusta”.

E tuttavia, ad una riflessione appena più approfondita, si scopre quanto questo meccanismo sia deleterio alla costruzione di una buona scuola.

Come in ogni gruppo, anche tra insegnanti vi sono talenti in grado diverso. Ammettiamo (e non concediamo) che sia possibile quantificarli oggettivamente. A cosa porta il meccanismo di selezione naturale prospettato dal disegno di legge? Al fatto che i “meritevoli” saranno chiamati dai presidi prioritariamente, potendo di fatto scegliere la loro sede. I “non-meritevoli” saranno invece chiamati per ultimi, e dovranno accettare le sedi rimaste libere. Dove si dirigeranno i “meritevoli”, a parita’ di stipendio? Verso le sedi eccellenti, con alunni eccellenti, in contesti eccellenti. Nelle sedi periferiche e problematiche confluirebbero invece gli scartati. La probabilità di avere un bravo insegnante in una periferia degradata piuttosto che in un prospero centro urbano diminuirebbe di molto rispetto allo stato attuale dei fatti: conseguenza, questa, appena più nascosta ma altrettanto lampante dello stesso meccanismo darwiniano. Che più efficacemente produrrà i suoi effetti: selezionare gli alunni “adatti” (soprattutto per il fatto di trovarsi nel contesto adatto) ed avviarli a costituire la futura classe dirigente, lasciando che i “non-adatti” rimpinguino le percentuali dell’abbandono scolastico e della devianza sociale. E’ questa la meritocrazia cui si vuole tendere?

La selezione naturale, a dispetto della sua naturalezza, è orribile e feroce. L’intelligenza, la coscienza e la cultura dovrebbero consentire di riconoscerla come legge della giungla, e affrancarsene, o piuttosto affermarla ad un altro livello.

La buona scuola si costruisce con la cooperazione, non con la competizione tra gli insegnanti: non ha bisogno di primattori, ma di un gruppo di insegnanti che lavori in modo coerente, condividendo le buone pratiche, individuando e valorizzando le potenzialità di ognuno. Esattamente ciò che va fatto, e questa sembra una riflessione maggiormente condivisa, per gli alunni del gruppo classe: costruire una didattica che miri all’inclusione e alla valorizzazione di ognuno, e non lasciare che la selezione naturale emetta in modo brutale le proprie sentenze.

Il sistema della chiamata diretta si espone inoltre al rischio di degenerazioni di natura clientelare, in un paese dove la corruzione sembra l’unico denominatore comune, rischio che rivaleggia con quello della burocratizzazione e dell’appiattimento insito nel sistema delle graduatorie. Del resto qualsiasi architettura normativa, se il tessuto sociale è malato, ne subisce le conseguenze.  E chi se non proprio la scuola dovrebbe guarire il malato?

Di fronte a queste considerazioni emerge una strategia sensata: che i posti disponibili vengano messi a concorso, un concorso che preveda solo vincitori di posti esistenti (e non “idonei” destinati al precariato), vincitori che sceglierebbero tra i posti disponibili in ordine di punteggio. Per garantire i diritti acquisiti la metà delle assunzioni dovrebbe attingere dalle graduatorie esistenti, chiuse a ulteriori ingressi, fino ad esaurimento delle stesse.

Se suona familiare non è un caso: è il meccanismo vigente. C’è anche una legge per cui “I concorsi per titoli ed esami sono indetti su base regionale con frequenza triennale” (legge 124/1999), una periodicità poi platealmente disattesa. Non è conservatorismo: in questo paese la vera rivoluzione è rispettare le leggi.

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6 Commenti

  1. ” Come in ogni gruppo, anche tra insegnanti vi sono talenti in grado diverso. Ammettiamo (e non concediamo) che sia possibile quantificarli oggettivamente. A cosa porta il meccanismo di selezione naturale prospettato dal disegno di legge? Al fatto che i “meritevoli” saranno chiamati dai presidi prioritariamente, potendo di fatto scegliere la loro sede.”

    C’è un corto circuito logico in quanto esposto e un po’ di confusione.

    1. Si confonde “talento” con “merito”. Insegnare (come fare ricerca) non è un lavoro di catena di montaggio o di routine. Vi sono quindi “talenti” (non piace usare ‘competenze’ e abilità… lo so…) diversi che possono adeguarsi o meno ad un contesto scolastico e collegiale. Non è questione di merito…

    2. Si ammette (e non si concede) che il talento sia misurabile (e infatti non lo è, perché il talento è essenzialmente orizzontale); però poi si propone la soluzione della graduatoria con punteggio, ovvero una misura del merito con cui gli insegnanti decidono la scuola.
    3. Si deve considerare che gli insegnanti verrebbero scelti da degli albi, ovvero hanno già superato un concorso, ovvero sono tutti meritevoli (ma hanno talenti diversi).

    Il problema della legge (uno dei) è la centralità del dirigente nella scelta. In realtà questa si potrebbe risolvere se la scelta fosse invece collegiale, da parte degli insegnanti (e anche del dirigente) con cui il nuovo arrivato dovrà lavorare. L’insegnante dovrebbe poi avere la possibilità di opzione tra le diverse “offerte” che gli vengono fatte dalle scuole (se c’è ne sono più di una).

  2. >Ma dove si dirigeranno i “meritevoli”, a parità di stipendio?
    Il piu’ vicino possibile a casa.
    Onestamente, ritengo che il vero motivo del contendere sia la preferenza territoriale dei nuovi assunti e chi dovra’ decidere in caso di conflitti.
    Tutto il resto sono chiacchere che possiamo fare qui tra di noi, ma ai docenti manifestanti interessano poco.

  3. C’è qualcosa che non mi suona nel confronto con la teoria Darwiniana. Stando a quanto viene presentato nell’articolo, gli ultimi in graduatoria saranno destinati a far scadere le scuole periferiche in cui andranno a lavorare. Ma questi “ultimi in graduatoria” hanno comunque passato un concorso che li ha giudicati adatti all’insegnamento: il concetto che passa implicitamente dal discorso è quindi che c’è gente in Italia che vince concorsi e che ciò nonostante non è capace di insegnare. Se è davvero così (e personalmente sono convinto che casi del genere, per quanto limitati, esistano), allora urge davvero una riforma scolastica: quantomeno introdurre una valutazione periodica degli insegnanti, con possibilità di licenziamento in quei casi paventati dall’autore dello scritto qui sopra. Perché se davvero ci sono docenti così scarsi da incentivare “l’abbandono scolastico” e avviare gli studenti sulla strada della “devianza sociale”, perché mai lo Stato dovrebbe continuare a farli lavorare, sia pure in scuole di periferia?

    • Non mi sembra che sia questo il senso. L’articolo articola una specie di “reductio ad absurdum”. Ammesso e non concesso che si avveri quello che auspicano i riformatori (ovvero: 1) sia possibile misurare il merito degli insegnanti; 2) i presidi manager decidano di dare la precedenza ai migliori secondo tale metro) il risultato aumenterebbe la discriminazione tra “centro” e “periferia”. Non mi sembra che l’articolo intendesse dare carburante a manfrine ideologiche che sventolano i licenziamenti degli insegnanti come panacea. Che poi non ci vuole nemmeno molto a capire che devianza e abbandono scolastico sono più gravi proprio alla “periferia” dove le condizioni economiche e sociali sono più critiche. E che l’autore non intendeva che fossero provocate dalla scuola, ma che in tali contesti ci vorrrebbero insegnanti ben al di sopra della media per arginare fenomeni contro cui la scuola lotta a mani nude. Ma se la “periferia” diventasse la destinazione di ripiego, le speranze (già esili) di arginare questi fenomeni si assottiglierebbero ulteriormente.

  4. “Che più efficacemente produrrà i suoi effetti: selezionare gli alunni “adatti” (soprattutto per il fatto di trovarsi nel contesto adatto) ed avviarli a costituire la futura classe dirigente, lasciando che i “non-adatti” rimpinguino le percentuali dell’abbandono scolastico e della devianza sociale. E’ questa la meritocrazia cui si vuole tendere?”
    Credo che non esista altro tipo di meritocrazia….e a pensarlo siamo almeno in due: io e Michael Young

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