In questo periodo leggo su Roars numerosi appelli, condivisibili e doverosi, al ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza. Certamente è il ministero il primo interlocutore per questioni riguardanti i punti organico, i risultati ed i metodi della VQR, la burocrazia asfissiante e così via. Ma il mio appello, perdendo di specificità ma non per questo di incisività, si rivolge ad altri due grandi interlocutori, protagonisti non di meno della ministra nel futuro delle nostre università: professori e studenti. Prescindendo dalle questioni specifiche, l’unico grande problema dell’università e della ricerca è che pochi se ne interessano. Forse per paura di cadere in una vuota retorica, o essere divorati da critiche di “utopismo” e discorsi favoleggianti, si è perso di vista un lato importante della questione. Signori, mi scuserete per la durezza, ma, da studente, vi informo che alla maggior parte dei miei coetanei non importa nulla dei punti organico (per dirne una). Brevemente, vi dico quali sono le  cause di questa cosa e quali, a mio parere, due semplicissime soluzioni.

Le cause sono molteplici. In primo luogo, molte persone non sanno neanche di che si parla. Per favore non prendiamocela coi media ecc…, non è da loro che mi aspetto un cambiamento. È la cultura politica pubblica che questo Paese ha perso. Non lo dimostrano solo le scarse affluenze alle urne. Lo dimostra anche un giovane studente, magari con un progetto di vita nel quale si vede professore universitario, che ignora totalmente la struttura e i problemi della ricerca universitaria ai nostri giorni. Ma, questa la seconda causa, anche quando  ne viene a conoscenza, lo studente, posto di fronte all’enormità del problema, preferisce  non interessarsene. È più produttivo pensare a completare bene il ciclo di studi (cosa encomiabile, per carità). Qui la colpa a mio parere è condivisa e da qui arrivo alle soluzioni che voglio proporvi.

Ai professori, ribadisco una cosa già nota. È molto utile, anche se una sola persona su 400 vi ascolterà, dedicare 5 minuti delle vostre lezioni a queste tematiche. Non nella forma “schieratevi con me  pro o contro il ministro…” ma nella più classica forma “ragazzi, qui c’è una questione seria che vi riguarda, su Roars (per dirne una) è spiegata in maniera approfondita, andate a dare un’occhiata”. E questo appello non va ripetuto una volta, ma frequentemente.

Ma è ai ragazzi che penso di poter dire la cosa più interessante. Si può avere l’impressione, parlo per quei pochi che si interessano alla questione, che non saremo mai in grado di dare un contributo significativo alla riflessione. Allora, l’unica idea che ci viene in mente, è quella di  organizzare proteste nelle quali siamo in 1000 (poi tanto siamo sempre in 200) per non ottenere nulla. Lungi da me rinnegare le manifestazioni studentesche, sempre però sotto certe condizioni. Ma io, nella mia esperienza personale, ho trovato una via forse più concreta. Organizzate degli incontri, una volta ogni due settimane, con un gruppo di amici (o conoscenti) per discutere su questi e altri argomenti. Ma non deve essere un seminario. È  un incontro. Introducete il problema, (cosa può interessare agli universitari più che delle questioni riguardanti università e ricerca?) e poi ascoltate le opinioni di ognuno a riguardo. Vi assicuro che le persone, stimolate ad esprimere la propria opinione (chiamata quindi in causa la loro intelligenza umana, intesa come attenzione alla realtà che li circonda) si coinvolgeranno davvero. Questo è un metodo alternativo rispetto alle famose assemblee di 400 persone in cui due parlano da un megafono, molti ascoltano e pochi si interessano. Si tratta di coinvolgere personalmente gli altri, non solo considerarli potenziali lettori o ascoltatori. Io stesso non avrei scritto questo breve spunto, se non ispirato da un incontro fatto ieri che ha avuto questo carattere.  E badate, da qui parte la vera assemblea, perché da 10-15 diventerete almeno 60 e forse più. Ma 60 persone davvero interessate, considerando i diversi ambiti di studio e di vita, sono molto più incisive di 1000 semplici ascoltatori. Anche da qui, probabilmente, parte il cambiamento.

È una soluzione così banale, così ovvia, che pochissimi l’hanno evidenziata ed adottata. Ma, e qui concludo, accanto alle lettere ai ministri e a tentativi “dall’alto” devono svilupparsi queste e altre iniziative “dal basso”, in modo da poterne  beneficiare reciprocamente e dare un serio contributo al dibattito ed alle riforme.

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3 Commenti

  1. Caro Paolo,

    grazie di questo invito al dialogo ed alla riflessione. Il principale peccato dell’Università, in questi tempi amari ed inquieti, è un fatale errore di prospettiva. Noi docenti (insieme ad altre componenti di questo piccolo grande mondo) siamo troppo impegnati a rivolgerci all’esterno, ad un interlocutore politico che è per lo più un’entità astratta, vestita di leggi, regolamenti, decreti e verbali, e così trascuriamo il dovere più importante: quello di guardarci “dentro”. La premessa indispensabile di ogni rivendicazione è infatti la coscienza di sé. Qualsiasi nostra protesta o critica è solo un infondato balbettio, se non siamo in grado di rispondere ad una essenziale, semplice domanda: Ma tu, chi sei? Il sapere, di cui spesso ci vantiamo, più o meno tacitamente, di essere gli operatori, nasce dall’umile e silenziosa azione del pensiero. Che comincia a creare nel preciso istante in cui si fa parola. Sincera, aperta e possibilmente condivisa.

    Non mi resta, caro Paolo, che associarmi al tuo augurio che i nostri atenei tornino ad essere luoghi di scambio di idee e di crescita comune, in cui il confronto – o se, necessario, lo scontro – avvenga sulla base di una divergenza di vedute, anziché su sterili conflitti tra gruppi di interesse.

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