C’è una certa agitazione in questi giorni all’interno del mondo universitario e delle comunità scientifiche dopo la pubblicazione da parte del Ministero della procedura per la formazione delle commissioni nazionali per il conferimento delle abilitazioni e da parte dell’Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario (ANVUR) degli indicatori da utilizzare per selezionare gli aspiranti commissari e per valutare i candidati.

Un’agitazione certamente giustificata (come ben testimoniano gli interventi di Mazzarella e Banfi apparsi su questo giornale), ma che per non risultare semplicemente corporativa e difensiva rispetto a rendite di posizione acquisite deve aprirsi e diventare una profonda e radicale riflessione intorno al modello di università che i dispositivi apparentemente solo tecnici che si sono avviati in questi anni di fatto veicolano. Se non ci si muove in questa direzione i documenti di protesta, le prese di distanza e in generale tutte le critiche per quanto argomentate rischieranno di cadere dentro il calderone delle lagnanze insignificanti di chi si sente depauperato di un potere al quale non intende in alcun modo rinunciare.

Il decreto in questione sblocca, di fatto, una situazione di stallo relativa alla possibilità di scorrimenti di carriera e di nuovi ingressi all’università che rischiava di diventare (se già non è diventata) foriera di situazioni patologiche dagli effetti davvero infausti: esclusioni di intere generazioni dal mondo della ricerca, invecchiamento dei ricercatori, frustrazioni da stagnazione, ecc. Una carta – questa dello sblocco – che viene evidentemente utilizzata per far passare in fretta e furia alcuni elementi che non riguardano solo le abilitazioni, ma che riflettono, più profondamente, un modo di pensare l’università e la ricerca scientifica che forse meriterebbe una attenzione diversa sia da parte delle forze politiche sia da parte delle comunità scientifiche.

Il nuovo regolamento si propone, infatti, di imprimere una svolta in relazione alle pratiche concorsuali introducendo alcuni elementi che dovrebbero premiare il merito, selezionando sia i commissari tra i docenti ritenuti “migliori”, sia i candidati, imponendo loro delle soglie relative alla produzione scientifica che dovrebbero dire chi può e chi non può concorrere per l’abilitazione.

La pretesa di far passare criteri quantitativi come criteri di valutazione della qualità per distinguere i migliori dai peggiori è uno dei punti di maggiore criticità della normativa in questione. Una tale pratica è stata al centro di un ampio dibattito a livello internazionale, dove perlopiù si sostiene che indicatori di questo tipo se mai possono avere (e non è detto che abbiano) una qualche funzione nella valutazione della produttività di una struttura, non possono però essere considerati indicatori di qualità degli individui. L’identificazione di produttività e qualità nella ricerca può essere fonte di danni enormi, trasformando dall’esterno e nel profondo le stesse pratiche di ricerca, disincentivando, ad esempio, ricerche di lunga durata che non si depositano in una cospicua numerosità di prodotti, intralciando l’avvio di ricerche innovative e transdisciplinari, tendendo all’omologazione nella ricerca verso modelli mainstream.

Nell’ambito dei settori “scientifici” già si è sollevata la voce dell’Unione Matematica Italiana, secondo la quale l’uso automatico di parametri bibliometrici e strumenti statistici per la valutazione degli individui è una pratica inaccettabile e condannata dalla comunità scientifica internazionale. Dall’altro lato, in ambito umanistico, il presidente dell’Associazione dei Costituzionalisti, Valerio Onida, ha evidenziato come nel dispositivo si faccia dipendere scorrettamente la valutazione della qualità della produzione scientifica da un elemento estrinseco (“classe” di appartenenza delle riviste su cui sono comparsi gli articoli) definito peraltro ora per allora e con effetto retroattivo.

Ma c’è anche un’altra riflessione da fare. Se, per valutare la qualità delle persone, si sceglie di affidarsi ad indicatori quantitativi, di fatto lo si fa per relativizzare il giudizio di chi valuta.

E che c’è di male, si dirà, nell’eliminare il giudizio? Non è forse proprio dalla soggettività, e quindi dall’arbitrarietà, dei giudizi che dipendono molti dei mali dell’università italiana? Non è proprio qui – nella soggettività del giudizio – che si annidano e si originano le patologie più profonde del sistema universitario italiano?

Io credo stia proprio in questo tentativo di far fuori il giudizio e la soggettività l’elemento di più radicale distorsione su cui si fonda la retorica della meritocrazia che costituisce l’ideologia, per molti aspetti populistica, che sorregge questo tipo di normative. Non è introducendo meccanismi e automatismi che si eliminano le storture e i vizi dell’università italiana. E non è all’adesione a criteri di tipo quantitativo che si può ridurre l’oggettività. Nella valutazione della ricerca e nella valutazione delle persone che fanno ricerca l’oggettività non può e non deve prescindere dall’assunzione di responsabilità della soggettività che è chiamata a valutare. Meccanismi e automatismi non fanno parte di una cultura della responsabilità. Una cultura della responsabilità è una cultura in cui chi decide e chi giudica (e chi abbia un po’ di esperienza internazionale sa che accade perlopiù così dappertutto), mette il proprio nome (la propria faccia, i propri valori, e dunque la propria soggettività) a sostegno del proprio giudizio. E mettendo in gioco la propria soggettività si espone e si mette in gioco di fronte alla comunità dalla quale viene poi chiamato a rendere conto delle proprie scelte.

La retorica populistica della meritocrazia rischia di produrre una cultura della valutazione che invece di incentivare scelte responsabili, tende a innestare un enorme meccanismo deresponsabilizzante in cui nessuno è responsabile di nulla, nessuno risponde di alcunché, perché a decidere è, appunto, il meccanismo stesso.

 

Articolo apparso su L’Unità del 7 luglio 2012.

 

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66 Commenti

  1. Il punto fondamentale e’ che molte persone dei settori umanistici (e non solo loro) non hanno ancora digerito l’assioma 0:

    ASSIOMA 0
    ESISTE UNA FUNZIONE CHE MAPPA L’INSIEME DEL MONDO REALE NELL’INSIEME DEI NUMERI.

    Molti non digeriscono neppure l’assioma piu’ debole, l’assioma 0.1:

    ASSIOMA 0.1
    ESISTE UNA FUNZIONE CHE MAPPA UNA PARTE DELL’INSIEME DEL MONDO REALE NELL’INSIEME DEI NUMERI.

    E voi?

  2. Secondo me e’ proprio l’opposto.

    La retorica populistica della responsabilizzazione rischia di produrre una cultura della valutazione che invece di incentivare scelte meritocratiche, tende a innestare un enorme meccanismo anti meritocratico nel quale il responsabile di scelte mediocri di fatto non risponde di alcunché, perché a giudicare il suo operato saranno persone che operano come lui.

    • Vi sono settori dove chi ha scritto 4 libri non supera la mediana, ma la supera chi ha scritto due articoli (anche di pochissime pagine) in riviste di fascia A (che ancora non si sa quali siano: perché l’ANVUR non le pubblica?).
      E’ questa la meritocrazia, lusa? se questa mappa di un insieme del mondo reale ti piace, tienitela cara. Ma dalle un altro nome.

      Io propongo l’

      ASSIOMA -1:
      UNA FUNZIONE CHE MAPPA UNA PARTE DELL’INSIEME DEL MONDO REALE NELL’INSIEME DEI NUMERI IN MODO RIDICOLO, E’ UNA FUNZIONE RIDICOLA

  3. CIT:
    “Il nuovo regolamento si propone, infatti, di imprimere una svolta in relazione alle pratiche concorsuali introducendo alcuni elementi che dovrebbero premiare il merito, selezionando sia i commissari tra i docenti ritenuti “migliori”, sia i candidati, imponendo loro delle soglie relative alla produzione scientifica che dovrebbero dire chi può e chi non può concorrere per l’abilitazione.”

    Io credo invece si debba guardare a questi criteri di abilitazione come uno strumento perfettibile per “punire il demerito” ovvero per 1) impedire a personaggi improduttivi parcheggiati nella nostra accademia di poter giudicare chi sia più o meno meritevole e 2) impedire ad aspiranti docenti meno produttivi dei docenti mediamente produttivi di conseguire il patentino per i concorsi locali.

    Per quanto riguarda i settori bibliometrici (nei quali ho esperienza diretta), credo che non ci sia nulla di scandaloso nell’introdurre dei parametri numerici perfettibili che agevolino per questa tornata i giovani più “produttivi” a discapito di chi ha già beneficiato a sufficienza delle infornate stabilizzative del passato e del favore degli amici. Non considero questa soglia numerica quantitativa come un criterio approssimativo per valutare la qualità dei futuri docenti ma un criterio utile ad impedire che i peggiori miracolati dell’università italiana possano accedere alle successive selezioni interne da giocare in casa in compagnia degli amici.
    Quelli che invece non rientrano tra questi miracolati dal sistema di potere locale e dalle lungimiranti politiche nazionli (e il contribuente ne paga parecchi…) ma che quest’anno si trovano al limite inferiore della soglia, produrranno come loro solito e passeranno l’abilitazione del prossimo anno.
    Il numero che accontenta tutti, putroppo non può esistere….

    • L’uso della bibliometria per le valutazioni individuali non ha basi scientifiche e c’è un vasto consenso relativamente ai possibili danni che comporta, come testimoniato da diversi pronunciamenti di società scientifiche a livello internazionale (per una lista di riferimenti bibliografici si veda: https://www.roars.it/online/?p=9644). Tra i pericoli segnalati, di particolare rilievo sono l’incentivazione all’omologazione scientifica e ai comportamenti opportunistici.

      In particolare, l’eterogeneità dei parametri bibliometrici in funzione dei temi di ricerca, anche all’interno di settori relativamente circoscritti, rende veramente arduo elaborare soglie “eque” a meno di non mantenerle relativamente basse. L’uso delle mediane che rende le soglie dinamiche aggiunge un tocco di follia, anche solo per le difficoltà pratiche della valutazione statistica (incredibile che le mediane siano state calcolate in base a quanto presente nei siti docente popolati su base volontaria su *invito* del presidente dell’ANVUR).

      So bene che molti usano l’argomento “emergenziale”: vista l’eccezionalità del caso italiano non possiamo permetterci metodi scientifici e validati ma si devono usare metodi speciali mai sperimentati altrove. Un po’ come se un paziente venisse sottratto ai medici e curato con le pozioni dei guaritori. Meglio la pozione che niente, si dirà. Ma per un malato non è meglio affidarsi ad un medico che prescriva farmaci scientificamente testati? Chi sarebbe così sprovveduto da ingurgitare, primo al mondo, degli intrugli miracolosi preparati da guaritori che se ne infischiano degli avvertimenti della scienza medica e farmacologica?

      È anche interessante notare che proprio la bibliometria applicata su scala nazionale (un livello aggregato che ne rende possibile l’uso scientifico) smentisce l’eccezionalità del caso italiano. In particolare, nei settori bibliometrici, la produttività italiana è superiore a quella di Germania, Francia e Giappone, come illustrato sotto. Una ragione in più per adottare un approccio scientifico e non affidarsi alle pozioni miracolose.


  4. @ lusa: Wow, mi mancava l’assioma 0!

    Ovviamente qualunque testa pensante capisce che una mappatura proietta solo enti e non le specifiche proprietà e relazioni tra enti mappati. In altri termini, solo se assumi un universo fatto di atomi simili a numeri puoi immaginare che la mappatura fotografi relazioni e proprietà reali, altrimenti semplicemente le cancella.

    Quanto alla pagina di Illetterati mi pare sostenere una tesi inattaccabile. Ci si è intestarditi sull’idea che la quantificazione avrebbe piegato le male pratiche e, come ampiamente previsto, le male pratiche convivranno felicemente con ogni quantificazione. Prima di ritenere che la responsabilizzazione fallisce a priori sarebbe stato bello provarci almeno una volta, ma ci si è sempre opposti, per dire, alla pubblicazione dei giudizi individuali dei membri delle commissioni (privacy! in un concorso pubblico!). In questo modo ogni singolo membro poteva farsi schermo del giudizio di sintesi, sostenendo che non corrispondeva alla sua valutazione.

    Inoltre la responsabilizzazione, dove funziona, funziona con valutazioni ex post: tu, dipartimento, hai reclutato una capra e mal te ne incoglierà sul piano finanziario.

    La funzione dell’abilitazione poi sembra essere sfuggita ai più: si tratta di deliberare intorno alla capacità di svolgere un certo compito, dunque richiedrrebbe parametri fissi (tipo CUN) e non variabili come le mediane (ciò ne fa una sorta di valutazione comparativa, solo fatta male).

    Infine, valori quantitativi di minima potrebbero anche essere un modo sensato per stabilire parametri che scremino la componente univocamente unfit, ma per fare ciò devono essere necessariamente asticelle basse. Asticelle alte di tipo quantitativo lungi dal selezionare eccellenze si limitano a promuovere la produzione industriale di roba mainstream, stroncando ogni tentativo di fare ricerca con oggetti e metodi non già consolidati. E’ la morte della ricerca, che viene ridotta a comunicazione sempre più formalmente raffinata di materiali sempre più irrilevanti.

    • Concordo pienamente e aggiungo che gli effetti collaterali si estenderanno anche al settore della didattica. Per stare dietro certi parametri intensivi si deve lasciare indietro qualche altra cosa. Mi sembra così naturale.

  5. Tempo fa mi e’ capitato di assistere ad una conferenza pubblica dove un giovane filosofo parlava di relativita’ ristretta e generale.

    E’ stato spassosissimamente delirante.

    Poi mi sono detto. Va beh. Sara’ un caso isolato.
    Ho cercato su internet e ho scoperto che non e’ cosi.
    E questi sono miei i colleghi umanisti. Sigh.

    Quando ero ancora assegnista ho frequentato il primo anno della SSIS
    (non ho fatto il secondo anno perche’ nel frattempo ho preso la cattedra al liceo con il conc. ordinario). Quell’anno mi sono dovuto sorbire i delirii di pedagogisti, psicologi e filosofi sui limiti della scienza.

    Un giorno ho provato a controbattere, ma per poco non venivo linciato dai miei colleghi specializzandi (era una classe con piu’ di 200 persone con
    tutte le lauree).

    Ho poi insegnato per alcuni anni alla SSIS proprio per cercare di arginare tutto cio. Ma purtroppo non insegnavo agli umanisti.

    In italia solo gli umanisti insegnano a tutti. Siamo ancora fermi a Giovanni Gentile e Benedetto Croce.

    Altro che Politecnici, io creerei gli “Umanincomi”.

    • @ lusa: temo che intrattenere i colleghi in una diatriba tra umanisti e scienziati vada al di là di quanto si possa chiedere alla pazienza di chi cortesemente ospita questi commenti.

      Mi permetto solo sommessamente di far notare quanta arroganza, suffragata da niente, visto che non hai nulla da replicare sul piano argomentativo, emerge dalle tue parole. Grazie al cielo (come umanista amante delle scienze) rispetto i saperi altrui ed evito di esprimermi su ciò di cui non ho adeguata contezza. Purtroppo ciò non è ovunque parimenti diffuso, come il tuo commento testimonia, intenzionalmente e preterintenzionalmente.

    • Questa cosa dell'”argomentare” e’ tipica dei filosofi.
      Non si tratta di “argomentare” ma di fare teorie e confrontarle con la realta’. Non si arriva alla verita’ “argomentando”.

      La mia arroganza e’ suffragata dal fatto che in qualche caso ci ho preso. Le mie teorie (la mia equazione in particolare) sono state confermate empiricamente in vari laboratori nel mondo. Ecco perche’ alcuni miei risultati sono molto citati. Ecco perche’ sono PA, ed ecco perche’ sono molto a favore dei parameteri bibliometrici.

  6. secondo me c’e’ un altro non senso nel settore 12 ( giurisprudenza ).
    per ora abbiamo due mediane, e quindi bisogna pasare una delle due, ad esempio per p.a., nel mio settore
    devi avere 3 monografie oppure 13 articoli o capitoli. Se uno ha due monografie ( si parla di 300, 400 pagine ognuna), e 12 articoli non passa. Viceversa, se uno ha una bassa eta’ accademica, con 6 articoli e’ dentro…..
    chi sostiene questo sistema, mi puo’ spiegare come giustifica questa assurdita’? voglio sottolineare che per scrivere una monografia seria ci vogliono anni, e che quindi chi si e’ impegnato a fondo e’ penalizzato, solo perche’ non sapeva che era meglio fare qualche banale articoletto….. allora cosa faccio? pubblico stupidata su rivista on line oppure taglio le mie monografie in 20 capitoli…..io lo trovo non dignitoso.

    • Non è solo “poco dignitoso”: è una deliberata mancanza di rispetto verso il tuo (il nostro, perché parecchie migliaia di ricercatori hanno affidamenti didattici, cioè insegnano) lavoro di docente nell’Università italiana.

  7. Mi sembra che, a furia di parlare degli infausti numeretti ANVUR, si sia finito con l’accettare che la conta degli articoli e delle citazioni rappresenti veramente una misura del nostro lavoro di ricerca.
    Non credo di essere il solo a pensare che non sia così.
    Nel dettaglio, il numero degli articoli rappresenta approssimativamente un indicatore quantitativo dell’impegno nella ricerca: ma solo se quantomeno pesato per il numero di coautori. Nella versione attuale, in cui pubblicare x articoli all’anno con 2, 20 o 200 persone è indifferente, la relativa “misura” è ridicola.
    Il numero delle citazioni, ahimè, allo stato attuale sembra indicare la tempestività del gruppo di ricerca nel seguire una moda indifferentemente dai risultati presentati: ho già riportato altrove le mie personali esperienze con lavori di cui non vado particolarmente fiero, ma di notevole successo bibliometrico stante la loro tempestività (per inciso, la moda in questione era un’etichetta similnuova quanto priva di significato).
    Comunque le citazioni implicano che qualcuno abbia letto almeno l’abstract e, con un po’ di fortuna, le conclusioni.

    Ma almeno avremo costretto questi odiati universitari a lavorare, si dirà. Il punto è che criteri così concepiti puniscono chiunque

    1) abbia dedicato energie significative alla didattica, da associato o da ricercatore, presso università italiane;
    2) non faccia parte di un gruppo numeroso e/o praticante la courthesy authorship;
    3) sia occupato di argomenti “di nicchia” o comunque non di moda negli ultimi anni.

    A questo punto la risposta standard dei sostenitori del’ANVUR, siano essi studiosi in buona fede o troll a nome collettivo, è che delle ingiustizie sono inevitabili, ma anche necessarie stante lo stato rovinoso dell’università italiana.

    Nel contrasto dell’idea, largamente diffamatoria, di stato rovinoso i curatori di ROARS hanno profuso grandi energie -si tratta dopotutto della “ragione sociale” originaria di questo sito. Penso che non vi sia bisogno di dire altro: i numeri sulla produttività scientifica nazionali stanno lì, per gli studiosi (ai troll non servono).

    La questione interessante, ora, è lo scenario evolutivo che scaturisce dai criteri ANVUR. Criteri che, oggettivamente, incentivano:

    1) il disinteresse per la didattica a tutti i livelli;
    2) la produzione industriale di articoli “a prescindere”, fino alla courthesy authorship;
    3) l’esclusiva attenzione a mode tecniche sanzionate da chissà quale autorità, anzi l’elevazione ad autorità di chi proclama tali mode, finanziandole.

    Siamo certi che reclutare i professori del futuro su queste basi rappresenti l’ottimo che si va cercando?

    • @ StefanoL: Perfettamente d’accordo. Aggiungo come una quarta conseguenza, per i settori non bibliografici, l’incentivo a produrre micromonografie: perché provare a scrivere un lavoro comprensivo di 300 pagine se se ne possono fare tre/quattro monografie autonome (basta elemosinare un ISBN). Che poi l’organicità della presentazione unitaria vada perduta è un danno collaterale: tanto riguarda solo i contenuti.

  8. Il riferimento di Illetterati alla deresponsabilizzazione dei commissari solleva una serie di temi fondamentali, che vanno ben al di là dei problemi metodologici che in questi giorni polarizzano il dibattito su ROARS.

    In un articolo su questo sito dal titolo “La VQR ed il regolamento di conti all’università: buoni contro cattivi” (https://www.roars.it/online/?p=8196) ponevo il tema delle motivazioni alla base del processo di formazione delle commissioni nazionali per il conferimento delle abilitazioni. Identificavo tre gruppi di docenti: gli “attivi interni”, gli “attivi esterni” ed i “marginali” e adombravo possibili distorsioni del meccanismo e potenziali scenari da “Sparatoria all’OK corral”. Siamo giunti perfino al caso in cui Giovanni Federico, presumibilmente autoproclamatosi “attivo interno”, suggeriva di fare mobbing sui mediocri e di farne degli zombies. (https://www.roars.it/online/?p=10727)

    Prima domanda. Qual è il motivo vero, profondo, che spinge i docenti universitari a far parte delle commissioni di concorso, ben sapendo che in Italia il processo è sostanzialmente di cooptazione e non di vera selezione? Si possono ipotizzare varie risposte, non necessariamente autoescudentesi.
    1. Dare un genuino e disinteressato contributo alla scienza, contribuendo a selezionare i migliori.
    2. Fare gli interessi della propria comunità scientifica o della propria istituzione di ricerca (facoltà, università).
    3. Dimostrare ai colleghi che si è bravi (“attivi” interni o esterni).
    4. Dimostrare ai colleghi che si è potenti.
    5. Voglia di mettere in riga i colleghi che fanno poco o nulla, e che non danno alcun contributo all’università (cacciata dei mercanti dal tempio).
    6. Dare o tramandare il posto ai propri allievi, parenti, affini.
    7. Curare i propri interessi professionali-economici (medici, avvocati, ingegneri, ecc.).
    8. Altre motivazioni (specificare).
    Nel complesso siamo di fronte ad un sistema basato sul conflitto di interessi in cui il selezionatore che sbaglia di fatto non paga; deve comunque controbilanciare i vantaggi della posizione di membro della commissione di concorso con le rogne di possibili ricorsi da parte dei perdenti.

    Seconda domanda. Perché il meccanismo che presiede al ritiro della domanda è regolato in maniera quasi maniacale? Il ritiro della domanda è pratica ordinaria nei concorsi universitari. Qual è il senso di tutto questo? Se lo diciamo ai colleghi stranieri non capiscono il motivo per cui uno partecipa ad una gara e poi, improvvisamente, con una decisione presa in pochi giorni, si ritira. Possibili risposte:
    1. Si pensa che, subendo una sconfitta, si “perda la faccia”.
    2. Si negozia il ritiro in vista di altri benefici.
    3. Altre motivazioni (specificare).
    Nel complesso si ha l’impressione di un sistema medievale, basato su sottili e oscuri intrecci, non di una normale competizione per assumere la persona giusta al posto giusto. E poi ci vorrebbe un po’ di spirito olimpico: partecipare è comunque un onore!

    Terza domanda. Abbiamo ben presente che tutto il meccanismo messo in piedi serve per assumere o promuovere docenti, persone che debbono trasmettere, oltre che produrre, conoscenze?
    1. Un bravo ricercatore non è necessariamente un bravo insegnante.
    2. E’ alquanto inverosimile che si ripeta quanto avvenuto a Rubbia che ha perso il concorso a cattedra a (mi pare) Lecce. Probabilmente è stata una scelta saggia, perché si può ipotizzare che in quella università avevano bisogno di un docente che svolgesse le regolari attività piuttosto che di una star che avrebbero visto soltanto di sfuggita.

    Mi farebbe dunque piacere che il dibattito su ROARS si sviluppasse, oltre che sui meccanismi del processo di selezione, per definizione imperfetti, anche sulle motivazioni di fondo che muovono gli accademici e sugli esiti finali attesi.

    • G. Sirilli: “Perché il meccanismo che presiede al ritiro della domanda è regolato in maniera quasi maniacale? Il ritiro della domanda è pratica ordinaria nei concorsi universitari. Qual è il senso di tutto questo?”

      Senza nulla togliere alle ottime osservazioni di Giorgio Sirilli, per i candidati c’è un motivo molto semplice: chi non consegue l’abilitazione è escluso dalla partecipazione alle successive tornate per unn biennio. Dato che si teme un’ondata di domande, limitare la libertà di ritirarsi serve a ridurre il numero di curricula da esaminare (chi teme di non farcela si chiamerà fuori in anticipo per paura di beccarsi due anni di penalità).

      Per i commissari, la penalità è dare pubblicità alla loro esclusione dal novero dei sorteggiabili (una specie di etichettatura come professori di serie B).

    • Ringrazio Giuseppe De Nicolao per le informazioni sulle motivazioni sul ritiro dell adomanda.

      Rimango tuttavia insoddisfatto circa la ratio del ritiro. La regola del fermo di due anni come al gioco dell’oca riflette un sistema tutto basato sull’offerta di lavoro, non sulla domanda. In altri termini il centro dell’interesse è l’individuo che deve o meno essere promosso – e che in due anni verosimilmente non sarà “cresciuto” abbastanza- , e non sulle esegenze, variabili nel tempo, di una università. L’idea della partecipazione ad una gara, ad un confronto, in cui vince il migliore, mi pare assente.
      Per i commissari il rifiuto di correre il rischio di essere etichettati di serie B denota un sistema chiuso, corporativo, a compartimenti stagno, in cui ci si acquatta e non ci si misura a viso aperto con i colleghi, e quindi si evita il confronto. Un’immagine che si addice a tale stato di cose è quella antica del barone, padrone assoluto nel proprio territorio, che rispetta il territorio degli altri baroni e se ne tiene a dovuta distanza. Ma il 1968 non è passato da qualche lustro?

      Un’altra immagine che mi torna alla mente è quella di quando insegnavo in una università italiana, circa venti annifa, e spingevo per introdurre la valutazione dei docenti da parte degli studenti. Un collega, in consiglio di facoltà, disse: “Io sono stato valutato quando sono andato in cattedra, e ora non mi faccio valutare più da nessuno, figurarsi dagli studenti”.

      Ah, se l’ANVUR riuscisse veramente a cambiare questa sub cultura, e contribuisse a far entrare aria nuova nell’università italiana!

  9. Il titolo del post e’ molto interessante. Lascio qualche commento, che ovviamente rispecchia soltanto alcune riflessioni personali.

    1) E’ indubbio che l’Universita’ italiana soffre di grandi problemi. E’ anche indubbio che l’Universita’ italiana e’ oggetto di un attacco volto a screditarla nel suo insieme. Che l’Universita’ italiana abbia ancora qualche capacita’ credo lo debbano riconoscere anche i piu’ acerrimi detrattori: dopo tutto molti studenti italiani vengono accettati come PhD students nelle piu’ importanti Universita’ che tanto (giustamente!) portiamo come esempi cui tendere.

    2) Nell’Universita’ italiana ci sono situazioni (come riportato da molti articoli giornalistici) scandalose, ma che HANNO NOME E COGNOME. Perche’ non iniziare a ripulire partendo da casi NOTI, che potrebbero essere risolti per legge? Io vedo una grande facilta’ a dire “E” TUTTO MARCIO”, ma a lasciare il marcio che invece si vede li dove sta. Invece NON E” TUTTO MARCIO. Qualcuno in questo sito ha scritto che e’ PA, perche’ ha fatto un lavoro importante. Ottimo. Quindi questo collega ha vinto un concorso, il suo merito e’ stato riconosciuto, si o no? E posso citare decine di casi di concorsi che si sono svolti in maniera decente. Oppure, TUTTI NOI, abbiamo vinto concorsi per nepotismo? Per favore, siamo seri.

    3) Non concordo col titolo del post. La realta’ e’ che 20 anni fa poteva entrare chi non aveva prodotto quasi nulla di rilevante. Lo sviluppo di internet, etc etc, ha permesso (tra le altre cose) di avere una visione piu’ realistica della situazione. In questa prima fase (diciamo negli anni 90) il NUMERO DI ARTICOLI, CITAZIONI, etc possono essere considerate funzioni lineari della produttivita’ personale. Ovvero, tra un candidato che abbia 10 articoli, e un candidato con 1, PROBABILMEMTE il candidato 10 ha lavorato di piu’ e prodotto di piu’ di quello con 1 articolo. In questa fase, una valutazione puramente NUMERICA avrebbe potuto lasciar fuori dal sistema i casi patologici.

    4) Oggi e’ sotto gli occhi di TUTTI (ci sono articoli dettagliattisimi pubblicati su riviste come Physics Today) che una valutazione NUMERICA brutale di un bravo scienziato sia oltre che impossibile anche insensata. Io credo che il titolo del post dovrebbe essere pertanto dalla QUANTITA’ alla QUALITA’.

    5) L’ho gia scritto, e lo ripeto, perche’ ne sono profondamente convinto: le mediane cosi concepite PERMETTONO l’accesso alle abilitazioni a molti “gregari” in enormi collaborazioni, che probabilmente non hanno mai presentato personalmente UN lavoro ad un convegno internazionale (piu’ di una volta mi e’ capitato di chiedere delucidazioni sul contenuto di articoli, ottenendo risposte del tipo “non so, su quella parte non ho lavorato”, fino a “sai, non l’ho mica letto, ci sono perche’ faccio parte della collaborazione”), e contemporaneamente POSSONO impedire l’accesso a validissimi ricercatori, che lavorando in piccoli gruppi hanno indici piu’ bassi. Mi ripeto alla nausea: NON STO DICENDO di ELIMINARE gli indicatori attuali, ma PERCHE’ NON AGGIUNGERE COME INDICATORE *anche* uno basato sulla normalizzazione per numero di autori?

    La mia (brutta) impressione e’ che tali mediane potrebbere risultare MOLTO spiacevoli, per molti potenziali commissari e potenziali abilitati….

    • Concordo sul fatto che con le mediane, in certi settori, tipo il 02/A1 dove si pubblicano articoli a piu’ di 1000 nomi (sul serio, non scherzo), i gregari possano emergere enormemente.
      Ed addirittura risultari tra gli scienziati italiani piu’ citati al mondo. Sigh.

      Concordo che il tutto andrebbe corretto con una normalizzazione per il numero di autori. Ma questo e’ ormai un problema che riguardera’ le commissioni.

      Personalmente, come ho gia’ detto, sarei per utilizzare anche un “single-author h-index”.

  10. Condivido abbastanza quello che dice Luca, ma dire che non tutti abbiamo superato il concorso per nepotismo, sarà vero, ma è l’atra faccia della medaglia del dire “purtroppo ci saranno delle ingiustizie”. Così dicono quelli dell’ANVUR.
    Ma lasciamo perdere e parliamo del decreto. IL decreto dice che uno per essere abilitato deve superare i parametri numerici E quelli qualitativi. Il decreto dice anche che le commssioni possono mettere criteri più restrittivi. Lo faranno? Io credo di No- e l’Artefice lo sa! Se le commissioni dovessero mettere dei criteri che considerano anche il numero degli autori e la posizione del nome (almeno per i SSD dove questo conta molto) salterebbe tutto il piano dell’Artefice! Facciamo pressione a livello dei colleggi degli ordinari affinchè questo parametro venga aggiunto dalle commissioni … sarebbe una rivoluzione. E sarebbe ancora più sconvolgente se le commissioni non abilitassero in automatico quelli che superano le mediane e la normalizzazione per numero di autori e posizione nomi, ma solo chi ha anche criteri qualitativi: lavori originali accolti con commenti editoriali, review su invito da riviste prestigiose, partecipazioni ad editiorial board di riviste internazionali, capacità di attrarre fondi …. ficnhè ce ne erano 🙁 etcc..

  11. @giorgio.
    Interessante quello che scrivi.
    Purtroppo penso che il pinto 6 (sistemare pupilli e nipoti) sia quello che spinge molti PO ad entrare in commissione seguito subito a ruota dal punto 4 (potere …. vedi ambiente mafioso). Ora nei concorsi italiani i commissari devono dichiarare di non essere parenti dei candidati, ma esistono gli scambi di favori con relative fregature … so di un PO che nell’ultimo concorso ha fatto di tutto per entrare in una commissione dove il suo ruolo era quello di fare idoneo un concorrente che era anche concorrente del figlio in un altro concorso … ma alla fine l’hanno fregato … almeno così si dice … queta è l’accademia ragazzi .
    Ho visto anche fare idonei a PO candidati che presentavano 24 lavori (su 25) in comune con il PO in commissione, dove il PO era nel 90% dei casi ultimo nome, ma si dichiarava che il contributo del candidato era eccezzionale ed indispensabile anche se era solo 12 volte primo nome e 2-3 volte ultimo nome. mentre si escludevano candidati che avevano presentato 25 lavori con il proprio nome come ultimo nome e alcuni ad autore singolo. …questa è l’accademia ragazzi .

  12. facciamo un esempio, se la mediana delle monografie è 2, quella delle riviste scientifiche è 12, quella delle riviste classe A è 0, l’abilitazione la supero con ad es. 3, 12, 0 o anche con 3, 5, 0? spero di essere stato chiaro. cioè gli ultimi due indicatori devono almeno misurare 12 e 0 oppure possono stare anche sotto?

    • Mediane 2, 12, 0
      Si supera con 3, x, x
      Oppure x, 13, x
      Oppure x,x,1
      Essendo x inferiore o pari alla mediana (ovvio che si possa superare la mediana in più di un criterio, ma ne basta uno)
      Esclusi casi particolari di normalizzazioni..
      P.s. Come si fa a stare sotto 0?

    • Basta superare una mediana su tre. Non Per niente, Profumo “Dai dati che ha potuto analizzare si sarebbe reso conto che il criterio della mediana sfavorisce le aree 1‐9 rispetto alle aree10‐14.” La regola “uno su tre” potrebbe essere nata dal maldestro tentativo di mettere una pezza al D.M. “Criteri e parametri” che prevedeva la regola “una su due”, dove però la prima mediana metteva nello stesso calderone un minestrone di monografie, capitoli di libro e articoli scientifici. Per rimediare si è forzata l’interpretazione del testo, come se le monografie e capitoli+articoli fossero due indicatori separati, ma non c’era più modo di trasformare “uno su due” in “due su tre”.

  13. Gentile De Nicolao sul punto credo di non aver ricevuto risposta. in mancanza di un’interpretazione autentica, credo sia lecito leggere la norma anche nel modo che ho esposto. ossia indicatori minimi da raggiungere e superare almeno su una mediana. Che ne pensa?

    • dal DM 7/6/2012:
      “b) ottengono una valutazione positiva dell’importanza e dell’impatto della produzione scientifica complessiva gli aspiranti commissari i cui indicatori sono superiori alla
      mediana in almeno uno degli indicatori di cui alle lettere a) e b) del numero 6.”
      Credo non vi sia la possibilità dell’interpretazione di cui parla JohnnyMnemonico. Non si parla da nessuna parte di indicatori minimi da raggiungere.

  14. @ Claudio La Rocca

    nel DM non c’è scritto che si possa stare anche sotto alle altre due mediane. Ad una prima lettura lo si interpreta erroneamente implicitamente, ma non c’è scritto da nessuna parte.Il punto è tale dubbio sarebbe stato più circostritto le le mediane fossero rimaste due. Ora, con tre, la cosa diventa più seria e non si può liquidarla facilmente.

    • No. È una interpretazione esclusa dalla stessa anvur, e anche ammesso, non ci sarebbe nessuno interessato a farla valere, quindi inutile discutere di aria fritta. Non occorre essere giuristi per sapere che se qualcosa non è esclusa esplicitamente non se ne può dedurre l’esistenza in modo automatico.

  15. “Nei settori non bibliometrici è sufficiente che la mediana sia superata in uno dei tre indicatori.”
    anche in un furioso sforzo di esegesi da storiografo tedesco (modello liste della spesa) non vedo proprio come si possa chiosare questa frase con “e negli altri due si deve essere in pari”

  16. scusate ma il titolo mi sembra un po’ fuorviante. Concordo sul fatto che siamo arrivati alla bieca “quantità” ma ho forti dubbi sul fatto che si partisse da una pura e indiscutibile “qualità” (almeno in tanti SSD). Molto spesso, specie in tanti SSD non bibliometrici, la qualità è stata intesa come il pascolare per anni in una riserva indiana in attesa del proprio turno…

    Inoltre, in merito alla frase: “Io credo stia proprio in questo tentativo di far fuori il giudizio e la soggettività l’elemento di più radicale distorsione su cui si fonda la retorica della meritocrazia”, consentitemi di dire che la soggettività in Italia purtroppo è, troppo spesso, soltanto uno strumento per sparigliare le carte e difendere l’indifendibile.

    E chiunque accademico lettore di Roars lo sa benissimo…

    Firmato

    un RU fatto fuori nel 2010 a un concorso per PA vinto poi da candidato interno con pubblicazioni di altro SSD.Viva la soggettività…

  17. Scusa la domanda, ma sei certo che il candidato interno fosse meno bravo di te?
    Beninteso non sottintendo niente, ma nella mia esperienza ho visto molti concorsi cooptati nelle segrete stanze e con assoluto dispregio della trasparenza, ma che avevano di mira il reclutamento di studiosi decisamente validi.

  18. premesso che io non ero il più meritevole per l’idoneità fra gli altri trombati ma comunque un outsider di rispetto (infatti alla fine ho anche preso un voto), l’interno non aveva il dottorato, aveva solo 7 pubblicazioni TOTALI in carriera (tutte in italiano di cui 2-3 di altro SSD, sebbene la persona fosse incardinata nel settore del concorso), nessuna forma di esperienza internazionale. Oggi è PA in quell’università…senza avere il dottorato di ricerca…

    • Caro RUspento,
      senza alcun intento polemico (*), ti faccio presente che la tua esperienza non è affatto idonea a supportare il meccanismo ANVUR.
      In effetti l’attuale regolamento sembra scritto apposta per portare all’associatura un promettente giovinetto con bassa età accademica. L’effetto della normalizzazione sul numero di riviste fa sì che per superare le mediane bastino poche riviste e un bel po’ di conferenze con relative autocitazioni sistematiche.
      Quindi, per quanto amara possa essere stata la tua esperienza nelle sessioni 2008, non sembra affatto un buon motivo per supportare l’attuale baraccone “quantitativo”.

      (*) supponendo che tu non sia uno dei troll a nome collettivo.

    • Concordo ed esemplifico: nel mio settore concorsuale con 2 monografie e 12 articoli ( di cui diversi su riviste internazionali), didattica, visiting, età non passo la mediana. Viceversa un neofita con 3 articoli puo’ accedere al concorso….. Mi sembra incredibile. Ammettiamo che il neofita venga poi bocciato perche’ non ha monografie (indispensabili fino a ieri per i concorsi), cosa fa? Impugna e tira fuori dal suo cappello tutte le incongruenze dell’anvur, e sono pronto a scommettere che il TAR, senza entrare nel merito, ma solo sulla forma, gli da’ ragione e gli da’ la sospensiva…. Ma del resto anche io se con 2 monografie posso’ accedere al concorso da PO, potrei ffare ricorso per accedere a PA dove bisogna presentarne 3, il che e’ una palese follia…
      Che sia tutto davvero un complotto per scaricare la responsabilita’ sui TAR ed evitare di assumere per i prossimi anni? La teoria dell’ artefice non mi e’ mai sembrata cosi’ reale…

  19. caro stefanol,

    vorrei essere un troll ma ahimè non lo sono. non sono un fan sfegatato anvur e solo consapevoli delle storture assurde avallate dalla agenxia. Dico solo che… oggi è la norma criticare monti…ma non dimentichiamoci mai del suo predecessore.

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