C’è una certa agitazione in questi giorni all’interno del mondo universitario e delle comunità scientifiche dopo la pubblicazione da parte del Ministero della procedura per la formazione delle commissioni nazionali per il conferimento delle abilitazioni e da parte dell’Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario (ANVUR) degli indicatori da utilizzare per selezionare gli aspiranti commissari e per valutare i candidati.

Un’agitazione certamente giustificata (come ben testimoniano gli interventi di Mazzarella e Banfi apparsi su questo giornale), ma che per non risultare semplicemente corporativa e difensiva rispetto a rendite di posizione acquisite deve aprirsi e diventare una profonda e radicale riflessione intorno al modello di università che i dispositivi apparentemente solo tecnici che si sono avviati in questi anni di fatto veicolano. Se non ci si muove in questa direzione i documenti di protesta, le prese di distanza e in generale tutte le critiche per quanto argomentate rischieranno di cadere dentro il calderone delle lagnanze insignificanti di chi si sente depauperato di un potere al quale non intende in alcun modo rinunciare.

Il decreto in questione sblocca, di fatto, una situazione di stallo relativa alla possibilità di scorrimenti di carriera e di nuovi ingressi all’università che rischiava di diventare (se già non è diventata) foriera di situazioni patologiche dagli effetti davvero infausti: esclusioni di intere generazioni dal mondo della ricerca, invecchiamento dei ricercatori, frustrazioni da stagnazione, ecc. Una carta – questa dello sblocco – che viene evidentemente utilizzata per far passare in fretta e furia alcuni elementi che non riguardano solo le abilitazioni, ma che riflettono, più profondamente, un modo di pensare l’università e la ricerca scientifica che forse meriterebbe una attenzione diversa sia da parte delle forze politiche sia da parte delle comunità scientifiche.

Il nuovo regolamento si propone, infatti, di imprimere una svolta in relazione alle pratiche concorsuali introducendo alcuni elementi che dovrebbero premiare il merito, selezionando sia i commissari tra i docenti ritenuti “migliori”, sia i candidati, imponendo loro delle soglie relative alla produzione scientifica che dovrebbero dire chi può e chi non può concorrere per l’abilitazione.

La pretesa di far passare criteri quantitativi come criteri di valutazione della qualità per distinguere i migliori dai peggiori è uno dei punti di maggiore criticità della normativa in questione. Una tale pratica è stata al centro di un ampio dibattito a livello internazionale, dove perlopiù si sostiene che indicatori di questo tipo se mai possono avere (e non è detto che abbiano) una qualche funzione nella valutazione della produttività di una struttura, non possono però essere considerati indicatori di qualità degli individui. L’identificazione di produttività e qualità nella ricerca può essere fonte di danni enormi, trasformando dall’esterno e nel profondo le stesse pratiche di ricerca, disincentivando, ad esempio, ricerche di lunga durata che non si depositano in una cospicua numerosità di prodotti, intralciando l’avvio di ricerche innovative e transdisciplinari, tendendo all’omologazione nella ricerca verso modelli mainstream.

Nell’ambito dei settori “scientifici” già si è sollevata la voce dell’Unione Matematica Italiana, secondo la quale l’uso automatico di parametri bibliometrici e strumenti statistici per la valutazione degli individui è una pratica inaccettabile e condannata dalla comunità scientifica internazionale. Dall’altro lato, in ambito umanistico, il presidente dell’Associazione dei Costituzionalisti, Valerio Onida, ha evidenziato come nel dispositivo si faccia dipendere scorrettamente la valutazione della qualità della produzione scientifica da un elemento estrinseco (“classe” di appartenenza delle riviste su cui sono comparsi gli articoli) definito peraltro ora per allora e con effetto retroattivo.

Ma c’è anche un’altra riflessione da fare. Se, per valutare la qualità delle persone, si sceglie di affidarsi ad indicatori quantitativi, di fatto lo si fa per relativizzare il giudizio di chi valuta.

E che c’è di male, si dirà, nell’eliminare il giudizio? Non è forse proprio dalla soggettività, e quindi dall’arbitrarietà, dei giudizi che dipendono molti dei mali dell’università italiana? Non è proprio qui – nella soggettività del giudizio – che si annidano e si originano le patologie più profonde del sistema universitario italiano?

Io credo stia proprio in questo tentativo di far fuori il giudizio e la soggettività l’elemento di più radicale distorsione su cui si fonda la retorica della meritocrazia che costituisce l’ideologia, per molti aspetti populistica, che sorregge questo tipo di normative. Non è introducendo meccanismi e automatismi che si eliminano le storture e i vizi dell’università italiana. E non è all’adesione a criteri di tipo quantitativo che si può ridurre l’oggettività. Nella valutazione della ricerca e nella valutazione delle persone che fanno ricerca l’oggettività non può e non deve prescindere dall’assunzione di responsabilità della soggettività che è chiamata a valutare. Meccanismi e automatismi non fanno parte di una cultura della responsabilità. Una cultura della responsabilità è una cultura in cui chi decide e chi giudica (e chi abbia un po’ di esperienza internazionale sa che accade perlopiù così dappertutto), mette il proprio nome (la propria faccia, i propri valori, e dunque la propria soggettività) a sostegno del proprio giudizio. E mettendo in gioco la propria soggettività si espone e si mette in gioco di fronte alla comunità dalla quale viene poi chiamato a rendere conto delle proprie scelte.

La retorica populistica della meritocrazia rischia di produrre una cultura della valutazione che invece di incentivare scelte responsabili, tende a innestare un enorme meccanismo deresponsabilizzante in cui nessuno è responsabile di nulla, nessuno risponde di alcunché, perché a decidere è, appunto, il meccanismo stesso.

 

Articolo apparso su L’Unità del 7 luglio 2012.

 

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66 Commenti

  1. Ho appena letto questa news sul sito ANVUR: qualcuno ha un’idea di cosa significa ??

    Ultime News

    27/08/2012
    Nuova e definitiva versione delle Tabelle delle mediane per i settori bibliometrici e per quelli non bibliometrici

    Pubblichiamo oggi nella sezione Abilitazione Scientifica Nazionale la nuova e definitiva versione delle Tabelle delle mediane per i settori bibliometrici e per quelli non bibliometrici, in base alle quali domani entro le 12,00 saranno fornite a ciascun professore ordinario nel rispettivo sito docente le informazioni relative all’ammissibilità alla candidatura alle commissioni di abilitazione.
    I valori delle mediane pubblicati in precedenza erano stati ottenuti utilizzando un’approssimazione che, ad un più attento esame, non risulta pienamente in linea con la definizione formale di mediana contenuta nel DM 76.
    Entro la settimana corrente pubblicheremo la lista delle riviste di fascia A per le aree non bibliometriche.

  2. avrei una domanda sciocca e spero, in quanto sciocca, di essere solo io a proporla:
    se non si riesce a superare la mediana c), quella degli articoli in riviste di fascia A, quegli articoli di fascia A possono essere conteggiati sotto la mediana b), delle riviste scientifiche?

  3. Beh, a proposito di quantità, nel mio settore chimico abbiamo che il 10% dei PO ha una media di 10 articoli ISI pubblicati per ogni anno di età accademica. Io faccio fatica ad arrivare a 4 negli anni di maggior produttività, non avendo nessuno che mette il mio nome ovunque secondo uno scambio reciproco (ho soperto qui che si chiama “Courtesy Authorship”). E non entro nemmeno nel merito della qualità, essendo soggettiva. Ma anche per il numero di citazioni avrei molte perplessità. Se si fa ricerca in un settore in cui 10-20 gruppi si occupano di quella specifica cosa e ognuno cita (anche senza malizia) gli altri gruppi nelle dieci pubblicazioni annue che produce, ecco che non solo si produce tanto ma risulta anche di buona qualità in base agli indici citazionali.
    Sarà per questo che ogni giorno nascono nuove riviste open access per ogni micronicchia che si viene a creare. In questo modo si supera il filtro dei referee che, se operano nelle le riviste più quotate, potrebbero non essere in grado di apprezzare gli articoli di micronicchia.
    Forse noi ci siamo arrivati tardi, ma è possibile che all’estero, dove si celebrano gli scienziati con h-index di 100, questa cosa vada avanti da un pezzo.
    E noi, come al solito, copiamo cose che alla fine gli altri scoprono essere piene di falle. Con decenni di ritardo.

    • Occorre infatti mettere un freno a questa deriva. Quando un dato bibliometrico, come le pubblicazioni negli ultimi 10 anni, rischia di diventare a 3 cifre (tendenza per gli anni futuri nelle chimiche) comincia a perdere di significato, soprattutto pensando che con questo sistema delle mediane si voleva evitare che diventassero PO (o PA) ricercatori con poche pubblicazioni ma con le spalle coperte. In realtà qui si sta impedendo a ricercatori che fanno buona ricerca (4-5 articoli /anno) di candidarsi ad una abilitazione. Abilitazione a cosa a questo punto? Un freno bibliometrico, visto che sembra essere questa la lingua dominante, è la normalizzazione per gli autori. Ci sono numerosi studi in proposito ed è fattibile. E’ un sistema che non danneggia i grossi gruppi e aiuta chi fa buona ricerca a non essere buttato nel cestino della spazzatura.

  4. Egregio signor Lusa, i suoi assiomi 0 e 0.1 non esistono. Anzi – per dirla alla Fantozzi – sono una boiata pazzesca. Questo per chi abbia una minima idea di cosa sia il rapporto tra matematica e realtà.

  5. Secondo me stiamo tutti incorrendo in un clamoroso errore di lettura della norma relativamente al superamento della mediana (lo segnalava già correttamente jhonnymnemonico): la norma è da leggere nel senso che la mediana si compone di due o tre indicatori (a seconda dei settori), e che occorre raggiungerla (in tutti gli indicatori) e superarla in almeno uno, fermo il possesso della mediana anche sugli altri indicatori.

    La norma è scritta male perché enfatizzando quell’ “almeno” sembra voler dire che negli altri non pccorre nulla, ma “almeno” viene enfatizzato per lo scrupolo di chiarire che non occorre superare tutti gli indicatori…

    Interpretare la norma, che è in effetti ambigua, nel senso del necessario superamento di un solo indicatore senza il possesso di alcuna cifra sugli altri comporta effetti paradossali e non accettabili, come un giovane che in un solo anno di attività pubblica un articolo in rivista e grazie alla normalizzazione ottiene la mediana di diritto amministrativo, dove l’indicatore articoli è inferiore a 10! Forse nei settori bibliometrici questo problema non si pone, ma vi assicuro che nel nostro settore l’esito sarebbe clamoroso: i dottornadi pubblicano articoli, e tanti…

    Mi rendo conto che in altri settori (anche nei nostri) l’interpretazione che offro finisce per imporre criteri molto rigorosi, ma il senso più ragionevole per me (ed altri con cui mi sono confrontato), è questo. Infatti, anche ad alcuni ordinari aspiranti valutatori sono arrivati semafori rossi benché possedessero e superassero uno degli indicatori, ma non gli altri… Poi se qualcuno di voi ha posto il quesito interpretativo a qualche figura istituzionali e ne ha avuto risposte nel senso opposto, comprendo: ma sulla base delle mere letture, tra le due interpretazioni, ambedue dentro i confini della norma (ambigua), è senz’altro la seconda da preferire.

    • L’interpretazione di cui sopra è l’interpretazione di andrea.bu. Quella di anvur è un’altra e basta leggere i documenti anvur per rendersene conto. Infatti vi sta scritto a chiare lettere che è sufficiente il superamento di una sola mediana, scritto in termini non ambigui, che più chiari non si può (vedi il documento che accompagna le mediane). Suggerisco pertanto di andare a spiegare a anvur il “clamoroso errore di lettura della norma”. Francamente mi stupisco che si insista nel sostenere interpretazioni del tutto campate in aria, è ovvio che la normalizzazione per età accademica produce le più varie assurditá, ciò però non autorizza a trasformare le proprie osservazioni critiche in interpretazioni normative del tutto prive di fondamento. Peraltro, se i dottorandi pubblicano e tanto, che problema c’è? Dobbiamo temere l’abilitazione dei dottorandi?

    • Faccio presente, tanto per chiarire il punto, che la mediana di fascia a è stata pensata proprio per consentire a coloro che non erano molto produttivi, ma autori di cosiddetti prodotti di eccellenza, di rientrare nel novero dei commissari e degli abilitabili.

    • La disposizione “ambigua”:

      b) ottengono una valutazione positiva dell’importanza e dell’impatto della produzione scientifica complessiva i candidati all’abilitazione i cui indicatori sono superiori alla mediana in almeno uno degli indicatori di cui alle lettere a) e b) del numero 3.

  6. caro Banfi, vorrei premettere che lei sembra una personcina permalosa, e in questo sito abbiamo tutti gli stessi problemi e siamo tutti colleghi quindi non vedo il motivo di scaldarsi…
    1. l’interpretazione non è solo la mia ma quella di quasi tutto un gruppo di ricercatori di una materia giuridica, benché sul punto anche noi siamo incerti.
    2. tutti i documenti anvur sono leggibili anche nel senso da me prospettato.
    3. andrebbe semmai data risposta al “problemino” derivante dalla tua interpretazione di un superamento della mediana con un solo articolo nell’ultimo anno in praticamente la metà dei settori dell’area 12, e in moltissimi altri dei settori non bibliometrici.
    4. il prblema dello studioso eccezionale, che non supera la mediana perché ha scirtto la divina commedia, si supera con l’eccezione prevista per cui la commissione motiva sul candidato idoneo che non supera la mediana (non ricordo l’articolo esatto, ma avete capito)

    • Caro Buratti, la sua interpretazione non regge, punto. Il testo del dm è chiarissimo. Per il resto deve chiedere a anvur e a chi ha pensato i criteri, non inventarsi lei nuovi criteri che non esistono. Quanto allo scaldarsi, spero sarà comprensivo con chi da mesi segue le bestialità di anvur e ora deve rispondere a colleghi (anche giuristi) che non perdono neanche qualche minuto di tempo per leggere nel dettaglio i documenti prodotti dall’agenzia. Vuole fare ricorso per ottenere criteri più restrittivi? Auguri!

    • Ricordo, per chi non l’avesse seguita, la discussione circa la possibilità di derogare dalle mediane: https://www.roars.it/online/?p=10443
      Io resto convinto he questa possibilità ci sia. Nel frattempo il CUN, che sembra sia dello stesso parere, ha presentato una mozione per chiedere un’interpretazione autentica; a quanto ne so non c’è ancora risposta.

  7. insomma, la mia lettura è che non esistono “le mediane”, esiste “la mediana”, che si compone di vari “indicatori”. occorre superare “la mediana”, non “una delle mediane”. per superare “la mediana” bisogna prima raggiungerla (tutta), e poi superarla in almeno uno degli indicatori.

    • No, Andrea, mi perdoni se sono stato brusco, non esiste una mediana fatta di tre indicatori. Esistono tre mediane. Del resto se questa è l’interpretazione ufficiale come farne valere una più restrittiva? Davvero non capisco..

  8. peraltro, ad ulteriore conforto della mia lettura (o quanromeno che l’interpretazione c’è, e se ne può discutere, e infatti nel mio settore ne stiamo discutendo, specifico che l’indicatore cui ci si riferisce nell’art. 3 lett a), ovvero numero di articoli e di monografie, è redatto in termini unitari, con un nonché che lega che può benissimo indicare la richiesta di una somma tra i due valori. Cito:

    “a) il numero di libri nonche’ il numero di articoli su rivista e
    di capitoli su libro dotati di ISBN pubblicati nei dieci anni
    consecutivi precedenti la data di pubblicazione del decreto di cui all’articolo 3, comma 1, del Regolamento”.

    io non so lei in che settore operi, ma le assicuro che in tutti i settori giuridici è assolutamente ovvio che si diventi associati con una monografia e 10 articoli, dico di media, salvo le differenziazioni, e infatti questi sono, grosso modo, i valori della mediana richiesta, mentre è assolutamente impossibile diventare associati con una monografia e basta o con 10 articoli e basta. nella sua lettura si diventa associati con 1 articolo, dico 1 articolo!

    una postilla sulla interpretazione delle norme: quando il significato letterale fornisce esiti fattuali assurdi, si deve cercare un’altra interpretazione, al limite meno fedele alla lettura prima facie più evidente, ovviamente nei limiti del possibile semantico (benché si vada sovente anche oltre). questo non è che lo dica io, le assicuro.

    • Andrea, l’esito non è per nulla assurdo. Le mediane sono pre requisiti, a cui segue una valutazione qualitativa, almeno in teoria. Servono a filtrare i più improduttivi. Detto questo, se avesse letto gli articoli che scrivo su roars dalla sua fondazione, saprebbe che considero questo criterio demenziale. Non si può però sostenere in diritto che il superamento della mediana comporti l’abilitazione, così come a mio avviso non regge minimamente la sua tesi, ma niente di male, come le ho già suggerito la proponga ad anvur e al ministero.
      P.s. Il mio settore è ius 18.

  9. farne valere una più restrittiva serve per esempio a non rendere del tutto inutile tutto quanto è stato fatto negli ultimi mesi in questo processo di calcolo delle mediane. mentre così leggendo diventa tutto inutile, perché sarà alla fine la commissione a fare come vuole, senza ricavare nessun ausilio dalle mediane. da noi, le assicuro che calderoli è in mediana, con una monografia sul federalismo fiscale!

  10. Da questo dibattito risulta sempre più evidente l’ambiguità voluta, o figlia di incapacità, della scrittura di una norma che potrebbe cambiare, per un solo pelo, la vita di qualcuno. Infatti, chi è abbondantemente sotto o sopra l’asticella non si pone questi dilemmi. Comunque, sono profondamente rattristato per gli effetti che potrebbero essere sortiti su persone che puntano tutto su questa tornata, e che ha tutta l’aria di essere l’ultima spiaggia. Invece, sono molto preoccupato per i cambiamenti sostanziali che questo tipo di pre-selezione provocherà nel mondo accademico: una corsa ad allungarsi i parametri con qualunque mezzo. Un po’ mi ricorda la storia di chi raccontava che la produttività di un professore si misura sul rapporto tra il numero di studenti che supera l’esame, entro l’anno di corso, ed il numero di iscritti. Ed ecco che come d’incanto è aumentato il numero di promossi.
    Non mi apettavo di meglio dal sistema: per porre ripari ad un pluriennale uso personale del potere di promozione, si demanda tutto ad una serie di numeri. È vero, poi ci sarà il giudizio di merito, ma intanto si castiga chi ha dedicato sforzi ad altri aspetti della docenza e della ricerca, trascurando quelli che solo ex-post sono stati ritenuti primari.
    Quanto sarebbe stato bello se avessero pensato ad un campionato triennale con promossi PA->PO e retrocessi PO->PA sulla base del 25 percentile inferiore PO e superiore PA. Magari basato sulla valutazione combinata di tutte le capacità che dovrebbero contraddistinguere un accademico. Ci si preoccupa del valore di chi dovrà ricoprire le future cattedre e non importa cosa sta producendo l’attuale fascia di punta.
    TRISTEZZA

  11. in attesa di una risposta da anvur, sembra chiaro che nella procedura dei “semafori” anvur e cineca stanno utilizzando la mia interpretazione, quella per cui la mediana deve essere raggiunta in tutti gli indicatori e poi superata almeno in uno (o due per i settori bibliometrici).

    • Sembra chiaro da cosa? Mi sembra che l’accanimento con cui difende questa “interpretazione” sia degno di miglior causa. Se fossi sospettoso penserei che lo fa per aggiugere confusione e non far parlare dei problemi veri, che sono tanti. Ma non sono sospettoso. Mi chiedo però come si fa a sostenere che questa frase:

      “ottengono una valutazione positiva dell’importanza e dell’impatto della produzione scientifica complessiva i candidati all’abilitazione i cui indicatori sono superiori alla mediana in almeno uno degli indicatori di cui alle lettere a) e b) del numero 3.”

      possa significare che i valori non superiori alla mediana devo essere uguali alla mediana – e perché non due terzi di essa? quattro quinti? lo 0,99? Se nulla si dice degli altri valori, nulla è prescritto. Il resto è libera fantasia. Perché insistervi? E’ questo il vero mistero… Lo dico senza polemica, con solo un po’ di stupore.

      Se dobbiamo porci domande su misteri, parliamo di fatti: le liste di riviste non ci sono ancora. Perché? E’ possibile che ci sia un problema tecnico a pubblicare delle liste pronte da tempo? C’è uno sciopero di segretari e segretarie?

  12. Buonasera. Sulla mia pagina Cineca c’è scritto:
    «Sulla base delle informazioni disponibili sul sito docente e` stata calcolata la sua posizione rispetto alla mediana degli indicatori alla data del 15 luglio 2012. Tenendo conto che il superamento delle mediane deve avvenire per due indicatori su tre (settori bibliometrici) e per un indicatore su tre (settori non bibliometrici) la sua posizione rispetto alla candidatura alle commissioni di abilitazione nazionale è suscettibile di essere AMMESSA.»
    Si parla di «superamento delle mediane», al plurale. Esso deve avvenire per tot indicatori su tre. Le mediane sono più di una.

    • Chiedo scusa, mi è scappato l’invio. Continuo: “il superamento delle mediane” contiene un plurale. Nella riga precedente però si dice: “la sua posizione rispetto alla mediana degli indicatori”. Credo che questo singolare vada interpretato in senso distributivo -cioè “la mediana di ciascun indicatore”. Un’interpretazione complessiva (cioè “la mediana relativa a e/o articolata nei tre indicatori”) farebbe sorgere una contraddizione con la frase che segue. Parmi almeno così (“parmi” in omaggio alla legge di Tobler-Mussafia). Arrivederci.

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