La scuola, l’università e la ricerca sono state oggetto delle uniche riforme strutturali varate dal governo Berlusconi ovvero dal governo del “con la cultura non si mangia” e del “perché dobbiamo pagare uno scienziato quando facciamo le scarpe migliori del mondo”.

Questo apparente paradosso si spiega semplicemente considerando che in questi settori sono stati operati dei tagli di spesa profondi in quantità e spietati in qualità, per la ferocia con cui sono stati effettuati e per il disinteresse se non il disprezzo verso le nuove generazioni di ricercatori e verso coloro che, non avendo ancora raggiunto una posizione permanente nella scuola o nell’accademia, si sono trovati di fatto espulsi dal sistema e privati di possibilità di entrarvi nel prossimo futuro. Questi tagli di spesa sono stati dunque utilizzati per fare cassa: questo è stato l’interesse primario considerando che le scelte politiche sono state date in “subappalto”.

Vincitori della gara di subappalto sono stati diversi soggetti: in particolare vi è stata un’azione coordinata tra gli “ideologi” della riforma Gelmini e coloro che l’hanno scritta con obiettivi mlto “pratici”. Gli ideologi, che altri non sono se non un nutrito gruppo di economisti di credo (mai parola più appropriata) liberista, sfruttando il fatto di scrivere editoriali sui maggiori quotidiani italiani, da Repubblica al Corriere della Sera, da La Stampa al Sole 24 Ore, hanno orchestrato un fuoco di sbarramento ideologico condito da dati manipolati se non palesemente falsi ed hanno propugnato l’idea che la riforma Gelmini, per dirla con Luigi Zingales, sia stata di gran lunga la migliore riforma fatta dal governo Berlusconi”.

[ndr: Grafo dei professori ordinari di economia politica: la dimensione del pallino è proporzionale al numero di articoli negli utlimi 5 anni su Repubblica al Corriere della Sera, da La Stampa al Sole 24 Ore – il pallino più grande equivale a 250 articoli, quello più piccolo a 30-. Due autori sono connessi se hanno almeno un articolo in comune su Repec. Si noti il gruppo centrale altamente connesso. Per maggiori dettagli vedi qui]

Tuttavia quelli che la riforma Gelmini l’hanno scritta, oltre ad aver permesso che tale campagna di stampa prendesse piede, hanno interessi molto terra-terra. Come ha riassunto in maniera fulminante il matematico Giorgio Israel, che è stato egli stesso consulente del ministro Gelmini e che dunque conosce la materia con cognizione di causa, non c’è stato un complotto ordito da chissà chi: “non c’è né Spectre né Protocolli, ma un’agenzia molto trasparente che ha lanciato da tempo un’Opa sul sistema dell’istruzione italiano (tutto, scuola e università). È Confindustria, con gli organi preposti (Treelle, Fondazione Agnelli, ecc.), i suoi uomini piazzati nelle posizioni giuste (Gianfelice Rocca, appunto), gli utili alleati (cfr. la lista del comitato di Treelle) e con il suo Manifesto di cui Massarenti è il portavoce. Il bello è che è un’Opa a costo zero, un caso unico al mondo, nel solco della tradizione italica del capitalismo assistito. Un modo per formare quadri aziendali gratis e avere un ufficio studi a costo zero”.

D’altronde per capire cheLa ricerca applicata è una banalità. Come diceva Einstein esistono soltanto le applicazioni della ricerca. Prima, però, bisogna investire nella scienza fondamentale” bisogna avere almeno la licenza liceale: purtroppo, come nota il fisico Carlo Bernardini,gli imprenditori italiani hanno un livello culturale molto basso; competenti in problemi di amministrazione e gestione di personale, sono polarizzati sugli aspetti finanziari ordinari e lontanissimi dalla mentalità di chi ricorre a venture capitals (capitali a rischio), indispensabili per avviare l’innovazione.” Non è un caso che la ricerca nei settori industriali sia ridotta al lumicino e che i pochi laboratori di ricerca industriali siano stati smantellati negli ultimi vent’anni.

Il Ministro Profumo ha portato avanti in maniera del tutto maldestra la stessa politica ispirata dalle stesse persone e con gli stessi fini che possono essere riassunti in: riduzione della dimensione dell’università italiana, e in particolare riduzione del numero di docenti dai quasi 60,000 di due anni fa ai circa 40,000 tra pochi anni, e l’assoggettamento della ricerca al potere politico. Il sottodimensionamento dell’università, con tutto quel che ne consegue visto che già ora l’Italia si trova nelle ultime posizioni tra i paesi OCSE per numero di ricercatori in rapporto agli occupati, rapporto studenti/professori, spesa in istruzione superiore rispetto al PIL, ecc., sta avvenendo grazie al combinato effetto di una riduzione drastica del fondo di finanziamento ordinario delle università (diminuito del 20% negli ultimi anni) e di una serie decreti che definiscono la “virtuosità” di un ateneo, e dunque la possibilità di assumere personale, sulla base di astruse ed insensate norme contabili. In questo modo un paio di generazioni di giovani ricercatori sono sostanzialmente mandate al macero.

L’assoggettamento della ricerca al potere politico sta avvenendo in diverse maniere, che sono “parallele” ma “convergenti” e che hanno un obiettivo comune. Da una parte c’è la leva dei finanziamenti come ad esempio quelli erogati dai progetti di ricerca di interesse nazionale. Il Ministro Profumo ha a questo riguardo idee semplici ma chiare: poiché l’Italia riceve dall’Europa finanziamenti per la ricerca che sono circa la metà di quello che versa è necessario “allenarsi a fare gioco di squadra” in vista del futuro programma Europeo Horizon2000. In pratica l’idea è che i ricercatori italiani siano individualisti e che ognuno vada per la sua strada. Invece bisogna che facciano “gioco di squadra” concentrandosi su pochi obiettivi scientifici in modo da poter fare massa critica e portare a casa qualche fondo europeo in più.

Questo ragionamento non è solo completamente sbagliato ma rappresenta anche un attacco senza precedenti alla libertà di ricerca e all’autonomia dei ricercatori fondato su dati falsati. Infatti come ha spiegato Andrea Bellelli, quello di Profumo “E’ un ragionamento semplicistico e basato sul mascheramento dei dati reali. Tra le varie cose che si potrebbero dire in merito ne cito una sola: l’Italia ha la metà degli addetti alla ricerca della Francia e un terzo di quelli della Germania in rapporto alla popolazione … Se si tiene conto di questo punto, il dato del Ministro Profumo assume un preciso significato: l’Italia finanzia la ricerca Europea in proporzione al PIL e riceve indietro finanziamenti dall’Europa in proporzione al numero di ricercatori che ha. Per riottenere il 100% di quanto l’Italia versa all’Europa, ciascun ricercatore italiano dovrebbe ottenere in media il doppio dei finanziamenti che ricevono i suoi colleghi francesi o tedeschi.”

Tuttavia l’idea di aggregare gruppi di ricerca facendo pressione sulla leva del finanziamento sta di fatto tagliando le poche ma vitali risorse che servono per il finanziamento della ricerca di base a vantaggio dei grandi gruppi che fanno ricerche più applicative. Non bisogna essere uno storico della scienza per capire che non c’è approccio più miope che togliere le risorse necessarie alla ricerca curiosity driven. Inoltre, non c’è bisogno di essere un economista di Chicago per capire che avere 100 dipendenti e metterne meno di 10 in condizioni di lavorare è una scelta economica semplicemente suicida. Ma abbiamo visto che in questo ambito è il buon senso che manca innanzitutto.

Un altro incredibile e, fortunatamente per il momento, fallimentare tentativo di “aggregazione” a-la Profumo è stato tentato qualche settimana fa con la proposta di creare un super ente di ricerca che includesse tutti quelli attualmente operativi, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, ecc. Non proprio una “maxi semplificazione molto utile per le imprese”, come celebra il Sole24Ore, quanto piuttosto l’ennesimo tentativo di condizionare la libertà di ricerca con un gravissimo attacco all’autonomia, sancita dalla Costituzione, degli enti di ricerca.

Questa maxi-semplificazione, cui tutta la comunità scientifica si è opposta con vigore, è naufragata nel nulla piuttosto che essere inserita in un articolo nella spending review, cosa che sarebbe stata un’ulteriore prepotenza insensata. Cosa c’entra una riforma di tale complessità con la spending review? Inoltre questo governo non si doveva occupare dello stretto indispensabile per “salvare l’Italia dalla bancarotta”? In realtà si è probabilmente trattato di un ultimo (?) maldestro tentativo animato dalla consapevolezza che dopo le prossime imminenti elezioni, la situazione politica cambierà e non sarà più così semplice effettuare questi colpi di mano.

Infine, per completare il desolante quadro della situazione della ricerca, è necessario citare l’opera dell’Agenzia Nazionale per la Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (Anvur), che al grido “valutiamo quei parassiti dei professori universitari, dipendenti pubblici che prosciugano risorse per mettere in cattedra figli e amanti” è di fatto diventata un’anomalia internazionale che riguarda, appunto, l’indipendenza e l’autonomia della ricerca dal potere politico. L’ Anvur non è un’Autorità indipendente ma la sua indipendenza viene esercitata nel quadro della politica del ministero e dunque della politica. L’Anvur è stata organizzata nei dettagli, compresi i criteri di valutazione che dovrebbero invece essere scelti in autonomia dalla comunità scientifica, sotto il Ministero Gelmini e si occupa di tantissimi compiti che vanno dalla valutazione dell’intero sistema universitario e della ricerca a quello dei singoli docenti: “in nessuna parte del mondo a una stessa Agenzia di valutazione vengono affidati congiuntamente tanti compiti….(che) appaiono del tutto incompatibili con le risorse disponibili e con l’autonomia degli Atenei.”

L’Anvur ha un consiglio direttivo di nomina politica che si è insediato, appunto, sotto il ministero Gelmini. Dunque tutta la procedura di disegno dell’architettura dell’agenzia non è stato affatto trasparente ed è strutturalmente intrecciato alla politica (e quale politica!) che lo ha organizzato. Inoltre l’Anvur, utilizzando dunque un metodo che non si ritrova in nessun’altra agenzia di valutazione al mondo, ha il potere di stabilire i criteri secondo i quali è possibile stabilire quale sia la ricerca “migliore” e quale la “peggiore”. I risultati sono esilaranti ma tutto sommato c’è da piangere per lo stato in cui è stata ridotta l’accademia italiana.

Questo è, in breve, il quadro che si presenta alla vigilia delle prossime elezioni politiche. Nelle prossime “puntate” ci occuperemo di come i candidati alle primarie e poi le varie forze politiche si pongono rispetto a questa situazione.

 

(Pubblicato su Micromega 12 novembre 2012)

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30 Commenti

  1. @Francesco Sylos Labini

    tutto giusto, ma la destra ha governato 8 anni e mezzo, mentre la sinistra 7. Cosa hanno fatto Mussi e Berlinguer? Nulla, se non la unanimemente contestata riforma 3+2.

    e sapete perché? perchè in Italia, per fare una riforma c’è bisogno della maledetta concertazione, le parti sociali, tanto tempo perso e poi cadono i governi e se ne vanno 2 anni (vero Mussi?) e cade il governo.

    Appello: chiunque vinca, soprattutto la sinistra, faccia una riforma ragionevole, ripristini gli RU, al posto degli RTD o comunque faciliti l’entrata dei ricercatori, con requisiti minimi (se non hai 2 monografie non partecipi ecc…, ma questo è solo un esempio),

    e soprattutto si faccia presto, coinvolgendo sì le parti sociali, ma per un mese, massimo due, poi si decida subito……..perché se tu non fai una cosa bene subito, gli altri ne fanno una male dopo.

    • anto: “Appello: chiunque vinca, soprattutto la sinistra, faccia una riforma ragionevole, ripristini gli RU, al posto degli RTD”
      ________________________
      Condivido la proposta. Sono in molti a ritenere che l’abolizione dei ricercatori a tempo indeterminato sia stata un errore. In particolare, la cosiddetta “tenure track” non è mai decollata. I ricercatori a tempo determinato di tipo B (quelli destinati a diventare prof. associati se conseguono l’abilitazione entro la fine del loro contratto) sono una specie rarissima.

    • (Ri)creare una terza fascia della docenza a tempo indeterminato, con obbligo di insegnamento e relativi diritti, e una remunerazione accettabilmente decente, in cui far confluire gli RTI che lo vorranno e (previa abilitazione) i giovani precari: mi pare sia l’unica via per evitare il collasso dei corsi di studio nei prossimi due-tre anni al massimo.

    • Cosi’, per memoria: il ruolo degli RU fu abolito da un’altra grande esperta di questioni universitarie. Si chiamava Letizia Moratti, sintesi dell’efficientismo lombardo e dell’interferenza dell’establishment nelle cose dell’universita’, un ministro che non dimenticheremo.

    • Purtroppo non si può dettare a comando “ripristiniamo i RTI”. Ci hanno messo su una strada a senso unico e la possibilità di una svolta, un bivio o qualcosa che comporti una scelta è molto lontana. Chi sarà nel prossimo governo? Monti cioè quelli di ora? Destra o sinistra conosciute negli ultimi 15 anni? Il M5S? I furbetti del momento? Bisogna prepararsi. Davvero l’università italiana è stata spiazzata dall’esaurimento dei ricercatori? Molte persone ci hanno lavorato da dentro e non dei settori economici.

    • @anto, nicolao et al. e se invece di pensare solo all’ambito universitario si pensasse in maniera allargata al complesso della ricerca pubblica (universita’ ED ENTI PUBBLICI DI RICERCA che in taluni ambiti disciplinari sono numericamente prevalenti cfr. INFN o INAF) ?

      fra l’altro negli EPR esistono tuttora le tre fasce (ricercatori, primi ricercatori, dirigenti di ricerca)

      C’era stato su ROARS qualche tempo fa un intervento di Figa’ Talamanca piuttosto significativo a proposito del vecchio sogno rubertiano di uno status unico per gli scienziati universitari e degli EPR.

      Questa sarebbe la cosa da fare !

  2. Concordo in pieno con l’analisi di Francesco Sylos Labini che, però, sarebbe stata molto più efficace se fosse stata fatta all’inizione un piccola introduzione sul perchè in Italia si sentiva (e si sente, purtroppo tuttora!) la necessità di una riforma universitaria.

    Non difendo “questa” riforma, ovviamente, che trovo molto, ma molto migliorabile, ma trovo comunque necessario specificare il perchè “una” riforma andava, e va ancora, fatta. Non mi stancherò mai di ripeterlo: il mondo accademico italiano ha solo raccolto quello che negli anni passati (ultimi 20-25 anni) ha seminato.

  3. Peccato che piu’ che una riforma c’era bisogno che si applicassero le leggi in vigore. Ora visto che nessuno applicava la legge e nessuno controllava che la legge venisse applicata. Forse la necessita di una riforma la sente solo chi vuole che siano trasferiti soldi dall’università pubblica a quella privata.

  4. Complimenti. Concordo su tutto. Anche le virgole.
    Il problema e’ politico. Ci vuole una nuova classe dirigente e un nuovo governo che sappiano sostenere la ricerca e la liberta’. E lo vogliano veramente…

  5. Concordo pienamente con l’articolo di Francesco Sylos Labini. Ma mi permetto di fare una piccola osservazione: lo scontro ormai non è più tra politica/industria e università/ricerca, perché il fronte dei primi è avanzato, e all’interno di alcune facoltà (penso in particolare a economia e ingegneria) più che ricerca si fa propaganda a favore del sistema politico/industriale, si insegna ad applicare il neocapitalismo, si dà la colpa di ogni disgrazia alle spese sociali, si pensa che una buona università debba cooperare con l’industria… questo ormai non lo pensano più solo i politici, ma anche non pochi docenti.

  6. Che cosa significa che la ricerca applicata e’ una banalita’? A me non pare che inventare il circuito integrato per esempio sia una banalita’ o un evento privo di conseguenze enormi. Se fosse stato inventato in un’universita’ non credo che si direbbe che fu una banalita’. Questa frase mi sembra abbastanza dogmatica. Sarebbe piu’ produttivo essere meno snob. Carnot non faceva ricerca applicata? La termodinamica non nasce innanzitutto come ricerca applicata? Mah, forse anche questa e’ banalita’…
    Magari gli imprenditori italiani finanziassero la ricerca applicata! Dato che non viene piu’ fatta nei laboratori industriali la ricerca applicata e’ un’opportunita’ enorme per le universita’, non andrebbe snobbata. Con questo ovviamente non voglio dire che l’universita’ deve fare solo ricerca applicata, ma provate a chiedere agli studenti che cosa interessa a loro…

    • Ricerca applicata non significa ricerca sperimentale! La frase di Carlo Rubbia completa è “La ricerca applicata è una banalità. Come diceva Einstein esistono soltanto le applicazioni della ricerca. Prima, però, bisogna investire nella scienza fondamentale. Oggi non avremmo l’ingegneria genetica se Watson e Crick non avessero scoperto cinquant’anni fa la struttura del Dna. Puntare solamente alla ricerca applicata è un grosso errore”. Spero ora sia più chiaro il concetto.

      E’ ovvio che tutti auspichiamo che gli imprenditori italiani invece di occuparsi di calcio (quando va bene) investano in ricerca, finanzino le università pubbliche o private che siano ecc. Ma non si può pretendere che la ricerca universitaria svolga il ruolo di supplente della ricerca che si dovrebbe fare nei laboratori industriali. Tuttavia è anche ovvio auspicare una maggiore sinergia tra i ricercatori accademici e quelli industriali. Qui si apre un problema assolutamente non banale e basta vedere come sta operando l’Anvur, in cui i brevetti gli spin off ecc sono dei dettagli inutili se non fastidiosi, per capire in che mani siamo.

    • Si dice che i soldi non fanno la felicità e possiamo aggiungere che non fanno nemmeno la ricerca/innovazione. Coloro che credono che col denaro si possa fare ogni cosa, sono indubbiamente disposti a fare ogni cosa per il denaro, questa è una amara verità. La gran parte del denaro viene assorbita dai gruppi più grossi per pagare contratti di lavoro quando ai gruppi piccoli ne basterebbe molto meno per tenersi in buone condizioni la strumentazione scientifica. Purtroppo non ci sono persone serie all’università che si rendono conto di cosa sia una linea di base sui finanziamenti. Tutto sta per andare nelle mani di pochi. Lo stiamo verificando giornalmente stando dietro al susseguirsi degli eventi.

    • Allora devo aver capito tutto male io: per “banalita’” CR non intendeva dire che e’ una cosa troppo banale per essere fatta nelle universita’?

    • @FSL: e chi lo decide qual’e’ la ricerca che andrebbe fatta nel laboratori industriali? Gli accademici, gli industriali, individui, comitati? Se una data ricerca genera un beneficio per un’industria (=prodotto mogliore) e per l’universita’ (=educare uno studente che ha lavorato al progetto), non credo si possa dire che l’industria ha approffitato dei soldi dei contribuenti per aumentare i propri profitti. A meno che non si pensi che l’universita’ debba esclusivamente formare accademici.
      “Tuttavia è anche ovvio auspicare una maggiore sinergia tra i ricercatori accademici e quelli industriali.” e’ una frase che ho sentito molte volte ma raramente seguita da fatti o azioni…

    • I laboratori industriali sono in genere di gruppi industriali e dunque fanno la ricerca che gli interessa, mi sembra ovvio. In particolare in Italia oggi non ci sono né grandi laboratori né grandi gruppi. L’università deve formare delle persone pensanti che saranno capaci di adattarsi nel loro futuro grazie alla capacità acquisite ed allo spirito critico sviluppato. Uno dei motivi per cui quella frase non ha seguito è che la ricerca industriale sta scomparendo, mentre la ricerca accademica gode ancora di buona salute. Poi se si mettono gli incentivi a-la anvur allora si accelera il declino e si leva definitivamente il senso di quella frase.

  7. Sono abbastanza d’accordo.
    Tuttavia è difficile combinare la libertà di ricerca con l’utilità della stessa. Se l’università fa ricerca ma anche didattica, forse è permesso fare ricerca anche “inutile” secondo le nostre libertà e preferenze, ma quello che non è permesso fare è didattica inutile. Vorrei come docente formare persone che poi siano impiegabili nel sistema produttivo e come ricercatore continuare a fare ricerca su ciò che reputo interessante. vi è da chiedersi però se è giusto che il sottoscritto in quanto ricercatore possa legittimamente utilizzare risorse pubbliche per fare ricerca su argomenti poco utili…
    Dobbiamo inoltre renderci conto che l’attuale situazione consente a coloro che vogliono vivere alle spalle del sistema di farlo senza correre alcun rischio.
    Perchè nessuna di queste riforme ha il coraggio di dire che il nostro lavoro è didattica + ricerca e che se una parte delle due non è svolta anche lo stipendio si dimezza? restituirebbe credibilità al sistema, darebbe una sveglia agli inattivi… ecc…

    • Infatti se il 100% dello stipendio non arrivasse comunque a fine mese, le ricerche “inutili” tenderebbero a sparire. Per esempio nelle facolta’ scientifiche/ingegneristiche negli USA le universita’ pagano tipicamente intorno al 65-70% dello stipendio dei docenti, il resto viene da contratti di ricerca. Ora si puo’ dire che questo droga il sistema verso le “mode” scientifiche e idee veramente nuove hanno sempre piu’ difficolta’ a emergere. Questo e’ parzialmente vero ma rimane sempre il 65-70% del proprio tempo per coltivare idee inutili e bislacche. Poi, dato se i progetti di ricerca fossero davvero peer-reviewed uno se la puo’ solo prendere coi propri peers (=la propria comunita’ di riferimento) se non riceve finanziamenti. Comunque non si e’ ridotti alla fame (quel 65-70% lo si prende comunque) ma si crea un incentivo a cercare opportunita’.

    • Federico: “Questo e’ parzialmente vero ma rimane sempre il 65-70% del proprio tempo per coltivare idee inutili e bislacche.” Questa frase la dice lunga sulla sua conoscenza e considerazione della ricerca di base.

    • Vabbe’, mi sono scordato di mettere le virgolette come la ha messe Patrizio, non intendevo una connotazione peggiorativa. Le idee “inutili e bislacche” sono chiaramente alla base delle scoperte piu’ importanti.
      Che cosa ne pensa invece della sostanza degli interventi (cioe’ ancorare parte del suo stipendio a contratti di ricerca)?

  8. Non sono d’accordo sul fatto che l’idea di Profumo sia del tutto sbagliata:
    “bisogna che facciano “gioco di squadra” concentrandosi su pochi obiettivi scientifici in modo da poter fare massa critica e portare a casa qualche fondo europeo in più.”

    dobbiamo riconoscere che il sistema di ricerca italiano di rado è stato capace di integrarsi, di parlarsi, di collaborare anche rendendosi disponibile a rinunciare ai propri piccoli “giardinetti” e a valorizzare i risultati dei ricercatori non nella propria stretta cerchia di conoscenze personali……

    Horizon 2020 richiederà uno sforzo di sistema molto forte, proprio per garantire spazi di libertà di ricerca importanti e fondamentali che però dovranno essere “responsabili” cioè disposti ad essere valutati e giudicati sul puro piano scientifico….

    Finora mi pare invece che il gioco sia quello di sopravvivere a tutti i costi, entrando nelle cordate “giuste” e basandosi su sistemi di conoscenza personale, più che di competenza scientifica….

    Davvero non vorrei che il risultato fosse una selezione naturale in cui sopravvivono solo i gruppi di ricerca “Alpha” e il resto del “branco” finisce per morire di inedia…

    relativamente al problema ricerca applicata/ricerca di base l’unica soluzione è quella dei paesi più avanzati dove ricercatori e industriali high-tech sono indistinguibili: conosco molti esempi in UK dove un professore universitario ha fondato una spin-off, dopo 5 anni è tornato ad insegnare in Università, poi è entrato nel board di una grande industria, poi ha fondato una seconda spin-off, più tardi ancora si è dedicato solo alla ricerca in un ente pubblico….

    • Infatti l’idea di fare gioco di squadra puo’ essere basato sul maschermaneto di dati reali ma non e’ un’idea sbagliata di per se. Se poi le regole del gioco internazionale (Horizon 2020 per esempio ma questo e’ vero per molte fonti internazionali di finanziamento) lo richiedono, che senso ha non adattarsi? E’ come andare a Roland Garros nel 2012 con la Donnay di Borg.
      “a vantaggio dei grandi gruppi che fanno ricerche più applicative.” vorrei vedere casi concreti per verificare che questo e’ in genere vero. La mia impressione (da modesto peer reviewer) e’ che i gruppi che avranno successo saranno quelli che *integreranno* ricerca fondamentale con tematiche piu’ applicative, non quelli che fanno solo applicazioni. E’ chiaro che fare applicazioni richiede piu’ manodopera ma in seno ai grandi gruppi c’e’ anche posto per chi fa ricerche fondamentali.

  9. @luca seravalli:
    in un certo senso condivido, ma ciò che è successo in UK di cui parli è possibile lì, non qui dove per fare ricerca o sei fuori (tipo precario e lo rimarrai sempre anche se over titolato) o sei dentro (e puoi anche non lavorare più, tanto non ti licenziaranno mai).

    tecnicamente i ricercatori, i professori ord. oppure ass. non hanno un contratto collettivo, ma una cosa simile per cui guadagnano la stessa cifra per categoria:
    il che secondo me è sbagliato, ma è così.

    In Uk puoi fare quello che ha fatto il tipo che citi, ma solo perché gli stipendi e la durata del contratto dipendono dalla volontà delle parti e sonon negoziabili.
    Ciò è posssibile anche perché nessuno è intoccabile, tutti sono in discussione,e quindi si possono fare tante combinaizoni possibili.

    Viceversa, se in ITA lo strutturato è intoccabile ed il precario è un genio ma non riesce (per questioni di scuola, di veti incrociati, dei maestri o allievi del maestro che litigano tra di loro o per mille altre dinamiche)ad essere strutturato non può avere quelle opportunità di mobilità volontaria che hai descritto.

    • credo che ci siano anche altri elementi oltre quelli che indichi:
      la possibilità di avere successo anche economico uscendo dall’Università, in quanto lì ci sono investitori (venture capitals, business angels) che sono interessati proprio ad idee ad alto rischio e ad alto rendimento….

      il problema è che la ricerca fondamentale è un investimento a lunghissimo termine e ad altissimo rischio, ma con un rendimento potenzialmente incalcolabile….

      probabilmente di 100 ricerche fondamentali, 99 resteranno intuizioni potenziali che non portano a nulla di concreto, ma 1 potrà portare a qualcosa di fortemente innovativo e redditizio (magari rendendo 100 volte l’investimento iniziale)… il problema è che non puoi sapere prima cosa funzionerà e quindi devi investire a più ampio raggio possibile, per non rischiare di perdere l’idea vincente……
      come ha detto David Mermin:
      “I am awaiting the day when people remember the fact that discovery does not work by deciding what you want and then discovering it”

      dobbiamo però riconoscere che la strada che è stata presa per il finanziamento della ricerca è quella opposta: tanti soldi a pochi gruppi Alpha “eccellenti” – ma credo resti da dimostrare che gli eccellenti possano in effetti avere più possibilità dei “mediani” di trovare l’idea vincente….

  10. “dobbiamo però riconoscere che la strada che è stata presa per il finanziamento della ricerca è quella opposta: tanti soldi a pochi gruppi Alpha “eccellenti” – ma credo resti da dimostrare che gli eccellenti possano in effetti avere più possibilità dei “mediani” di trovare l’idea vincente….”
    Esatto resta da dimostrare e perciò continuo a chiedermi perchè questa volta sul sito del MIUR compaiano solo i nomi dei coordinatori dei progetti PRIN finanziati, ma non i titoli dei progetti.

  11. Come qualcuno ha già fatto notare, il nome del coordinare di un progetto PRIN finanziato non è sufficiente, oltre al titolo bisgnerebbe conoscere i responsabili delle UO (unità operative) dei progetti.

    Non credo che questa informazione abbia carattere riservato, sarebbe auspicabile che venisse resa disponibile, per fugare sospetti che si siano costituite cordate e gruppi collegati ad Anvur/GEV etc che potrebbero aver concentrato i ristretti finanziamenti PRIN (con quello che ne consegue sull’FFO, tanto per fare un esempio) ad un gruppo ristretto di docenti coinvolti nella valutazione stessa.

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