Più volte, anche su questo sito, si è affrontato il tema delle liste di riviste come supporto alla valutazione. Certamente la creazione di un ranking, non ranking diversi come quelli citati nell’articolo di Baccini, ma di un ranking univoco, compilato sulla base di criteri condivisi e uguali per tutti,  potrebbe essere utile a orientare gli editori italiani verso standard internazionali e potrebbe rappresentare un parametro di riferimento per chi valuta gli articoli scientifici nelle aree 10-14.

Altrettanto utile può essere la richiesta di requisiti che permettano l’inclusione delle riviste italiane nei grandi database citazionali.

Entrambe le strade non arrivano però a risolvere il problema della valutazione delle scienze umane. Per due motivi. Molti studi hanno dimostrato che in Web of Science le citazioni nelle scienze umane, diversamente da quelle nelle scienze dure,  sono prevalentemente a lavori non-source, cioè lavori non indicizzati dal database; in secondo luogo, se prendiamo in considerazione la distribuzione della  produzione dell’ateneo milanese per le aree 10-14 su un arco temporale che va dal 2004 al 2010 rispetto a volumi, curatele, contributi in volume e articoli, vedremo come gli articoli su rivista sono una parte che oscilla fra un terzo e la metà della produzione scientifica . Ma il resto?

Numero di contributi  per tipologia e area sull’arco temporale 2004-2010

Tipologia di pubblicazione

Area 10

Area 11

Area 12

Area 13

Area 14

Articolo su periodico

1.020

1.017

1.591

446

582

Contributo in volume

2.159

1.538

1.594

361

717

Volume

237

217

265

71

122

Curatela di volume

312

187

148

25

106

 

Dalla tabella risulta evidente come contributi in volume, volumi e curatele rappresentino ancora le tipologie di lavori più significative per le aree 10-14.  Uno studio dei dati risultanti dall’esercizio PreVQR  2004-2008 condotto presso l’Università degli Studi di Milano, in cui i docenti e i ricercatori dovevano simulare la scelta dei loro migliori prodotti da presentare per l’esercizio che poi è stato riassorbito dalla VQR 2004-2010 restituisce le seguenti scelte per le aree 10-14:

 

 

Vale a dire che per almeno due terzi dei  lavori di ricerca il raffronto con i ranking di riviste non può essere fatto.

Alberto Baccini mette bene  in luce come senza una anagrafe della ricerca certificata non sia possibile effettuare neppure analisi di base:quanto si pubblica, cosa si pubblica, dove si pubblica, e individua nella realizzazione di ANPREPS (Anagrafe nazionale nominativa dei professori ordinari e associati e dei ricercatori) secondo l’art. 3bis Legge 1/2009 la possibile soluzione del problema.

In effetti sono in molti ad attendere la nuova anagrafe e a vedere in questo strumento una sorta di deus ex machina.

Da come sembra configurarsi  ANPREPS non pare affatto poter aspirare a diventare lo strumento d’analisi di cui si sente così tanto la mancanza. Al di là della realizzazione tecnica infatti, che si rifarà in parte alla versione del sito docente in linea dal 7 novembre, è necessario definire alcuni punti importantissimi.  Chi lo alimenterà? Docenti o personale esperto? Secondo quali regole? Si guarderà solo alla ricerca o anche all’impatto sociale e quindi a tutte quelle attività di diffusione e comunicazione della cultura che hanno una parte importante nell’attività svolta dai ricercatori di queste aree? Come si eviteranno i duplicati per tutti i coautori? Chi controllerà e ripulirà i dati (errori nelle tipologie, nei metadati descrittivi, nell’attribuzione, nelle affiliazioni) posto che questa è una attività molto onerosa in termini di tempi e costi e che l’anagrafe dovrà essere realizzata “senza nuovi e maggiori oneri per la finanza pubblica”?

Un modello di sistema della ricerca in cui gli Atenei raccolgono e validano e certificano i dati localmente ma secondo regole condivise e poi li spediscono alla anagrafe centrale potrebbe senza dubbio dare maggiori garanzie di controllo sulla qualità di quanto dichiarato dai docenti. Attualmente il numero degli Atenei che dispone di una anagrafe locale è ridotto, e ancor più piccolo è il numero delle anagrafi certificate (vale a dire anagrafi in cui i docenti hanno dichiarato di aver prodotto i lavori inseriti nel database e personale specializzato ha verificato che quei prodotti esistono e sono stati descritti correttamente e in maniera esaustiva).

E’ allora forse da qui che si dovrebbe partire. Dalla indicazione che ogni Ateneo dovrebbe avere una anagrafe certificata, da indicazioni precise e puntuali sulla struttura che le anagrafi locali dovrebbero avere, tenendo conto che i dati devono poter essere riutilizzabili sia per finalità interne che per alimentare banche dati di vario genere (del ministero, dell’Unione europea, o di aree disciplinari specifiche) e che quindi l’interoperabilità e il rispetto degli standard devono essere garantiti.  Qualche esperienza è stata fatta anche in Italia in questo ambito e potrebbe servire da modello.

Paesi che hanno costruito una rete di anagrafi certificate che colloquiano con l’anagrafe centrale sono già riusciti ad avanzare proposte per la valutazione anche di quei due terzi dei lavori di ricerca che non rientrano fra le pubblicazioni in rivista. Ne è un esempio il recente lavoro pubblicato dall’Accademia delle Scienze Olandese.

 

 

 

 

 

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