Segnalazioni

CRUI, CUN e CNSU: atenei a rischio chiusura se il Senato non ritira il taglio di 400 mln.

Riceviamo e pubblichiamo un appello di CRUI, CUN e CNSU che  denunciano l’inevitabile collasso della maggior parte degli atenei italiani se il Senato non ritirerà il taglio di 400 mln di euro previsto per il 2013.

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ATENEI A RISCHIO CHIUSURA

 

 

La Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI)

Il Consiglio Universitario Nazionale (CUN)

Il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (CNSU)

 

DENUNCIANO

 

il taglio di 400 milioni di euro al Fondo di Finanziamento Ordinario per l’anno 2013 che provocherà una situazione di crisi gravissima ed irreversibile per il Sistema Universitario italiano.

 

A causa di questo ulteriore taglio, successivo ad altri avvenuti nelle precedenti leggi finanziarie, le Università non saranno più in grado di garantire la formazione, la ricerca, i servizi agli studenti e più in generale lo sviluppo tecnologico e culturale del Paese.

 

I tre Organismi di rappresentanza istituzionale del Sistema Universitario lanciano con forza l’allarme sul collasso che colpirà inevitabilmente la maggior parte degli Atenei italiani se il Senato della Repubblica non provvederà a ripristinare questi 400 mln di euro necessari alla sopravvivenza delle Università già pesantemente sottofinanziate.

 

CRUI, CUN e CNSU denunciano quella che si sta oggi configurando come una violazione dei diritti irrinunciabili e costituzionalmente garantiti della formazione e della ricerca a solo detrimento del futuro e delle opportunità lavorative delle prossime generazioni.

 

Il presidente della CRUI: Marco Mancini

Il presidente del CUN: Andrea Lenzi

Il presidente del CNSU: Mattia Sogaro

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19 Comments

  1. Enrico Marsili says:

    Sopravviveranno solo le universita` migliori? In altre parole, i tagli saranno lineari o le risorse verranno somministrate secondo la graduatoria delle universita“ “virtuose”? Non mi dispiacerebbe veder chiudere alcuni poli universitari ultraperiferici.

    • eugenio di rienzo says:

      e chi le decide le universita“ “virtuose”?
      L’Anvur…?
      Marsigli ma non può astenersi da fare battute da avanspettacolo…?
      sia clemente con noi…è quasi Natale..

    • Saranno sostanzialmente lineari.

      Inoltre, non e’ detto che i poli ultraperiferici siano NON virtuosi.

      A volte si trova gente brava persino in nazioni ultraperiferiche.

    • tipo le università irlandesi?

  2. Senta Marsili, ma lei pensa che questa sia la toilette dove venire a deporre le sue distillate perle di saggezza? Non può deporre altrove, con rispetto parlando?

  3. green_baron says:

    Che le università italiane siano troppe non v’è dubbio. Se penso all’Università di Enna (che però è privata), a quelle di Foggia, del Molise (con sedi anche ad Isernia e Termoli) o Vercelli (pubbliche e inutili,come tante altre), mi viene da pensare che questi atenei siano stati creati solo per piazzare docenti in eccesso (o spesso scarti) di atenei più grandi o migliori. La verità è una sola, ma che nessuno ha il coraggio di dire: bisogna omologare il nostro sistema universitario a quello inglese, dove le tasse universitarie (e i servizi per studenti e docenti) sono molto più alte. In tal modo gli studenti – e le relative famiglie – sono maggiormente responsabilizzati nel portare avanti con il massimo profitto possibile gli studi universitari. Chi di noi (sono convinto ben pochi) abbia avuto esperienze di visiting professorship in UK, non può che confermare quanto ho appena affermato. Basta fare un confronto tra lo studente medio inglese e quello italiano…

    • un bel condensato di luoghi comuni, complimenti.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Il sistema inglese è stato ritenuto ingiusto persino dai docenti di Oxford. Il 7 giugno 2011, si è verificato un fatto senza precedenti: l’organo di governo dell’Università di Oxford (“the Congregation”) ha espresso a larghissima maggioranza (283 voti contro 5) un voto di “no confidence” nei confronti della politica universitaria del governo (http://www.bbc.co.uk/news/education-13681202). Secondo il proponente della mozione di sfiducia, il prof. Robert Gildea, la riforma del finanziamento dell’università sarebbe “reckless, incoherent and incompetent”. Il sistema è stato definito “a red carpet for the rich”.

    • Se penso alle università di Enna, Vercelli o del Molise non mi viene da pensare a niente di definito. Se però penso ad alcuni commenti di colleghi sul presente blog non posso che convenire che abbiamo preso su all’università veramente di tutto.

    • green_baron says:

      Chi risponde irridendo o ancora peggio insultando vuol dire che non ha proprio nulla da dire. La mia era solo una considerazione, frutto di una esperienza. Tutto qui. Consiglio a qualcuno di imparare un po’ d’educazione.

    • Caro Green_Baron tu hai parlato di scarti. Puoi dimostrare – tu che sei stato visiting professor – che i docenti di Foggia, Molise e Vercelli siano degli scarti?
      Se lo puoi dimostrare allora saremo tutti più educati…

    • Ricercatore 65 says:

      Infatti Penn State Univerity (Americana, Statale) ha sedi distaccate in 19 campus oltre la sede principale. (http://www.psu.edu/ur/cmpcoll.html) questo per parlare dell’inutilita’ delle sedi distaccate. Che le università da lei indicate siano inutile va dimostrato. Se lo pensa ci erudisca sul perche’. Se no taccia e si vergogni. Il dire “Chi di noi (sono convinto ben pochi) abbia avuto” …. non e’ degno di un accademico.

  4. Luca Cerioni says:

    Avendo notato che si parla del sistema universitario britannico – cioé del mio Paese “di provenienza accademica” – vorrei fare un breve commento. Credo che in tale sistema, come negli altri, vi siano luci ed ombre. Mentre fra le “luci” collocherei la facilità di ingresso e di mobilità interna, sia fra le diverse posizioni accademiche (da una inferiore ad una superiore) all’ interno di una stessa Università che fra le diverse Università, fra le “ombre” classificherei l’ importo eccessivo delle rette universitarie, che con il governo Cameron è stato lasciato libero di salire a 9000,00 sterline (oltre 10.000 €) l’anno (le più elevate d’ Europa). Vorrei però segnalare due aspetti che attenuano fortemente il lato negativo, e che risultano importanti per il funzionamento del sistema. In primo luogo, le Università offrono spesso borse di studio, consentendo l’accesso anche a studenti che, altrimenti, sarebbero privi dei mezzi per pagare le rette così elevate. In secondo luogo, gli importi elevati delle rete si traducono in un “potere” dello studente non riscontrabile nell’ Università italiana. Specificamente: ogni anno viene effettuato un “National Students Survey” (NSS), che intende verificare il grado di soddisfazione degli studenti in procinto di laurearsi (di ottenere il grado accademico equiparabile alla laurea italiana). Le risposte degli studenti di tutte le Università UK ad uno specifico questionario, distribuito per implementare il NSS, vengono elaborate in una graduatoria delle Università in base al grado di soddisfazione degli studenti: la graduatoria viene pubblicata nei maggiori quotidiani nazionali, orientando così le scelte dei futuri studenti e, tramite queste, incidendo fortemente sulle future risorse finanziarie di cui le Università potranno disporre. Se, in un Dipartimento, si registra da un anno al successivo una perdita di posizioni in termini di soddisfazione degli studenti, ciò suscita un allarme generale. Dato il legame fra “students’ satisfaction” e future risorse finanziarie disponibili, uno scivolamento in termini di posizione nel NSS segnala che la “performance” di alcuni fra gli accademici non è stata positiva, e ciò condiziona negativamente le prospettive dell’ interessato. Occorre quindi constatare che, nonostante il lato negativo dato dall’ importo così elevato delle rette, gli studenti – considerati, in quel sistema, come fruitori-clienti-finanziatori – finiscono per disporre di un (direi) potere di disciplina non trascurabile. Credo che occorra ammettere anche che, con la sempre più marcata traslazione (iniziata nel 1997) sugli studenti dell’onere del finanziamento delle Università, si riduce anche il rischio che i poveri paghino le rette universitarie ai ricchi attraverso il sistema generale delle imposte.
    Non voglio dire, ripeto, che sia positivo in UK avere tasse universitarie così elevate, ma proporrei semplicemente di studiare il sistema UK nella sua globalità, cioé in tutti i suoi meccanismi e nel modo in cui gli uni interagiscono con gli altri.
    Ho voluto dare una testimonianza tratta dalla mia esperienza; buon dibattito e Buone Feste a tutti.

    • @ Luca Cerioni
      Un sistema con rette alte e borse di studio diffuse ha una sua logica, almeno fino a quando consente di dare accesso a tutti i capaci e volenterosi.
      .
      Ovviamente l’idea di fondo di un sistema del genere è quello di un’università fatta per una minoranza (sia pure di meritevoli). Per l’UK questo è a tutti gli effetti anche un affare dal punto di vista economico perché a fronte di una riduzione di accessi dei propri cittadini, grazie alla loro posizione unica dal punto di vista internazionale, possono in buona parte compensare con accessi di ‘overseas’.
      .
      Devo dire che conoscendo un po’ anche la struttura sociale inglese, che permane marcatamente classista in un modo semplicemente ignoto sul continente, il fatto che possano rinunciare con una certa facilità all’ideale di una cittadinanza istruita e consapevole mi stupisce relativamente (è un’idea che i Tories hanno sempre contestato).
      Personalmente, oramai qualche anno fa, ho rinunciato a rimanere accademicamente in UK precisamente perché non volevo crescere i miei figli in un contesto in cui l’idea di un parallelismo tra ceti sociali e livelli culturali fosse accettata come fatale. Magari faremo la stessa fine e me ne pentirò, ma l’idea che tra le persone della working-class si possano trovare persone colte mi è cara, ed è una cosa che appartiene alla storia e alla tradizione italiana.

  5. Luca Cerioni says:

    Caro Andrea Zhok, condivido le considerazioni sulla struttura sociale inglese, mi accorsi anche io di tale caratteristica e credo che non debba essere assunta a modello. Tuttavia, chi provenisse da situazioni di svantaggio sociale/disagio economico ma avesse veramente talento, riusciurebbe prima a migliorare la propria condizione in UK o in Italia? Troverei difficile dare una risposta…

  6. Luca Cerioni says:

    A proposito del sistema universitario britannico – se visto in termini comparativi con quello italiano – vorrei proporre una ultimissima riflessione, che potrebbe consistere nella risposta alla domanda: se uno studente proveniente da un ceto sociale basso o medio-basso (ma riuscito a pagarsi le rette universitarie grazie ad una borsa di studio) concludesse gli studi con il massimo dei voti, tale elemento avrebbe più possibilità di costituire, per lui, un fattore di mobilità sociale (facilità di accesso al lavoro, adeguatezza delle condizioni etc..) in UK o in Italia? Avrei una mia risposta, derivante dall’ esperienza di miei ex studenti in Inghilterra confrontata con il caso di diversi neolaureati italiani, ma preferirei lasciare la risposta all’ eventuale riflessione dei lettori in una valutazione del sistema britannico..Buone Feste a tutti

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