Sono più pericolose le locuste capitaliste o le api lavoriste e riformiste? Per entrambi gli sciami si tratta di lanciare catene di assiomi corredati da dati statistici atte a creare consenso intorno al nodo fra lavoro e competenze certificate. La questione non riguarda solo la pericolosa china in cui stanno precipitando la scuola, la valutazione e il valore legale del titolo di studio, è in gioco un mutamento culturale profondo che attraversa tutti i campi della vita politica. Diventa così di qualche interesse praticare i luoghi dove si elabora il pensiero sul lavoro, sulle sue trasformazioni sul sistema della formazione pubblica e privata. Il Consiglio Nazionale Economia e Lavoro (CNEL) ha mostrato di recente un notevole attivismo come promotore di iniziative di studio su tali temi, forse per sottolineare la sua importanza dopo il tentativo del governo Renzi di abolirlo con la riforma costituzionale. Di seguito, alcune riflessioni su tre recenti incontri, dedicati rispettivamente alla certificazione delle competenze, all’alternanza scuola-lavoro e alla futura devoluzione/autonomia in chiave differenziata.

Nell’attuale fase di ridefinizione della soggettività, del suo formarsi e del suo consolidarsi nel rapporto fra forme di vita e lavoro, sono più pericolose le locuste capitaliste o le api lavoriste e riformiste? Per entrambi gli sciami si tratta di lanciare catene di assiomi corredati da dati statistici atte a creare consenso intorno al nodo fra lavoro e competenze certificate. La questione non riguarda solo la pericolosa china in cui stanno precipitando la scuola, la valutazione e il valore legale del titolo di studio, è in gioco un mutamento culturale profondo che attraversa tutti i campi della vita politica. Diventa così di qualche interesse praticare i luoghi dove si elabora il pensiero sul lavoro, sulle sue trasformazioni sul sistema della formazione pubblica e privata. Il Consiglio Nazionale Economia e Lavoro (CNEL) ha mostrato di recente un notevole attivismo come promotore di iniziative di studio su tali temi, forse per sottolineare la sua importanza dopo il tentativo del governo Renzi di abolirlo con la riforma costituzionale. Di seguito, alcune riflessioni su tre recenti incontri, dedicati rispettivamente alla certificazione delle competenze, all’alternanza scuola-lavoro e alla futura devoluzione/autonomia in chiave differenziata.

Il primo incontro (23/11/2018), dedicato alle procedure di individuazione, validazione e certificazione delle competenze, ha visto la collaborazione di Officina delle Competenze, l’indotto privato, camuffato da associazionismo, dunque da impresa sociale. Il ragionamento assiomatico – dunque indimostrabile – a supporto, è che l’economia della conoscenza (Commissione Europea: “Delors-pensiero” dal 1985 al 1995) è inserita nella catena della competitività. Il consenso sulla necessità delle competenze per stare nel mercato del capitale umano, si guadagna con la retorica del capitalismo buono, soccorrevole, buon pastore. In tutti gli interventi è presente la narrazione del lavoro come riscatto sociale soprattutto per i soggetti più fragili: rifugiati, richiedenti asilo, stranieri, NEET (da rintracciare…considerata la loro invisibilità) e disoccupati. Tinta umanitaria che caratterizza la relazione della direttrice della ricerca di INAPP (ex ISFOL, istituto per la formazione dei lavoratori), Aviana Bulgarelli, quando racconta di come il Sudafrica, subito dopo la caduta dell’apartheid, fu capofila nella pratica di certificazione delle competenze informali e non formali per la popolazione autoctona, nera. I neri che non avevano avuto accesso alla formazione istituzionale poterono così dimostrare quel che sapevano fare e inserirsi nel mercato del lavoro, con pari diritti e dignità dei lavoratori bianchi. Una grande prova di democrazia, dunque. Chiunque sa che le disuguaglianze restano in quel paese, come nel resto dei regimi neoliberisti, feroci; la popolazione nera attiva è libera di vendersi in condizioni lavorative molto dure e, pur godendo dei diritti civili, continua svolgere le mansioni peggior – certificate – ai salari più bassi.

Altri interventi di responsabili della formazione di due settori fra loro molto differenti, il comparto dei family care givers e il settore bancario e assicurativo, non esitano a evidenziare il problema della fortissima dispersione dei contratti di lavoro, creatasi con anni di legislazione improntata alla liberalizzazione e alla precarizzazione. Nel primo caso, la difficoltà a definire i profili, il gioco delle referenze informali che regola domanda/offerta, la maggioranza di donne straniere in condizioni di oggettiva fragilità, non sembrano però scoraggiare l’indotto che offre formazione e certificazione. Anche quando il percorso verso l’attestazione risulta inutile. Prendiamo il caso del Veneto operoso: la ricerca del lavoro avviene ancora per via informale, fra familismo, reti amicali e buone vecchie raccomandazioni. A un impiego, qual che sia, si accede mediante il colloquio in cui titolo di studio e certificazione, inseriti nel curriculum contano relativamente poco [1]. Antonio Fraccaroli, direttore generale del Fondo Banche e Assicurazioni, ritorna sul tema della eccessiva pluralità contrattuale (il Presidente Treu, lì presente e antesignano della precarietà sembra silenzioso…) e quella dei profili richiesti da agenzie e compagnie per mansioni simili. Invita ad usare l’efficiente e dinamico sistema di certificazione delle competenze e delle qualifiche, riportato nel  “Manuale di Certificazione delle Qualifiche delle Banche Commerciali”[2] : un vero e proprio manuale di profilazione e ausilio per una migliore “testatura”, selezione, formazione continua  in ambito bancario.  Nel processo di selezione suggerito, principio cardine è l’uso del test: strumento di passaggio chiave di tutta la procedura di valutazione in entrata, in uscita, in itinere. Vecchio incubo alla Michael Young, a cui i candidati al lavoro si vedono obbligati, obtorto collo, oppure convinti dal martellante richiamo mediatico (Bénédicte Vidaillet). Anche le recenti disposizioni sul reddito di cittadinanza prevedono la disponibilità immediata al lavoro, scelto dai Centri per l’Impiego, per lo più privati, in base alla congruità che essi ritengono esserci fra l’offerta e il riconosciuto, certificato bilancio delle competenze, sempre da loro redatto.

Il secondo incontro (27/11/2018) è dedicato all’Alternanza Scuola Lavoro (ASL), oggi ribattezzata, “Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento”. Il Presidente dell’Associazione Nazionale Presidi (ANP) – dirigente scolastico Antonello Giannelli -che organizza l’incontro, non ha dubbi: le pratiche di ASL hanno dato buona prova di sé e andranno incentivate nelle scuole. Sicumera che il nostro ha recentemente manifestato con il richiamo alla necessità di abolire le discipline, sostituite dagli argomenti (sic). La rappresentante di Unioncamere (Ente pubblico che riunisce la Camere di Commercio) chiosa che il lavoro non deve essere un tabù, l’azienda – a differenza della scuola – offre un’opportunità di azione di squadra, istruisce a non perder tempo, alla necessità di fissare obiettivi chiari e di sentirsi obbligati a raggiungerli, forma alla disciplina, alla flessibilità, alla precisione. La Presidente del vecchio Coordinamento Genitori Democratici (fondato nel 1976 con Gianni Rodari: sic transit…), Angela Nava, invita a superare il pregiudizio gentiliano che alberga fra gli insegnanti, a non fare querulità (sic) sulla scomparsa del greco e del latino, a superare la disparità fra licei e istituti tecnico-professionali. Questione quest’ultima – aggiungo io – da declinare un po’ diversamente: non portando il liceo verso l’istruzione tecnica e professionale, che detto così sembra una sorta di rivalsa molto giustizialista, ma ragionando su cosa rappresenta nel sistema di istruzione questo ordine di scuola (già ci rifletteva Gramsci nelle note miscellanee). Chiude la responsabile delle risorse umane e della formazione del Gruppo Almaviva, azienda leader nel settore della comunicazione, con 42.000 impiegati buona parte in sedi brasiliane. Elogia le esperienze in azienda come straordinarie, soprattutto per le donne a cui hanno dato l’opportunità di svolgere lavori in genere considerati maschili (ingegneria applicata alle nuove tecnologie). Non posso non pensare, a proposito di ferocia del mercato del lavoro, alla vicenda dei call center Almaviva, a Roma. Licenziò 1666 lavoratori con il pretesto della chiusura delle attività. Condannato in prima istanza a una parziale riassunzione, venne assolto in appello. La sede romana non solo non venne chiusa, ma aprì una nuova stagione di commesse con l’assunzione di un migliaio di lavoratori precari.

Il terzo incontro (12/12/2018) mette insieme il tema della finanza locale con il progetto di devoluzione che si prepara. I dati del CNEL (contenuti nel Rapporto annuale 2018) parlano di una fortissima crisi di investimenti a livello locale, di fondi non utilizzati, paralizzati da una burocrazia inesorabile per lentezza, e da incapacità progettuale. Il confronto Nord-Sud è improntato ad una drammatica disparità per entrambi gli aspetti. I molti dati statistici presentati parlano per il Sud di entrate dal prelievo fiscale e dallo stato centrale largamente insufficienti e con poca propensione all’incremento con la finanziaria a venire. Oggi, a documento di economia approvato, la previsione risulta avverarsi: i tagli lineari diventano selettivi per le regioni più povere [3]. Sulla competenza sull’istruzione, chiesta in forma esclusiva dal Veneto e concorrente dall’Emilia Romagna, torna il motivo del ruolo della scuola pubblica, fra accentramento e necessità di dare spazio a chi sa fare meglio. Il tema è affrontato da Santino Piazza, ricercatore dell’IRES (Istituto Ricerche Economiche e Sociali) Piemonte, esperto di federalismo fiscale. Vengono messi in relazione i risultati ai test PISA-OCSE con la spesa effettuata per l’istruzione in due regioni autonome, Valle d’Aosta e Trentino. La correlazione virtuosa fra abilità nelle tre discipline sondate dal PISA e il crescente costo standard per studente non risulta evidente. La ricerca ammette l’impossibilità di individuare un criterio di rendimento (quanto vale in termini economici un punto PISA?). Pur volendo ammettere che i test utilizzati godano di buona validità e validazione, posizione teorica che il ricercatore definisce laica, le performances degli studenti non giustificano l’entità e la distribuzione della spesa per l’istruzione. Insomma, nessuna possibilità di calcolo del valore aggiunto a cui tanto tiene l’INVALSI! Il problema, ammette Piazza, è che non c’è altro modo per capire se più spesa produce platee di studenti più competenti.

Azzardo un commento a chiusura.

Il flusso difficilmente controllabile dei luoghi di produzione, delle forme assunte dal lavoro (deregolamentazione italiana dei contratti di marca europea, dispersione dei profili, uscita dalla contrattazione di comparto e nazionale verso quella locale e individuale) dei movimenti di popolazione, dei saperi veicolati dai social, viene catturato mediante la produzione e diffusione di assiomi. Si tratta parole d’ordine, di moduli discorsivi a carattere auto-evidente, indimostrabili ma efficaci a livello performativo. Assiomi capaci di ordinare comportamenti anche quando contro-intuitivi (ad esempio quando sostengono a livello di convinzioni ciò che danneggia il soggetto come la spinta al superlavoro, alla competizione, all’isolamento dai compagni, presentati come fattori tipici, ineludibili del proprio ruolo). Un’assiomatica che costituisce una sorta di semiologia del capitale (modo di produrre, distribuire, e sistema politico e culturale), fornendo significati di arresto del flusso di cui ho detto: sono i suoi punti di capitone. Eccone alcuni che transitano dal campo economico a quello educativo: autonomia, responsabilità, competenze, cittadinanza attiva, ma anche equità, democrazia, inclusione. L’assiomatica non è di per sé una ideologia, ma va a costituire un nesso fra capitalismo e l’ideologia. È come dire che la teoria economica di Milton Friedman e le scelte di politica che ne sono derivate, ad esempio nel Cile di Pinochet, o da noi con il pareggio di bilancio, ha avuto bisogno, per radicare la convinzione che quelle pratiche fossero buone o quanto meno necessarie, per creare il consenso necessario a governarle, di assiomi tipo: privatizzazione, libertà individuale, defiscalizzazione, pensioni come furto fra generazioni, ecc. Torna così urgentissima la quistione del ruolo degli intellettuali, la necessità su cui si è affannata la riflessione di Gramsci, di smascherare i commessi dei gruppi dominanti e coloro che si sentono mosche cocchiere.

 

 

 

 

[1] Economia e Società Regionale 2,2018.

[2] Durante G., Fraccaroli A.  ”Manuale di certificazione per le qualifiche delle banche commerciali. I principi dell’EQF” BANCARIA Edizioni, 2013.

[3] In proposito una lucida analisi sulla manovra di Guglielmo Forges Davanzati, Nuovo Quotidiano di Puglia, 10

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