Una settimana a Rigopiano ci ha fatto vedere che esistono due mondi della Pubblica Amministrazione: uno (largamente dominante) che si muove “a mille”, che comunica via WhatsApp, che risolve problemi e che getta il cuore oltre ogni ostacolo; un altro (minoritario e residuale) che comunica per PEC e fax, che pensa a togliersi le responsabilità piuttosto che a risolvere problemi, che gli ostacoli li crea anche quando non esistono.

Nel pomeriggio di mercoledì 18 gennaio 2017 una valanga si abbatte sull’hotel Rigopiano in Provincia di Pescara. Le operazioni di ricerca e recupero iniziano in situazioni ambientali difficilissime e con un alto rischio di nuovi distacchi di neve o di roccia dal canalone soprastante.

Giovedì 19 alle 21.40 ricevo una telefonata dal Centro Operativo Misto di Protezione Civile istituito a Penne per il coordinamento dei soccorsi. Chiedono se possiamo installare a Rigopiano uno dei nostri radar di monitoraggio. Il problema è che i nostri non vanno bene per le valanghe; è quindi necessario trovare un radar con frequenze e tempi di detezione adatti allo scopo. Prendo tempo fino alla mattina successiva.

Nella notte i miei ricercatori e io studiamo il caso, prendiamo informazioni, contattiamo colleghi e aziende specializzate per telefono e WhatsApp.

La mattina di venerdì 20 alle 8.00 diamo conferma: facciamo venire un radar doppler per valanghe da Zurigo, dove una startup (Geopraevent) ha realizzato la tecnologia giusta. Non abbiamo mai avuto contatti con quella società. Abbiamo visto il sito web e capito che può funzionare. Sentiamo anche una spinoff della nostra Università (iTem), che ha sviluppato la tecnologia degli array infrasonici per il monitoraggio delle valanghe.

Il tempo utile di preavviso di una nuova valanga a Rigopiano è solo di un minuto: in meno di 60 secondi i soccorritori si devono mettere in sicurezza per cui ci vuole un sistema allarmato. Verso le 11 il sistema è già progettato: il radar per l’allertamento rapido entro 10 secondi dal distacco della valanga, l’array infrasonico per il supporto alla previsione e per il pre-allarme.

Appuntamento ad Arcetri per preparare la missione. Partiamo alle 13.30 in 6 da Firenze con 2 automezzi fuoristrada, 2 da Zurigo con un furgone, altri 2 il giorno dopo da Firenze con un pickup. Un altro da Zurigo in aereo e macchina a noleggio.

Io sono professore, gli altri ricercatori precari: non abbiamo orario di lavoro e siamo abituati a lavorare anche nei giorni festivi. Ci sono anche due tecnici (laureati e dottori di ricerca, inquadrati ovviamente nella categoria dei diplomati perché si sa che all’Università conta prima di tutto risparmiare): loro non possono lavorare di domenica e le ore di viaggio nemmeno vengono riconosciute come ore di lavoro.

Pare che siano le conseguenze della legge Brunetta antifannulloni, che ovviamente va a colpire solo chi ha voglia e capacità di lavorare, mentre non tocca minimamente i fannulloni. Ma fortunatamente anche i nostri tecnici sono abituati a fare volontariato per la PA: hanno stipendi fissi di poco superiori ai 1200 euro.

Arriviamo a Penne alle 18.30 di venerdì con tutto il necessario. Il radar arriva alle 3.30 (di notte) di sabato, perché è stato bloccato tre ore alla dogana: una telefonata di spiegazioni non basta, vogliono un fax per sdoganarlo. A tutto abbiamo pensato tranne che a organizzarci per i fax. Anche al COM di Penne i fax non li manda più nessuno. Lo facciamo inviare dalla DICOMAC di Rieti.

L’array infrasonico giunge a Penne domenica mattina da Firenze: fortunatamente fra le Regioni non ci sono le dogane!

Abbiamo portato con noi: radar e accessori, array infrasonico e accessori, un drone multicottero, telecamere e fotocamere, telecamera a infrarosso termico, GPS, ARVA, sci, ciaspole, attrezzature da neve e ghiaccio, componenti elettroniche, cassette degli attrezzi, batterie, generatori, modem, computer, taniche di carburante e molto altro.

Abbiamo dovuto pensare a portare tutto da casa perché da quest’anno ci hanno tolto le carte di credito di servizio e non possiamo fare più acquisti in situ. Dicono che esse erano incompatibili con la tracciabilità antimafia, che non potevano assegnare un Codice Unico di Gara, che non permettevano lo split payment dell’IVA, e che è molto più dinamico e moderno anticipare in contanti e aspettare mesi per essere rimborsati.

Ci vogliono ore per raggiungere il sito di installazione, in un infernale traffico di mezzi di soccorso sulla strada in cui è stata faticosamente aperta una corsia unica dalle turbine e dagli spazzaneve.

E poi su con il “bruco” dell’Esercito o quello dei VVF. E poi a piedi con le ciaspole o gli sci attraverso la valanga con le attrezzature in spalla. Perché gli elicotteri non possono volare per la scarsa visibilità.

Non si vede niente. L’antenna del radar è puntata verso la parte alta del canalone sulla base delle simulazioni effettuate su un modello digitale del terreno. Ma il terreno non è più lo stesso: c’è la valanga sopra e i modelli digitali rappresentano solo la memoria del passato.

ll radar doppler è installato sabato 21 gennaio ed è operativo dalle ore 18:30. L’array infrasonico domenica 22 ed è in funzione dalle ore 16:30.

Nessuna delle attrezzature utilizzate è stata acquistata sui burocratici mercati unici del CONSIP per la Pubblica Amministrazione. Gran parte era stata acquistata in “tempo di pace” sul libero mercato, guardando alla qualità e non solo al prezzo, anche se ciò ci è costato montagne di dichiarazioni, assunzioni di responsabilità, RUP, commissioni, timbri, discussioni, delibere, verbali e lettere protocollate.

Il drone ce lo siamo interamente autoprodotto con la stampante 3D, perché il codice appalti ancora non ha scoperto l’esistenza di queste ultime e non le ha normate rendendole inutilizzabili come tutto il resto.

Radar e array sono delle ditte che abbiamo incaricato con una telefonata, senza le bizzarre e interminabili procedure di affidamento imposte alla Pubblica Amministrazione in tempo di pace. C’è l’urgenza e si applica l’art.63 del nuovo codice appalti. Per la verità le procedure semplificate per l’urgenza c’erano già anche prima con il vecchio codice all’art.57: l’unica cosa che è cambiata è la numerazione degli articoli (deve essere il nuovo che avanza).

Curiosamente invece l’art.163 del nuovo codice, appositamente pensato per le grandi emergenze di protezione civile, non è applicabile perché troppo burocratico.

Per la società svizzera non ci sono problemi: con gli stranieri le regole burocratiche degli approvvigionamenti sono un po’ più rilassate perché in Italia il protezionismo è alla rovescia, mica abbiamo Trump. Per la PA italiana è molto più facile dare un incarico a una società straniera che a una nazionale. Sarà per questo che molte nostre imprese traslocano all’estero, come i nostri ricercatori.

Per la spinoff dell’Università di Firenze invece ci aspetta un’epica lotta contro la burocrazia perché il nuovo codice appalti non ne parla: tratta solo di in-house delle pubbliche amministrazioni per le quali consente gli affidamenti diretti. Le spinoff accademiche sono lasciate nel limbo dell’incertezza normativa, per cui per la mia Università è molto semplice dare incarichi agli spinoff di tutti gli altri Atenei d’Italia e del mondo, ma è impossibile darli alle proprie, che sono incredibilmente escluse anche dal libero mercato.

Altre attrezzature sono state portate da noi, nel senso che sono di nostra proprietà privata e che le mettiamo a disposizione per far funzionare le cose. Chissà se all’ANAC avranno da ridire sull’uso pubblico di mezzi privati?

Anche i rifornimenti di carburante per automezzi e generatori li abbiamo fatti fuori-CONSIP, perché per trovare i distributori del fornitore unico TotalErg bisogna andarli a cercare, perdendo tempo e sprecando benzina più di quanto la convenzione ne faccia risparmiare. E poi a noi piace l’ENI e la “potente benzina italiana” di Enrico Mattei!

Tutto ha funzionato alla perfezione … tutto, tranne una cosa: la scheda SIM della TIM convenzione CONSIP 6 per la Pubblica Amministrazione.

Dato che pressoché tutti i soccorritori appartengono alla PA, nonostante la tempestiva installazione delle celle mobili, la rete TIM è andata in saturazione semplicemente perché tutti, ma proprio tutti – Protezione Civile, VVF, Soccorso Alpino, Forestale, Finanza, Militari, Carabinieri, Polizia, Comune, Provincia, Regione, etc. – sono obbligati a utilizzare CONSIP 6.

Siamo stati salvati dalla SIM degli svizzeri: i collegamenti con la stazione di monitoraggio sono stati fatti con il modem in roaming internazionale, alla faccia del risparmio, dell’efficienza e della razionalizzazione dei costi.

Con i Mercati Unici non si risparmia: si perde tempo, si alimenta l’inefficienza e alla fine si spende anche di più. E’ la spending review, anch’essa alla rovescia.

Una settimana a Rigopiano ci ha fatto vedere che esistono due mondi della Pubblica Amministrazione: uno (largamente dominante) che si muove “a mille”, che comunica via WhatsApp, che risolve problemi e che getta il cuore oltre ogni ostacolo; un altro (minoritario e residuale) che comunica per PEC e fax, che pensa a togliersi le responsabilità piuttosto che a risolvere problemi, che gli ostacoli li crea anche quando non esistono.

La comunità scientifica – inclusa l’Università – è parte integrante del Servizio Nazionale della Protezione Civile ed è chiamata a fornire il supporto tecnico-scientifico alle attività istituzionali di Protezione Civile: previsione, prevenzione, soccorso e superamento dell’emergenza.

Così Giuseppe Zamberletti concepì l’architettura del Servizio Nazionale, all’indomani del terremoto dell’Irpinia.

L’ex-Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha dichiarato a più riprese: “dobbiamo togliere l’Università dal perimetro della Pubblica Amministrazione perché non si governa l’Università con gli stessi criteri con cui si fa un appalto in una ASL o in un comune“.

Ho detto e scritto più volte che sarebbe sufficiente una semplice norma di poche righe, per abbattere il ginepraio burocratico-normativo in cui è stata fatta sprofondare l’Università italiana:

Al fine di assicurare il pieno ed efficace svolgimento del ruolo istituzionale delle Università e degli Enti di Ricerca, nel rispetto dei principi di autonomia stabiliti dall’articolo 33 della Costituzione e specificati dalla legge n.168 del 9 maggio 1989, NON si applicano alle Università statali e agli Enti di Ricerca le norme finalizzate al contenimento di spesa in materia di gestione, organizzazione, contabilità, finanza, investimenti e disinvestimenti, previste dalla legislazione vigente a carico dei soggetti inclusi nell’elenco dell’ISTAT di cui all’articolo 1, comma 2, della legge 31 dicembre 2009, n.196.

Dopo l’esperienza di Rigopiano penso che tale norma debba essere assolutamente estesa anche a tutte le componenti del Servizio Nazionale della Protezione Civile.

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32 Commenti

  1. Persone nobili, oneste e sinceramente eccezionali.

    La strada però non è quella di fare una norma che esenti le Università, anche perchè le leggi sono diversamente interpretabili, ma quella di istituire, de facto, una situazione di efficienza, quindi favorire la nascita, anche mediante scorporazione di ramo d’azienda, di atenei privati non-profit, ad esempio in alcuni settori che possono mantenersi tranquillamente da soli, come medicina e ingegneria, in modo da rendere il sistema competitivo e portare necessariamente alla riduzione delle burocrazie. Quindi penso che Renzi sia nel giusto.

    • Caro acicchel, grazie per il nobile, onesto e eccezionale. Accetto solo l’onesto, perché non sono né voglio essere nobile né eccezionale.
      Quello che scrivi dopo è esattamente l’opposto del mio pensiero.
      Io penso che bisogna far funzionare in modo normale ed efficiente le strutture ordinarie – quindi le Università pubbliche nel nostro caso – piuttosto che lasciare l’ordinario a stagnare nell’inefficienza per inventarsi sempre nuove strutture parallele.
      Se facciamo funzionare la PA facciamo funzionare l’Italia. Se invece creiamo altre strutture effimere ed estemporanee non servirà a niente. Questo dovremmo spiegare a Renzi e ai tanti altri – di tutti i colori – che su questi temi hanno opinioni sbagliate e superficiali.

    • La PA inizierà a funzionare, come le poste e gli ospedali, quando entra in un regime di concorrenza. Non vedo perchè la salute si e l’università debba esserne esentata. Dopo sarà difficile gestire studi professionali privati al contempo ! (ad esempio).

    • Caro Francesco, non c’è da inventare nulla, basta copiare dai paesi dove c’è il doppio sistema. Funziona. Comunque so bene che non sarà mai possibile da noi. Troppa clientela. Troppi interessi a sfruttare la cosa pubblica per i propri interessi privati. A questo punto non rimane che chiedersi quale sarà il prossimo gradino del degrado ?

    • A me risulta che la concorrenza ce l’abbiamo da almeno 10-15 anni, da quando gli atenei han cominciato a spendere un sacco di soldi in pubblicità per accaparrarsi gli studeeti, da quando le aziende prima di stipulare una convenzioen dir icerca chiedono i preventivi almeno a tre atenei (dei quali magari due in altri stati europei), da quando per avere un finanzaiamento pubblico occorre dimostrare che il proprio progetto è migliore di quello degli altri partecipanti al bando.
      Non ho nulla contro la concorrenza, premia i migliori, e questo va benissimo. Ma non risolve affatto i problemi strutturali che vengono discussi qui, fatti di burocrazia, ottusità, inutili complicazioni e sovracosti cospicui. C’è un solo modo per alleviar eil freno costituito da queste assurde procedure: abrogarle, lasciare che ognuno quando è “resposnabile” di un qualcosa (una struttura, un automezzo, un fondo di ricerca, un team di ricercatori) sia totalmente libero di decidere come utilizzare ciò che gli è stato assegnato (o, spesso, che si è conquistato). Poi a campione si fanno dei controlli e chi ha fatto scelte insostenibili va punito. Ma tollerando che chi opera possa fare errori, senza doversi continuamente preoccupare, per prima cosa, di pararsi il c..o. Chi non fa, non sbaglia, invece chi deve decidere in tempi brevi è ovvio che possa fare scelte sbagliate, sperperare un po’ di denaro, acquistare un oggetto che non è il meno costoso, etc. E non va criminalizzato per questo…

    • La concorrenza all’interno delle università pubbliche c’è già ed è anche troppa: campionati delle Università, ludi gladiatori fra dipartimenti, circo equestre dei ricercatori per selezionare il 60% migliore.
      La concorrenza pubblico/privato non esiste – se non in certi settori a bassissimo costo della formazione – per incapacità del privato di fare investimenti e di organizzare qualcosa di qualitativamente degno di essere chiamato formazione universitaria.
      Inoltre in certi settori possono e devono operare necessariamente soggetti pubblici: così è per la protezione civile come per la ricerca scientifico-tecnologica con altissimi costi di investimento.
      I soggetti privati in Italia non hanno né massa critica né mentalità adeguata ad attività di questo tipo. Anche negli USA sfido a trovare un soggetto privato che si occupa di interventi di protezione civile in emergenza del tipo descritto.

    • Non mi sembra di essere in un sistema concorrenziale, e le graduatorie anvur alla rovescia lo confermano. Se voglio iscrivere mio figlio a un ateneo privato in Italia, non posso. Vero anche che finora a parte rari casi, l’industria italiana ha fatto poco o niente. In un paese povero quale siamo, ci si appoggia solo sulle spalle dello Stato ed un grande male.

    • “Se voglio iscrivere mio figlio a un ateneo privato in Italia, non posso.”
      Infatti è vietato iscrivere i propri figli a LUISS, BOCCONI, LUIC, KORE’ etc etc.

    • Caro Gio69. Guarda che le norme le ho seguite tutte alla lettera, articolo per articolo, comma per comma. Quelle ordinarie nel tempo di “pace”. Quelle concepite per l’emergenza nella fase di emergenza. Ho tutte le ricevute e gli scontrini regolari, tutta la tracciabilità dei procedimenti, i RUP e i DURC ;-) … Proprio perché ho seguito faticosamente TUTTE le norme mi sono esasperato ed ho scritto l’articolo. Chi le norme non le segue non è esasperato e preferisce stare zitto per non esporsi.

    • La Rivoluzione la stiamo già facendo, qui su ROARS e in altre sedi. Come tutte le Rivoluzioni italiane essa è portata avanti da una piccola minoranza, nel mezzo dell’indifferenza e del disinteresse generale. Proprio per questo avrà successo.

      Noi fummo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popoli, perché siam divisi. Raccolgaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l’ora suonò. (cit.)

  2. Grazie a Nicola per l’articolo.
    Chioso @paolo: c’è anche una terza via quella dell’invasione. Bisanzio caduta per mano di Maometto II, il grande impero romano caduto sotto i colpi di visi/ostro/goti… Speriamo che i bizantini di ANVUR, MIUR, ItalGoverno siano invasi e finiti sotto i colpi dei privati/goti (LUIS, BOCCONI, Telematiche varie…) e che i corsi e ricorsi storici ci ridiano l’età dell’oro. Oppure ridatece i turchi per liberare la novella Bisanzio dai bizantini…

    • Non è questa la soluzione privata. Occorre scorporare parti di università che possono sostenersi e privatizzarle. Siamo nel 2017 . E’ possibile.

    • @paoloBiondi(LUIS, BOCCONI, Telematiche varie…) fanno parte integrante dell’impero bizantino … che cadrà solo per mano di Maometto II o sotto i colpi di Trump :-) o
      :-(

  3. sono molto contento che l’articolo di casagli sia stato pubblicato sulla voce del padrone: corriere.it. Complimenti!!
    Mi scoccia solo che quello che considero il giornale più becero e asservito al potere non accolga anche altri articoli ad esempio quelli di Nicolao meravigliao, o quelli di FSL sul’economia invece che le banalate (sempre uguali irrotamabili) di Alesina e Giavazzi. Spero (per ora non ho visto) che anche il fatto quotidiano tragga spunto.
    Grazie Roars! (ps. ovviamente ho citato alcuni degli eccellenti frequentatori di roars ma molti tra noi dicono e scrivono cose di buon senso). Ps. ciascuno di noi ha una quantità di bestialità amministrative assurde.. Mi azzardo a suggerire come esiste per l’ASN sarebbe stimolante raccogliere i bestiari organizzativo amministrativi di cui siamo vittime. Ne accadono di cotte e di crude ogni giorno..

    • Oggi Corriere della Sera e Quotidiano Nazionale (Nazione, Resto del Carlino etc.). Stasera Radio 1 Zapping. Domani esce un articolo di Laura Margottini sul Fatto Quotidiano. Mi ha intervistato anche un altro giornalista del Fatto. Chissà se faranno addirittura due articoli.
      Quindi destra, centro e sinistra. La lotta alla burocrazia accademica è bipartisan perché è una questione di buon senso. Evitiamo di darle connotazioni politiche.
      Purtroppo Università e Ricerca non interessano nessuno, e nemmeno la burocrazia connessa. Se l’articolo è diventato “virale” sui social e se è stato ripreso dai quotidiani è solo perché trattava di un’emergenza di protezione civile, argomento di grande interesse per il popolo italiano.

  4. @casagli non c’è dubbio è come dici tu. A riprova di questo anche oggi sul FattoQ. una intervista al nuovo rettore commercialebocconi. L’altro giorno a Marchetti (altro Bocconiano). Autolaudazioni, ragionamenti vetusti assunzione di eccellenza etc. Appunto altro che dx sx centro e isole. Il fuoco di fila sui baroni (ovviamente di unipubblica) la casta di GAS Rizzo e corriere hanno segnato un epoca e continua con una caccia alle streghe con pre-giudizi (roars De Nicolao ha cominciato a smantellarli) che restano ancora vivi e inscalfibili. A noi ricercatori si chiede di scendere in pista da sci ed essere competitivi, ma ci impongono di usare attrezzi di fiberglass (mentre le altre squadre carbonio, kevlar, grafene) e di portare uno zaino sul groppone che ci verifica e controlla. Chi ha voglia con un reddito da ricercatore di andare ad un congresso internazionale se non sai se, e soprattutto quando ti rimborsano. Non so che cosa capiti negli altri dipartimenti da noi anche nove mesi (spero sia una anomalia e che altrove accada diversamente). Il congresso è un esempio banale, ma abbiamo sentito in Roars di scontrini, hard disk etc.. Prova a far pressione sulle potentissime segreterie, te le innimichi e tutto diventa più difficile. In sintesi la tua proposta di cassare l’università pubblica dalla PA è sacrosanta.
    Ad onor del vero (per spiegarti che non ho pre-giudizi) il tanto vituperato Brunetta aveva fatto la proposta di trasformare le unipubbliche in fondazioni a me sembrava una buona idea almeno di partenza. Con la Gelmini invece ci siamo dotati di costosissimi Direttori Generali (ne avevamo davvero di bisogno) di una ulteriore verticalizzazione in cui il rettore oggi non governa ma impera e un tessuto amministrativo basato su una micidiale cultura del sospetto: per evitare che questi baronacci assunti non per merito ma per parentela rubino, teniamoli sotto controllo!! Le prime a dotarsi di commissioni anticorruzione sono state le università credo. Risultato: abbiamo personale che verifica, controlla, monitora, aggiorna i regolamenti, applica leggi, adora proibire (non si può!! secondo me se comandare è meglio che fot..re non dimentichiamoci l’orgasmo da proibizione). E poi lo si legge anche qua noi stessi sparliamo e diffidiamo dei colleghi..lo sapeva bene Andreotti: “a pensar male etc.” Siamo giunti alla frutta?

    • Uscita dalla PA (Renzi)! trasformare le università in fondazioni (Brunetta)! Un po’ come demolire una casa e ricostruirla daccapo, perché c’è una perdita consistente di acqua nel bagno. I pregiudizi nel discorso pubblico sull’università hanno travolto non solo i fatti, ma anche la discussione sulle soluzioni politiche. Dobbiamo ricominciare dai fondamentali. A che servono le università? Le soluzioni politiche di cui sopra sono incompatibili con quasi tutte le risposte che sono state date a quella domanda. Compatibili forse solo con l’idea di università come impresa fornitrice di capitale umano tanto cara agli economisti pavloviani.

  5. @baccini mi è capitato di leggere altri tuoi post. Tu sei convinto che l’università sia piena di furbastri mi pare. Sei di quelli che credono che i fatti delle nefandezze universitarie siano indiscutibili. Ho la convizione che roars abbia dimostrato più volte il contrario vedasi parentopoli. Quello che vorrei dire (ma non ho verità in tasca) è che se tu investi sul controllo a dismisura devi disinvestire sul prodotto. Abbiamo una pletora di amministrativi che passano il tempo a proibire, altri amministrativi verificano se la proibizione è quella ultima di legge e via discorrendo. Credo di citare Casagli ma non sono sicuro: investi su un dipartimento valuti alla fine se l’investimento ha generato risultati prodotti vari. Se ha funzionato investi ancora se no riduci o non aumenti. Il personale serve a sostenere facilitare (siamo il loro clienti interni si diceva una volta), come i nostri clienti(sempre si diceva una volta sono gli studenti la ricerca etc etc). La cultura del sospetto è quella che ha fatto si che renzi si portasse Cantone da Obama. Il meglio dell’italia? Tanto valeva che si facesse accompagnare dal capo della polizia. La confusione tra i poteri dello stato fa si che vi siamo sempre più giudici che fanno i manager anche nelle partecipate o nei comuni (vedasi anche la vicenda raggi). Siamo talmente impregnati del sospetto che nessuno fa più nulla, sul piano amministrativo ogni atto è più o meno perseguibile. I giornali di regime ci hanno convinto che i politici tutti ladri (ci sono invece tante brave persone che amano impegnarsi), i baroni tutti figli di (Berlusca: università tutti comunisti, ufficio collocamento dei figli dei professori -grazie GA Stella!!), il bomba pensa le stesse cose (professori tartine salmone e champagne) (ci sono migliaia di bravissime persone non solo qua in roars ma in tutte le unipubbliche amministrativi compresi…)…a raccontare al pubblico queste cose è una stampa 64 al mondo per libertà che ha salvato i banchieri giornalisti e industriali (suoi padroni) date le concentrazioni gli interessi e le proprietà (dicono tutti le stesse cose) non mi dilungo. Grazie comunque della tua risposta giufe

    • @giufe nessun problema. Condivido molte delle considerazioni. Il punto del mio commento precedente è che le soluzioni che sono andate per la maggiore (uscita pa, fondazioni) hanno una origine (e sono scritte in funzione di) una idea di università che non condivido.

  6. Caro Baccini,

    dare la possibilità , a capitali investitori, di investire nell’ università, mediante anche la scorporazione di rami di “azienda”, non vuole dire affossare l’ università pubblica o privatizzare la cultura. Anzi. Tutto il contrario ! Vuol dire creare un regime di concorrenza , vera, non fasulla e poco chiara come quella attuale (all’interno dello stato !!), ma aprire nuove migliaia di posti di lavoro per docenti e ricercatori, spingere in avanti la ricerca, nuovo personale, spingere in avanti le retribuzioni, dare la possibilità allo stato di investire in quei settori di università dove i privati non hanno interesse ad investire, liberando risorse . Premiare i meritevoli tramite le borse, abolire le tasse universitarie nelle statali. Altri lo hanno fatto, perchè da noi no ? In nome del’ ideologia ? Il doppio sistema funziona, Ne beneficiano tutti, in primis la diffusione e l’accesso alla cultura. Facciamo i conti con la realtà.

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