“Una situazione di dequalificazione che, se non si interviene, va dritta verso il punto di rottura”: il Rotary  convoca al capezzale dell’università italiana i rettori degli atenei milanesi. Sul banco degli imputati siede la politica a causa delle improvvide leggi passate in Parlamento. Il numero degli studenti non è di per sé eccessivo, ma è distribuito in folli percentuali tra i diversi corsi di laurea. Rispondendo al direttore generale della Pirelli, il Rettore del Politecnico di Milano lamenta la pletoricità degli organi accademici che rischiano la paralisi. Il Rettore della Bocconi suggerisce di differenziare l’offerta formativa anche in termini di impegno e durata. Il presidente della commissione cultura del Senato si difende: tutti i mali sono riconducibili alla liberalizzazione degli accessi agli studi universitari. Questa la cronaca di un dibattito di 35 anni fa.

Facendo ordine nell’archivio di famiglia, salta fuori un ritaglio di giornale con un articolo sui riscatti previdenziali. Sul retro, l’attenzione è catturata da una cronaca milanese, che fornisce il resoconto di un incontro organizzato dal Rotary, a cui avevano partecipato tutti i rettori milanesi dell’epoca: Giuseppe Schiavinato (Università Statale di Milano), Luigi Dadda (Politecnico di Milano), Giuseppe Lazzati (Università Cattolica del sacro Cuore), Innocenzo Gasparini (Università Bocconi). La cronaca è purtroppo incompleta, perché ritagliata su misura dell’articolo sull’altra facciata. Il carattere tipografico è quello del Giornale Nuovo di Indro Montanelli. Confrontando i mandati dei rettori con le date delle sentenze di Cassazione citate nell’articolo di tema previdenziale, si deduce che la data è compresa tra il 1979 e il 1981.

Nonostante i tagli, si riesce a cogliere il senso generale. Le parole chiave sono: dequalificazione, punto di rottura imminente, le “improvvide leggi passate in Parlamento”, il “sessantottismo”, gli studenti che scelgono i corsi di studio sbagliati, gli organi accademici pletorici (troppi professori?). Non può mancare come “stakeholder” un rappresentante delle imprese, impersonato dal direttore generale della Pirelli. Due le proposte: istituire il dottorato di ricerca (Lazzati, Rettore della Cattolica) e differenziare l’offerta formativa anche in termini di impegno e durata (Gasparini, Rettore della Bocconi).

L’origine di tutti i mali? Secondo il presidente della Commissione Cultura del Senato, Giovanni Spadolini, è da attribuire alla liberalizzazione degli accessi agli studi universitari.

Un’interessante documento d’epoca che rivela in controluce quanto il discorso pubblico sull’università sia attraversato da temi ricorrenti anche a distanza di decenni: la dequalificazione rispetto ad un aureo passato, il timore delle ricadute negative dell’allargamento degli accessi, il progetto di pilotare le scelte degli immatricolati verso percorsi di minor durata e meno impegnativi, il numero eccessivo dei professori ed il sospetto nei confronti degli organi collegiali accademici, gli errori della politica a cui porre rimedio con una cabina di regia condivisa tra rettori e imprese.

A risentirci tra altri 35 anni …

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1 commento

  1. Tra i libri paterni, nel libro “Fortebraccio Corsivi ’70” (Editori Riuniti) trovo la seguente spassosa descrizione che Fortebraccio (Mario Melloni) fa di Spadolini:

    “Il famiglio (13, gennaio 1970).

    Il direttore del Corriere della Sera, Giovanni Spadolini, sta, con i proprietari del giornale affidatogli, in rapporti rinoscimentali. I padroni lo invitano ai loro pranzi familiari, nelle occasioni solenni, insieme al medico curante. Spadolini e il dottore sono i soli estranei, in quei raduni di gente ignorante e ricchissima, altezzosa e cortese: al primo è affidata la cura dei privilegi, al secondo quella dei reumi. Il direttore del Corriere è un famiglio. Siede alla tavola dei padroni come Azzeccagarbugli stava alla mensa di don Rodrigo. E’ un docente universitario: potrebbe essere dunque un uomo libero. Ma alla sua cultura egli non ha chiesto di fargli raggiungere l’indipendenza, ma di farlo entrare in servizio.

    Cosi il direttore del Corriere sa mostrarsi esperto e, insieme, rincorante: con lievità, con sveltezza, con grazia, rispettoso, com’è suo dovere, della rendita e della digestione, questo Nurejev dell’Assolombarda.”

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