Il Costo Standard per studente in corso è il nuovo metodo di ripartizione dei finanziamenti alle università statali, introdotto dalla riforma Gelmini (legge 240/2010) e adottato per la prima volta quest’anno [1] per allocare una percentuale pari al 20% della quota base del Fondo di Finanziamento Ordinario.

Esso è garantito agli atenei appunto solo in relazione agli studenti in corso, definiti come gli studenti regolarmente iscritti nell’Ateneo da un numero di anni complessivi non superiore alla durata normale del corso frequentato (peso pari a 1), mentre gli studenti iscritti part-time sono considerati in relazione alla maggiore durata normale del loro percorso e con peso pari a 0,5 [2].

Il calcolo del costo standard tiene conto di cinque fattori.

Il primo di questi (a) è relativo alle Attività didattiche e di ricerca, in termini di dotazione di personale docente e ricercatore destinato alla formazione dello studente. Per calcolarlo è necessario prendere in considerazione sia il costo del personale docente – riferito alla numerosità standard di Professori di I e II fascia e di ricercatori, calcolato in riferimento al costo medio caratteristico dello specifico ateneo del Professore di I fascia – che il costo della docenza a contratto, riferito alle ore di didattica integrativa aggiuntiva pari al 30% del monte ore di didattica standard attribuito alla docenza (120 ore per i professori + 60 ore per i ricercatori ) – calcolato rispetto a un costo orario di riferimento uniforme a livello nazionale fissato per il triennio 2014 – 2016 in € 100,00 lordo dipendente, pari a un costo orario standard di € 132,7 comprensivo degli oneri a carico dell’ateneo.

 

Calcolo del fattore a:

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Il secondo fattore (b) è dato dai Servizi didattici, organizzativi e strumentali, compresa la dotazione di personale tecnico amministrativo, finalizzati ad assicurare adeguati servizi di supporto alla formazione dello studente. Il costo standard di tali servizi è fissato al 37,5% del costo medio caratteristico di ateneo del Professore di I fascia moltiplicato per la dotazione di docenza.

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Il terzo fattore (c) è invece riferito alla dotazione infrastrutturale, di funzionamento e di gestione delle strutture didattiche, di ricerca e di servizio dei diversi ambiti disciplinari.

Questo parametro tiene conto di alcune spese fisse dell’ateneo (calcolate sulla base di molti parametri, ad esempio utenze, telefonia, spese postali, ecc.), stimate in 2.053.582 euro, ma anche della numerosità effettiva degli studenti nei corsi e dalle tipologie di tali studenti.

Le aree disciplinari infatti sono divise in tre categorie a ciascuna delle quali è attribuito un costo per studente differente: area A (medico-sanitaria) = 4.091 euro, area B (scientifico-tecnologica) = 1.669 euro , area C (umanistico-sociale) = 570 euro.

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ove r, s, t sono i pesi in termini di costo rispettivamente per gli studenti di area  A, B, C, mentre c’ rappresenta le spese fisse.

Il quarto fattore (d) è riferito ad ulteriori voci di costo finalizzate a qualificare gli standard di riferimento e commisurate alla tipologia degli ambiti disciplinari.

Esso prende in considerazione:

1) Il numero di collaboratori ed esperti linguistici a tempo determinato e a tempo indeterminato;

2) il numero di figure specialistiche nelle classi di laurea magistrale a ciclo unico di Scienze della formazione primaria e di Conservazione e restauro dei beni culturali, nel numero di 5 per corso in rapporto alle numerosità di riferimento delle relative classi

3) il numero di tutors per i corsi di studio a distanza, nel numero di 3 per i corsi di laurea, 2 per ii corsi di laurea magistrale e 5 per i corsi di laurea magistrale a ciclo unico in rapporto alle numerosità di riferimento delle relative classi.

Per tutte queste categorie ad ogni unità di personale è attribuito un costo medio pari al 10% del costo medio caratteristico di sistema 1 Professore di I fascia.

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Perequazione del costo standard (fattore k)

Al fine di tenere conto dei differenti contesti economici, territoriali e infrastrutturali in cui ogni Università si trova ad operare, viene aggiunto un importo di natura perequativa, identico per tutte le Università aventi sede nella medesima Regione, parametrato alla diversa capacità contributiva per studente della Regione ove ha sede l’Ateneo, sulla base del reddito familiare medio rilevato dall’ISTAT.

Tale importo corrisponde alla differenza tra il contributo standard regionale massimo (Rmax x g) e il contributo standard per la regione R x g) in questione ove R è il reddito procapite medio e g è un coefficiente di valore 0.032 e rappresenta l’aliquota media nazionale ed è calcolato come rapporto tra contribuzione media degli studenti in corso e reddito medio calcolati su base nazionale.

 

Qui sotto il calcolo e la tabella:

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Ad esempio l’intervento perequativo nel Lazio è pari a 67 euro (= 1.099 – 1032), che andrà a sommarsi al costo standard.

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Una vera rivoluzione nel metodo di finanziamento

L’intento proferito dal Ministro è quello di eliminare la spesa storica, verso una ripartizione dei fondi che tenga conto delle effettive spese degli atenei. Restano però alcuni dubbi, espressi anche nel comunicato pubblicato da LINK – Coordinamento Universitario all’uscita del decreto.

Il primo riguarda certamente l’esclusione dei fuoricorso dal totale di studenti per cui l’ateneo riceverà i finanziamenti: infatti, come sopra specificato, il parametro ‘Costo standard per studente in corso’ si riferisce solo a coloro che sono entro la normale durata del corso di studi. Possiamo chiederci quali conseguenze avrà questo provvedimento sulle condizioni degli studenti non regolari poiché, se è vero che lo studente fuoricorso non usufruisce di tutti servizi al pari degli studenti regolari, attribuirgli un peso nullo implica che i costi di tale studente diventano esclusivamente a carico dell’ateneo. Se l’intento è quello di ridurre il numero di fuoricorso penalizzando quegli atenei che ne hanno un gran numero, il MIUR deve però tenere conto del fatto che negli anni passati sono stati forniti ampi margini agli atenei per rivalersi dei mancati finanziamenti proprio sugli studenti non regolari (ad esempio, nell’art. 7 comma 42 del d.l. 95/2012, modificato dal d.l. 135/2012 – la c.d. Spending Review del governo Monti – è stato abolito per loro ogni limite alla tassazione) producendo un meccanismo a cascata per cui la punizione inflitta all’ateneo si scarica totalmente sullo studente. Si potrebbe suggerire di conteggiare tali studenti con un peso ridotto rispetto all’unità, come avviene ad esempio per gli studenti part – time.

Questo non è l’unico aspetto critico di tale decreto. Ci si chiede infatti che effetti possa avere sulle nuove assunzioni e sui livelli stipendiali dei professori di prima fascia. Molti dei parametri adottati infatti fanno riferimento al costo medio del professore di prima fascia caratteristico di ciascun ateneo.

E’ evidente che alle università converrà quindi avere dei professori di prima fascia ben pagati per ricevere più finanziamenti. Da questa considerazione nascono alcune domande che per il momento restano aperte: come influirà il Costo Standard sulla gestione delle risorse da parte degli atenei? Favorirà un efficace turn-over tra i giovani docenti?

Infine, si vuole provare a fare una valutazione dell’impatto del nuovo meccanismo sui futuri finanziamenti. Come sappiamo, il costo standard entrerà a regime nel 2018, quando rappresenterà il totale della quota base. Qui sotto una tabella che prova a dare un’idea di come cambieranno i finanziamenti alle università.

 

NB: Ovviamente questa tabella è solamente indicativa, dal momento che in essa non si è tenuto conto dei 32mln di tagli all’FFO previsti dalla Legge di stabilità per ogni anno dal 2015 al 2018, e del fatto che in tale anno la quota premiale sarà a regime (cioè il 30% del finanziamento totale).

 

 Simulazione Effetti del Costo Standard FFO2014


Alcune brevi considerazioni

chips pokerDalla tabella emerge che alcuni atenei perderanno molto del loro finanziamento (con punte del 25% ad esempio a Siena). Molti, anche se ad onor del vero non tutti, tra gli atenei in perdita si concentrano nel Centro–Sud: Sassari, Cagliari, Messina, Macerata, Palermo sono alcuni esempi. Con una valutazione superficiale, si potrebbe dire che i fondi che si stanno tagliando a questi atenei non corrispondono a loro effettive esigenze di spesa, e che quindi questo decurtamento non dovrebbe causare loro danni reali a patto che essi siano in grado di riorganizzare le proprie risorse.

La riflessione da attuare è però più ampia. Negli ultimi anni gli stravolgimenti in materia di finanziamenti all’università sono stati di grossa portata. L’inserimento di un meccanismo di premialità – i cui indicatori tra l’altro cambiano ogni anno, impedendo quindi una reale programmazione degli atenei – il cui peso aumenta sempre più velocemente rischia di sommarsi con conseguenze drammatiche al nuovo provvedimento sul Costo Standard. Molti atenei potrebbero subire un taglio dei fondi eccessivo rispetto alle possibilità di riorganizzazione in tempi brevi della propria struttura. Senza contare che il parametro a sulla dotazione di personale docente non tiene conto del pesantissimo blocco del turn over che ha colpito in modo molto difforme gli atenei.

Un taglio delle risorse statali in parecchi casi superiore al 10% porterà alcuni atenei a dover effettuare un notevole contrazione dell’offerta formativa. L’inserimento del Costo Standard non condurrà semplicemente alla ‘buona gestione’ dei finanziamenti, ma comporterebbe la scelta di ridimensionare notevolmente gli atenei a bassa attrattività oppure quelli che non hanno saputo organizzare ‘adeguatamente’ le loro risorse. Ma allora viene spontaneo chiedersi: possiamo davvero permetterci di disinvestire così pesantemente in alcuni atenei? Forse sarebbe il caso di valutare più attentamente ciò che se ne produrrebbe in termini di impatto sociale e culturale sia per gli studenti che li frequentano sia per il territorio in cui sono inseriti.

 

[1] Tramite il decreto interministeriale 893/2014.

[2] Il riferimento alla ‘maggiore durata normale del loro percorso‘ risulta ambiguo: come verranno considerate le carriere miste? Infatti lo studente può decidere, durante la propria carriera accademica, di cambiare il suo status di studente fulltime in quello di studente parttime e viceversa. Dalla lettera della legge non si evince con chiarezza come considerare i casi limite come, ad esempio, quello di uno studente di laurea “triennale” che, dopo tre anni di iscrizione full-time, decidesse di riscriversi per un quarto anno ma con modalità part-time: è da considerarsi fuoricorso, in quanto ha già svolto tre anni di iscrizione full-time, oppure in corso, in quanto la ‘maggiore durata normale del suo percorso’ corrisponderebbe a sei anni? Nel caso in cui l’interpretazione corretta fosse la seconda, per le università potrebbe diventare conveniente spingere gli studenti fuoricorso verso un iscrizione parttime per ricevere almeno il 50% del finanziamento corrispondente.

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22 Commenti

  1. miiiiii… sto calcolo del costo standard è un po’ più difficile della moltiplacazione per logarsi a ROARS 🙂

    … ma che succede se uno studente si iscrive fuori corso a metà carriera, recupera gli esami arretrati e poi si riscrive in corso?

    • Nessuno mi sa dire cosa succede se uno studente si iscrive fuori corso a metà carriera, recupera gli esami arretrati e poi si riscrive in corso?
      Grazie

    • ciao 🙂

      non ho capito bene cosa intendi. Parli dello studente fuori corso o di quello ripetente?

  2. Interessante, grazie.
    Qualche riflessione.
    La proiezione è fatta, al momento, moltiplicando l’attuale costo standard per cinque, visto che la quota di FFO base calcolata con il costo standard passerà dal 20 al 100%. Si tratta quindi di una proiezione fatta “a bocce ferme”, in sostanza con stesso numero di studenti.
    .
    Da quello che si legge, la numerosità docente si calcola facendo riferimento a quelli che potremmo chiamare dei “punti organico locali”, nel senso che il costo del po è calcolato rispetto al professore di I fascia dell’ateneo stesso. Questo risolverebbe il problema “anzianità”, almeno dove il personale non è sovradimensionato rispetto alla numerosità standard, di cui parlava nei commenti dei giorni scorsi e del quale quindi il calcolo terrà conto.
    .
    Nei prossimi tre anni le università, alcune molto più di altre se i po saranno assegnati ancora così, perderanno organico senza poterlo sostituire in toto: la numerosità effettiva diminuirà, il costo medio del professore di I fascia anche, dati gli stipendi bloccati da almeno 5 anni.
    Il ridimensionamento è già in atto tramite il meccanismo di assegnazione dei po.
    .
    Non direi che in assoluto sia conveniente “avere docenti di prima fascia con costo alto”, dato che comunque l’FFO deve e dovrà in gran parte (come anche si è visto i giorni scorsi) coprire i costi del personale effettivo.
    .
    Con questo chiudo e faccio a tutti gli auguri di un proficuo e sereno (sperem) 2015.

    • probabilmente conviene avere “POCHI docenti di prima fascia con costo alto”, perché se non erro il loro costo vale come moltiplicatore x0,1 anche per il criterio (d).

    • Veramente i PO anziani stanno tutti andando in pensione, anche quelli che potrebbero rimanere. I veri blocchi di stipendio non invogliano a restare.

      Comuque, mi sorprendono sempre gli studenti di oggi: cosi informati e preprarati sulle questioni che riguardano gli aspetti burocratici delle universita’.

      Sembra quasi che siano pronti a dirigere loro il tutto, sostituendosi agli attuali docenti.
      Ed e’ forse per questo che sono tutti d’accordo nel non far avere i buoni pasto agli docenti: li vogliono prendere per fame!!

    • caro Luca Salasnich, c’è una legge che impone agli atenei di avere almeno il 15% di rappresentanti studenteschi trai membri di ogni organo decisionale. Ciò significa che quei (relativamente) pochi studenti che si trovano a sedere nelle Commissioni dei Senati Accademici o dei Consigli di Amministrazione (o in alcuni casi, come avviene a Torino, perfino a PRESIEDERLE), devono conoscere le regole molto meglio dei docenti.

    • Caro Marco Viola, il personale amministrativo e’ di supporto, sia dei docenti che degli studenti, per le questioni burocratiche.

      Negli organi collegiali di UNIPD c’e’ (quasi) sempre anche del personale amministrativo di supporto, proprio per aiutare negli aspetti piu’ tecnico-burocratici.

      Personale amministrativo, anche dirigenziale, che (a differenza dei docenti) riceve i buoni pasto.

      Segnalo che il dirigente amministrativo di UNIPD ha uno stipendio di 160 mila Euro lordi, mentre il mio e’ di 40 mila lordi.

      Quindi il dirigente amministrativo guadagna esattamente 4 volte (!!!) quello che guadagna un PA confermato (a stipendio base). E a lui danno i buoni pasto da 7 Euro, mentre a me no perche sono “barone”.

      E tutti i sindacati studenteschi sono d’accordo con questa cosa folle. Mah.

    • A Torino sono sempre all’avanguardia … sin dai tempi del Grande Torino 🙂 fino allo Juventus stadium, dall’illuminazione pubblica e Erasmo da Rotterdam … ai Savoia e Fassino 🙂

  3. Una volta gli studenti rivolgendosi ai professori usavano il Lei e lo chiamavano Chiarissimo Prof. oggi ti dicono che sei ignorante xkè non conosci le regole che loro conoscono a menadito … poi se non conscono la differenza fra ordinate e ascisse non importa tanto se devi fare un grafico te lo fa il pc e quindi sei un prof retrogrado se li bocci per questo.

    • A me gli studenti continuano a chiamarmi prof. E confermo quanto dice Marco Viola: conosco molti studenti impegnati negli organi di rappresentanza che ne sanno molto di più dei professori/colleghi che usualmente discettano di politiche universitarie, o che semplicemente parlano (il più delle volte a sproposito e per sentito dire) delle regole di funzionamento degli atenei.

    • Ehm. Desidero puntualizzare che, come presidente di CCS, ho:

      i) invitato ripetutamente gli studenti del mio CCS ad eleggere i loro rappresentanti (prima non lo facevano);

      ii) invitato ripetutamente gli studenti del mio CCS, ed i loro rappresentanti, a segnalarmi problemi di didattica e di logistica.

      iii) fatto votare dal CCS una “raccomandazione” a sostutuire i docenti che per 3 anni consecutivi ricevono valutazioni insufficienti dagli studenti.

      Inoltre, come docente ho sempre votato contro il numero programmato nei corsi di laurea che attualmente non lo hanno (il mio CCS e’ a numero programmato dalla nascita, e io al tempo ero al CNR).

      Confesso che non conosco tutte le norme del MIUR e tutte le leggi della Repubblica Italiana. Proprio per questo, appena possibile, mi avvalgo del prezioso supporto del personale amministrativo del mio dip. (che e’ bravissimo).

    • gentile PROF. Salasnich, mi permetta alcune osservazioni puntuali sugli argomenti da lei sollevati:
      a) benché io sia molto dispiaciuto che non le vengano riconosciuti i buoni pasto, non comprendo che attinenza abbia questo fatto con l’articolo che stiamo commentando. La pregherei di illuminarmi a riguardo oppure di trattare l’argomento in sedi più opportune.
      b) la sua supposizione riguardo ai miei epiteti verso il Prof. De Nicolao non tiene forse conto del fatto che egli non insegna allo IUSS, bensì all’Università di Pavia. Peraltro, dacché sono dottorando sono solito rivolgermi ai docenti che conosco con un “tu”, una pratica rinsaldata dagli stessi. Anche riguardo a questo punto, per la quale trovo inspiegabile il suo interesse: la prego di chiarirmi che attinenza abbia con il tema trattato, e, se non ne ha, di discuterne in altre e più opportune sedi.
      Grazie.

    • a) I buoni pasto non sono riconosciuti in base alla legge Monti. Ma tutti, dico tutti, i sindacati studenteschi di UNIPD (anche quello al quale appartiene colei che ha scritto il post) erano CONTRARI al riconoscimento dei buoni pasto ai docenti

      Qui
      http://sindacatodeglistudenti.tumblr.com/
      ed in particolare qui

      ALLA LUCE DEL SOLE, MA SENZA RIMANERNE ABBAGLIATI

      si legge:

      “1) Riduzione del costo della mensa per i ‘baroni dell’università’.

      Il Sindacato degli Studenti non è mai stato favorevole ad un’agevolazione così ingiustificata nei confronti dei professori, soprattutto a fronte del continuo caro mensa inflitto agli studenti, come dimostra anche il nostro voto contrario nei mandati precedenti (es. delibera CdA del 2009 sul tema, sulla quale solo noi ci siamo espressi contrari).”

      b)

      http://www.iusspavia.i/rubrica.php?id=216#.VKvhv9cW1Kg

    • La mia collaborazione con lo IUSS è cessata qualche anno fa. Ma un po’ di sana gerarchia non guasta mai: d’ora in poi esigerò che l’unico studente (di dottorato) della redazione mi dia del “Prof”. E diamine! Non si può mica togliere il buono pasto al barone e poi pretendere di dargli del tu. Se non la pagnotta, esigiamo almeno il rispetto.

  4. Molti colleghi pensano di saperne più degli altri … e poi diventano ministri e fanno delle emerite str…ate! In Italia siamo tutti bravi a fare l’allenatore o il commissario tecnico al bar. Pochi sono veramente degli esperti in alcuni campi e nessuno è esperto in tutto … lasciamolo fare ad ognuno il proprio mestiere e non improvvisiamoci esperti mondiali di tuttologia. Qui su Roars chi fa i commenti li fa per far sentire la sua opinione, ma non credo che nessun fisico si vorrebbe proporre come legislatore e nessuno giurista vuole sostituire il chirurgo.

    • Ottimo commento. Concordo. Aggiungo solo che i professori universitari hanno una passione davvero profonda per cimentarsi con temi quali valutazione, indicatori bibliometrici e politiche della ricerca. Purtroppo i risultati sono molto più dannosi di quelli che fanno i commissari tecnici che affollano i bar.

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