La prestigiosa rivista Science ha pubblicato un’interessante “Presidential address, rivolto a Barack Obama, in cui si discute estesamente dell’utilità del finanziamento della ricerca di base. Poiché questa discussione è completamente assente in Italia, dove i vincoli di bilancio, i tagli alla spese pubblica e la limitazione dei diritti dei lavoratori sono visti come gli unici fattori di sviluppo, vediamo di ripercorrerne i punti salienti. Negli ultimi 130 anni il prodotto interno lordo (PIL) pro capite degli Stati Uniti (ovvero il reddito medio lordo per individuo) è cresciuto esponenzialmente: questo non significa che il reddito di un cittadino è cresciuto esponenzialmente perché bisogna considerare il fondamentale problema, anch’esso completamente ignorato nel dibattito attuale ma pericolosamente connesso agli squilibri generati dalla crisi economica, di come il reddito è distribuito.

Una crescita esponenziale può essere esemplificata dalla storiella del riso sulla scacchiera: si metta un chicco di riso sulla prima casella, due chicchi sulla seconda, quattro chicchi sulla terza, e così via. Si arriva velocemente a un milione di chicchi sulla 21ª casella per arrivare a quantità enormi sulla 64ª casella. Dato che il lavoro non può crescere esponenzialmente e neppure il capitale o le terre da coltivare, cosa ha prodotto una crescita del genere?  La crescita esponenziale deve provenire  da un reazione a catena positiva, in cui la produzione di qualcosa consente di produrre ancora di più: ovvero qualcosa di prodotto deve essere stato esso stesso un fattore di produzione. Questo qualcosa non può che essere il progresso tecnico.

Non è un caso che i paesi che investono la maggior percentuale del loro PIL in ricerca e sviluppo, oltre ad avere una maggior frazione di scienziati o ingegneri, sono quelli che sono appunto identificati come i leader tecnologici (l’Italia, ahinoi, è tra i paesi in via di sviluppo). Il problema dell’investimento nella ricerca di base è che i rendimenti sono ad alto rischio e si hanno generalmente su scale temporali che non sono interessanti per il singolo individuo: ma questo investimento rappresenta una condizione necessaria anche per convertire la crescita esponenziale, non sostenibile in un contesto di risorse finite, in una sviluppo più in armonia con il pianeta Terra.

Per questo è lo Stato che si fa carico di questo investimento e proprio negli Stati Uniti, il paese paladino del libero mercato, la ricerca di base è foraggiata dal governo federale per 40 miliardi di dollari all’anno. Dato che nel nostro paese l’investimento in ricerca è molto più basso sia in termini assoluti che percentuali rispetto al PIL, il fatto che gli scienziati italiani riescono ancora ad essere al livello di quelli americani è un aspetto importante,  mai abbastanza riconosciuto, che fa capire che il problema italiano non sia quello della formazione, della carenza di competenze pratiche da parte degli studenti, ma quello di una classe politica incapace di riconoscere e sfruttare le potenzialità della ricerca di base e cieca di fronte all’elaborazione di qualsiasi politica industriale e di una classe imprenditoriale senza ambizioni e prospettive che vede nell’università una scuola di formazione professionale a costo zero.

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7 Commenti

  1. Buonasera, vorrei tentare di offrire una risposta a questa stimolante domanda. Personalmente credo che la ricerca, per essere un veicolo di sviluppo e risultare “speciale”, debba aprire nuove strade nella conoscenza e generare un “valore aggiunto” a livello socio-economico in termini di ricadute positive con effetti moltiplicativi. In tale ottica, tenderei a paragonare il ricercatore ad un creatore di nuove soluzioni (a qualcuno, in altri termini, che apre una “nuova frontiera”) e riterrei che proprio questa concezione spieghi l’impegno degli USA (e di diversi altri Paesi) nel finanziamento della ricerca. In un mio intervento nel novembre 2012 tentai di descrivere l’impressione che ricavai, durante una breve esperienza in Svezia, circa la valutazione sociale del ricercatore: la specialità della ricerca veniva presentata, al visitatore estero, come specialità del Paese, in termini di traguardi dei ricercatori nei diversi settori. Anche il REF britannico, spesso citato come esempio, sposa sostanzialmente questa concezione, nel momento in cui valuta le citazioni ricevute da un accademico all’ esterno della comunità scientifica – dunque, in sostanza, l’ utilità sociale delle sue opere (“the extra-academic impact”) – come molto più importanti rispetto a quelle che egli abbia ricevuto da altri accademici suoi colleghi (al punto che tali citazioni extra-accademiche, data la loro importanza per il REF, possono facilmente determinare una promozione). Sperimentai ciò anche personalmente, quando miei articoli vennero citati da rapporti ufficiali di consulenti della Commissione Europea (rimasero tanto felici per tale impatto extra-accademico). Alla domanda tenderei dunque a rispondere: l’esistenza di un elemento di “specialità” nella ricerca dipende dal modo in cui la ricerca viene concepita. Se viene considerata un motore di sviluppo socio-economico (concezione che dedurrei anche dalla strategia Europa 2020) e valutata per gli effetti moltiplicatori (come nel caso dell’ impatto extra-accademico), a mio parere la specialità risiede nella sua stessa funzione.

  2. Risposta alla domanda: se ne vedono di tutti i colori.

    “Una mia esperienza diretta di questo problema è in relazione alla legge Moratti del 2003 sul riordino degli enti di ricerca. Avevo serie perplessità sull’impostazione generale…. Nonostante queste perplessità si creò un rapporto molto positivo con il Commissario Adriano Di Maio, persona competente e propositiva, che portò alla fondazione dell’Istituto dei Sistemi Complessi (ISC) in una situazione per altro molto turbolenta. Di Maio apprezzò molto le nostre proposte (di Giorgio Parisi e mia) per un Istituto sulla Complessità… Infatti cercammo di prendere il meglio della legge Moratti.” [da Luciano Pietronero, Complessità ed altre storie, Di Renzo Editore, 2007].

  3. Riporto un articolo dal sito del „Federal Ministry of Education and Research“ in Germania.
    Il titolo é „Prosperity and Growth through Education and Research“.
    http://www.bmbf.de/en/22053.php

    „Growth is founded on good education and excellent research.“

    „Prosperity means more than just fulfilling material needs, it also includes ecological, cultural and social aspects. Prosperity can only be secured and enhanced in the long term if further growth is in harmony with the environment and society. We are pursuing what has become a widely accepted ideal of qualitative growth which replaces the earlier prevalent notion of growth as strictly quantitative and measured by gross domestic product.
    Qualitative growth takes account of the national and social limits of our world while creating the necessary scope for action and resources to enable growth of ecological and social prosperity. This requires the development of environmentally friendly technologies, the financing of equitable social systems or the protection and enhancement of national cultural heritage. The challenges of the 21st century can only be met with dedication to this holistic ideal.“….

    Quanto la Germania investa nel sistema educativo e della ricerca è noto, come è noto che questo ha determinato un`uscita dalla crisi economica di questo paese molto più rapida rispetto ad altri. Faccio comunque notare che così come l´America anche la Germania ha perseguito e persegue una politica di fortissima acquisizione di talenti dai paesi limitrofi (molto apprezzati gli Italiani) e non solo. Segno questo della incapacità del sistema di fornire comunque un sufficiente numero di adeguate professionalità di livello alto della fascia scolastica. Chiaramente questo tipo di „risorse mentali e umane“ sono fortemente carenti anche nel sistema globale. L´Italia ne risulta poi enormemente penalizzata non solo per effetto dell´esodo e della percentuale bassissima di laureati, ma soprattutto per l´incapacità di guardare al futuro in termini di una pianificazione realistica della crescita che può avvenire solo ed esclusivamente attraverso il sostegno e finanziamento massiccio dell´Istruzione e la ricerca. Non ci sarà una diminuzione della disoccupazione e un aumento del benessere sociale senza questo fondamentale pilatro, costruito con materiali solidi e duraturi e non con il “fa e disfa”. Chiaramente va ripensata anche la struttura globale del sistema economico, ma questa è una delle sfide alle quali esattamente la ricerca potrà e dovrà rispondere.

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