Segnaliamo ai lettori la sentenza 42/2017, depositata il 24 febbraio 2017, relatore Franco Modugno. Con una sentenza interpretativa di rigetto, la Corte Costituzionale si è espressa sui limiti che gli atenei statali italiani devono rispettare quando ponderano la decisione di attivare un corso universitario impartito in una lingua straniera, individuando, altresì, le condizioni che rendono possibile, nell’ambito di un corso di studi in lingua italiana, prevedere singoli insegnamenti integralmente in lingua straniera in modo conforme alla nostra Carta Costituzionale. La Consulta ribadisce la centralità della lingua italiana nell’offerta formativa delle università statali italiane, bocciando l’offerta formativa di corsi universitari dai quali sia completamente espunto l’impiego didattico della lingua di Dante. Al Consiglio di Stato adesso il compito di applicare la decisione al caso del Politecnico di Milano che ha finito per propiziare l’intervento dei giudici delle leggi.

LA QUESTIONE

La questione trae origine dalla decisione del Senato accademico del Politecnico di Milano, con la quale il 21 maggio 2012 è stata deliberata l’attivazione, a partire dall’anno 2014, di corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca esclusivamente in lingua inglese. 

Con tale determinazione il Politecnico meneghino aveva ritenuto di avvalersi della possibilità concessa dall’art. 2, comma 2, lettera l), della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario, c.d. Legge Gelmini), «nella parte in cui consente l’attivazione generalizzata ed esclusiva (cioè con esclusione dell’italiano) di corsi [di studio universitari] in lingua straniera.

La norma, nel disciplinare gli organi e l’articolazione interna degli atenei, recita testualmente:

(…) le università statali modificano, altresì, i propri statuti in tema di articolazione interna, con l’osservanza dei seguenti vincoli e criteri direttivi:

(omissis)

l) rafforzamento dell’internazionalizzazione anche attraverso una maggiore mobilità dei docenti e degli studenti, programmi integrati di studio, iniziative di cooperazione interuniversitaria per attività di studio e di ricerca e l’attivazione, nell’ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, di insegnamenti, di corsi di studio e di forme di selezione svolti in lingua straniera

LE CENSURE DI COSTITUZIONALITA’

I ricorrenti (alcuni docenti dell’ateneo in questione) avevano rilevato come l’uso alternativo o addirittura esclusivo di una lingua diversa da quella italiana si ponesse non solo in contrasto con il principio costituzionale dell’ufficialità della lingua italiana (peraltro ribadito nella legislazione ordinaria e in specifica previsione dello Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige), ma anche con i principî di ragionevolezza, non discriminazione e proporzionalità ricavabili dall’art. 3 Cost.

La disposizione censurata avrebbe anche avuto carattere socialmente discriminatorio, in quanto, consentendo alle università di prevedere arbitrariamente barriere all’accesso, impedirebbe agli studenti, pure capaci e meritevoli, ma privi di mezzi, di scegliere la sede più adatta ai loro progetti di crescita professionale e personale. Con riferimento alla violazione dell’art. 33 Cost., i ricorrenti sottolineavano come la scelta di consentire l’attivazione di corsi in lingua diversa da quella ufficiale incida sia sulle modalità, sia sui contenuti dell’insegnamento, imponendo peraltro – nell’applicazione datane dal Politecnico di Milano – ai docenti che non conoscono la lingua inglese, o che non intendano utilizzarla nelle lezioni, di insegnare – quale che sia la loro specifica competenza – nei soli corsi di laurea triennale, in violazione del complesso di diritti e doveri assunti con l’immissione in ruolo.

Si contestava la «legittimità di escludere l’italiano dalle proprie Università». La possibilità, affidata ai singoli atenei, di bandire la nostra lingua da tutti gli insegnamenti, senza peraltro nemmeno dare seguito alla pur discutibile distinzione tra “scienze dure” e scienze sociali. Con l’ovvia eccezione delle discipline delle classi linguistiche, si osservava che la lingua dell’insegnamento non è il fine, bensì un mezzo e, come tale, non può essere ragione di discriminazione. Perché l’obbligo di insegnare in una lingua diversa dall’italiano non sarebbe un modo di esercitare la libertà di insegnamento, ma un vero e proprio ostacolo all’esercizio della libertà, alla diffusione dei contenuti del pensiero che si crea e si trasmette al meglio nella propria lingua materna. Né avrebbe potuto a ciò opporsi il principio costituzionale dell’autonomia universitaria, che fra i suoi limiti interni ha proprio la libertà di insegnamento, corollario imprescindibile della libertà di arte e scienza.

LA DIFESA DELL’AVVOCATURA DELLO STATO

L’avvocatura replicava sostenendo che la Costituzione non predica una sorta di «riserva assoluta» di ricorso alla lingua nazionale per gli insegnamenti universitari e che, lungi dal minacciare l’identità nazionale, l’attivazione di corsi di studio in lingua straniera ha lo scopo di inserire le università italiane nella rete degli scambi culturali internazionali e, quindi, di arricchire e non di impoverire la cultura italiana.

La scelta legislativa contestata risponde, dunque, all’esigenza di favorire una formazione di taglio internazionale, incentivando la mobilità internazionale degli studenti e accrescendo le capacità competitive dei laureati, in un contesto globale caratterizzato da una prolungata crisi economica.

Quanto ai docenti, la disposizione censurata non contrasta con l’art. 33 Cost., sia perché questi non possono vantare una sorta di «diritto al corso», sia perché l’attivazione di corsi di studio in lingua straniera rappresenta un «potente strumento» di attuazione della libertà di insegnamento sancita proprio dal parametro costituzionale evocato da chi solleva la censura.

L’ARGOMENTAZIONE DELLA CONSULTA

La Consulta disattende i rilievi dei remittenti, dichiarando infondata la questione. Lo fa, però, apponendo limiti precisi, cui le future scelte degli atenei italiani in tema di attivazione di corsi in lingua straniera dovranno attenersi. Vediamo quali sono.

Richiamando la propria giurisprudenza in materia di rilevanza costituzionale della lingua italiana, i giudici delle leggi osservano come – in relazione al «principio fondamentale» (sentenza n. 88 del 2011) della tutela delle minoranze linguistiche di cui all’art. 6 Cost. – la lingua sia «elemento fondamentale di identità culturale e […] mezzo primario di trasmissione dei relativi valori» (sentenza n. 62 del 1992), «elemento di identità individuale e collettiva di importanza basilare» (sentenza n. 15 del 1996). La lingua italiana è l’«unica lingua ufficiale» del sistema costituzionale (sentenza n. 28 del 1982). Tale qualità – ricavabile implicitamente dall’art. 6 Cost. ed espressamente ribadita nell’art. 1, comma 1, della legge 15 dicembre 1999, n. 482 (Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche e storiche), oltre che nell’art. 99 dello Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige – «non ha evidentemente solo una funzione formale, ma funge da criterio interpretativo generale», teso a evitare che altre lingue «possano essere intese come alternative alla lingua italiana» o comunque tali da porre quest’ultima «in posizione marginale» (sentenza n. 159 del 2009).

Per la Consulta la lingua italiana è – nella sua ufficialità e quindi nella sua primazia – vettore della cultura e della tradizione immanenti nella comunità nazionale, tutelate anche dall’art. 9 Cost.

La Corte non omette di considerare che la progressiva integrazione sovranazionale degli ordinamenti e l’erosione dei confini nazionali determinati dalla globalizzazione possono insidiare senz’altro, sotto molteplici profili, tale funzione della lingua italiana: il plurilinguismo della società contemporanea, l’uso di una specifica lingua in determinati ambiti del sapere umano, la diffusione a livello globale di una o più lingue sono tutti fenomeni che, ormai penetrati nella vita dell’ordinamento costituzionale, affiancano la lingua nazionale nei più diversi campi.

Ma tali fenomeni non devono costringere quest’ultima in una posizione di marginalità: al contrario, e anzi proprio in virtù della loro emersione, il primato della lingua italiana non solo è costituzionalmente indefettibile, bensì – lungi dall’essere una formale difesa di un retaggio del passato, inidonea a cogliere i mutamenti della modernità – diventa ancor più decisivo per la perdurante trasmissione del patrimonio storico e dell’identità della Repubblica, oltre che garanzia di salvaguardia e di valorizzazione dell’italiano come bene culturale in sé.

Ribadita ed attualizzata la centralità della lingua italiana nel nostro sistema costituzionale, la Consulta passa a declinarne il senso nella scuola e nelle università, le quali, nell’ambito dell’ordinamento «unitario» della pubblica istruzione (sentenza n. 383 del 1998), sono i luoghi istituzionalmente deputati alla trasmissione della conoscenza «nei vari rami del sapere» (sentenza n. 7 del 1967) e alla formazione della persona e del cittadino.

In tale contesto, il primato della lingua italiana entra in contatto con altri principî costituzionali, con essi combinandosi e, ove necessario, bilanciandosi:

  • il principio d’eguaglianza, anche sotto il profilo della parità nell’accesso all’istruzione, diritto questo che la Repubblica, ai sensi dell’art. 34, terzo comma, Cost., ha il dovere di garantire, sino ai gradi più alti degli studi, ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi;
  • la libertà d’insegnamento, garantita ai docenti dall’art. 33, primo comma, Cost., la quale, se è suscettibile di atteggiarsi secondo le più varie modalità, «rappresenta pur sempre […] una prosecuzione ed una espansione» (sentenza n. 240 del 1974) della libertà della scienza e dell’arte;
  • l’autonomia universitaria, riconosciuta e tutelata dall’art. 33, sesto comma, Cost., che non deve peraltro essere considerata solo sotto il profilo dell’organizzazione interna, ma anche nel «rapporto di necessaria reciproca implicazione» (sentenza n. 383 del 1998) con i diritti costituzionali di accesso alle prestazioni.

Svolte queste premesse, i giudici di piazza del Quirinale passano alla norma oggetto di censura.

Si osserva preliminarmente che, nell’indicare i vincoli e criteri direttivi che le università devono osservare in sede di modifica dei propri statuti, la norma prevede, in particolare, che il rafforzamento dell’internazionalizzazione degli atenei possa avvenire «anche» attraverso l’attivazione, nell’ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, di insegnamenti, di corsi di studio e di forme di selezione svolti in lingua straniera.

L’obiettivo dell’internazionalizzazione che si intende perseguire, consentendo agli atenei di incrementare la propria vocazione internazionale, sia per proporre agli studenti un’offerta formativa alternativa, che per attirare studenti dall’estero, deve essere soddisfatto senza pregiudicare i tre principî costituzionali del primato della lingua italiana, della parità nell’accesso all’istruzione universitaria e della libertà d’insegnamento. L’autonomia universitaria riconosciuta dall’art. 33 Cost., infatti, deve pur sempre svilupparsi «nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato» e, prima ancora, dai diversi principî costituzionali che nell’ambito dell’istruzione vengono in rilievo.

Ed è a questo punto che la Consulta articola il punto nodale della sua operazione ermeneutica:

“Ove si interpretasse la disposizione oggetto del presente giudizio nel senso che agli atenei sia consentito predisporre una generale offerta formativa che contempli intieri corsi di studio impartiti esclusivamente in una lingua diversa dall’italiano, anche in settori nei quali l’oggetto stesso dell’insegnamento lo richieda, si determinerebbe, senz’altro, un illegittimo sacrificio di tali principî.

L’esclusività della lingua straniera, infatti, innanzitutto estrometterebbe integralmente e indiscriminatamente la lingua ufficiale della Repubblica dall’insegnamento universitario di intieri rami del sapere. Le legittime finalità dell’internazionalizzazione non possono ridurre la lingua italiana, all’interno dell’università italiana, a una posizione marginale e subordinata, obliterando quella funzione, che le è propria, di vettore della storia e dell’identità della comunità nazionale, nonché il suo essere, di per sé, patrimonio culturale da preservare e valorizzare.

In secondo luogo, imporrebbe, quale presupposto per l’accesso ai corsi, la conoscenza di una lingua diversa dall’italiano, così impedendo, in assenza di adeguati supporti formativi, a coloro che, pur capaci e meritevoli, non la conoscano affatto, di raggiungere «i gradi più alti degli studi», se non al costo, tanto in termini di scelte per la propria formazione e il proprio futuro, quanto in termini economici, di optare per altri corsi universitari o, addirittura, per altri atenei.

In terzo luogo, potrebbe essere lesiva della libertà d’insegnamento, poiché, per un verso, verrebbe a incidere significativamente sulle modalità con cui il docente è tenuto a svolgere la propria attività, sottraendogli la scelta sul come comunicare con gli studenti, indipendentemente dalla dimestichezza ch’egli stesso abbia con la lingua straniera; per un altro, discriminerebbe il docente all’atto del conferimento degli insegnamenti, venendo questi necessariamente attribuiti in base a una competenza – la conoscenza della lingua straniera – che nulla ha a che vedere con quelle verificate in sede di reclutamento e con il sapere specifico che deve essere trasmesso ai discenti.”

Muovendo da questa convinta riaffermazione della centralità della lingua italiana nel sistema dell’istruzione universitaria del nostro Paese, i giudici delle leggi si sforzano di offrire una lettura costituzionalmente orientata della norma voluta dalla riforma del 2010, per contemperare le esigenze sottese alla internazionalizzazione – voluta dal legislatore e perseguibile, in attuazione della loro autonomia costituzionalmente garantita, dagli atenei – con i principî di cui agli artt. 3, 6, 33 e 34 Cost.

Questi principî costituzionali – osserva la Corte – “se sono incompatibili con la possibilità che intieri corsi di studio siano erogati esclusivamente in una lingua diversa dall’italiano, nei termini dianzi esposti, non precludono certo la facoltà, per gli atenei che lo ritengano opportuno, di affiancare all’erogazione di corsi universitari in lingua italiana corsi in lingua straniera, anche in considerazione della specificità di determinati settori scientifico-disciplinari. È, questa, una opzione ermeneutica che rientra certamente tra quelle consentite dal portato semantico dell’art. 2, comma 2, lettera l), della legge n. 240 del 2010 – nel cui testo non compare, del resto, alcun riferimento al carattere di esclusività dei corsi in lingua straniera – e che evita l’insorgere dell’antinomia normativa con i più volte evocati principî costituzionali: una offerta formativa che preveda che taluni corsi siano tenuti tanto in lingua italiana quanto in lingua straniera non li comprime affatto, né tantomeno li sacrifica, consentendo, allo stesso tempo, il perseguimento dell’obiettivo dell’internazionalizzazione”.

Tale conclusione – che implica affiancare sempre, nell’economia di un intero corso di studi, corsi in italiano a corsi in lingua straniera – deve trovare applicazione – precisa la sentenza –  soltanto quando sia riferita alla volontà di attivare “intieri corsi di studio universitari“.

Fuori dal contesto di un intero corso di studi, le università statali conservano la facoltà di prevedere che singoli insegnamenti siano integralmente impartiti in lingua straniera. La norma voluta dalla riforma del 2010 – a dimostrazione di come l’internazionalizzazione sia obiettivo in vario modo perseguibile e comunque sia da perseguire – consente di erogare singoli insegnamenti in lingua straniera. Solo un eccesso di formalismo e di severità indurrebbe ad affermare – soggiunge la Consulta – che, anche con riferimento a questi ultimi, i principî costituzionali di cui agli artt. 3, 6, 33 e 34 Cost. impongano agli atenei di erogarli a condizione che ve ne sia uno corrispondente in lingua italiana. Appare ragionevole per la Corte che, in considerazione delle peculiarità e delle specificità dei singoli insegnamenti, le università possano, nell’ambito della propria autonomia, scegliere di attivarli anche esclusivamente in lingua straniera.

La Consulta si preoccupa, però, di evitare che questa facoltà offerta dal legislatore non diventi elusiva dei principî costituzionali appena ribaditi, ammonendo gli atenei a esercitarla con ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza, così da garantire  una complessiva offerta formativa che sia rispettosa del primato della lingua italiana, così come del principio d’eguaglianza, del diritto all’istruzione e della libertà d’insegnamento.

E’ entro questi limiti, definiti da parametri tanto elastici quanto insuscettibili di essere elusi mercé scelte che concretamente si dimostrino dirette a svuotarli di effettività, che la Corte Costituzionale dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate nei confronti dell’art. 2, comma 2, lettera l), della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario).

Sono questi i  limiti che adesso attendono di essere concretamente applicati dal Consiglio di Stato nel giudizio promosso innanzi ai giudici dell’amministrazione per contestare la legittimità della delibera del Politecnico di Milano del 2012. E – pensando a questo scenario applicativo alla luce dell’inequivoco senso fatto proprio dalla sentenza qui illustrata – si potrebbe dire che i docenti ricorrenti, perdendo la battaglia, abbiano vinto la guerra.

TESTO INTEGRALE DELLA SENTENZA (come ripreso dal sito della Corte Costituzionale)

Sentenza 42/2017 (ECLI:IT:COST:2017:42)
Giudizio 
Presidente GROSSI – Redattore MODUGNO
Udienza Pubblica del 20/09/2016    Decisione  del 21/02/2017
Deposito del 24/02/2017   Pubblicazione in G. U.
Norme impugnate: Art. 2, c. 2°, lett. l), della legge 30/12/2010, n. 240.
Massime:
Atti decisi: ord. 88/2015

 

SENTENZA N. 42

ANNO 2017

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Paolo GROSSI; Giudici : Alessandro CRISCUOLO, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS, Nicolò ZANON, Franco MODUGNO, Augusto Antonio BARBERA, Giulio PROSPERETTI,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2, lettera l), della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario), promosso dal Consiglio di Stato, sezione sesta giurisdizionale, nel procedimento vertente tra il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca e A. A. ed altri, con ordinanza del 22 gennaio 2015, iscritta al n. 88 del registro ordinanze 2015 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 20, prima serie speciale, dell’anno 2015.

Visto l’atto di costituzione di A. A. ed altri, nonché l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica del 20 settembre 2016 il Giudice relatore Franco Modugno;

uditi gli avvocati Federico Sorrentino e Maria Agostina Cabiddu per A. A. ed altri e l’avvocato dello Stato Federico Basilica per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto

1.– Con ordinanza del 22 gennaio 2015, il Consiglio di Stato, sezione sesta giurisdizionale, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 6 e 33 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2, lettera l), della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario), «nella parte in cui consente l’attivazione generalizzata ed esclusiva (cioè con esclusione dell’italiano) di corsi [di studio universitari] in lingua straniera».

La disposizione censurata, nell’indicare i vincoli e criteri direttivi che le università devono osservare in sede di modifica dei propri statuti, prevede il «rafforzamento dell’internazionalizzazione anche attraverso una maggiore mobilità dei docenti e degli studenti, programmi integrati di studio, iniziative di cooperazione interuniversitaria per attività di studio e di ricerca e l’attivazione, nell’ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, di insegnamenti, di corsi di studio e di forme di selezione svolti in lingua straniera».

Alla luce della predetta previsione, il Senato accademico del Politecnico di Milano (delibera del 21 maggio 2012) ha ritenuto di poter determinare l’attivazione, a partire dall’anno 2014, dei corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca esclusivamente in lingua inglese, sia pur affiancata da un piano per la formazione dei docenti e per il sostegno agli studenti.

Alcuni docenti dell’ateneo milanese hanno proposto ricorso al Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia, ottenendo l’annullamento del predetto provvedimento amministrativo (sentenza 23 maggio 2013, n. 1348).

Contro la decisione del TAR Lombardia hanno proposto appello il Politecnico di Milano e il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca. È in tale sede che il Consiglio di Stato dubita della legittimità costituzionale della disposizione censurata, ritenendo che essa legittimi l’applicazione che ne è stata data dal Politecnico di Milano, «giacché l’attivazione di corso in lingua inglese, nella lettera della norma, non è soggetta a limitazioni né a condizioni».

Il rimettente ritiene che tale conclusione sia avvalorata dalla previsione del paragrafo 31 dell’allegato B al decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 23 dicembre 2010, n. 50 (Definizione delle linee generali d’indirizzo della programmazione delle Università per il triennio 2010-2012), il quale, in deroga al divieto per le università di istituire nuovi corsi di studio posto dal precedente paragrafo 30, consente, al fine di favorire l’internazionalizzazione delle attività didattiche, la possibilità di attivare corsi che ne prevedano l’erogazione «interamente in lingua straniera», sia pure, come ha osservato il TAR Lombardia, nelle sedi nelle quali sia già presente un omologo corso. Poiché, peraltro, la legge n. 240 del 2010, successiva al decreto appena ricordato, non contiene una simile condizione, l’applicazione datane dal Politecnico sarebbe, sotto quest’aspetto, legittima.

1.1.– Il Consiglio di Stato ritiene non condivisibili le considerazioni sulle quali si fonda la sentenza impugnata del TAR Lombardia, che ha negato, anzitutto, la produzione ad opera della disposizione censurata di un effetto di abrogazione tacita dell’art. 271 del regio decreto 31 agosto 1933, n. 1592 (Approvazione del testo unico delle leggi sull’istruzione superiore), il quale prevede che «la lingua italiana è la lingua ufficiale dell’insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari». Sul punto, la previsione del regio decreto sarebbe superata dalla possibilità ora riconosciuta di istituire corsi in lingua diversa dall’italiano; così come la congiunzione «anche», contenuta nella disposizione censurata, non varrebbe a sminuirne la portata innovativa, nel senso postulato dal TAR, dato che essa legittima «anche» l’istituzione di corsi in lingua straniera, opzione che appartiene alla libera scelta dell’autonomia universitaria, esercitata dal Politecnico nel senso che si è detto.

1.2.– Dopo aver così ricostruito la disciplina censurata – la cui applicazione determinerebbe l’accoglimento dell’appello – il Consiglio di Stato manifesta dubbi sulla conformità a Costituzione della stessa, con riguardo a diversi parametri costituzionali. Essa sarebbe in contrasto con l’art. 3 Cost., perché non tiene conto delle diversità esistenti tra gli insegnamenti e in quanto non si può in ogni caso giustificare l’abolizione integrale della lingua italiana per i corsi considerati; con l’art. 6 Cost., dal quale si ricava il principio di ufficialità della lingua italiana, come affermato dalla Corte costituzionale (sono richiamate le sentenze n. 159 del 2009 e n. 28 del 1982) e ribadito dalla legislazione ordinaria (art. 1, comma 1, della legge 15 dicembre 1999, n. 482, recante «Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche e storiche); infine, con l’art. 33 Cost., in quanto la possibilità riservata agli atenei di imporre l’uso esclusivo di una lingua diversa dall’italiano nell’attività didattica non sarebbe congruente con il principio della libertà di insegnamento, compromettendo la ivi compresa libera espressione della comunicazione con gli studenti attraverso l’eliminazione di qualsiasi diversa scelta eventualmente ritenuta più proficua da parte dei professori.

2.– Con memoria si sono costituiti i docenti universitari resistenti nel giudizio a quo, i quali hanno rilevato, anzitutto, che il Consiglio di Stato non avrebbe sperimentato la possibilità di dare al testo legislativo un significato compatibile con i parametri costituzionali: ciò dovrebbe implicare l’inammissibilità della questione. Tuttavia, il fatto che il Consiglio di Stato abbia considerato impossibile ricavare dalla disposizione censurata altra norma se non quella identificata dal Politecnico di Milano e fatta propria dal Ministero – norma che consente alle università di fornire tutti i propri corsi in lingua diversa da quella ufficiale della Repubblica – induce le parti private a ritenere l’intervento della Corte costituzionale non solo necessario, ma anche urgente, al fine di chiarire, in modo vincolante per tutti, quale sia il grado e il concetto stesso di «internazionalizzazione» compatibile con la Costituzione.

2.1.– Nel merito, i docenti rilevano che l’uso alternativo o addirittura esclusivo di una lingua diversa da quella italiana si porrebbe non solo in contrasto con il principio costituzionale dell’ufficialità della lingua italiana (peraltro ribadito nella legislazione ordinaria e in specifica previsione dello Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige), ma anche con i principî di ragionevolezza, non discriminazione e proporzionalità ricavabili dall’art. 3 Cost. Tra l’altro, la disposizione censurata avrebbe carattere anche socialmente discriminatorio, in quanto, consentendo alle università di prevedere arbitrariamente barriere all’accesso, impedirebbe agli studenti, pure capaci e meritevoli, ma privi di mezzi, di scegliere la sede più adatta ai loro progetti di crescita professionale e personale. Quanto alla violazione dell’art. 33 Cost., la difesa dei resistenti nel giudizio a quo sottolinea come la scelta di consentire l’attivazione di corsi in lingua diversa da quella ufficiale incida sia sulle modalità, sia sui contenuti dell’insegnamento, imponendo peraltro – nell’applicazione datane dal Politecnico di Milano – ai docenti che non conoscono la lingua inglese, o che non intendano utilizzarla nelle lezioni, di insegnare – quale che sia la loro specifica competenza – nei soli corsi di laurea triennale, in violazione del complesso di diritti e doveri assunti con l’immissione in ruolo.

Ciò che nella memoria di costituzione si contesta radicalmente è, dunque, la «legittimità di escludere l’italiano dalle proprie Università», la possibilità, affidata ai singoli atenei, di bandire la nostra lingua da tutti gli insegnamenti, senza peraltro nemmeno dare seguito alla pure discutibile distinzione tra “scienze dure” e scienze sociali. Con l’ovvia eccezione delle discipline delle classi linguistiche, la lingua dell’insegnamento non è il fine bensì un mezzo e, come tale, non può essere ragione di discriminazione. L’obbligo di insegnare in una lingua diversa dall’italiano non sarebbe una modalità di esecuzione della libertà di insegnamento, ma un vero e proprio ostacolo all’esercizio della libertà, alla diffusione dei contenuti del pensiero che si crea e si trasmette al meglio nella propria lingua materna. Né potrebbe a ciò opporsi il principio costituzionale dell’autonomia universitaria, che ha fra i suoi limiti interni proprio la libertà di insegnamento, corollario imprescindibile della libertà di arte e scienza.

3.– Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, il quale ha prospettato specifiche ragioni di inammissibilità delle questioni. Il Consiglio di Stato si sarebbe limitato a riprodurre acriticamente le deduzioni delle parti interessate, non avrebbe assolto all’onere di fornire idonea motivazione sulla rilevanza delle questioni e, infine, non avrebbe vagliato possibilità alternative di interpretare la disposizione in modo conforme a Costituzione.

In particolare, la disposizione censurata sarebbe correttamente formulata in termini generali e astratti al fine di assicurare il rispetto delle prerogative, da un lato, del centro di governo del sistema universitario – Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (MIUR), Consiglio universitario nazionale (CUN) e Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR) – sulle modalità di attuazione del processo di internazionalizzazione (della didattica e della ricerca) delle università italiane, e, dall’altro, dei singoli atenei, alla cui valutazione discrezionale l’ordinamento riconduce il potere di scegliere le modalità didattiche più opportune per assicurare il perseguimento della propria missione formativa come autonomamente prefigurata a livello statutario.

La scelta della lingua degli insegnamenti sarebbe pertanto riconducibile alla capacità di autodeterminazione dei singoli atenei, sottoposta al controllo degli organi centrali di governo in sede di accreditamento dei diversi corsi. La possibilità di erogare in lingua straniera gli insegnamenti universitari sarebbe soltanto una delle opzioni applicative contemplate dalla disposizione censurata che, se fosse congegnata in materia più stringente rispetto all’attuale, porrebbe sì un problema di legittimità costituzionale, comprimendo le prerogative dei diversi soggetti istituzionali competenti ad esprimersi sull’offerta didattica. Delle molteplici opzioni applicative astrattamente consentite dalla disposizione censurata il rimettente non fa menzione, così palesando, a giudizio della difesa dell’interveniente, il difetto di rilevanza delle questioni.

3.1.– Nel merito, la difesa dell’interveniente sottolinea, tra l’altro, che la Costituzione non predicherebbe una sorta di «riserva assoluta» di ricorso alla lingua nazionale per gli insegnamenti universitari e che, lungi dal minacciare l’identità nazionale, l’attivazione di corsi di studio in lingua straniera avrebbe lo scopo di inserire le università italiane nella rete degli scambi culturali internazionali e, quindi, di arricchire e non di impoverire la cultura italiana.

La scelta legislativa contestata risponderebbe, dunque, all’esigenza di favorire una formazione di taglio internazionale, incentivando la mobilità internazionale degli studenti e accrescendo le capacità competitive dei laureati in un contesto globale caratterizzato da una prolungata crisi economica.

Quanto ai docenti, la disposizione censurata non contrasterebbe con l’art. 33 Cost., sia perché questi non possono vantare una sorta di «diritto al corso», sia perché l’attivazione di corsi di studio in lingua straniera rappresenterebbe un «potente strumento» di attuazione della libertà di insegnamento sancita proprio dal parametro costituzionale evocato dal rimettente.

Considerato in diritto

1.– Il Consiglio di Stato, sezione sesta giurisdizionale, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 6 e 33 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2, lettera l), della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario), «nella parte in cui consente l’attivazione generalizzata ed esclusiva (cioè con esclusione dell’italiano) di corsi [di studio universitari] in lingua straniera».

La disposizione censurata, nell’indicare i vincoli e i criteri direttivi che le università devono osservare in sede di modifica dei propri statuti, prevede il «rafforzamento dell’internazionalizzazione anche attraverso una maggiore mobilità dei docenti e degli studenti, programmi integrati di studio, iniziative di cooperazione interuniversitaria per attività di studio e di ricerca e l’attivazione, nell’ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, di insegnamenti di corsi di studio e di forme di selezione svolti in lingua straniera».

Dalla predetta disposizione il Politecnico di Milano ha ricavato la norma che consentirebbe alle università di fornire tutti i propri corsi in lingua diversa da quella ufficiale della Repubblica, così deliberando l’attivazione, a partire dall’anno 2014, dei corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca esclusivamente in lingua inglese, sia pur affiancata da un piano per la formazione dei docenti e per il sostegno agli studenti. La predetta delibera dell’ateneo milanese è all’origine del giudizio amministrativo che ha condotto alla rimessione delle presenti questioni di legittimità costituzionale.

1.1.– La disposizione censurata, per come sopra interpretata, violerebbe: a) l’art. 3 Cost., poiché permetterebbe una «ingiustificata abolizione integrale della lingua italiana per i corsi considerati», non tenendo peraltro conto delle loro diversità, «tali da postulare, invece, per alcuni di essi, una diversa trasmissione del sapere, maggiormente attinente alla tradizione e ai valori della cultura italiana, della quale il linguaggio è espressione»; b) l’art. 6 Cost., ponendosi in contrasto con il principio dell’ufficialità della lingua italiana da esso ricavabile a contrario; c) l’art. 33 Cost., compromettendo la libera espressione della comunicazione con gli studenti, da ritenersi senz’altro compresa nella libertà di insegnamento.

2.– L’Avvocatura generale dello Stato ha sollevato diverse eccezioni di inammissibilità, che occorre esaminare preliminarmente.

2.1.– Non possono essere accolte le eccezioni che si riferiscono al difetto di motivazione sulla rilevanza e alla presunta riproduzione acritica delle deduzioni delle parti del giudizio a quo.

Non può condividersi, infatti, il rilievo per cui il rimettente non avrebbe adeguatamente spiegato le ragioni per le quali ritiene di dover applicare la norma della cui legittimità costituzionale dubita, essendo sufficiente, come più volte ribadito nella giurisprudenza costituzionale, che egli proponga una motivazione plausibile con riguardo alla rilevanza della questione, riconoscendosi finanche forme implicite di motivazione al proposito «sempreché, dalla descrizione della fattispecie, il carattere pregiudiziale della stessa questione emerga con immediatezza ed evidenza» (sentenze n. 120 del 2015, n. 201 del 2014 e n. 369 del 1996). È ciò che nella specie accade, anche per effetto della ricostruzione della disciplina censurata operata dal giudice a quo, la quale, in ragione dell’interpretazione che questi ritiene di darne, imporrebbe l’accoglimento dell’appello.

Né può condividersi l’assunto per cui nella specie le questioni sarebbero motivate solo per relationem, presentando senz’altro l’ordinanza di rimessione quei caratteri di «autosufficienza» che per costante giurisprudenza sono richiesti ai fini dell’esame nel merito.

2.2.– Del pari da respingere è l’ulteriore eccezione di inammissibilità sollevata dall’Avvocatura generale dello Stato, secondo la quale il giudice a quo non avrebbe vagliato le possibilità alternative di interpretare la disposizione in modo conforme a Costituzione. Tale eccezione potrebbe ritenersi fatta propria persino dalla difesa dei resistenti nel giudizio a quo, dal momento che questi ritengono che il tentativo di interpretazione conforme a Costituzione avrebbe potuto essere fruttuoso, come dimostrerebbe proprio l’appellata sentenza del Tribunale amministrativo per la Lombardia che aveva annullato la delibera dell’ateneo milanese, consentendo dunque al Consiglio di Stato di decidere senza interpellare il giudice delle leggi. Tuttavia, sono proprio i resistenti docenti universitari a precisare nella memoria difensiva la necessità di un intervento nel merito della Corte costituzionale, avendo il Consiglio di Stato considerato impossibile ricavare dalla disposizione censurata altra norma se non quella identificata dal Politecnico di Milano e fatta propria dal Ministero dell’istruzione, ossia la norma che consente alle università di fornire tutti i propri corsi in lingua diversa da quella ufficiale della Repubblica.

Il punto merita di essere considerato con attenzione, dovendosi rilevare che il giudice a quo ha ritenuto, con adeguata motivazione, che la formulazione legislativa rendesse non implausibile l’applicazione datane dal Politecnico di Milano. Sarebbe, dunque, il modo stesso in cui l’enunciato è fraseggiato – in ragione, in particolare, della presenza della congiunzione «anche» – a consentire la predetta applicazione e a impedire una soluzione ermeneutica conforme a Costituzione.

A fronte di adeguata motivazione circa l’impedimento ad un’interpretazione costituzionalmente compatibile, dovuto specificamente al «tenore letterale della disposizione», questa Corte ha già avuto modo di affermare che «la possibilità di un’ulteriore interpretazione alternativa, che il giudice a quo non ha ritenuto di fare propria, non riveste alcun significativo rilievo ai fini del rispetto delle regole del processo costituzionale, in quanto la verifica dell’esistenza e della legittimità di tale ulteriore interpretazione è questione che attiene al merito della controversia, e non alla sua ammissibilità» (sentenza n. 221 del 2015). Si tratta di orientamento ormai consolidato, in virtù del quale può ben dirsi che «se l’interpretazione prescelta dal giudice rimettente sia da considerare la sola persuasiva, è profilo che esula dall’ammissibilità e attiene, per contro, al merito» (sentenze nn. 95 e 45 del 2016, n. 262 del 2015; nonché, nel medesimo senso, sentenza n. 204 del 2016).

Se, dunque, «le leggi non si dichiarano costituzionalmente illegittime perché è possibile darne interpretazioni incostituzionali (e qualche giudice ritenga di darne)» (sentenza n. 356 del 1996), ciò non significa che, ove sia improbabile o difficile prospettarne un’interpretazione costituzionalmente orientata, la questione non debba essere scrutinata nel merito. Anzi, tale scrutinio, ricorrendo le predette condizioni, si rivela, come nella specie, necessario, pure solo al fine di stabilire se la soluzione conforme a Costituzione rifiutata dal giudice rimettente sia invece possibile.

3.– Nel merito, le questioni di legittimità costituzionale non sono fondate, nei limiti e nei termini che seguono.

3.1.– La giurisprudenza di questa Corte ha già avuto modo di precisare – in relazione al «principio fondamentale» (sentenza n. 88 del 2011) della tutela delle minoranze linguistiche di cui all’art. 6 Cost. – come la lingua sia «elemento fondamentale di identità culturale e […] mezzo primario di trasmissione dei relativi valori» (sentenza n. 62 del 1992), «elemento di identità individuale e collettiva di importanza basilare» (sentenza n. 15 del 1996). Ciò che del pari vale per l’«unica lingua ufficiale» del sistema costituzionale (sentenza n. 28 del 1982) – la lingua italiana – la cui qualificazione, ricavabile per implicito dall’art. 6 Cost. ed espressamente ribadita nell’art. 1, comma 1, della legge 15 dicembre 1999, n. 482 (Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche e storiche), oltre che nell’art. 99 dello Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige, «non ha evidentemente solo una funzione formale, ma funge da criterio interpretativo generale», teso a evitare che altre lingue «possano essere intese come alternative alla lingua italiana» o comunque tali da porre quest’ultima «in posizione marginale» (sentenza n. 159 del 2009).

La lingua italiana è dunque, nella sua ufficialità, e quindi primazia, vettore della cultura e della tradizione immanenti nella comunità nazionale, tutelate anche dall’art. 9 Cost. La progressiva integrazione sovranazionale degli ordinamenti e l’erosione dei confini nazionali determinati dalla globalizzazione possono insidiare senz’altro, sotto molteplici profili, tale funzione della lingua italiana: il plurilinguismo della società contemporanea, l’uso d’una specifica lingua in determinati ambiti del sapere umano, la diffusione a livello globale d’una o più lingue sono tutti fenomeni che, ormai penetrati nella vita dell’ordinamento costituzionale, affiancano la lingua nazionale nei più diversi campi. Tali fenomeni, tuttavia, non debbono costringere quest’ultima in una posizione di marginalità: al contrario, e anzi proprio in virtù della loro emersione, il primato della lingua italiana non solo è costituzionalmente indefettibile, bensì – lungi dall’essere una formale difesa di un retaggio del passato, inidonea a cogliere i mutamenti della modernità – diventa ancor più decisivo per la perdurante trasmissione del patrimonio storico e dell’identità della Repubblica, oltre che garanzia di salvaguardia e di valorizzazione dell’italiano come bene culturale in sé.

3.2.– La centralità costituzionalmente necessaria della lingua italiana si coglie particolarmente nella scuola e nelle università, le quali, nell’ambito dell’ordinamento «unitario» della pubblica istruzione (sentenza n. 383 del 1998), sono i luoghi istituzionalmente deputati alla trasmissione della conoscenza «nei vari rami del sapere» (sentenza n. 7 del 1967) e alla formazione della persona e del cittadino. In tale contesto, il primato della lingua italiana si incontra con altri principî costituzionali, con essi combinandosi e, ove necessario, bilanciandosi: il principio d’eguaglianza, anche sotto il profilo della parità nell’accesso all’istruzione, diritto questo che la Repubblica, ai sensi dell’art. 34, terzo comma, Cost., ha il dovere di garantire, sino ai gradi più alti degli studi, ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi; la libertà d’insegnamento, garantita ai docenti dall’art. 33, primo comma, Cost., la quale, se è suscettibile di atteggiarsi secondo le più varie modalità, «rappresenta pur sempre […] una prosecuzione ed una espansione» (sentenza n. 240 del 1974) della libertà della scienza e dell’arte; l’autonomia universitaria, riconosciuta e tutelata dall’art. 33, sesto comma, Cost., che non deve peraltro essere considerata solo sotto il profilo dell’organizzazione interna, ma anche nel «rapporto di necessaria reciproca implicazione» (sentenza n. 383 del 1998) con i diritti costituzionali di accesso alle prestazioni.

4 .– La disposizione censurata, nell’indicare i vincoli e criteri direttivi che le università devono osservare in sede di modifica dei propri statuti, prevede, in particolare, che il rafforzamento dell’internazionalizzazione degli atenei possa avvenire «anche» attraverso l’attivazione, nell’ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, di insegnamenti, di corsi di studio e di forme di selezione svolti in lingua straniera.

L’obiettivo dell’internazionalizzazione – che la disposizione de qua legittimamente intende perseguire, consentendo agli atenei di incrementare la propria vocazione internazionale, tanto proponendo agli studenti una offerta formativa alternativa, quanto attirando discenti dall’estero – deve essere soddisfatto, tuttavia, senza pregiudicare i principî costituzionali del primato della lingua italiana, della parità nell’accesso all’istruzione universitaria e della libertà d’insegnamento. L’autonomia universitaria riconosciuta dall’art. 33 Cost., infatti, deve pur sempre svilupparsi «nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato» e, prima ancora, dai diversi principî costituzionali che nell’ambito dell’istruzione vengono in rilievo.

Ove si interpretasse la disposizione oggetto del presente giudizio nel senso che agli atenei sia consentito predisporre una generale offerta formativa che contempli intieri corsi di studio impartiti esclusivamente in una lingua diversa dall’italiano, anche in settori nei quali l’oggetto stesso dell’insegnamento lo richieda, si determinerebbe, senz’altro, un illegittimo sacrificio di tali principî.

L’esclusività della lingua straniera, infatti, innanzitutto estrometterebbe integralmente e indiscriminatamente la lingua ufficiale della Repubblica dall’insegnamento universitario di intieri rami del sapere. Le legittime finalità dell’internazionalizzazione non possono ridurre la lingua italiana, all’interno dell’università italiana, a una posizione marginale e subordinata, obliterando quella funzione, che le è propria, di vettore della storia e dell’identità della comunità nazionale, nonché il suo essere, di per sé, patrimonio culturale da preservare e valorizzare.

In secondo luogo, imporrebbe, quale presupposto per l’accesso ai corsi, la conoscenza di una lingua diversa dall’italiano, così impedendo, in assenza di adeguati supporti formativi, a coloro che, pur capaci e meritevoli, non la conoscano affatto, di raggiungere «i gradi più alti degli studi», se non al costo, tanto in termini di scelte per la propria formazione e il proprio futuro, quanto in termini economici, di optare per altri corsi universitari o, addirittura, per altri atenei.

In terzo luogo, potrebbe essere lesiva della libertà d’insegnamento, poiché, per un verso, verrebbe a incidere significativamente sulle modalità con cui il docente è tenuto a svolgere la propria attività, sottraendogli la scelta sul come comunicare con gli studenti, indipendentemente dalla dimestichezza ch’egli stesso abbia con la lingua straniera; per un altro, discriminerebbe il docente all’atto del conferimento degli insegnamenti, venendo questi necessariamente attribuiti in base a una competenza – la conoscenza della lingua straniera – che nulla ha a che vedere con quelle verificate in sede di reclutamento e con il sapere specifico che deve essere trasmesso ai discenti.

4.1.– Tuttavia, della disposizione censurata nel presente giudizio è ben possibile dare una lettura costituzionalmente orientata, tale da contemperare le esigenze sottese alla internazionalizzazione – voluta dal legislatore e perseguibile, in attuazione della loro autonomia costituzionalmente garantita, dagli atenei – con i principî di cui agli artt. 3, 6, 33 e 34 Cost., parametro quest’ultimo il quale, ancorché non evocato dal rimettente, è pertinente allo scrutinio delle odierne questioni di legittimità costituzionale.

Questi principî costituzionali, se sono incompatibili con la possibilità che intieri corsi di studio siano erogati esclusivamente in una lingua diversa dall’italiano, nei termini dianzi esposti, non precludono certo la facoltà, per gli atenei che lo ritengano opportuno, di affiancare all’erogazione di corsi universitari in lingua italiana corsi in lingua straniera, anche in considerazione della specificità di determinati settori scientifico-disciplinari. È, questa, una opzione ermeneutica che rientra certamente tra quelle consentite dal portato semantico dell’art. 2, comma 2, lettera l), della legge n. 240 del 2010 – nel cui testo non compare, del resto, alcun riferimento al carattere di esclusività dei corsi in lingua straniera – e che evita l’insorgere dell’antinomia normativa con i più volte evocati principî costituzionali: una offerta formativa che preveda che taluni corsi siano tenuti tanto in lingua italiana quanto in lingua straniera non li comprime affatto, né tantomeno li sacrifica, consentendo, allo stesso tempo, il perseguimento dell’obiettivo dell’internazionalizzazione.

4.2.– È solo il caso di precisare che quanto sinora affermato è riferito soltanto all’ipotesi di intieri corsi di studio universitari.

La disposizione qui scrutinata, a dimostrazione di come l’internazionalizzazione sia obiettivo in vario modo perseguibile e, comunque sia, da perseguire, consente altresì l’erogazione di singoli insegnamenti in lingua straniera. Solo con un eccesso di formalismo e di severità potrebbe affermarsi che, anche con riferimento a questi ultimi, i principî costituzionali di cui agli artt. 3, 6, 33 e 34 Cost. impongano agli atenei di erogarli a condizione che ve ne sia uno corrispondente in lingua italiana. È ragionevole invece che, in considerazione delle peculiarità e delle specificità dei singoli insegnamenti, le università possano, nell’ambito della propria autonomia, scegliere di attivarli anche esclusivamente in lingua straniera. Va da sé che, perché questa facoltà offerta dal legislatore non diventi elusiva dei principî costituzionali, gli atenei debbono farvi ricorso secondo ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza, così da garantire pur sempre una complessiva offerta formativa che sia rispettosa del primato della lingua italiana, così come del principio d’eguaglianza, del diritto all’istruzione e della libertà d’insegnamento.

Per Questi Motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara non fondate, nei sensi e nei limiti di cui in motivazione, le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2, lettera l), della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario), sollevate, in riferimento agli artt. 3, 6 e 33 della Costituzione, dal Consiglio di Stato, sezione sesta giurisdizionale, con l’ordinanza indicata in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 21 febbraio 2017.

F.to:

Paolo GROSSI, Presidente

Franco MODUGNO, Redattore

Roberto MILANA, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 24 febbraio 2017.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: Roberto MILANA

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105 Commenti

  1. Che ancora si debba discutere di questa roba fa ridere. Nelle materie scientifiche tutta la letteratura avanzata è prodotta in inglese, se vuoi avere studenti stranieri in ERASMUS non puoi pretendere di avere cosrsi in iitaliano. Poi considerando che la lingua inglese è obbligatoria almeno a livello C1, mi pare una assurdità pensare che gli studenti non siano in grado di seguire corsi di fisica o matematica. Tra l’altro se vuoi entrare in un buon dottorato o master all’ estero, anche la tesi magistrale è meglio sia scritta in inglese. Tristemente poi bisogna dire che fare corsi di laurea in inglese è il miglior servizio che si possa fornire a dei ragazzi che per lavorare saranno costretti ad emigrare.

    • Concordo pienamente con p.marcati. Anche nelle materie umanistiche l’inglese dovrebbe essere la lingua veicolare per eccellenza, ma una battaglia di retroguardia di professori che non la parlano, costringe studenti e dottorandi ad una condizione di marginalità nei confronti dei loro colleghi europei e americani. Il livello internazionale del comparto umanistico dell’Università italiana è irrisorio. Nei risultati VQR i prodotti in lingua inglese nell’area 10 erano in percentuali imbarazzanti.
      Che dire… lo Stato si metta d’accordo con se stesso: nella valutazione di una università sono considerati anche i rapporti Erasmus e i corsi impartiti in lingua inglese, con questa sentenza della Consulta è tutto più difficile. Che dice la Ministra?

    • Ciò che è veramente importante è che gli studenti sappiano e siano ben preparati.
      Alcuni studenti sono intelligenze vive, ma non hanno un buon inglese: non tutti possono permettersi scuole private in appoggio al poco inglese che si può fare con pochissime ore nella scuola.
      Tuttavia, sono intelligenze vive: li sacrificheremo? Il Paese non ne avrebbe alcun vantaggio.
      Nelle aziende all’estero, quando l’inglese viene ritenuto fondamentale, all’assunto capace si pagano corsi.

  2. Giusto, la mentalita’ dell’emigrante…
    E poi chi garantisce che I docenti non parlino un inglese maccheronico? Chi garantisce che lo studente non scriva strafalcioni? Il docente stesso? Molto serio …

  3. E’ una sentenza che lascia ben sperare, condivido totalmente questa decisione della consulta, anche se, propriamente, è una decisione obbligata: il fatto è che è proprio incostituzionale eliminare la lingua italiana dagli insegnamenti. E ci mancherebbe altro. Esprimere un commento su questo punto equivale a dire se si è o no d’accordo con la Costituzione Repubblicana. Bè.. certamente la Costituzione della Repubblica Italiana vieta esplicitamente qualunque atto o legge che palesemente degrada la repubblica italiana ad una specie di colonia culturale dove la lingua ufficiale è diversa da quella dei suoi abitanti,…

    Dire che la letteratura scientifica è quasi totalmente in lingua inglese, non coglie bene la questione: ovviamente, in un consesso di persone di lingue diverse, è impossibile usare ciascuno la propria lingua, da che mondo è mondo si fa ricorso ad una lingua franca (nel nostro caso l’inglese).
    C’è anche da aggiungere che, quando dico ‘si usa l’inglese’ commetto una imprecisione: nessuno usa l”’inglese”, si usa una specie di neo-lingua detta ‘globish’, che è solo una rozza approssimazione non solo della lingua di Shakespeare, ma anche di qualunque variante dell’inglese realmente parlata nel mondo (dagli americani, dagli australiani etc etc).

    Imporre ad un consesso di italiani l’uso dell’inglese, pardon del ‘globish’..,
    questo si che sarebbe RIDICOLO, nel senso proprio del film comico alla Totò e Peppino (nella famosa scena a Piazza Duomo a Milano)…

    Se la maggioranza degli studenti è straniera, allora la cosa può avere un senso, altrimenti no: anche solo se vi è un solo studente straniero, non si può imporre l’uso del globish a tutti gli altri, è lo studente straniero che deve imparare l’italiano, come da sempre avviene in Italia (e nel resto del mondo non anglofono, o che non sia una colonia o ex colonia dell’Inghilterra). In Italia c’è l’università per stranieri a Perugia che funziona da sempre benissimo. Conosco tantissime persone che sono passate da li (e oggi parlano bene l’italiano e ,,.,il globish)

    Questo avvantaggia i paesi anglofoni? Certamente, ma allora si decida di usare un’altra lingua franca, che so: l’esperanto, o di tornare al latino (tanto il ‘globish scientifico’ ha già sostituito un enorme numero di parole inglesi con espressioni latinizzate…). E comunque imporre le lezioni in globish, a parte gli effetti comici alla Totò e Peppino, non servirebbe neppure a migliorare la conoscenza dell’inglese…..
    Semmai servirebbe solo a rendere grammaticali (cioè accettate comunemente) un numero ancora maggiore di storpiature e errori di inglese, e a far nascere differenti forme di ‘globish’.. oltre a quello indiano avremmo quello italiano…
    Bel risultato sarebbe…

    • completamente d’accordo.
      Evidentemente lo spirito provincialistico alberga tra alcuni docenti che se non parlano globish si sentono menomati.
      Cordialmente

  4. Le sue giuste osservazioni sono completamente a valle dell’analisi costituzionale in quanto si limitano a osservazioni di carattere tecnico-applicativo e quindi difficilmente possono essere valide per confutare i principi costituzionali descritti e difesi dalla sentenza.

    La sentenza appare oltremodo chiara nella sua logica costituzionale.
    Nessuno mette in dubbio l’utilità ed anche la necessità di corsi in lingua straniera ma la sentenza sottolinea come il prevedere i corsi in entrambe le lingue non pregiudichi i principi costituzionali italiani.
    Infatti si legge:
    “una offerta formativa che preveda che taluni corsi siano tenuti tanto in lingua italiana quanto in lingua straniera non li comprime affatto, né tantomeno li sacrifica, consentendo, allo stesso tempo, il perseguimento dell’obiettivo dell’internazionalizzazione”.

    Il miglior servizio che l’università può fare è dare la possibilità agli studenti di superare se stessi e migliorare culturalmente, non certo funzionare come un’agenzia di collocamento. G.Israel docet.
    Cordialmente

  5. condivido totalmente la sentenza e le posizioni qua espresse da indrani e francesco. Conosco professori che aprlano un inglese con di bustarsizio. Tanto vale che prendiamo direttamente docenti madre lingua di Oxford. Green_baron lei deve essere o molto giovane o molto ingenuo, non me en voglia “Anche nelle materie umanistiche l’inglese dovrebbe essere la lingua veicolare per eccellenza” si studieremo Ariosto in lingua inglese…. Forse lei non lo sa ma perfino Skype è in grado di tradurre dall’italiano all’inglese e le nuove AI da tasca offrono e offiranno sempre di più traduttori per lingue tecniche e personali. La storia la letteratura italiana vanno assolutamente preservate.. Leggeremo petrarca attraverso la traduzione inglese, così non sarà necessario che i giovani pensino si interroghino e imparino a sospendere il giudizio per capire. E poi in vacanza le manderemo tutti a contemplare il mito americano di Trump i bronzi di riace potranno essere visitati invece che da 2000 visitatori all’anno da 12 13 vecchi nostalgici. Smettiamola di essere provinciali.

    • L’area 10 non è solo letteratura italiana, è anche archeologia, storia dell’arte, storia della musica, storia del teatro ecc. dove – si informi – le riviste inglesi, tedesche e americane non hanno paragone con quelle italiane, se un po’ ha girato e magari ha avuto qualche visiting professorship in università inglesi o americane di livello medio o altro può rendersi conto di questo. Io sarò molto giovane, ma lei penso che sia molto avanti con l’età. Quanto agli insulti (“ingenuo”), soprattutto in forma anonima, non mi sembra che rientrino nello stile di Roars, si può esprimere la propria opinione senza denigrare l’interlocutore. Chi arriva agli insulti vuol dire che ha finito gli argomenti. Ognuno è libero di pensarla come vuole.

  6. Mi consenta Giufe di replicare a Green_baron al posto suo.
    Green_baron: posso ben dire di aver visto insulti peggiori di ”ingenuo” (avere il volto coperto o scoperto è ininfluente)…
    non è proprio il caso di prendersela fino a questo punto, altrimenti arriveremo a che una contro-argomentazione che smonta una tesi sarà vissuta come ”insulto” dall’autore della tesi stessa. A quel punto ogni discussione sarà defunta.

    Nel merito della questione: qui il punto non è materie umanistiche versus materie scientifiche. Quando io dico che fa bene la consulta a dichiarare incostituzionale l’obbligo di usare l’Inglese nelle lezioni non ho in mente le materie umanistiche (anche se, come già fatto notare, sarebbe davvero il colmo per degli italiani studiare Petrarca tradotto in inglese…) ho in mente proprio le materie scientifiche: ingegneria, fisica etc. in cui oramai
    è il 100% dei documenti scritti che sono in inglese (a parte gli appunti dei corsi). Oramai anche fra colleghi italiani un appunto scientifico spesso ce lo si scrive in inglese, ma non per provincialismo, per praticità (così quando si scriverà il vero e proprio articolo attingendo agli appunti ci si trova il lavoro già fatto..). Bisogna poi distinguere la lingua scritta da quella parlata. La lingua scritta, e usata nella letteratura scientifica specialistica, è molto più facile da imparare (e lo scritto, si può rivedere correggere etc. e al giorno d’oggi ci sono i correttori automatici di ortografia etc.). La lingua parlata è ben diversa: a meno che non vi si è costretti, o l’uditorio sia composto da stranieri, per quale motivo i madrelingua non dovrebbero usare la lingua che comunemente parlano
    tutti i giorni? La lingua nella quale PENSANO?

    Questa imposizione dell’inglese, lungi dall’essere qualcosa di ‘moderno’, io penso ci riporterebbe al contrario al passato, al passato prima di Dante,
    ad una situazione in cui la lingua ufficiale, la lingua della cultura e dell’istruzione, NON E’ la lingua ‘volgare’ cioè la lingua che realmente la popolazione parla… Invece del latino sarebbe l’inglese, ma il concetto sarebbe lo stesso.

    • green_baron@ se può servire mi scuso del giovane e dell’ingenuo. Resto nella mia posizione ovviamente. Vorrei che lei si informasse sui mezzi che possono oggi e potranno sempre di più fornire traduzioni in tempo reale con A.I. e simili Citavo vecchia esperienza Skype. La nostra lingua sostiene il nostro patrimonio culturale storico e anche economico. Ed è irrinunciabile. L’uso continuo di citazioni in inglese il coltivarne conseguentemente la letteratura i costumi perfino il cibo, genera un vulnus (uso il latino come vede) insanabile e sempre più profondo con effetti mostruosi. I Bocconiani conoscono warhol e non sanno chi siano Pontormo o Paolo Uccello. LO trovo insopportabile. Le famose tre I che piacevano a Berlusca, D’Alema al Bomba etc. hanno fatto più danni che altro. Non sono un oscurantista mi creda sulla parola.
      ps non intendo ovviamente negare l’opportunità di conoscere le lingue, ma esse dovrebbero essere apprendimento aggiuntivo e non sostitutivo.

    • Le nostre riviste non son da meno di quelle americane o tedesche… Abbiamo delle eccellenze…

  7. Sono docente di un corso in inglese (Applied Acoustics), che fa parte di un corso di laurea magistrale in cui TUTTI i corsi sono tenuti in Inglese (Communication Engineering). Al tempo della sua istituzione, aderii molto volentieri all’idea di erogare un corso di laurea totalmente in Inglese.
    Qui a Parma la cosa è presa molto seriamente: lezioni in Inglese, files Powerpoint e dispense in Inglese, esami scritti ed orali rigorosamente in Inglese. Agli studenti che mi scrivono E-mail chiedendo chiarimenti, rispondo in Inglese e se mi avevano scritto in Italiano li sgrido…
    Nell’anno accademico in corso, io ero in periodo sabbatico, ed il corso è stato tenuto al mio posto da un “visiting professor” proveniente dall’Università di Southampton (UK), che ovviamente ha tenuto il corso in Inglese (parlandolo certo molto meglio di me).
    In base a tutto ciò ci si potrebbe aspettare che io sia uno strenuo difensore di questo approccio anglofono integrale. Invece nel corso di parecchi anni di insegnamento in Inglese ho via via maturato alcune riflessioni e perplessità:
    1) E’ vero che una percentuale di studenti italiani parla inglese cosi’ male da essere letteralmente tagliata fuori da una didattica totalmente in Inglese. Questo ovviamente non dovrebbe accadere, ma la verità è che a scuola lo imparano malissimo, quelli che lo parlano decentemente è solo perchè sono stati mesi o anni all’estero… E non è giusto far pagare loro l’inadeguatezza della scuola pre-universitaria.
    2) E’ pure vero che un corso integralmente in inglese risulta molto attrattivo per gli stranieri, al punto che in classe ormai ho più di metà degli studenti non-italiani! Ma lo stipendio me lo paga lo Stato Italiano, di fatto io vengo pagato per dare conoscenze agli stranieri, o ai pochi Italiani che, sapendo bene l’inglese, poi son destinati quasi certamente ad emigrare, perchè richiestissimi all’estero…
    3) Fare lezione in inglese richiede al docente un piccolo maggior sforzo iniziale, ma poi risulta estremamente più facile e meno impegnativo, per insegnare una materia tecnica come la mia, perchè si evita di dover tradurre in Italiano in modo appropriato un gergo tecnico che non ha corrispondenza, o di dover fare lezione mescolando metà termini in Inglese e metà in Italiano, che è pessimo. Ma per lo studente è l’esatto contrario, lui sente questi termini tecnici la prima volta in inglese, e poi non ne sa l’equivalente italiano, e quando va a lavorare qui in Italia fa la figura dell’ignorante!

    Per cui, a seguito di questa interessante sentenza della Corte Costituzionale, penso proprio che anche qui a Parma saremo costretti a rivedere alcune cose del corso di Telecommunication Engineering, rendendolo difatto maggiormente “bilingue”: vogliamo restare attrattivi per gli stduenti stranieri, ma dobbiamo smetterla di rendere impossibile seguire le lezioni e superare gli esami agli studenti italiani che, per un motivo o quell’altro, l’inglese lo masticano male…
    Nel corso del prossimo anno accademico penso dunque che allascherò l’approccio, interagendo con gli studenti italiani in Italiano, e magari ritraducendo per gli studenti stranieri in aula, e consentendo agli studenti italiani, almeno in sede di esame orale, di esprimersi nella loro lingua nativa.
    D’altronde, in una Europa in cui la Gran Bretagna non sarà più parte, continuare ad insistere proprio con l’Inglese non mi pare la cosa più professionalizzante: certamente i miei studenti avrebbero ancora maggiori probabilità di trovare lavoro se insegnassimo loro il tedesco, non l’inglese…

  8. Chi pensa che l’uso della lingua inglese sia un valore aggiunto all’insegnamento, ha di quest’ultimo certamente una visione molto tecnicistica: volete mettere la vivacità e la ricchezza dell’esposizione di un docente che si esprime nella propria madrelingua? E vi immaginate, di contro, le frasi stereotipate ed anonime che produrrebbe in inglese (magari accompagnate da una pronuncia la limite del ridicolo e da una grammatica incerta?) Ed il programma ERASMUS non era forse concepito anche per diffondere la conoscenza delle lingue dei Paesi europei ospitanti?

    E per finire: le persone culturalmente aperte non sono quelle che parlano inglese spesso e volentieri. Sono quelle che hanno studiato varie lingue, e hanno sempre la voglia e la curiosità di impararne altre.

  9. Sull’inglese maccheronico e sul rischio di trovarsi a far lezione in inglese a una platea di italiani mi viene in mente una barzelletta che si può declinare in un qualsiasi dialetto.

    Un signore deve recarsi a Londra per lavoro, me è preoccupato della sua pressoché nulla conoscenza dell’idioma di Albione. Un amico lo tranquillizza dicendogli che in Inghilterra è sufficiente scandire bene le parole e parlare tranquillamente nel proprio dialetto.

    Così, dopo peripezie varie (e qui conta la capacità del narratore) il Nostro giunge in albergo dove inizia un esilarante (anche qui serve un narratore adeguato) dialogo con il direttore d’albergo.

    I due parlano nello stesso dialetto ed entrambi scandiscono bene le parole, così dopo alcune battute scoprono di venire da due paesi vicini e uno fa all’altro: “Ma, scusate, se voi vi chiamate Paolo Rossi e venite da Cinisello Balsamo e io mi chiamo Marco Bianchi e vengo da Cusano Milanino, me lo sapete dire perché è da mezzora che parliamo in Inglese?”

    • Che strazio! Le considerazionei sul provincialismo, il nazionalismo e tutti gli…. ismi mi sembra cumuli di imbecillità. Il nostro sistema universitario vive in un contesto più grande di quello italiano, io faccio il matematico e gli studenti della mia università, una tranquilla (terremoti a parte) università di medio livello, dal terzo anno della triennali stanno in classe con moltissimi studenti non italiani. Fare corsi in inglese non crea problemi a nessuno perchè tutti parliamo inglese ai convegni internazionali, tutti scriviamo matematica in inglese e i nostri studenti capiscono senza problemi l’ inglese scientifico e molti sono contenti di stare insieme a gente di tutto il mondo. Finchè ero in universita’ ho avuto laureati magistrali iraniani, indiani, ungheresi, della rep.ceca etc… non vedo che ci sta di male. I commenti che ho letto sono le solite cantasilene dei soliti rompiballe, con cui mi sono stancati di interloquire. Ve lo dicodi cuore, andate a quel paese. Vivete in un mondo che non mi appartiene. A me avere classi di tutti i colori (in ogni senso) piace da matti.

    • Si vede che Marcati ha letto un’altra sentenza. Come ho già osservato, la sentenza non vieta la didattica in inglese ma pone dei limiti all’eradicazione di quella in lingua italiana. Ben vengano le classi di tutti i colori contro cui la Consulta non ha nulla da obiettare.
      In occasione del varo di un corso di laurea magistrale in inglese, ho avuto modo di cercare corsi simili (in inglese), tenuti nelle università francesi e tedesche. Ne ho ricavato l’impressione che Francia e Germania siano lontane dal convertire massivamente la loro didattica in lingua inglese.
      In effetti, un paio di domande a chi auspica didattica esclusivamente in inglese andrebbero fatte.
      Un corso di ingegneria civile che deve formare professionisti che devono fare quotidianamente i conti con la normativa (scritta in italiano): ha senso che sia offerto esclusivamente in lingua inglese?
      E corsi di architettura che hanno a che fare con la storia dell’arte ed il restauro di un patrimonio che ha una storia e delle radici tipicamente reperibili e studiabili solo se si sa l’Italiano: ha senso che siano offerti esclusivamente in lingua inglese?

    • Non ce l’ho con la sentenza, sono scocciato da alcuni commenti di colleghi che descrivono chi propone i corsi in inglese come quattro deficienti provinciali che vanno in classe con ombrello e bombetta (Alberto Sordi in fumo di Londra)
      La incapacità di entrare nel merito e lo scarso rispetto personale di certi commenti caricaturali, merita un gran bel vaffa… risposta sintetica ed efficace verso chi manca di argomenti seri e cerca la scorciatoia dello sberleffo.

  10. Secondo voi chi difende meglio la lingua italiana e la cultura che la esprime? Un gruppo di giuristi che scrive la sentenza di sopra, un gruppo di professori universitari che non sa esprimersi in inglese, o un gruppo di studiosi che riesce ad esprimere la dirigenza di organizzazioni internazionali come il CERN? E noi, nelle nostre università chi dobbiamo formare? E come?

    • Il “gruppo di studiosi che riesce ad esprimere la dirigenza di organizzazioni internazionali come il CERN” ha raggiunto questi traguardi avendo seguito corsi di laurea in italiano, a dimostrazione che più che la lingua importano i contenuti. Se poi si legge “la sentenza di sopra”, si capisce che non vieta la didattica in inglese ma pone dei limiti all’eradicazione di quella in lingua italiana.

  11. La mia prma esperienza internazionale come docente fu un corso Tempus di due mesi a Kosice in Slovacchia, tra l’altro molto ben retribuito, con soldi che venivano da Bruxelles.
    In quella facoltà hanno da tanto tempo (sin dagli anni 90) duplicato il corso di laurea in medicina veterinaria: uno rigorosamente in Slovacco e uno rigororosamente in Inglese, a costi superiori, per gli stranieri. I primi clienti di quel corso di laurea furono studenti di paesi senza corsi di laurea in medicina veterinaria (Yemen, per esempio), oppure studenti di paesi anche europei che non erano riusciti ad iscriversi in casa per via del numero chiuso. La sede di Kosice era e resta appetibile per la qualitá della docenza, la possibilità di lavorare nell’H24 dell’ospedale veterinario e in generale il minor costo della vita, che rende il costo complessivo dei 6 anni di studio conveniente anche rispetto all’Italia.
    Ricordo che proposi al nostro preside di pensare a una cosa simile e lui mi rispose: “sì, e poi fate lezione in 4?”.
    Ora le cose sono cambiate e i colleghi in grado fare lezione (non solo di leggere i PowerPoint) in Inglese sono aumentati, ma resta sempre la questione di duplicare i corsi. Ben venga il corso in Inglese, ma anche in Francese, Gaelico, Tedesco, Spagnolo, Arabo o Cinese, dopo aver garantito le stesse lezioni in Italiano.

  12. Vorrei contribuire alla bella discussione segnalando un paio di articoli recenti di Aldo Giannuli:

    http://www.aldogiannuli.it/italiano-quarta-lingua/

    http://www.aldogiannuli.it/italiano-lingua-veicolare/

    particolarmente amara la considerazione finale che riporto:
    “Che morale possiamo ricavare da questa terribile sproporzione fra l’apprezzamento che la cultura e la lingua italiana riscuotono nel mondo e la pochezza dell’autostima degli italiani? Semplicemente che gli italiani del tempo presente sono impari rispetto al patrimonio culturale che li sovrasta. Peccato.”

    • L’articolo di Giannulli è troppo pertinente a questa discussione per non citarlo. Ecco un estratto:

      ”Poi, riuscite ad immaginare una cosa più insensata di un docente italiano che parla a degli studenti italiani in inglese? E perché? Ma, mi spiegò qualcuno, convinto di rivelarmi una cosa dell’altro mondo, ci sono gli studenti stranieri. Ragione di più per parlare in italiano per la diffusione della nostra lingua. In fondo se lo studente straniero avesse voluto un corso in inglese avrebbe potuto scegliere di iscriversi in una università inglese, se, invece, ha scelto l’Italia qualche ragione ci sarà.”

  13. non ho certezze, ma la mia impressione è che se uno non ha amato il classici al liceo, se è sempre stato allevato dalla cultura dei giornaletti di regime (all’estero è tutto meglio e l’Italia fa schifo Unipubblica in particolare -non le Uniprivate ovviamente dove si studia tutto in inglese-), se uno ritiene che l’università sia la scuola di formazione professionale di confidustria e che per essere “vincenti” bisogna sapere meglio l’inglese che l’italiano, se uno ritiene che la ricerca da noi sia inutile perchè comunque all’estero tutto è meglio beh allora è più facile che voglia che si studi perfino la letteratura (quale?) italiana in Inglese. Anzi io suggerirei che tra i requisiti indispensabili dei prof universitari vi sia una perfetta conoscenza della lingua inglese, magari con accento di Oxford. In questo modo potremmo avere solo professori stranieri e poi lo sappiamo che i prof universitri italiani sono tali solo perchè sono figli o parenti di…

  14. Mi pare che siamo tutti d’accordo sulla possibilità di fare corsi in inglese allorché pensati per studenti stranieri. Tali corsi rendono in effetti la vita un po’ più facile a loro, evitandogli la tradizionale trafila dell’università per stranieri di Perugia.
    Il problema è che la rende più difficile ai padroni di casa, cioè gli studenti italiani (cosa che trova anche riscontro nell’esperienza, come ben raccontato da Angelo Farina). Il tono beffardo che io e altri abbiamo avuto
    contro chi vorrebbe sostituire l’italiano con l’inglese (perché QUESTO sarebbe il futuro se la consulta non avesse posto il suo sacrosanto altolà)
    non deve essere considerato sul piano personale. A questo condizioni io la beffa la rivendico, e la reitero, perché non è il massimo che potrei fare, a mio giudizio avendone perfettamente diritto, anzi è il minimo che si possa dire a chi si è addirittura dimenticato di chi è il padrone di casa e dò per scontato che la casa sia già stata venduta e che i nuovi padroni parlino solo l’Inglese… Diciamo che uno così fa proprio incazzare, e quindi se ci si fa beffe di lui non lo si sta aggredendo, ci
    si sta semmai autocontrollando…
    L’Italiano non è una lingua minore, una di quelle dichiarate ‘endangered’, parlate da comunità di 10.000 persone, che sono necessariamente bilingui perché devono appoggiarsi ad un altra lingua per tutta una serie di funzioni (fra cui l’istruzione. per la difficoltà a scrivere libri di testo e a reclutare insegnanti in una lingua parlata da poche persone ). Lo slovacco, che Beniamino ci ricorda essere ben tutelato laddove è parlato, cioè in Slovacchia, ha un numero di parlanti (meno di 5mln) ben inferiore ai parlanti l’Italiano (60 Mln). Quindi l’atteggiamento di chi lo considera alla stregua di un dialetto in via di estinzione, è oggettivamente ridicolo.
    Chi sostiene il contrario, porti anche le prove che gli italiani hanno già deciso di non parlare più italiano e di parlare invece inglese in famiglia…
    Questo è successo si per i dialetti italiani (io appartengo ad una generazione a cui i genitori da bambini vietavano di parlare il dialetto, e ci si obbligava a parlare in italiano…). Non mi risulta vi siano fenomeni simili di sostituzione dell’italiano con l’inglese. Solo una tale sostituzione potrebbe giustificare l’imposizione dell’inglese e la sua sostituzione all’Italiano nei corsi universitari. Se ciò non avviene (e non avviene..) allora simili provvedimenti fanno apparire chi li prende come ansioso di diventare servo prima ancora che sia successo, e quindi considerarlo ridicolo è il meno che possa succedergli.

  15. Mi sono appena riletto con calma il testo della sentenza, verificando i rimandi agli articoli della Costituzione.
    Dal punto di vista tecnico-giuridico e’ ineccepibile…
    La sostanza e’ chiara: a partire dall’anno accademico 2017-18 non sara’ piu’ possibile mantenere a manifesto interi corsi di laurea in cui oltre la meta’ degli insegnamenti siano erogati esclusivamente in Inglese, a meno che lo stesso ateneo eroghi anche un corso di laurea equivalente a predominanza italiana.
    Sara’ invece possibile mantenere alcuni insegnamenti in lingua esclusivamente straniera (ad esempio quelli tenuti da visiting professor, o da docenti di ruolo che non siano di madrelingua italiana), ma in totale il quantitativo di tali insegnamenti in lingua straniera deve restare minoritario nell’ambito di un corso di laurea.
    La cosa puo’ piacere o meno, ma a sto punto la situazione e’ chiara e dobbiamo adeguarci tutti…
    Personalmente ho trovato alquanto stucchevoli alcuni commenti, sia a difesa dei corsi di laurea integralmente in Inglese, sia al contrario favorevoli ad un insegnamento esclusivamente in Italiano.
    Secondo me chi commenta in materia, pur libero di avere le proprie opinioni personali, dovrebbe sempre premettere se parla “per principio” o invece sulla base di una esperienza diretta per aver insegnato almeno un anno un corso universitario in lingua straniera.
    Chi non ha mai fatto cio’, a mio avviso non si rende conto delle difficolta’ per il docente (invero modeste, almeno nel mio caso, ed ampiamente bilanciate dai vantaggi che l’Inglese scientifico offre) ma soprattutto per lo studente: a parte rare eccezioni, un insegnamento in Inglese risulta assai piu’ ostico per la maggior parte degli studenti italiani. Ma quel che e’ peggio e’ che ho potuto verificare, dati statistici alla mano, che insegnando in Inglese gli studenti raggiungono un livello di preparazione inferiore, sia per la peggiore comprensione del ragionamento che sottende un procedimento logico o di calcolo, sia per la obiettiva difficolta’ a memorizzare un vocabolario tecnico complesso.
    Se infatti alla maggior difficolta’ conseguisse poi un livello di preparazione piu’ alto, allora il gioco potrebbe comunque essere ancora appetibile: ti costringo a faticare di piu’, ma poi sarai piu’ preparato. Invece cosi’ li stiamo facendo faticare di piu’ per prepararli peggio…
    Si puo’ certamente obiettare che questo pessimo risultato sia colpa di noi docenti, che non siamo preparati ad insegnare in Inglese, lo parliamo male, etc.
    Ma lo stesso e’ accaduto quest’anno, in cui il mio corso e’ stato tenuto da un docente del Regno Unito…
    E peraltro ho avuto conferma di cio’ anche dall’esperienza di mio figlio, che ha fatto tre anni di universita’ in Inghilterra, da cui e’ tornato con lacune gravissime che ora sta faticando parecchio a colmare. E parliamo di ing. elettronica, non di lettere!
    C’e’ poco da fare, sto cominciando a credere che i nostri studenti, quando vanno all’estero, siano sistematicamente molto piu’ preparati degli studenti stranieri non perche’ la nostra universita’ sia migliore, o perche’ noi docenti italiani siamo particolarmente bravi ad insegnare. E’ invece proprio la lingua italiana che consente di veicolare maggiormente l’informazione e la conoscenza fra docente ed allievo. E questa mia convinzione e’ corroborata dal fatto che, soprattutto nelle materie scientifiche “dure”, come fisica, chimica, ingegneria, etc., gli studenti migliori sono quelli che han fatto il liceo classico. Hanno conoscenze nettamente inferiori, ma dispongono di maggiori possibilita’ comunicative sia in entrata che in uscita, e dunque imparano meglio…
    In conclusione, continuero’ a tenere il corso di Applied Acoustics in Inglese, o e’ tempo di tornare a parlare Italiano in classe?
    Questa sentenza costringera’ me e tutti gli altri professori che stanno tenendo corsi in Inglese a rivalutare la propria scelta, e presumo che in molti casi risultera’ opportuno tornare all’Italiano…
    Ne discutero’ coi colleghi e col Presidente del Corso di Laurea e poi vi faro’ sapere cosa decidiamo di fare.

    • Il suo mi sembra un intervento pieno di luoghi comuni non verificati. Nelle materie scientifiche non è vero che i migliori studenti vengano dal liceo classico, non ho mai visto dati in materia, solo luoghi comuni, non è poi vero che si abbassi il rendimento degli studenti italiani. La lingua inglese è la lingua standard in cui sono scritti i libri di testo delle materie specialistiche e nessuno sembra avere alcun problema. Mi pare il festival dei nostalgici del piccolo mondo antico

    • Uno studente che segue un corso tenuto in una lingua diversa dalla propria, oltre alla difficoltà propria del corso si trova davanti l’ulteriore difficoltà della lingua. A me la questione sembra semplice (il suo enunciato, non la soluzione naturalmente). Avete provato a fare corsi in Inglese pensando che questo potesse essere utile allo studente. Il vostro errore, se posso permettermi di giudicare, è stato di considerare la lingua una semplice formalità. Ma se così fosse, allora lo si sarebbe potuto fare anche in passato: quando studi per un corso, prenderai due piccioni con una fava 1) impari la materia propria del corso 2) impari una lingua straniera. Putroppo non è così, la fatica di imparare una lingua non ce la si può risparmiare.

    • Continuo evidentemente a spiegarmi male, i corsi in lingua inglese non si tengono per classi di soli italiani dove sarebbe una farsa, si tengono perchè in moltissimi posti tra Erasmus, studenti di Lauree a doppio titolo accordi di scambio etc.. la quantità di studenti stranieri non è affatto trascurabile. Se un Ateneo come il mio, certo non tra i più prestigiosi, ha su certi corsi di Laurea una attrattività non banale per studenti dell’ est europa e del medio oriente. Perchè uno deve poter fare corsi di studi in lingua. Seguire lezioni di fisica o di matematica in inglese presenta le stesse difficoltà del seguirle in italiano, mi rifiuto di pensare che gente di 20 anni non possa seguire lezioni in inglese e non sia interessata anche all’ esperienza umana di avere ucraini e russi, pakistani e indiani nella stessa classe, oltre a gente della repubblica ceca, ungheria, polonia etc Devono imparare l’italiano o andare in Germania o Svezia dove fare corsi in inglese è normale. Questo permette tra l’altro di assumere docenti dall’ estero, con chiamate dirette, senza che questi debbano necessariamente sapere l’ italiano.

    • Tutte cose che si possono fare senza abolire in toto la didattica in lingua italiana, come invece aveva fatto il Politecnico di Milano.

  16. Basta avere chiari gli obiettivi:

    1) far imparare meglio l’inglese ai nostri studenti italiani (non credo che basti l’inglese maccheronico)

    2) attirare iscritti da paesi in cui si parlano altre lingue (forse l’inglese maccheroni evoluto, il broken european english, è sufficiente)

    3) fare scena (basta scrivere su locandine e agire web che si farà lezione in inglese e poi se non viene nessuno straniero si fa in italiano).

    In ogni caso va garantito, finché la lingua ufficiale è l’italiano, che tutti possano apprendere per cui va data anche a chi per scelta o per altri motivi non sa altre lingue di seguire in corso per lui comprensibile.
    Oppure modifichiamo la costituzione e facciamo come un Sudafrica dove ci sono 11 lingue ufficiali.

  17. Due osservazioni:

    1) la vera emergenza, in Italia, è che gli studenti italiani non sono in grado di esprimersi in italiano e di comprendere un testo scritto in italiano;

    2) in alcuni rami del sapere (il diritto, innanzi tutto), non si può prescindere dall’insegnamento/apprendimento di un linguaggio e di una tecnica argomentativa propri di un determinato contesto sociale

    • Se l’emergenza è questa, fare corsi in inglese non solo non la risolve, ma anzi peggiora la situazione. Il problema allora non è universitario, ma delle scuole secondarie. A questo proposito Angelo, sopra, ha avanzato l’ipotesi che il liceo classico sia preferibile, anche se poi all’università si sceglie un CL scientifico.
      Su questo sono d’accordo (e io ho fatto lo scientifico, e la mia attività di ricerca è essenzialmente matematica). Non è molto importante imparare al liceo i rudimenti dell’analisi matematica,
      e men che meno dedicare un intero anno alla trigonometria: si rischia solo di credere di sapere la matematica…
      Chi ha fatto lo scientifico ha una capacità di manipolazione algebrica di formule superiore a chi ha fatto il classico. Ma a che serve se poi si scopre di non sapere in realtà nulla di algebra (perché così è…) ? E’ molto meglio dedicare gli anni dell’istruzione secondaria ad imparare meglio l’Italiano, la propria lingua, e a raggiungere un alta capacità di uso della lingua (inevitabilmente la propria lingua madre) anziché speculare vuotamente sui numeri (che questa è la matematica al liceo…).

    • Infatti nessuno obbliga i corsi di laurea di diritto all’uso della lingua inglese, sono i giuristi che sono incapaci spesso di capire come funziona il resto del mondo e applicano le loro categorie interpretative a tutto. Poichè poi in Italia la maggioranza dei parlamentari laureati sono avvocati e il nostro paese regola per legge anche il colore della carta igienica, temo che rimarremo per lungo tempo bloccati. Alla fine io ci vedo solo un arrogante esecizio di potere da parte di una categoria di soggetti che difendono il loro mondo.

    • D’accordo con il collega Marcati: ognuno, nella propria didattica, è libero di regolarsi come meglio crede. E noi oggi non saremmo qui a perdere tempo con una discussione dal contenuto culturale assai modesto – né i “giuristi” sarebbero stati costretti ad esprimersi sulla faccenda – se, nel passato recente, non ci fosse stato qualcuno che, credendosi “più avanti degli altri” avesse tentato di imporre le proprie convinzioni anglofile al “resto del mondo”.

    • Se allude al mio messaggio, me ne ero accorto.. ma non c’è la possibilità di correggere.

  18. Senza i giuristi tutto sarebbe più semplice e ordinato. Avremmo poche leggi, chiare e traducibili in inglese. E senza possibilità di ricorsi. Anche nell’università potremmo finalmente misurare la qualità, calcolare mediane e stilare ordinate classifiche, senza timori di cavilli e reclami. Bisognerebbe abolire le facoltà (dipartimenti) di giurisprudenza, stroncando sul nascere i futuri avvocati.

    • Non si può che essere d’accordo: leggi e costituzioni sono solo intralci sulla via del progresso.

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