Con la fine dell’anno il rettore della mia università ha firmato il decreto con il quale emana il regolamento e il relativo bando per l’attribuzione delle risorse una tantum stabilite dalla legge Gelmini allo scopo di premiare il merito scientifico. Alla base v’è l’idea – sempre più dominante in politica, in economia e ora nella ricerca e nell’istruzione – dell’uomo solo al comando, del genio che dirige e vede tutto. La retorica dell’eccellenza e le misure che si vogliono implementare per favorirla  fa correre il rischio di spezzare la solidarietà che di solito vige tra coloro che trovano la motivazione del proprio impegno nella passione per la conoscenza. E di converso darà maggiore spazio a tutti quegli opportunisti che vorranno scalare ruoli di prestigio non per amore del bene dell’istituzione o per passione nello studio, ma solo perché così potranno lucrare qualcosa in più grazie alle proprie rendite di posizione.

Con la fine dell’anno il rettore della mia università ha firmato il decreto con il quale emana il regolamento e il relativo bando per l’attribuzione delle risorse una tantum stabilite dalla legge Gelmini allo scopo di premiare il merito scientifico. Sono stabiliti tutta una serie di parametri che prevedono punteggi relativi alle pubblicazioni scientifiche, punteggi attribuiti a varie forme di partecipazioni a progetti scientifici, nonché anche per aver ricoperto a vario titolo diverse cariche accademiche. Non ci interessa qui andare a valutare gli effetti perversi che tali norme – se istituzionalizzate – potrebbero ingenerare nella normale vita accademica (ad es., io non accetterei più di buon cuore di cedere la direzione di una ricerca ad una brava collega, per potermi dedicare agli studi, perché saprei che d’ora in poi ne va del mio stipendio). È importante scorgere invece l’idea di fondo che ci sta dietro e che alimenta anche i continui articoli di giornali nei quali si esalta l’eccellenza di giovani ricercatori che, grazie al proprio talento, sono inevitabilmente andati all’estero; o addirittura si usa a sproposito il termine “eccellente” nei Sordi vigile urbanovari settori della vita e delle istituzioni, anche laddove sarebbe sufficiente avere dei lavoratori onesti e dediti al proprio dovere: è quanto è accaduto col recente caso dei vigili urbani di Roma, in occasione del quale si è invocata la necessità di premiare l’eccellenza o di portare avanti i meritevoli. E difatti ve la immaginate la differenza tra un vigile urbano che vi fischia semplicemente e uno che invece  vi indirizza una sonata di Beethoven, oppure l’eccellenza di un vigile urbano che non si limita e trascrivervi burocraticamente l’infrazione sul verbale, con un semplice numero, ma invece ve la scrive in versi?

Ma, al di là della celia, questo tanto insistere sull’eccellenza ignora un dato fondamentale: ogni istituzione – sia essa di ricerca o di altro tipo – si regge per lo più non sulle “eccellenze”, ma su persone dotate di buone capacità, anche se certo non di genialità, che le portano avanti con dedizione, senso del dovere, onestà e amore per il proprio lavoro. Non bisogna essere delle “eccellenze” per far ciò e l’Italia non ha bisogno di esse per mettersi sulla retta via, ma di gente che sappia fare il proprio mestiere, senza imboscarsi e lasciare corrompere o lusingare dalle sirene del potere.

La questione diventa ancora più importante e delicata quando si abbia a che fare col campo della ricerca scientifica, per la quale più frequentemente si invocano le “eccellenze”. In questo caso è ben noto che la ricerca di ogni giorno, quella che costituisce, per dirla con Kuhn, la “scienza normale”, ha un ruolo indispensabile affinché le stesse eccellenze possano emergere. Nell’università ci sono decine, centinaia di persone che svolgono in modo onesto il proprio lavoro, fanno lezione in modo efficace, dirigono laboratori, fanno ricerche che di certo non apriranno nuovi orizzonti e nuove prospettive, ma che sono senza dubbio meritevoli e che costituiscono il normale carburante di cui si alimenta ricerca e conoscenza.

Di tutti gli scienziati e i ricercatori esistenti al mondo – varie decine di migliaia – si contano sulle dita di una mano i premi Nobel e sono poche centinaia coloro che brillano nel firmamento per la genialità delle ricerche che conducono e che raggiungono la notorietà nel grande pubblico. Il rimanente, invece, porta avanti il grandissimo organismo della ricerca scientifica, la macchina immensa che macina soldi, ricerche, didattica, alleva nuovi giovani, serve per le piccole innovazioni e i perfezionamenti dei “prodotti scientifici” esistenti. Sarebbe ingiusto e disonesto ritenere che tutti costoro siano dei parassiti e che solo pochi (siano anche il 50% o i due terzi, come a scuola) meritino delle gratificazioni. Sarebbe invece più realistico emarginare solo coloro che – prove alla mano – si esimono dai loro doveri didattici o che nel lungo periodo siano del tutto improduttivi. E per far questo, basterebbe un catalogo d’ateneo o una anagrafe nazionale, dove vengono elencati sia i “prodotti scientifici” sia i vari curricula.

lotteriaLa retorica dell’eccellenza e le misure che si vogliono implementare per favorirla – come se si potessero programmare a tavolino i grandi scienziati e le grandi scoperte, per lo più casuali – fa correre il rischio di spezzare la solidarietà che di solito vige tra coloro che trovano la motivazione del proprio impegno nella passione per la conoscenza, gratificati non da pochi spiccioli in più in busta paga, ma dal giusto riconoscimento che viene tributato al loro lavoro (si pensi a quanto questo fattore sia importante nella scuola). E di converso darà maggiore spazio a tutti quegli opportunisti che vorranno scalare ruoli di prestigio (cariche accademiche o istituzionali nelle scuole, o responsabilità in progetti di ricerca) non per amore del bene dell’istituzione o per passione nello studio, ma solo perché così potranno lucrare qualcosa in più grazie alle proprie rendite di posizione. E anche coloro che non sono interessati a posizioni di prestigio o a cariche di rappresentanza, ma solo a poter in tranquillità continuare le proprie indagini, saranno a forza gettati nella lotteria del concorso per l’attribuzione dell’una tantum, perché altrimenti sarebbero additati come “sfaticati” o “scarsamente produttivi”.

Alla base v’è l’idea – sempre più dominante in politica, in economia e ora nella ricerca e nell’istruzione – dell’uomo solo al comando, del genio che dirige e vede tutto, del talento che con le sue sole forze ci apre orizzonti rosei nel futuro. Mentre invece – come dimostrano per altro verso anche le ricerche sugli effetti negativi della disuguaglianza sulla crescita economica – la ricerca e lo sviluppo sono veramente tali quando si possono basare su un elevato livello medio di qualità e di efficienza nel funzionamento delle istituzioni, sul cui zoccolo duro possono poi formarsi le eccellenze, venire riconosciute e trovare la base materiale per portare avanti le proprie idee innovative. Altrimenti questo insistere sull’eccellenza finisce solo per costituire l’alibi per disinteressarsi del sistema della ricerca nel suo complesso, per ignorare la necessità di migliorarne i meccanismi di fondo, magari investendo più risorse, nel contempo creando l’illusione del “ricercatore fai da te”, da premiare, coccolare e sostenere indipendentemente dal più vasto sistema “ecologico” nel quale esso può crescere e formarsi.

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79 Commenti

  1. Le cose stanno come dice….ma è del tutto inutile dirlo.
    Noi docenti abbiamo 6 anni di blocco stipendiale, questo giochino dell’incentivo arriva giusto al termine di questo periodo, al fine di farci lottare per un po’ di ossigeno economico.
    Tanto è tutto scritto, il paese ha troppe università e troppi laureati (chiaramente falso! ma chi è Roars per dirlo?);
    dopo tutto i laureati non servono in un paese pieno di micro aziende e aspiranti imbonitori per i turisti (così si vuole che diventi ufficialmente la Disneyland per adulti del mondo);
    alla fine chiuderanno un 15/20 per cento di Università, in maniera quasi indolore (!), con i pensionamenti non ricoperti da nuovo personale, quelle che rimarranno faranno in gran parte i laureifici per gli inguaribili nostalgici, e qualche caso sporadico di mente geniale troverà magari pure qualcosa da fare in un nuova Italia lobotomizzata.

    • tanto per restare all’esempio, ci sarà un manipolo di professori universitari della facoltà di medicina “eccellenti”, un battaglione di “molto bravi”, una brigata di “bravi”, un esercito “nella norma” …. e via via via fino a tanti incapaci e incompetenti. … e tanto per restare all’esempio dei medici, ci sarà un manipolo di medici “eccellenti”, un battaglione di “molto bravi”, una brigata di “bravi”, un esercito “nella norma” …. e via via via fino a tanti incapaci e incompetenti.
      Ma se è vero che ci sono tanti medici incapaci e incompetenti vorrà forse dire che non c’è nessun professore universitario della facoltà di medicina “eccellente”. altrimenti un professore eccellente non avrebbe mai permesso che si laureasse un incopetente e incapace … e se lo ha permesso è per definizione un mediocre. Un eccellente è un superman che non permette certe cose.
      Io preferisco uno che fa le cose bene e con entusiasmo e le fa con convinzione a uno che si adegua e impara (a sue spese) a conoscere i suoi polli, svolgendo anche incarichi gestionali. … tanto per prendere 200 euro.

    • Non sono 200 Euro. Nel mio caso sono 3000 Euro lordi.
      Che mi servono per pagare (una piccola parte) di IMU e TASI.

      Se uno non scrivere bene gli articoli scientifici e’ difficile che riesca a farseli pubblicare su riviste ad alto impact factor.

      Se uno non fa bene la didattica e’ difficile che prenda dei voti altri da parte degli studenti.

      Nel mio caso, lo confesso, mi entusiasma molto ma molto di piu’ la didattica della ricerca. Principalmente perche’ la didattica che insegno e’, per me, facile, mentre la ricerca e’, per me, piuttosto difficile e la notte invece di dormire penso alle equazioni che non riesco a risolvere.

      La parte gestionale e’ nata come un di piu’ per “piacere alla gente che decide”. Non a caso, i docenti univ. sono valutati anche per l’attivita’ gestionale. Mi accorgo pero’ che l’attivita’ gestionale e’ abbastanza divertente, a parte quando vorrei mandare a fanculo (come in questo caso) ma non posso.

    • Inoltre, lo confesso, sono uno che si adegua. E tantissimo!!!

      Ricordo che ho fatto almeno 60 concorsi per RU (senza mai vincerne uno). C’era sempre un motivo per il quale l’altro risultava migliore. E se non c’era nessun altro, un motivo lo trovavano comunque.

      E quindi ho iniziato a studiare in dettaglio il sistema. E ho adottato la seguente strategia:

      a) lavorare giorno e notte, festivi compresi

      b) cambiare sede

      c) lavorare giorno e notte, festivi compresi

      d) cambiare sede

      e) lavorare giorno e notte, festivi compresi

      e) cambiare sede

      f) lavorare giorno e notte, festivi compresi

      g) cambiare sede

      h) lavorare giorno e notte, festivi compresi

      i) cambiare sede

      l) lavorare giorno e notte, festivi compresi

      fino a convergenza, if any. E poi il riposo eterno.

      Amen.

    • Io rimango dell’idea che un professore universitario è tale solo se fa il suo lavoro (soprattutto didattica e ricerca) con passione ed entusiasmo. Se non ti piace fare ricerca, ma solo didattica, fai il prof liceale. Ugualmente dignitoso, ma più adatto. fare didattica all’università vuol dire anche portare in aula la propria attività di ricerca, diffondere le nuove conoscenze alle quale tu dai il tuo contributo. Saper insegnare quello che c’è sui libri è meritevole, piace algi studenti, ma non coincide col fare il prof universitario. Il prof Universitario si impegna con entusiasmo nel fare ricerca e didattica allo stesso modo.
      Mi è venuto in mente che Shining descrive molto bene l’alienazione derivante dal fare un lavoro che non piace.
      “All work and no play makes Jack a dull boy”
      “All work and no play makes Jack a dull boy”
      “All work and no play makes Jack a dull boy”
      “All work and no play makes Jack a dull boy”

      Speriamo che ci sia in giro un medico eccellente. Ce n’è bisogno. Se per trovarlo bisogna andare nel paese in cui sono stato mandato farò da apripista.

    • Quando ero assegnista all’INFM-CNR, in aspettativa dal Liceo (dove avevo la cattedra di matematica e fisica) un giorno una amministrativa mi chiese:

      “Perche’ insisti a fare il precario qui all’INFM, dato che hai un posto fisso al liceo? Mia figlia farebbe carte false per avere un posto fisso al liceo”.

      Io risposi:

      “Mi piace fare ricerca”.

      Qualche anno dopo, quando avevo il posto fisso di ricercatore al CNR, un collega del consorzio RFX mi chiese:

      “Perche’ ha fatto domanda nei concorsi per professore universitario? Non sai che li devi anche fare didattica?”.

      Io risposi:

      “Mi piace molto la didattica”.

      In conclusione, mi piace stare all’universita’ proprio perche’ c’e’ sia DIDATTICA che RICERCA.

      Il fatto che mi piaccia fare ricerca, non significa che sia entusiasta nel fare ricerca. Come ho gia’ scritto, trovo estremamente faticoso fare ricerca.
      Mi entusiasmo molto di piu’ la didattica, dove posso raccontare anche le cose che faccio nell’ambito della ricerca e che ho capito (che sono poche).

      Nel mio recente libro “Quantum Physics of Light and Matter”, questo

      http://www.springer.com/physics/quantum+physics/book/978-3-319-05178-9

      pensato per la didattica, ci sono diverse connessioni con la mia attivita’ di ricerca. Il che e’ ovvio, dato che il libro l’ho scritto io.

  2. Ma siamo arrivati alla più totale apologia dell’ameritocrazia! La “travettizzazione” del docente universitario…
    Tanto vale che diamo un bel 24 politico a tutti gli studenti del nostro corso, beninteso giusto per non “correre il rischio di spezzare la solidarietà che di solito vige tra coloro che trovano la motivazione del proprio impegno nella passione per lo studio, gratificati non da pochi pochi voti in più sul libretto ma dal giusto riconoscimento che viene tributato al loro studio”!
    D’altronde come si scrive esplicitamente nell’articolo,”si pensi a quanto questo fattore sia importante nella scuola”!!
    Bei professionisti che ne verranno fuori..
    E a proposito di professionisti, sarei curioso di sapere se il nostro “big rabbit” in caso di una seria malattia (facendo ogni scongiuro) andrà a farsi curare da un medico a caso a prescindere da qualsiasi capacità, giusto per non “correre il rischio di spezzare la solidarietà che di solito vige tra coloro che trovano la motivazione del proprio impegno nella passione per lo medicina..”!

    • Ma se gli unici medici degni di curare i pazienti fossero un manipolo di “eccellenti, la stragranda maggioranza della popolazione dovrebbbe rassegnarsi a farsi curare da medici indegni. La retorica dell'”eccellenza” (nelle sue forme correnti) stenta a reggersi in piedi anche solo dal punto di vista logico. Escludendo che il termine “eccellenza” abbia subito uno slittamento semantico, non possiamo pensare che l’obiettivo minimo a cui tutti devono tendere sia l’eccellenza. Qualcuno potrebbe persino sospettare che alcuni fan dell’eccellenza non abbiano un eccellente padronanza del lessico.

    • Caro meritator, vedo che la polemica ideologica prevale sul buon senso. Uno studente ha un voto relativo ad una prova (l’ esame) in cui viene valutato su un programma noto in anticipo e rispetto alla qualità di quel che ha fatto. La distribuzione degli incentivi una-tantum è avvenuta/sta avvenendo sulla base di regole decise ora per allora e, quasi sempre basate su criteri puramente quantitativi (p.es. ore di lezione ma nessun peso ai giudizi). Ottimo strumento invece per costruire artificialmente anche i ranking dei docenti (ci manacava!).

      E se poi uno va a vedere bene, la grandissima parte della “meritocrazia” (ricordiamo che il coniatore del termine, Young, lo considerava un dispregiativo) che viene sbandierata in giro è basata su rendite di posizione.
      Il mio motto preferito e’:
      l’ eccellenza non è un diamante: non può essere “per sempre”.
      E, se veramente fosse tale, riguarderebbe non più di un 1-2%. Un po’ poco per costruire un sistema funzionante.

    • Mi sembra che la logica dell’articolo di Coniglione e di diversi interventi a supporto sottintenda una distribuzione del merito assimilabile ad una funzione delta di Dirac: un manipolo di eccellenti ed il resto tutto piatto. In realtà il merito, come molte delle caratteristiche umane, è distribuito con gradualità; tanto per restare all’esempio dei medici, ci sarà un manipolo di medici “eccellenti”, un battaglione di “molto bravi”, una brigata di “bravi”, un esercito “nella norma” …. e via via via fino a tanti incapaci e incompetenti.
      Chiaro che l’esercizio della valutazione del merito, in questo come in molti altri esempi, è non banale e spesso imperfetto, ma questo non è un buon motivo per demonizzarlo a prescindere.
      Sarei poi curioso di sapere come si possano logicamente sostenere posizioni di sostanziale rifiuto di ogni valutazione del merito nell’ambito dell’impiego pubblico! Ma l’art. 97 della costituzione non afferma che “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso,..” Ma i concorsi su cosa si dovrebbero basare?!?

    • L’ideologia premiopunitiva è talmente entrata nelle ossa che non si riesce nemmeno più ad immaginare e capire quali sono le motivazioni personali che tengono in piedi le istituzioni e le professioni che hanno a che fare con la cura delle persone, la loro educazione, formazione e l’avanzamento delle conoscenze. In un articolo relativo all’uso degli incentivi ho trovato una di quelle domande che fanno pensare: vi sentireste più sicuri se i vigili del fuoco ricevessero un bonus da 200 Euro per ogni persona che sottraggono da un edificio in fiamme? E sareste d’accordo a renderli economicamente più efficienti riducendo il loro stipendio al crescere dell’acqua che consumano per spegnere le fiamme? (per evitare sprechi, ovviamente)

    • Senza entrare troppo nei dettagli, mi accontenterei se il corpo dei vigili del fuoco, magari in un “Piano della Performance” ben redatto e motivato rendesse conto ai 46 milioni di contribuenti italiani che pagano i loro stipendi di come utilizzano tali fondi pubblici e organizzasse un sistema di distribuzione delle premialità basato su indicatori seri che potesse migliorare progressivamente la qualità del servizio reso ai loro datori di lavoro (sempre i 46 milioni di contribuenti, più magari gli atri 14 milioni di italiani non contribuenti) ed ottimizzare il rapporto costo/benefici.

    • Io sarei molto contento se, mentre invoco aiuto da un edificio in fiamme, il pompiere facesse due conti se vale o meno la pena di salvarmi, magari perchè deve comprare un regalo alla fidanzata. Il guaio è se questa lo ha appena lasciato …

  3. Noi siamo ancor più all’avanguardia, da qualche anno, dal 2011: PREMIALITÀ MANCATO SCATTO DOCENTI E RICERCATORI, http://www.unica.it/pub/37/show.jsp?id=20835&iso=210&is=37 .
    Se guardate gli archivi, non sono completi, perché dopo il 2011 (espletato sicuramente nel 2012), gli anni 2012-2013 sono stati ‘accorpati’, nel 2014. Gli elenchi dei premiabili sono files così pesanti, che ci vogliono lunghi minuti per scaricarli.

  4. Quello di Coniglione è un eccellente agglomerato di retorica corrente. Infatti, nella maggior parte dei casi, proprio usando le sue argomentazioni, i regolamenti implementati dalle singole università sono stati fatti in modo da penalizzare le attività di alta qualità, equiparandole o addirittura sottopesadole rispetto a quelle paraliceali. Perché sì, una bella dose di attività universitaria è fatta da attività didatticamente e scientificamente modeste, e chi le svolge non sempre lo fa sacrificando tempo alla ricerca, ma magari le svolge intensamente proprio perché non ne è capace di fare ricerca di alta qualità. Un lavoro rispettabile e onesto, ma che risulta tutt’altro che penalizzato di questi tempi. Non a caso in alcune sedi come quella in cui lavoro, Parma, il locale manuale Cencelli dell’incentivazione, ha equiparato nell’attribuzione dei punti piccole tesine triennali a imponenti tesi di dottorato, partecipazioni (anche rade) a commissioni locali di poco conto ad impegnativi (qualitativamente e quantitativamente) progetti europei di eccellenza, corsi servizio a corsi di dottorato, premi settoriali e sconosciuti a premi tradizionali e prestigiosi. Non ha fatto differenza tra chi ha tre pubblicazioni e chi ne ha trenta, non facendo neanche differenza tra settori. Le ragioni “ufficiali” e formali sono sempre quelle: bisogna dare peso alla didattica, la carretta va tirata, i geni veri sono pochi e soprattutto stanno sempre altrove. Alla fine: siamo tutti uguali. Balle. La verità è che in un sistema come quello italiano può essere vantaggioso mettere regole che premino, se non fattualmente, almeno moralmente il maggior numero di persone. Il vantaggio è in termini di consenso e di intima soddisfazione che provano in tanti quando si umiliano i più meritevoli: meritevoli sì, ma di punizione. Tutto a svantaggio di chi invece si adopera per far si che l’università meriti questo nome. Persone alle quali molti altri, quelli che si vantano di tirare la carretta e che si riempiono la bocca del titolo di docente universitario, dovrebbero per questo essere grati. All’origine, sia chiaro, sempre l’insensatezza di premiare comunque non più del 50% delle persone, tipica, quella sì, della retorica dell’eccellenza, sempre propagandata dagli scadenti. Ma come questo sia implementato, purtroppo, è molto differente sa quello che sostiene il collega Coniglione

    • Assolutamente corretto!
      Si potrebbe anche parzialmente giustificare la norma del D.I. 314/2011 che impone di premiare solo il 50% degli aventi diritto come tentativo preventivo di impedire la distribuzione a pioggia degli incentivi.
      Una norma così rigida e discriminante avrebbe dovuto spingere gli atenei a dotarsi di un regolamento per la distribuzione degli incentivi estremamente rigoroso e ben congegnato per premiare nella maniera più oggettiva possibile merito ed eccellenza.
      Sembra che nella maggior parte degli atenei così non sia stato, ma nel mio (Chieti-Pescara) ed in diversi altri di cui mi son letto i regolamenti direi tutto sommato di si..

  5. La retorica dell’eccellenza generalizzata ha a mio avviso anche altre nefaste conseguenze. I “giovani” sono ormai costretti a crescere come galli da combattimento, per sbaragliare la concorrenza di altri “eccellenti” rivali. In settori dove storicamente la collaborazione fra tante persone, con ruoli ben definiti ha portato i migliori frutti (penso al mio settore, la fisica delle particelle) e dove in un arco di un decennio pochi, se non pochissimi sono i grandi progetti ex-novo effettivamente realizzabili (visto che richiedono grandi sforzi economici e di personale) è tutto un affollarsi di persone che per avere l’opportunità di essere assorbite dal sistema, sono costrette a inventarsi proposte mirabolanti ed “eccellenti”, che con grande probabilità non verranno mai realizzate, e trascurano il lavoro di tutti i giorni (per cui magari sono pagate…).
    Perché nella retorica dell’eccellenza non c’è spazio e soprattutto tempo per il duro, umile lavoro quotidiano che spesso bisogna fare per anni prima di ottenere un risultato (eccellente o solo “normale”).
    E questa mentalità tende ad autopropagarsi in modo epidemico (“perché mai dovrei occuparmi di questa noiosa calibrazione mentre ArchimdesPitagoricus ha proposto un nuovo acceleratore di particellle sulla Luna e ha vinto un FIRB per questo, ottenendo quindi immediatamente credito come eccellente a vita ? Quasi quasi propongo un acceleratore su Marte !”)
    Per usare una trita ma efficace metafora calcistica: stiamo allevando generazioni di fantasisti e prime punte, ma le squadre vincono se hanno tutti i ruoli coperti, anche quelli dei mediani e dei difensori.
    Il problema è anche, semplicemente, caratteriale: fra qualche anno gli unici che saranno stati assorbiti e/o premiati dal sistema saranno persone che si sono adattate al tipo di selezione a cui li (ci) stiamo costringendo. E inevitabilmente saranno persone con spiccata tendenza alla leadership, dei “cervelli eccellenti” con scarsissima attitudine a collaborare, se non da una posizione di prominenza. E uno dei veri grandi mali della scienza e cultura italiane (l’incapacità di fare gruppo e sacrificare parte della propria indipendenza per un obbiettivo più grande, con conseguente frammentazione dei gruppi di ricerca fino al livello del singolo professore) sarà stato aggravato invece che curato.

  6. Viviamo nella bugia e nella propaganda. Siamo caldamente invitati a buttare fuori gli studenti in modo che non vadano fuori corso. Il voto della triennale non fa media con quello della specialistica. La preparazione di base fa piangere e lo studente mendica il 18 “perché non c’è tempo” (testuali parole) oppure fa in fretta la tesi perché “la tesi non porta soldi” (altre testuali parole). Se questa è l’università meritocratica …

  7. Sono d’accordo col gran coniglio 🙂 la retorica non è solo quella dell’eccellenza, ma putroppo quella del merito. Ha ragione pastore. Sarebbe sufficiente cominciare semplicemente con una selezione negativa: evitare di dar spazio agli “inadatti”, mandare tutti gli studenti ricchi e ignoranti alla commerciale bocconi, tenerci gli studenti, i ricercatori e i professori “minimalmente” bravi (operosi, produttivi, appassionati etc. etc.), ricostruire il senso di una istituzione che ha quasi mille anni di storia: l’Università. Quindi senso appartenenza, rispetto, sistemi di decisione a connessione debole (non piramidali razion-legali -questa è la vera autonomia-). Merito ed eccellenza altrimenti diventano strumenti di semplice sopraffazione, di accumulo, di ortodossia scentifica che riduce la varietà e l’originalità delle idee. Credetemi tutto il resto ci verrà dato sovrappiù. La ricerca non è il prodotto di tante galline ovaiole, la metafora è quello del rugby la palla oblunga si passa sempre indietro è con quelli che stanno alle nostre spalle che si va avanti. Della palla rotonda bocconiana liussiana del centravanti non ce ne facciamo nulla..la nostra è una università di rugbisti 🙂

  8. Nel mio ateneo le eccellenze che hanno meritato l’incentivo sono quelli che hanno partecipato a più del 60% dei consessi di facoltà/dipartimento. A me è andata bene, ma un tale CUT-OFF (bello questo termine anglofono?) mi pare esagerato.

    • In diversi atenei (Pavia inclusa) lo scatto una tantum è stato assegnato a tutti coloro che l’avevano richiesto dato che le domande erano inferiori al numero massimo di potenziali beneficiari. Chi ha rinunciato a fare domanda, forse perché pensava di essere penalizzato da criteri più o meno demenziali, scoprirà che gli sarebbe bastato compilare un modulo (in alcuni casi complicato, in altri casi nemmeno troppo).

  9. condivido tutto dell’articolo, tranne la seguente frase “fanno ricerche che di certo non apriranno nuovi orizzonti e nuove prospettive, ma che sono senza dubbio meritevoli”
    Chi fa ricerca dovrebbe farlo sempre con l’intento di aprire nuovi orizzonti e nuove prospettive. Che poi spesso si fanno solo piccoli passi avanti è un altro discorso.

    • Nel testo, il riferimento a Kuhn lascia intendere che l’apertura di “nuovi orizzonti” abbia a che fare con vere e propire svolte, come i “cambi di paradigma”, per es. la fisica quatistica, la scoperta del DNA, la radioattività, etc.. Sarebbe bello se la scoperta della teoria della relatività potesse essere pianificata con la stessa metodicità e le stesse tecniche con cui si controllano la qualità della produzione dei bulloni. Vorrebbe dire che se l’ANVUR fosse stata inventata un secolo fa, a quest’ora il teletrasporto e i viaggi nel tempo farebbero parte della nostra vita quotidiana.

    • Il teletrasporto in realtà alcuni pensano di averla inventato. Solo che questi per teletrasportarsi si avvalgono di una scopa … ma non sempre funziona 🙂
      Però bisogna apprezzare l’entusiasmo. senza entusiasmo non si fa nulla, e se contare bulloni è fatto con entusiasmo possiamo anche promuuovere questa attività a ricerca di eccellenza. 🙂

  10. A proposito di eccellenze catanesi vere.

    C’e’ un fisico teorico, uno dei massimi esperti di reti complesse (con diversi articoli a 2 o 3 nomi con migliaia di citazioni) , che era RU a UNICT con recente abilitazione a PA e PO.

    Dato che in Italia non faceva carriera, da 2 anni se ne e’ andato a Londra, dove ora e’ full professor.

    Mah.

    • Ma quale eccellenza!?!? L'”eccellenza” (nelle sue forme correnti), come si sostiene in questo consesso, è una “retorica che stenta a reggersi in piedi anche solo dal punto di vista logico”!
      Siamo tutti uguali e poi le procedure selettive/valutative ai sensi dell’art. 18 o dell’art. 24 commi 5 e 6 della 240/2010 selezioneranno sicuramente “persone dotate di buone capacità, anche se certo non di genialità, che portano avanti le istituzioni con dedizione, senso del dovere, onestà e amore per il proprio lavoro.”

    • Per chi fatica persino a comprendere le argomentazioni altrui, è controproducente spendersi a favore dell’eccellenza. Gli si potrebbe ritorcersi contro.

  11. Già. E’ l’epoca del #sicambiaverso, #lavoltabuona, #ritmo, #dagligiù, e per l’università questo significa #merito, #eccellenza, #giovani, #maipiùfannulloni, #pubblicaocrepa, #bloccamaincentiva, e via dicendo.
    Qualcuno, anche solo di buon senso, pensa davvero che un approccio di questo genere sia sensato e possa funzionare? Sì? Perché mi pare che si stiano perdendo di vista molte cose.
    .
    Davvero Mingione si sente umiliato in quanto eccellente dalla distribuzione degli incentivi della sua università? L’una tantum, vale la pena ricordarlo ancora, è stata concepita (che parola grossa, lo so) non tanto come un premio, ma come una sorta di premio di consolazione al posto dei regolari aumenti stipendiali, spariti da un giorno all’altro per dare tutti (“tutti” per modo di dire) il proprio contributo sacrificale alla situazione di crisi economica del paese. Ora, qualcuno si sta mettendo in gara per avere il premio di consolazione, poche centinaia di euro, sperando di arrivare nel primo 50% (chiaro, #lamedianasacomesifa) di eccellenti, quasi eccellenti, meritevoli, e di fregare il collega della scrivania accanto, che magari ha sempre fatto il proprio dovere, ma che scopre oggi, dopo anni, di non soddisfare parametri che ignorava. Quale tipo di logica o di soddisfazione, anche, si possono riconoscere o ricavare da un approccio del genere?
    Se anche fossi una HCR (highly cited researcher) e non lo sono, non cercherei questa come occasione per vedere premiata la mia grande eccellenza.
    Di fronte alla povera logica e alla povera ideologia (senza logica, comunque, e applicata alla buona, a colpi di slogan) che sottendono tutto questo processo, qualche rettore di maggior buon senso ha messo regole minimali, con l’idea di fondo che non siamo di fronte ad una situazione in cui qualcuno debba essere premiato, ma ad una situazione di ingiusta sottrazione di stipendio di base, e quindi di diritti.
    Come dargli torto?
    .
    Tornando a livello più generale, sulla retorica dell’eccellenza e del suo contrario, ma che vuol dire? Perché il merito, come si diceva una volta, può essere un contenitore vuoto, e anche quando si arrivasse a concordare criteri di divisione tra fasce di meritevoli, questi si dovrebbero ritenere comunque discutibili. Non stiamo parlando di grandezze fisiche, conoscibili e misurabili. A maggior ragione nella scienza e nella ricerca, dove ci sono componenti di casualità e imprevedibilità che sfuggono a regole deterministiche. E come dire a uno o a una: “ora ti devi innamorare e hai una settimana/un mese/un anno di tempo”. Quando mai.
    La pericolosità di pretendere di affidare tutto a criteri numerici a-scientifici è già grande di per sé, ma risulta insopportabile quando si basa su criteri/ricette fai da te, da manuale di Nonna Papera appunto. O meglio, il seguito: “Come ti cucino l’università, ricette facili e veloci”.
    .
    Quando anche avessimo individuato le fasce di merito (certo che non è un delta di Dirac e neanche ci sono facili dualismi casomai), dare soldi solo agli eccellenti significa deprimere il sistema, Coniglione questo lo dice bene secondo me. L’università è un team di lavoro impegnato su più fronti, e andrebbe gestita come tale.
    Premiare solo pochi eccellenti, significa pensare anche che, in fondo, l’uomo non progredisca e non si migliori secondo le proprie capacità, anche quando magari sono solo le condizioni ad essergli o a essergli state avverse. Di esempi se ne possono far tanti.
    Allora, forse, ci dovrebbe essere posto e ci dovrebbero essere risorse per tutti, riservando la premialità ad una percentuale limitata di bandi competitivi, dove però la competizione sia sana e non falsata da ipocrisie o ideologie farlocche, in cui si dispone di risorse e non di spiccioli da mendicare.
    .
    Non ci sono twitterate o hashtag adatti a questa roba qui, sorry. E meno male.

    • Di solito non rispondo con chi non ha neanche il coraggio di mettere il proprio nome. La regola del 50% è stupida, ma ancora peggiori sono le regole locali, che danno l’idea di quale sia la tendenza in corso. Ricordiamo la realtà di un caso come il mio, che da highly cited e vincitore e gestore di un ERC nel periodo di valutazione, con le regole di Parma, io non solo non sono rientrato nel primo 50%, ma sono ricaduto tra gli ultimissimi, direi l’ultimo 5%, superato da persone che non pubblicavano da anni, ma che facevano parte di tante commissioncine. Evidentemente queste sono soddisfazioni che fanno gioire chi tira la carretta e chi discetta di retorica dell’eccellenza. Al netto di tutto questo, io non ne faccio un caso personale, che le mie soddisfazioni le prendo altrove, ma mi limito a rilevare come la creazione di regole antimeritocratiche, come quelle adottate a Parma, segni una gestione del tutto contraria a quella prospettata dai tanti filosofi che si stanno producendo in questa sede. Evidentemente, quando la realtà non piace, basta negarla. E’ anche interessante osservare come queste regole segnino quella che è la politica in corso, che mi pare tutt’altro che interessata a premiare i migliori.

    • Ricordiamo la realtà di un caso come il mio, che da highly cited e vincitore e gestore di un ERC nel periodo di valutazione, con le regole di Parma, io non solo non sono rientrato nel primo 50%, ma sono ricaduto tra gli ultimissimi, direi l’ultimo 5%, superato da persone che non pubblicavano da anni, ma che facevano parte di tante commissioncine. —>

      Ricordiamo la realtà di un caso come il mio. Da highly cited e vincitore e gestore di un ERC nel periodo di valutazione, con le regole di Parma, io non solo non sono rientrato nel primo 50%, ma sono ricaduto tra gli ultimissimi, direi l’ultimo 5%, superato da persone che non pubblicavano da anni, ma che facevano parte di tante commissioncine.

      (scappato il tasto)

    • Ehm. Io l’incentivo l’ho preso. Proprio perche’ ho imparato (a mie spese) a conoscere i miei polli, svolgo anche incarichi gestionali.

      Se fosse stato per la sola ricerca in area FIS sarei stato fregato (UNIPD non ha tenuto conto del numero di autori negli articoli):

      come si puo’ competere con docenti (fisici sperimentali delle alte energie inseriti in grandi collaborazioni internazionali) che pubblicano 100 articoli all’anno (con pero’ 2000 autori l’uno!!!), che hanno decine di migliaia di citazioni, e con h-index sopra 60?

    • Carissimo, l’incentivo non è la mia aspirazione, come dici tu ognuno trova le sue soddisfazioni dove meglio ritiene nella vita.
      Forse poi, come donna, la lotta a chi ce l’ha più lungo (l’H-index, s’intende) neanche mi appassiona.
      Anonimamente tua.

  12. E’ quasi grottesco vedere che opinione miserabile hanno dell’ “eccellenza” e del “merito” i sempre presenti supporter di queste parole chiave usate come clave da chi in realta’ vuole solo ridurre la spesa per l’ istruzione superiore o si comporta come utile idiota al seguito di chi ha solo questo scopo in testa.

    In altri paesi un'”eccellenza” nella ricerca e/o nella didattica non puo’ riguardare il 50%-60% dei docenti. E quel top 2% di reale eccellenza viene contesa tra le universita’ a suon di contratti/benefit annuali (non una tantum) di circa due ordini di grandezza superiori alla misura consolatoria di cui si sta parlando in questo articolo.

    Se poi si vuol parlare di merito (intendendo chi fa bene il proprio lavoro) l’ utilizzo di misure contingentate (non piu’ del x%) ed episodiche (il merito viene premiato solo dalle 8 alle 13, chi e’ dentro e’ dento e chi e’ fuori peggio per lui) mi sembra francamente un controsenso.

  13. Da me, col cut-off* al 60% delle presenze ai consessi di facoltà, hanno tagliato più della metà delle persone, quindi le commissioni non hanno nemmeno dovuto leggersi il malloppo che ci hanno chiesto (più dati di quelli richiesti per l’abilitazione nazionale), né, presumo abbiano fatto alcuna classifica.
    Io ricordavo che andare ai consessi è un diritto/dovere, ma mai avrei immaginato che sarei stato premiato per quello… Peraltro da quando ci sono tablet e internet a buon mercato, partecipare ai consessi non è nemmeno tempo perso. Si può lavorare a un articolo da sistemare o a una review o, se proprio non si ha nulla da fare, c’è sempre facebook, youtube e skygo, e ora anche l’incentivo.

    *mi ricorda quello che la FIAT mise nel carburatore della Uno ES, energy saving, del 1982, per limitare il consumo di carburante

  14. Mi dispiace arrivare tardi quando la festa è finita… amen, dirò lo stesso la mia.
    L’università italiana e la nazione non vivono un buon momento. O no? Alcuni, pochi, in realtà stanno molto meglio di prima. In mezzo a loro pochi meritevoli e tanti profitattori. Come nelle guerre.
    Ci sarebbe bisogno di uno sforzo collettivo e coeso, un concetto desueto, in cui tutti possono dare il proprio contributo.
    La teoria che prevale ora è che le motivazioni si devono creare con la competizione. Certamente la competizione è un fattore importante della ricerca scientifica. E’ come il sale nella minestra. Però i meccanismi messi a punto da numerosi governi e a livello europeo vanno nella direzione di una competizione esasperata. La competizione esasperata porta alla distruzione progressiva dei legami comunitari e allora addio coesione. Si assiste ad un imbarbarimento delle relazioni inter-personali, eccessi di auto-promozione, fino a comportamenti al limite della correttezza, anche sul piano scientifico, e della legalità. La minestra diventa immangiabile.
    Detto fuori dai denti, il riconoscimento dell’eccellenza (di pochi però, perchè se no che eccellenza sarebbe) non sarebbe un problema se poi rimanesse qualcosa per gli altri meritevoli (e sono tanti). E’ la differenza tra la neo-parola meritocrazia e il vecchio riconoscimento del merito, costituzionale, un po’ De Amicisiano. Una differenza importante, da riscoprire.
    Una penultima osservazione su h-factor citazioni etc.
    Gli eccellenti (numerologicamente) devono la loro eccellenza alla loro bravura ma anche ai molti che li citano. Ricerche, almeno apparentemente meno di punta, spesso aggiungono mattoncini, quasi invisibili che, presi uno ad uno contano poco, ma tutti insieme costituiscono l’edificio scientifico contemporaneo ( e la linfa vitale della didattica universitaria).

  15. La legge 240 non premia le eccellenze ma sulla base dei decreti attuativi del MEF che ne definisce l’attribuzone sulla base di generali criteri di merito accademico e scientifico, la cui declinazione è lasciata alle singole università. Il limite di ripartizione tra le fasce di docenti è di 1/3 e la quota di docenti coinvolta non può essere superiore al 50% per il 2011/2012 e 60% per il 2013. Parlare di eccellenze per il 50%-60% mi sembra alquanto improprio. Inoltre non va taciuto che le università, molto spesso, hanno interpretato la definizione dei criteri di merito in modo da privilegiare gli aspettiti legati alla didattica e all’attività gestionale, che alla fine vengono a contare per oltre il 50% nella definizione dell’indice sintetico di merito. Quindi l’eccellenza, che credo si riferisca alla qualità della ricerca, per come è stata definita e per quanto considerata ha un peso molto limitato. Ne consegue che gli incentivi della 240, più che premiare la ricerca, sono serviti a realizzare un recupero molto, ma molto parziale, per quanto perso in termini di progressioni orizzontali (scatti) e verticali (concorsi)negli ultimi sei anni.
    Si pone una questione diversa ed è l’adeguatezza delle remunerazioni del personale docente dell’Università che in termini relativi, ed assoluti, grazie alla crescente imposizione locale, ha subito una pardità di potere d’acquisto assoluto e relativo.
    La dinamica degli stipendi e delle progressioni di carriera dei docenti universitari non è nemmeno paragonabile con quella dei dirigenti della PA e tanto meno con quella dei dirigenti degli EELL. Nel caso degli oltre 5000 dirigenti degli enti locali la parte tabellare del loro stipendio, spesso pari a quella di un ordinario, non è altro che una parte dell’intera remunerazione che prevede una retribuzione di posizione, spesso superiore alla prima, e una retribuzione incentivante, spesso superiore alla seconda. Il tutto fa si che la media delle retribuzioni dei dirigenti sia superiore ai 100.000 euro con punte di 300.000 per gli avvocati delle varie Avvocature. I premi o bonus che dvrebbero essere incentivanti, sono distribuiti a pioggia e anche nei bilanci di amministrazioni disastrate arrivano a diversi milioni di euro, con attribuzioni medie comprese tra i 17.000 e i 20.000 euro.
    Considerando che lo stipendio di un primario di un policlinico universitario è di 90.000, non vi sembra che ci sia qualcosa che non torna in questa storia. Che la sproporzione tra i sentieri delle retribuzioni ponga una serie di problemi la cui soluzione non è più rinviabile? Esiste orami una consolidata letteratura che definisce l’Italia come uno dei paesi a minore mobilità sociale, con la maggiore disuguaglianza nella distribuzione del reddito e con un’ancora più ineguale distribuzione della ricchezza, forse è arrivato il momento di parlare di cosa si vuol fare di questo Paese. E’ accettabile che un dirigente pubblico italiano guadagni 2 volte e mezzo quello dell’omologo tedesco? Qualche anno fa “gli americani”sostenevano che gli stipendi dei docenti italiani sono sostanzialmente equivalenti a quelli dei corrispondenti docenti americani. Forse, ma quello che conosco indica il contrario, la cosa può essere vera per le posizioni apicali (ordinari a fine carriera e al massimo dell’anzianità), ma oggi difficlmente tutto ciò è replicabile dagli attuali ricercatori e assssociati che hanno età ormai venerande, in media, e comunque non considera i benefit, tpo: sanità, scuole ai figli, case che come a New York, hanno affitti di mercato di migliaia di dollari al mese, ecc.

    • Sono secondo me due discorsi separati. Quello degli stipendi, che, al contrario di quello che sostengono i piccoli ideologi schierati a priori contro il pubblico e alla ricerca di consenso (anche elettorale), sono bassi, e l’idea che le varie università stanno mostrando circa le priorità da dare. I regolamenti adottati mostrano chiaramente che le attività di alta qualità, quelle che realmente definiscono la peculiarità dell’attività universitaria, vengono penalizzate. E’ questo un punto su cui concentrarsi che è assai pericoloso, perché il progressivo svuotamento di contenuti importanti che stiamo osservando porterà inevitabilmente a sostenete la legittimità della presenza di stipendi assai bassi, come quelli odierni. Rimane un fatto incontrovertibile, con buona pace di Coniglione: lasciate a se stesse le università italiane del 2015, tendono a penalizzare le attività di alta qualità e a incentivare quelle burocratiche o gestionali. Per le quali, appunto, non occorre poi tanta qualifica.

    • Sono completamente d’accordo: c’e’ un problema enorme di bassa retribuzione sia per i docenti universitari che per i ricercatori degli enti pubblici di ricerca.

      In Italia, nel settore pubblico (e non solo) si premia economicamente principalmente la “capacita’ di dirigere” (qualche cosa). Non a caso i medici ospedalieri, che guadagnano bene, hanno la qualifica di “dirigente medico”.

      Sono altrettanto d’accordo che e’ vergognosa l’idea di bloccare gli stipendi e gli scatti stipendiali, e di dare un contentino una tantum solo ad alcuni.

      Qualcuno mi ha detto: “il docente universitario ha una sua dignita’ che va salvaguardata, e quindi il docente universitario non deve palare di soldi”.

      Su questo non sono d’accordo. Parliamo invece di soldi.

      Ricordo che l’attivita’ gestionale che svolgono di docenti universitari e’ spesso non retribuita. A UNIPD i presidenti di CCS non ricevano denaro per le funzioni che svolgono (ed alcuni non hanno preso l’incentivo una tantum). E mi dicono che in alcune sedi universitarie anche i direttori di dipartimento non ricevono denaro per le funzioni che svolgono. Non a caso, non c’erano molto altri candidati (a parte il solito medico) quando sono stato eletto presidente di CCS.

      Non credo che si debbano dare soldi in piu’ ai docenti universitari che svolgono attivita’ gestionale di bassa complessita’. Credo invece che si debbano dare soldi in piu’ a tutti i docenti universitari.

      Come minimo bisogna battersi per far eliminare i blocco degli stipendi (e gia’ si avrebbe un 3 per cento in piu) e ripristinare gli scatti stipendiali (possibilmente con retroattivita’).

      La recente idea del rettore di Bologna di usare i soldi che il Governo ha preso in questi anni ai docenti universitari al fine di eliminare le tasse studentesche nelle lauree triennali la trovo quantomeno demagogica. Trovo piu’ corretto restituire i soldi a coloro i quali sono stati tolti.

  16. Non so se i discorsi sono separati o no. Sta di fatto che gli incentivi dela 240 sono attribuiti al 50% o 60% degli aventi diritto. La barriera d’ingresso per ciò che attiene alla ricerca è in quasi tutte i regolamenti che più che un ostacolo è un gradino. Purtroppo il mondo della PA e quello degli enti locali va altrove, molto altrove e per averne un’idea basta dare un’occhiata al link del comune di Roma che, nonostante sia tecnicamente falito e ricapitalizzato dopo aver costituito una bad company con 12 miliardi di debito paga premi milionari a qualche centinaio di dirigenti.
    http://www.comune.roma.it/PCR/resources/cms/documents/Trattamento_Economico_2013_AVVOCATI.pdf
    per non parlare della regione Lazio che aumenta l’addizionae IRPEF di 1,6%, ha un debito di 14 miliardi di euro, ma paga lautamente i suoi quasi 300 dirigenti. Basterebbe leggersi le relazioni della Corte dei Conti per capire di cosa si sta parlando.
    Quanto al non parlare di stipendi perchè? A meno di non confinare la ricerca e l’accademia ai soli nobili e ai ricchi, credo che il problema abbia la sua rilevanza e anche illustri precedenti. Ricordo infatti l’iimortale dialogo tra Galieleo e Priuli, Procuratore dello Studio di Padova, ne la viat di Galileo (B. Brecht).
    PRIULI
    Sono venuto a parlarvi della vostra richiesta perchè vi aumentino lo stipendio a mille scudi. Purtroppo non posso appoggiarla presso lo Studio. Sapete che i corsi di matematiche ormai sono poco frequentati. La matematica è, diciamo, un’arte che non dà pane. Non già che la Repubblica non la tenga nel massimo conto. Non è necessaria
    come la filosofia, né utile come la teologia, ma procura tali godimenti a chi vi è esperto!
    GALILEO (chino sulle sue carte)
    Amico mio, con cinque cento scudi non ce la faccio.
    PRIULI
    Ma signor Galilei! Tenete due ore di lezione due volte la settimana. E la vostra notorietà vi procura cer-tamente allievi quanti ne volete, in grado di pagarsi le vostre
    lezioni private! Non date lezioni private?
    …..
    GALILEO
    Sì, sono scontento, ed è proprio per questo che dovreste pagarmi, se aveste un briciolo di cervello! Perché sono scontento di me. E invece fate di tutto perché sia
    scontento di voi. Io ci prendo gusto, lo confesso, cari nobiluomini veneziani, a far mirabilia nel vostro famoso Arsenale, nei cantieri, nelle fonderie d’armi. Ma voi non
    mi lasciate il tempo di tener dietro alle speculazioni che in quei luoghi mi si affollano alla mente e che sono di grande portata per il mio campo di studi. Voi legate il muso al bue che trebbia. Ho quarantasei anni e non ho ancora portato a termine nulla che mi dia soddisfazione.
    NOn mi sembra che ci sia nulla di nuovo, o sbaglio!

    • Non c’è alcun dubbio sul fatto che le qualifiche del professore universitario medio siano misconosciute e come tali sottopagate (nonostante i commenti di qualche piccolo e scadente propagandista che reclama la necessità che “i professori si mettano sul mercato” affinché si possa determinare il loro stipendio, di quale fantamercato si parli, non è poi dato sapere, ma si sa, la parola mercato è sempre buona a fare brodo con il semplicismo mentale corrente).

      Il dislivello notato da Marcello con le retribuzioni dirigenziali della parte amministrativa (personalmente so di dirigenti nella parte amministrativa che trovano difficoltà a comprendere una frase in Inglese) imbarazzante. E’ importantissimo che le qualifiche siano riconosciute in termini economici, se non altro perché bisogna pur campare e la vita e il mondo girano così, con buona pace di quelli col complesso del nobile decaduto. Il vecchio adagio che “questo è una lavoro che si fa per passione” è un’altra delle favole che si sostengono solo in Italia (che ho sorprendentemente sentito raccontare da qualche liberista, inevitabilmente con affiliazione americana; curioso che questa gente, che parla sempre di soldi, quando si viene al dunque con le retribuzioni nel pubblico, si dimentichi totalmente dei propri principi incentivanti di base).

      E’ però a mio parere importante analizzare i regolamenti adottati dalle singole università per avere il polso della situazione sulle capacità di autogoverno delle istituzioni universitarie oggi in termini di quelle che dovrebbero essere le finalità di base dell’istituzione stessa. La costante penalizzazione delle attività di alta qualità, a vantaggio di quelle burocratiche e di servizio, costituisce un importante campanello di allarme e un’indicazione su dove oggi stiamo andando. Valutare tutto in punti, equiparando, che so, un ERC grant quinquennale a un corso di servizio di una materia di base di un solo semestre (come matematica a biologia), o equiparare una tesina triennale ad una tesi di dottorato, dà la misura della notevole confusione che regna oggi nell’università italiana, dove, come diceva Coniglione, è importante tirare la carretta. Solo che bisognerebbe mettessi d’accordo sul nome dare a questa carretta, se quello di università o quello di liceo.

      PS noto con disappunto che la maggior parte dei commentatori usano uno pseudonimo. Anche questo è sintomatico: di quanto oggi il professore universitario abbia paura ad esprimere le proprie opinioni in pubblico.

    • Beh, a mettere nome e cognome ci sono a volte dei problemini.

      Anni fa qualche simpaticone ha attaccato per tutta Padova, anche sotto casa mia, dei manifesti con la mia faccia e con scritto (in inglese): Ricercato, vivo o morto. Taglia di un milione di Euro.

      Mio padre (84 anni) non l’ha presa bene: e’ morto sul serio poco dopo.

      Sono proprio i giochini che fa quel simpaticone dell’Ingegner Tabella, alias Giuseppe De Nicolao. Che l’anno scorso come risposta a quello che avevo scritto ha messo un poster di Clint Eastwood con la pistola rivolta all’interlocutore e la scritta “coraggio fatti ammazzare”.

      Roba da codice penale. Vergogna.

    • Parola di chi sul nostro blog ha il record del numero di ban (e di riammissioni) proprio a causa di commenti sopra le righe. In ogni caso, il commento incriminato era:
      __________________
      “attenzione che Dirty-Sylos sta per tornare e potrebbe ringhiare “make my day, Lusa” :-)”
      __________________
      Che il contesto fosse scherzoso era reso evidente sia dal “Dirty-Sylos” che dall’emoticon.

    • A meno che il riferimento non fosse a questo. Invocare il codice penale sembra un po’ troppo.
      _________
      Attenzione che Sylos Labini ha il griletto sul “ban” più facile del mio. Una specie di Clint Eastwood-Dirty Harry (anzi Dirty Sylos, direi) che punta la sua 44 magnum su Salasnich sibilando:
      “Coraggio, sù, fatti bannare”
      Lo sento sul punto di premere il grilletto (ops il tasto del ban). Se non fosse che ha problemi di connessione, temo che avrebbe già sparato. Io invece sono tanto buono, quasi un “good cop” 😉

    • @Giusepppe Mingione
      “E’ però a mio parere importante analizzare i regolamenti adottati dalle singole università”: a me pare, però, che questa puntale analisi manchi e che quindi che sia piuttosto affrettato concludere che: “lasciate a se stesse le università italiane del 2015, tendono a penalizzare le attività di alta qualità e a incentivare quelle burocratiche o gestionali”.
      La tua università ha (forse, il regolamento non lo vedo, puoi linkarlo? magari aiuterebbe anche a capire come hai fatto a piazzarti proprio in fondo) fatto questo, non è dimostrato che il fatto riguardi tutte.
      Che poi, casomai, questo sia successo in una situazione peculiare quale quella degli incentivi dati dopo 5 anni di stipendi bloccati, non mi pare una argomento sufficiente a sostenere la tua tesi. Tesi che fra l’altro, buttata là, è altra carne sul fuoco per i detrattori dell’università italiana che ti saranno senz’altro grati.
      .
      Per quanto riguarda il fatto di tener conto di attività didattiche e di servizio, questo è esplicitamente richiesto dalla L240, anche nella circostanza che riguarda gli scatti stipendiali. Se e quando questi saranno ripristinati, per vederseli riconosciuti occorrerà produrre una relazione dove si renda conto delle attività portate avanti nei tre ambiti. L’università è un ente pubblico preposto a ricerca, didattica e naturalmente gestione, tanto che l’FFO tiene e terrà conto ad esempio al 70% dei costi standard e al 30% del premio connesso alla ricerca di alta qualità. Come tale, come ente pubblico che deve svolgere certe mansioni, viene finanziato per queste e viene valutato per queste. Se poi la didattica e la gestione richiedono qualità meno intense, ma soprattutto diverse, dalla ricerca, questo non vuol dire che non rientrino nelle considerazioni di “merito” legato alle mansione del docente quale dipendente pubblico.
      Oltre a questo, la didattica di qualità richiede competenza e impegno, non la declasserei, e quella di gestione richiede tempo, la necessità di informarsi puntualmente sulle politiche universitarie, di risolvere piccole e grandi beghe confrontandosi con gli enti amministrativi e soprattutto di farlo per tutti i docenti. E’ un po’ stancante sentir dire che queste attività le deve fare chi non sa fare altro, dato che, a parte il fatto che questo non è vero (affidate la gestione dei corsi, dei dipartimenti, ecc a incompetenti), chi svolge più di altri certe mansioni sta impegnando il suo tempo e le sue energie a favore di tutti i docenti. Te incluso.
      .
      Sull’anonimato: per quanto mi riguarda non ho la coda di paglia quindi sarebbe fuori luogo giustificarmi.
      Dico solo che quella della “paura” è solo una tua opinione e che fintanto che chi usa un nick piuttosto che il suo nome esprime il suo pensiero in maniera rispettosa e al massimo fa ironia e satira, non vedo problemi.
      “Ma poi, che cos’è un nome? Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?”. Shakespeare, Romeo e Giulietta.
      Forse allora un nome sposta l’attenzione sul personale e su tutto quello che vi ruota attorno, piuttosto che sul centro delle questioni.
      .
      Ad maiora

    • Ohibo, e quando sarei stato bannato?

      E la foto con la pistola?

      Ma come, non hai capito che era uno scherzetto?

      Si si. Tanto tanto simpatico. Ci metto tre faccette allegre:

      🙂

      🙂

      .-)

      Che care persone:

      l’ingegnere di Pavia con i suoi precisi ed impeccabili diagrammi e tabelle,

      il fisico di Roma con le sue analisi statistiche cosi internazionalmente apprezzate,

      lo storico dell’economia di Siena con le sue dotte disquisizioni sulla scientometria,

      il giurista di Bergamo con il suo saggio e moderato argomentare.

      Come direbbero i tifosi della Roma a Totti:

      grazie di esistere!!

      😉

    • Luca Salasnich: “Ohibo, e quando sarei stato bannato?”
      __________
      scambio di mail in redazione (edulcorato) datato 3.2.13:

      “ma salasnich non l’avevamo bloccato mille volte o mi sbaglio?”
      “di tanto un tanto l’ho bloccato ma la cosa migliore è non pubblicargli i commenti che ci fanno chiudere il blog e basta.”
      [spiegazione: alcuni commenti erano tali da procurarci problemi legali]
      Precisazione: il sottoscritto è tra coloro che in redazione si sono espressi contro il blocco di Salasnich, nonostante in alcuni periodi i suoi commenti ci complicassero il lavoro di moderazione.

  17. Scusate il ritardo…
    Molto bello. Secondo me, però, non coglie pienamente il significato di quanto sta avvenendo.
    La dinamica salariale italiana (compresa quella dei docenti) per quanto stramba fosse, aveva una sua logica: si guadagnava pochissimo all’inizio, ma poi il salario aumentava (in seguito agli scatti e alla progressione da ricercatore ad associato ad ordinario) un bel po’. Si potrebbe discutere a lungo sul significato di una tale dinamica, comunque il risultato era che lo stipendio italiano, immensamente più basso all’inizio di quello, per esempio, tedesco, divenisse poi alla fine “non molto più basso”, visto che (per restare nell’esempio) la progressione salariale tedesca è molto meno marcata…
    Quindi: gli scatti erano parte integrante dell’aspettativa del dipendente ed in effetti si davano a tutti quelli che non avessero demeritato pesantemente. Con la “norma Brunetta” si divide l’universo in metà buoni e metà cattivi. Già questo, se fossimo più uniti, avrebbe dovuto portare ad un rifiuto in blocco di una simile trovata. Non si tratta quindi di trovare l’eccellenza (non è possibile che il 50% sia eccellente e l’altro no…), ma di risparmiare, senza curarsi di poter arrecare danno alla dignità della categoria. Il premiare l’eccellenza, di per se, non è negativo. Certo, è difficile da realizzare, perché non vi sono parametri certi per accertarla. Ma, in ogni caso, si deve rivolgere (sempre che lo si voglia fare) a pochi e non al 50%. Abolire gli scatti, come è stato fatto, va anche bene. A patto però che si riveda tutta la dinamica salariale. Se si partisse, come in altri Paesi, da salari più alti, allora lo scatto -divenuto a questo punto marginale- lo si potrebbe riservare a casi di merito eccezionali. Concludendo: la norma non cerca l’eccellenza ma il risparmio. L’abolizione degli scatti non ha senso se non si riforma l’intera dinamica salariale.

  18. Ci sono alcuni concetti che vengono ripetuti come filastrocche su ROARS che sono veramente avvilenti. Il primo riguarda l’accusa che qualsiasi critica all’universita’ aiuta i suoi detrattori. Mi sembra una visione del tutto sbagliata e anche piuttosto miope. Sbagliata perchè richiama al principio dell’omertà che alcuni di noi vorrebbero lasciarsi alle spalle. Miope perchè l’immagine dell’università ha già toccato il fondo e vi è rimasta saldamente ancorata. Nel lungo periodo è proprio una sana autocritica che potrebbe consentire una reale rivalutazione dell’università come entità degna di investimenti per il futuro di un paese. L’immagine di un gruppo chiuso che pretende maggiori risorse e minimizza i problemi interni mi sembra proprio quello che tiene invece ancorati al fondo.
    La seconda questione è quella dell’anonimato. Non so voi, ma se io discuto con qualcuno, di questioni importanti peraltro, apprezzo molto di sapere con chi sto parlando. Questo non c’entra nulla con lo “spostare l’attenzione sul personale”. Si tratta di essere disponibili ad esporsi un minimo per dare forza alle proprie idee ed opinioni che altrimenti lasciano un po’ il tempo che trovano. Giuseppe Mingione ha ragione da vendere su questo, è sintomatico di una certa mentalità. Sul fatto di “buttare carne al fuoco per i detrattori dell’università italiana” mi viene da rispondere da che pulpito vien la predica. Effettivamente l’università italiana è l’unica al mondo dove l’indipendenza di pensiero anzichè essere un valore imprescindibile viene pubblicamente attaccata e disprezzata, al punto che è stato coniato il termine dispregiativo “battitore libero”

    • Caro Vladimir, se rileggi e rifletti ti rendi conto che nessuno ha mai affermato qui che “qualsiasi critica all’università aiuta i suoi detrattori”. Le critiche che aiutano i detrattori sono quelle non supportate da analisi puntuali e da fatti, come del resto sono tutte quelle di chi critica l’università italiana ormai per principio. Capisci anche tu che c’è una certa differenza.
      .
      Sull’anonimato: mi rendo conto che tutti apprezzano di sapere con chi stanno parlando, ma ognuno ha i suoi motivi per mantenere o meno l’anonimato nei forum pubblici: questa volontà andrebbe semplicemente rispettata.
      Se Roars volesse impedire l’anonimato, come fanno altri forum, tipo Italians del Corriere, potrebbe rendere la registrazione obbligatoria e di conseguenza, di nuovo, ognuno farebbe le sue scelte.
      L’indipendenza di pensiero si preserva anche così.
      Del resto, non sei tenuto a commentarmi o a leggermi.
      Per quanto mi riguarda, posso dire lo stesso nei confronti di chi non vuole confrontarsi con gli anonimi.
      .
      Ad maiora!

    • Sull’anonimato.

      per quanto mi riguarda, la redazione di roars sa chi sono e non avrei problemi ad uscire dall’anonimato dei post nemmeno in questo blog se non temessi ritorsioni sui miei collaboratori. In certi ambienti quando capiscono che a te non possono farti più nulla, se la prendono con chi ti è vicino.
      Lo ammetto: lavoro in un ambiente in cui non è gradito che chi non appartiene alla cerchia degli amici degli amici abbia delle idee. Non è necessario che siano idee buone o cattive, ma è sufficiente avere idee ed esprimerle per finire nella lista nera.
      Avete idea di quanti lurker ci sono in questo blog?

    • Il problema non è parlare bene o parlare male dell’università nel suo complesso. Il problema è farlo con cognizione di causa e non ripetere luoghi comuni che non hanno nessuna base fattuale. In genere questo contraddistingue chi parla a vanvera da chi ha studiato il problema.

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