Il CUN ha varato una consultazione pubblica sui criteri di scientificità delle pubblicazioni che rimarrà aperta fino al 23 luglio 2013. Una svolta positiva rispetto alla maldestra gestione ANVUR le cui “riviste pazze” avevano destato ilarità sia in Italia che all’estero? Oppure, solo una foglia di fico che rafforza e legittima la soffocante gabbia burocratica dell’ANVUR? Ne discutono Alberto Baccini, Marco Cosentino, Giuseppe De Nicolao, Alessandro Ferretti e Renato Foschi.

La consultazione pubblica avviata dal CUN sui criteri di scientificità delle pubblicazioni ha dato luogo ad una argomentata discussione sulla pagina del gruppo Facebook di Roars. Selezionando e rieditando alcuni degli interventi, abbiamo ricostruito un dibattito a più voci che ci è sembrato utile proporre anche ai lettori del nostro blog.

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Renato Foschi Invito a riflettere sul fatto che finché la comunità scientifica non si esprime in modo ampio e critico rispetto ai criteri di validità di un “prodotto” scientifico, tali criteri saranno decisi altrove. Magari da Thomson-Reuter (WoS) o da Elsevier (Scopus). Occorre quindi che la partecipazione all’indagine CUN sia ampia e che il campione non sia solo costituito da estimatori della bibliometria (quelli risponderanno, potete scommetterci).

Giuseppe De Nicolao Lasciare la definizione di scientificità all’ANVUR genera mostri (si veda la saga delle “riviste pazze”). Tra l’altro l’ANVUR aveva scippato un ruolo che per legge spetta al CUN, che è un organo rappresentativo a differenza dell’agenzia di valutazione. La consultazione pubblica CUN non ha l’obiettivo di  stilare discutibili rankings, ma di determinare dei criteri di scientificità che aiutino ad archiviare l’output scientifico prodotto dai ricercatori italiani. È molto meglio che la questione torni in mano alla comunità scientifica. Sarebbe un (piccolo) segnale in controtendenza rispetto allo strapotere dell’ANVUR. Definire criteri di scientificità adeguati sia per le ricerche matematiche che per quelle sociologiche non è banale. Appare corretto ascoltare i diretti interessati in modo trasparente. Le negoziazioni tra ANVUR e società scientifiche, condotte in stanze chiuse, degenerano facilmente in operazioni di potere. Uno dei problemi degli ultimi due anni è la pretesa di definire criteri validi per tutti senza conoscere le specificità delle diverse aree scientifiche. Renato Foschi ha ragione ad evocare scenari in cui la scientificità coincide con l’essere indicizzato da un database commerciale. Sulle questioni di metodo è importante non farsi espropriare le prerogative da parte dei conta-fagioli e dagli interessi commerciali.

Alberto Baccini Il questionario CUN è ben costruito. Si tratta di una consultazione pubblica, cioè di una procedura trasparente di rilevazione delle opinioni -in questo caso della comunità scientifica- condotta al fine di informare decisioni che qualcuno (CUN) dovrà prendere in relazione a quanto previsto dalla legge. Siamo lontani anni luce dall’opacità adottata da ANVUR in tutte le sue attività. Quindi benvenuta. Sulla sostanza: il CUN adotta la definizione di scientificità definita a livello OECD (anni luce lontana da quella ridicola di ANVUR) e chiede opinioni di contorno su questioni che sono controverse in tutte le comunità scientifiche. Credo che la sezione sulle tipologie di prodotto (quali sono scientifiche e quali no, secondo le varie comunità) darà risultati interessanti. Credo che una partecipazione di massa (si fa per dire) alla consultazione potrà essere usata come buon argomento contro le liste di riviste e la bibliometria fai-da-te. Ma forse mi illudo…

Alessandro Ferretti A me pare piuttosto che sia il CUN a essersi fatto gabbare dall’ANVUR. Nel suo performance plan l’ANVUR si rammaricava di non avere le risorse necessarie per occuparsi dell’ANPRePS equesta iniziativa consultiva del CUN è ottima per dar loro una mano. Invece di approfittare dell’obbligatorietà del parere per svolgere un ruolo politico ed aprire un dibattito aperto sull’opportunità o meno dell’operazione-anagrafe e in generale di tutte le varie burocrazzate anvuriane (come ha fatto quando è intervenuto in materia di diminuzione delle iscrizioni agli atenei), il CUN assume un approccio squisitamente “tecnico”, raccoglie materiale per l’ANVUR e inoltre conferisce al tutto una patina di illusoria democraticità referendaria. 
Il problema è che l’ANVUR mantiene l’ultima parola in merito: quindi se dalla comunità arriverà qualcosa di compatibile con le sue politiche farà la figura dell’ente democratico, e per quello che non è gradito la cucina anvuriana è sempre pronta. 
Il risultato è l’ennesima occasione persa per avviare un dibattito aperto sulle *finalità* delle iniziative anvuriane e l’imbellettamento dell’ennesimo processo di incasellamento della ricerca. Evidentemente non abbiamo ancora imparato che ciascun processo di catalogazione *dall’alto* si traduce sempre in un maggior controllo *dall’alto* della ricerca e dell’insegnamento… e quando quelli in alto sono malintenzionati (come nel nostro caso) sarebbe meglio non prestarsi a fornir loro la cosa che gli manca più di tutte: la credibilità

Alberto Baccini Il CUN non è il sindacato o una rappresentanza della corporazione dei professori (o almeno non dovrebbe esserlo). E’ una istituzione cui la legge ((9.1.2009 n 1)) attribuisce un compito – impostare l’ANPREPS. ANVUR ha tentato di scippare questo compito. Il CUN ha bloccato lo scippo, ed ha cominciato a fare il lavoro che la legge prevede. E l’ha impostato bene (a mio avviso), segnando una distanza tecnica enorme rispetto al fai-da-te degli esperti ANVUR. Tale distanza non migliora certo la credibilità ANVUR. Che poi ci sia bisogno di una discussione sul modello di valutazione italiano non c’è alcun dubbio. E che il CUN potrebbe battere colpi più efficaci, anche di questo non c’è dubbio. Ma non attribuirei al CUN la responsabilità principale. Qui sta facendo il suo mestiere istituzionale. Io faccio invece fatica a comprendere il silenzio della comunità accademica su tutto questo. Fantoni dice di avere dalla sua una maggioranza silenziosa. Che abbia ragione?

Alessandro Ferretti Sullo scippo: sul performance plan dell’anvur c’è un grido di dolore in quanto per mancanza di personale non riuscivano a mettere mano all’anpreps.. il che mi pare decisamente incompatibile con il fatto che volessero fare tutto loro. Inoltre, c’è modo e modo di assolvere un dovere istituzionale.. quello scelto in questo caso dal cun mi sembra molto discutibile. Mi ricorda moltissimo l’atteggiamento dei prigionieri inglesi ne “Il ponte sul fiume Kwai” (libro da leggere assolutamente se si vuole capire l’atteggiamento suicida di gran parte dell’università di fronte ai suoi carcerieri): invece di lasciare l’anvur nella sua palta e fare perlomeno resistenza passiva, lo spirito mi sembra piuttosto “facciamo vedere a questi incapaci di anvuriani come si fa un sistema di valutazione coi fiocchi”.. facendo tutto lo sporco lavoro per renderlo accettabile e per poi consegnarglielo gratis chiavi in mano. Al MIUR immagino saranno in visibilio. A me sembra davvero che ci sia ben poco da rallegrarsi se l’organo istituzionale di rappresentanza, invece di opporsi alla pena capitale si impegna per realizzare il protocollo di esecuzione più indolore possibile.. non è solo un atteggiamento inutile, è anche molto dannoso.

Marco Cosentino Mai visto un alpinista che stia a interrogarsi su cosa sia una montagna e quale altezza, pendenza e composizione debba avere per definirla tale. Gli alpinisti le montagne le scalano. Quando cominciano a discettarne solitamente è perché non sono più capaci di scalarle. Qui trovo sia la stessa cosa: complicati onanismi classificatori sottendono unicamente il disinteresse per la sostanza dell’argomento. Credo che l’ANVUR dovrebbe essere lasciato solo con i suoi estimatori. Altrimenti è un po’ come dire che ai tempi dello schiavismo anche gli abolizionisti avrebbero dovuto avere schiavi per trattarli più umanamente.Ho letto che qualcuno sostiene l’utilità di questa anagrafe per far emergere gli inattivi e coloro che pubblicano su suinicoltura. Per raggiungere questi obiettivi, è sufficiente rendere pubblici gli archivi di U-Gov/Cineca, che ognuno di noi ha faticato non poco a compilare e che tra poco sospetto ci diranno che sono tutti da rifare. E qui si torna alla metafora dell’apinista “scoppiato” che non essendo più in grado di scalar montagne si limita a fare e disfare lo zaino per tutto il tempo, senza concludere nulla.

Giuseppe De Nicolao In realtà, una categorizzazione della produzione scientifica è diversa da un ranking di riviste. Per capire meglio l’oggetto del dibattito, consiglio la lettura di un articolo di D. Hicks, One size doesn’t fit all: distinguere la produzione scientifica (pur nella consapevolezza che i confini hanno sempre un’inevitabile natura convenzionale) da quella di enlightenment (divulgativa), non deve essere finalizzato a scartare quest’ultima, ma a rendere visibili, studiabili e migliorabili le diverse missioni dell’università. Leggere la Hicks fa capire molto bene come una carente categorizzazione della produzione scientifica finisca per consolidare l’equivalenza scientifico = indicizzato su Web-of-Science con la conseguenza di

  1. inaridire settori di studio di interesse nazionale pubblicati in sedi non indicizzate;
  2. scoraggiare la scrittura di lavori di enlightenment rivolti a pubblico non accademico;
  3. scoraggiare la scrittura di monografie.

Il parallelo che fa la Hicks tra letteratura di enlightenment vs umanisti con brevetti vs scienziati fa capire bene che distinguere in categorie è fondamentale per comprendere quali ruoli sociali vengono svolti e quali potrebbero essere svolti. Sull’ultimo numero del Mulino, Daniele Checchi ha scritto un (brutto) articolo sulla valutazione (Valutazione: c’è un medicinale adatto?, già commentato su Roars da Paola Galimberti) uno dei cui assunti (gli scienziati italiani e in particolare gli umanisti non sono adeguatamente produttivi perché hanno pochi lavori su WoS) viene smontato dai numeri riportati dalla Hicks relativamente agli umanisti di altre nazioni (“Butler and Visser examined bibliographies from nine Australian universities in 1997 and 1999 […] the database covered only 25% of the output of economics and 17% of the output of policy & politics“). In mancanza di informazioni e dati chiari, nel dibattito viene avvantaggiato chi sta dalla parte del potere. Questa consultazione è un passaggio trasparente per arrivare ad avere dati affidabili sulla produzione (scientifica e di enlightenment) degli accademici.

Alessandro Ferretti Le categorizzazioni sono il nemico numero uno della valutazione analitica, e questa anpreps è quindi un altro chiodo sul coperchio della sua bara. Davvero, in questa operazione del cun non riesco a vedere neanche un vantaggio che non sia più che vanificato dall’enorme errore strategico di fondo. In estrema franchezza speravo che il mondo universitario avesse capito che non si devono accettare caramelle dal miur e dall’anvur, ma questa consultazione mi fa temere che nonostante la quantità impressionante di prove a carico, gli anticorpi al male non siano ancora adeguatamente sviluppati… e quando l’anpreps verrà inevitabilmente usata per dirigere dall’alto le politiche di ricerca al servizio dei soliti confindustriali, poter dire “ve l’avevamo detto” sarà una ben magra consolazione. Davvero non riusciamo ad uscire dai tecnicismi di dettaglio sulla rotta e a renderci conto che, sfruttando un ineccepibile lavoro di remo, la nave viene portata sugli scogli? Non vediamo che stiamo affilando un coltello che verrà usato,contro la libertà di ricerca?

Alberto Baccini Il mondo universitario nell’ultimo anno e mezzo ha accettato caramelle da anvur e miur continuamente (ASN, trattive con le società scientifiche, le centinaia di persone che sono accorse a svolgere tutti i compiti che l’anvur si è premurata di creare in vista anche di allargare il consenso). Il CUN non è il pd. E’ una istituzione dello Stato che deve svolgere i compiti che la legge le assegna. Siamo ancora in una democrazia parlamentare. Avrebbe potuto dire con voce più forte che quella legge non gli piace, ed io ne sarei stato molto contento. A questo punto fare il proprio lavoro con dignità è l’unico modo di dare a chi vuol contestare ANVUR gli strumenti corretti per farlo. Che poi ci siano problemi in vista per la libertà di ricerca in Italia, e che questi provengano da ANVUR, lo sto scrivendo da un anno e mezzo.  Forse la colpa da dare al CUN nella vicenda è di non aver fatto la consultazione nel 2009-2010.

Giuseppe De Nicolao In ogni caso, da quanto è dato sapere l’ANVUR non ha gradito che il CUN si riappropriasse delle sue prerogative sulla definizione dei criteri di scientificità. Una definizione di scientificità negoziata rivista per rivista con i consigli direttivi delle singole società scientifiche, quella sì che è una bella caramella per cementare il consenso. Onestamente, è difficile pensare di andare avanti senza una categorizzazione della produzione come scientifica vs enlightenment. Non è questione di andare a caccia di fannulloni, ma di sapere cosa si sta facendo. Inoltre, dare uno status di scientificità condiviso e trasparente anche al di fuori delle indicizzazioni WoS e Scopus (soprattutto per le scienze umane e sociali) serve ad emanciparsi dagli interessi commerciali che non possono dettare lo sviluppo o il tramonto di intere aree di ricerca. Per un’area a bassa intensità citazionale essere aggregata nella stessa Scientific Category di un’area ad alta intensità significa la morte perché le carriere dei suoi cultori vengono stroncate dagli indici. Come scienziati non possiamo esimerci dallo studiare anche la stessa produzione scientifica e divulgativa. Gettare luce aiuta a fermare i mostri che invece prolificano nei terreni culturalmente incolti.

Marco Cosentino A me sembra che si stia comunque ballando al ritmo della musica che suona il padrone del vapore. Ma possibile che la scelta del MIUR/anvur di indicare dei database privati commerciali e for profit del tutto inaffidabili (ISI e Scopus) come riferimento per le publicazioni da considerare non venga seppellita sotto valanghe di discredito? Se si è accettato quello, tutto il resto è come scavare buche e riempirle subito dopo per tenere impegnata la truppa (fare il militare almeno aiutava a rendersi conto di queste elementari tecniche di distrazione di massa).

Alberto Baccini Provo a suggerire questo scenario. I risultati della consultazione CUN sono ragionevoli. La comunità accademica italiana ha una idea condivisa di cosa sia un prodotto scientifico e di cosa sia un prodotto che scientifico non è. Si ha un quadro abbastanza chiaro di come la definizione di scientificità varia tra campi di ricerca e quali sono gli strumenti editoriali da considerare scientifici. A questo punto si scopre che (i) la definizione di scientificità alla base delle procedure asn adottata da anvur non sta né in cielo e né in terra (io lo scrivo anche questo da mesi, ma non mi sembra di avere molto seguito); e che la comunità scientifica italiana pensa che non stia né in cielo né in terra. Segue che le liste di riviste scientifiche ANVUR vanno buttate (anche questo lo diciamo da mesi). E segue anche che le rivisti WoS e Scopus sono un piccolo sottoinsieme dei prodotti editoriali che contengono pubblicazioni scientifiche. e che usare quei database come unico e solo riferimento è sbagliato. Beh direi che sarebbe un risultato irrilevante. Affermare che si è contro la valutazione a prescindere, ritengo sia una strategia perdente. Che fa molto comodo a coloro che in questi anni hanno detto che tutti gli universitari sono baroni e fannulloni e producono poca e pessima ricerca. Perché permette di usare l’argomento: “lo sappiamo che non volete essere valutati”.

Alessandro Ferretti Carissimo Alberto, il problema del tuo scenario è che, anche in caso di successo, è lontanissimo dal poter incidere sul problema reale che è e resta (come ho scritto più sopra) la *finalità* della valutazione. L’idea che è sottesa alla consultazione è quella di mettere tecnicamente a punto uno strumento senza però consultare nessuno su come verrà utilizzato!

A mio parere il problema numero uno della valutazione anvuriana è proprio nella finalità, così bene esemplificata da Benedetto e mai fattualmente smentita da nessuno: la valutazione serve a tagliare alcuni rami e ad indirizzare i rimanenti. Serve a punire alcuni per premiare degli altri.

Io sarò forse un ingenuo, ma continuo a pensare che l’unica forma di valutazione accettabile sia quella di farsi un quadro completo di forze e debolezze del soggetto valutato, sia esso un ateneo, un dipartimento o un singolo, al fine di intervenire e mettere in grado l’oggetto valutato di funzionare meglio. Nella mia visione risorse per la didattica e fondi di ricerca vengono assegnati secondo criteri politici condivisi, che tengano in considerazione l’interesse generale della società (e non solo dei grandi “datori di lavoro” come avviene oggi). 
Questa attuale valutazione, invece, è essa stessa l’indirizzo politico: non serve da base per un dibattito o per un’indagine, ma è il principio e la fine della politica universitaria: tutto viene completamente automatizzato senza scampo. Fondi e risorse vengono distribuiti non in base ad una scelta politica democratica e condivisa, ma in base alla rispondenza ai numeretti degli algoritmi di valutazione, ottenendo così numerosi paradossi.. ad esempio, se viene fuori che i dipartimenti di economia sono più “bravi” degli altri ci ritroveremo con un boom della ricerca e della didattica in campo economico (a discapito ovviamente degli altri indirizzi) a prescindere dalle reali necessità sociali di questi studi.. e non è uno scenario ipotetico: in Grecia si sta già verificando!!
A mio parere, il punto cruciale è proprio questo: quale utilizzo si pensa di fare di questa ANPRePS. Un’anagrafe di professori e ricercatori a cosa può servire? Servirà ad individuare quelli che pubblicano poco per comprendere il loro contesto lavorativo e metterli in condizione di lavorare? Io francamente sono ragionevolmente sicuro che non sarà così: l’anagrafe sarà ovviamente utilizzata per premiare o punire i singoli individui, per completare e rinforzare il sistema di ingabbiamento punitivo/premiale che già coinvolge atenei e dipartimenti.
Il principale problema dello scenario che hai dipinto è quindi che è sideralmente lontano dall’affrontare il suddetto punto chiave della valutazione. Come direbbe Scott Adams, il creatore di Dilbert, quello scenario è “many levels removed” http://mdsalunkhe.tripod.com/dilbert.htm e quindi non solo non è in condizione di incidere efficacemente sul vero problema, ma disperde le poche forze disponibili.


Dovremmo fare tesoro della lezione del progetto Manhattan: centinaia di scienziati lavorarono con estremo impegno alla bomba atomica e alla sua realizzazione tecnica ma non posero collettivamente il problema del suo impiego. Si scoprì in seguito che praticamente nessuno di coloro che lavorarono alla bomba avrebbero voluto che venisse impiegata contro inermi città giapponesi: la stragrande maggioranza ad esempio avrebbe voluto che venisse sganciata in una zona deserta (si parlò del monte Fuji!) , per mostrare la sua enorme potenza e quindi fare da deterrente senza fare una strage di decine di migliaia di esseri umani. Ma sappiamo tutti quello che successe, e moltissimi scienziati del progetto Mahattan convissero con la pesante responsabilità di aver messo a punto lo strumento tecnico che rese possibile due stragi disumane (e anche inutili, come gli storici hanno ampiamente dimostrato). 
Quindi mi chiedo: in questi tempi drammatici, nei quali la democrazia è stata sostanzialmente abolita e nei quali abbiamo ben chiara l’autoreferenzialità dei decisori politici, ha senso aprire un dibattito tecnico sulla messa a punto di uno strumento invece che aprire un grande dibattito pubblico sulla finalità della valutazione e sulle sue ricadute?

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6 Commenti

  1. mah, mi sembra che, anche se con varie e importanti sfumature, siamo tutti d’accordo che:

    – Il CUN sta facendo una cosa che può essere valutata da inutile a buona, ma comunque non insensata e non dannosa di per se stessa.

    – l’ANVUR sta facendo solo cose praticamente dannose (per non usare termini qui non riportabili)

    Ora, anzichè stare a discettare se il CUN stia rendendo o meno un servizio all’ANVUR (personalmente, mi sembra che il CUN si stia muovendo rigorosamente nell’ambito dei suoi compiti istituzionali; potrebbe essere più incisivo nel far presente le assurdità ANVUR, ma avrebbe potuto essere anche più acquiescente e passivo), perchè invece non proponiamo una petizione (o ricorso o azione legale?) in cui si chiedono le dimissioni dell’ANVUR per manifesta incapacità dei suoi componenti?

    È grave, duro e rischioso… ma come si fa ad andare avanti così? La “manifesta incapacità” dell’ANVUR, andiamo, è ormai definitivamente provata e dimostrabile.

    (mia modesta proposta)

    • Collaborazionisti?

      Aver compilato i moduli per la VQR ed AVA e’ come “giurare fedelta’ al regime fascista”?

      E se scrivo articoli scientifici con un israeliano divento anti-palestinese? E se li scrivo con uno statunitense divento imperialista?

      Mah.

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