Nel loro saggio intitolato Prestiti per studenti condizionati al reddito: Finanza pericolosa o gioco a somma positiva?, pubblicato il 22 novembre 2011, Andrea Ichino e Daniele Terlizzese argomentano la loro proposta di istituzione di prestiti income contingent per gli studenti che si vogliono iscrivere all’università. La loro proposta si basa sull’idea che una carriera universitaria, per essere considerata di successo, deve portare a stipendi elevati e che quindi chi vuole andare all’università deve contribuire in modo significativo alla propria formazione restituendone i costi nel corso della propria vita lavorativa. Questa restituzione deve essere “income contingent”, vale a dire fatta a partire da un livello minimo di stipendio (l’esempio fatto è 15keuro). Il tema è di grande attualità non solo in Italia, con articoli anche sul New York Times, una cui risposta viene data da Francesca Coin e Francesco Sylos Labini su Roars. Interessante anche il dibattito che trovate su Scienza in Rete sempre su alcuni aspetti di questa proposta di prestiti Income Contingent, in particolare sull’affermazione del saggio secondo la quale le tasse universitarie sarebbero fortemente regressive.

La proposta di Ichino e Terlizzese ha tuttavia numerose altre criticità che la rendono da un lato poco attuabile, dall’altro poco opportuna. Vale quindi la pena andare a leggere con attenzione il testo e valutarne i vari aspetti nel dettaglio. Già all’inizio della lettura ci si scontra con uno dei presupposti degli autori, citato prima, secondo il quale a trarre maggior guadagno da una laurea sarebbero sostanzialmente solo i laureati, grazie a stipendi più elevati una volta nel mondo del lavoro. Tuttavia, questo è un modo di valutare estremamente parziale e, seppure gli autori riconoscano di non affrontare questo problema, ci sono dati OCSE (vedi rapporto Education at a Glance nei vari anni) e di altre istituzioni internazionali che trattano il problema mostrando che esiste invece un significativo vantaggio collettivo (anche economico) derivante dalla formazione universitaria dei singoli. Appare quindi piuttosto debole uno dei pilastri fondamentali del saggio usato a supporto della scelta “quasi obbligatoria” di spostare il finanziamento dei diritto allo studio da borse di studio a prestiti income contingent.

Non va neanche dimenticato che, secondo i calcoli degli stessi autori, il prestito relativo a un percorso universitario quinquennale (laurea triennale + laurea magistrale) ammonterebbe a circa 80keuro per studente, ben poco appetibile come carico iniziale per chi comincia la propria carriera. Non si possono infatti convincere le persone a indebitarsi per una tale somma con ragionamenti sofisticati, tanto più in un momento di difficoltà economica e se si considera la bassa soglia reddituale proposta per l’avvio della restituzione del prestito. Il rischio è quindi che anche solo questo aspetto risulti come un disincentivo all’iscrizione ai corsi universitari e non viceversa come sostengono gli autori.

Sono numerose le affermazioni degli autori che non paiono supportate da sufficiente evidenza fattuale tanto da renderle realistiche. Per esempio, nel saggio si criticano le percentuali del finanziamento degli atenei dedicate a stipendi. Qui gli autori trascurano il fatto che quelle percentuali sono influenzate notevolmente dalla repentina riduzione dei finanziamenti alle università degli ultimi anni, riduzione che ha fatto scattare gli allarmi sulle percentuali di spesa per stipendi a costi per il personale invariati. D’altro canto, gli autori lasciano sotto silenzio il fatto che “nonostante” la maggior parte delle università spendano parti consistenti del proprio budget per stipendi, la numerosità del personale universitario per mille abitanti è inferiore a quella degli altri paesi europei (dati OCSE). Stesso discorso vale per la supposta “esplosione” del numero di corsi di laurea, che, a conti fatti, non c’è stata se non in apparenza a seguito del raddoppio del conteggio con la suddivisione dei corsi di laurea di 4 e 5 anni in due (il famoso 3+2).

Un altro punto delicato del saggio, che non appare affrontato adeguatamente, è il calcolo del cosiddetto “fattore di rischio” dell’investimento nei prestiti income contingent, ovvero quel valore che dovrebbe convincere chi legge della bontà della proposta dal punto di vista economico. Gli autori lo calcolano supponendo che gli stipendi dei laureati possano (o debbano) diventare quelli ottenuti dagli ex studenti di una delle “migliori università” italiane (lasciata senza nome). Peccato che questi livelli stipendiali, utilizzati per la definizione delle soglie utili al rimborso totale del prestito, siano già al 75mo percentile (secondo le tabelle utilizzate nel saggio) e ben al di sopra del massimo di retribuzione (irraggiungibile nella pratica) di un professore ordinario a fine carriera. Se poi si prendono in considerazione gli stipendi di docenti delle scuole si vede chiaramente che questi non saranno in grado di restituire neanche il 40% del proprio prestito in tutta la propria carriera lavorativa. Il fattore di rischio non è quindi il 12-15% calcolato da Ichino e Terlizzese ma molto di più. Secondo il modello, inoltre, chi insegna nelle scuole di ogni ordine e grado e in parte anche all’università, non essendo in condizione di rimborsare l’integralità del debito, deve essere considerato “di poco successo” nella vita? Eppure, i loro stipendi sono quelli che lo Stato stesso attribuisce a categorie per le quali la laurea è un requisito fondamentale! Non dimentichiamo poi che, stando al Ministero dell’Economia (secondo quanto citato da Repubblica ad agosto 2011), nel 2009 solo l’1,2% dei contribuenti dichiarava un reddito superiore ai 90keuro annui (il 75mo percentile di cui sopra stava invece a 158keuro).

Quindi, in buona sostanza, i dipendenti guadagnano quasi tutti meno delle soglie considerate utili, compresi quelli pubblici nei posti per i quali la laurea è considerata imprescindibile. Non sarà certo nella testa degli autori, ma con questi numeri verrebbe da pensare che solo l’1% circa degli italiani (evasione fiscale a parte, ma non è che si arrivi al 50% degli italiani, forse al 3-5%) arriva a un livello stipendiale considerato di successo e che quindi tutti gli altri, e la quasi totalità dei dipendenti, vivono una vita fallimentare: solo il 10% di loro dichiara più di 60keuro l’anno. Questi però sono i dati, che mostrano che la prospettiva dei prestiti è un’operazione con un fattore di rischio estremamente più elevato di quello previsto dagli autori: è lo stesso Stato che, con i livelli salariali dei propri dipendenti, dice che i numeri utilizzati nel saggio non concordano con la dura realtà dei fatti. E’ poi decisamente improbabile che nei prossimi anni si riesca a far salire i salari dei laureati tanto da raggiungere le soglie citate nel saggio.

Non vanno poi dimenticate evidenti criticità procedurali nei calcoli del fattore di rischio. Gli autori dividono gli studenti in quattro fasce a seconda dello stipendio che ottengono dopo la laurea per le loro simulazioni. La più criticità più evidente nasce dalla scelta di utilizzare tre percentili (25-50-75) nel caso favorevole (rimborso totale possibile, “migliore università italiana”) e solo due (50-75) nel caso “sfavorevole” (università media italiana) con la giustificazione che, nel secondo caso, ovviamente solo gli studenti migliori accederanno al prestito, operazione che riduce (in apparenza) il rischio di fallimento. Ma questo non vale anche nel primo caso? Anche solo il riportare le due simulazioni (favorevole e sfavorevole) ai tre percentili nei due casi aumenterebbe significativamente il fattore di rischio stimato con i numero di Ichino e Terlizzese. Non inoltre è ammissibile, a mio avviso, che migliore = con stipendio più alto, dato che lo stipendio dipende anche dalla tipologia del lavoro e non solo dalle competenze dello studente. Non si può accettare che, per fare solo uno dei tanti possibili esempi, chi sceglie di insegnare e di preparare le nuove generazioni debba essere considerato quasi un fallito a priori solo perché sceglie una professione poco remunerata dallo stesso Stato che richiede la laurea per accedere a quel ruolo (basta confrontare gli stipendi dei docenti delle scuole con quelli del modello per rendersene conto). Ci sono poi scelte che vanno al di là del mero salario, come la soddisfazione di fare un mestiere che risponde alle proprie inclinazioni o altre scelte lavorative che danno maggiori soddisfazioni che stipendi altissimi.

La soluzione per il finanziamento del diritto costituzionale allo studio, del finanziamento costituzionale a ricerca e formazione non può trovarsi nello scaricare sui singoli che studiano l’onere maggiore della propria formazione. Trasferire una logica di mercato nella cultura e trasformare quindi i sistemi di formazione come le università in aziende che devono produrre reddito è impostare il discorso, a mio avviso, in modo profondamente sbagliato. Non è questo lo scopo per il quale le Università esistono. Trasformarle in qualcosa che deve produrre direttamente dal punto di vista economico non può che portare, a mio avviso, a perdere di vista le sue missioni fondamentali e imprescindibili: formare persone ai massimi livelli e spostare più in là i limiti della conoscenza in tutti i campi grazie alla ricerca. La soluzione va trovata rivedendo le priorità e le strategia di spesa, smettendo di considerare cultura, formazione e ricerca dei costi quando non portano immediatamente a guadagni elevati di singoli o gruppi.

Qui si può leggere una versione più dettagliata e lunga di questo articolo:

A proposito del saggio di Ichino e Terlizzese a proposito dei prestiti Income Contingent 2.0

 

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