Negli ultimi anni, in particolare con la gestione Gelmini, si è confusa la razionalizzazione del sistema ricerca e didattica (università, CNR, abolizione INFM,…, scuole secondarie) con la sua gestione di tipo aziendale. Non voglio mettere in dubbio che le strutture di ricerca universitarie e non, in Italia richiedano una razionalizzazione e riorganizzazione.

La ricerca universitaria, ad esempio, si è sviluppata secondo temi e modi tutti interni alla ricerca stessa e spesso al singolo ricercatore o al più al gruppo di ricerca di cui è parte. Gli aspetti conoscitivi generali che maggiormente gratificano il singolo ricercatore caratterizzano quindi in modo predominante la ricerca. Queste motivazioni sono e devono continuare ad essere  elementi importanti, tuttavia a livello nazionale non si può fare buona ricerca che sia inserita in un contesto internazionale senza superare una soglia minima di competenze che permettano la formazione di scuole.

Tuttavia, non dobbiamo confondere la razionalizzazione della ricerca e della didattica con una sua gestione aziendale che genera un conflitto tra interesse e verità. Se la proprietà intellettuale assume un valore di mercato e la conoscenza è un prodotto da vendere, invece del confronto scientifico il ricercatore preferirà affidarsi a comunicati stampa, ad articoli ad effetto.  Si corrompe così non solo la ricerca ma anche l’etica dei ricercatori; la riforma delle università e degli enti di ricerca secondo il modello aziendale cambia il carattere della ricerca di base che deve invece mantenersi aperta al confronto scientifico ed alla condivisione della conoscenza, diventando così anche messaggera di pace o di comunione tra i popoli, come è stato di fatto nella comunità dei fisici perfino nei tempi bui della cortina di ferro. 

Un secondo aspetto negativo di questa visione aziendale dell’università (sulla quale purtroppo anche la sinistra spesso ha indugiato), riguarda l’attuale gestione sotto controllo del Ministero, con un potere fortemente accentrato nelle mani del rettore e del consiglio di aministrazione e un senato accademico relegato al ruolo di formulatore “di consigli e pareri su materie di didattica e di ricerca”, poco rappresentativo e lontano dai luoghi deputati all’effettivo espletamento di queste attività. Il dipartimento, invece, unica struttura a questo delegata , dovrebbe perdere quella natura pseudoburocratica che adesso ha, per essere il luogo di effettivo coordinamento e confronto scientifico, da attuare pur nel rispetto della libertà del singolo ricercatore. Si dovrebbe quindi completare la dipartimentalizzazione delle università, favorendo aggregazioni atte alla formazione di scuole di ricerca e di didattica ottenendo così anche una forte riduzione del numero dei dipartimenti esistenti che ora burocraticamente vengono accorpati solo in base a considerazioni numeriche dei professori e ricercatori.

 Sarebbe oppportuno discutere anche della riorganizzazione del personale docente e ricercatore nelle sue diverse componenti, ma in questo momento tutto deve essere subordinato ad affrontare il problema sorto dal suo ridimensionamento a causa della mancanza dei reintegri. Quindi in modo prioritario e con urgenza assoluta vanno ristabilite certezze nel ricambio dei docenti e ricercatori e nell’erogazione dei fondi di ricerca, stabilendone anche cadenze sicure.

Nella formazione di scuole di ricerca un ruolo fondamentale è senza dubbio assegnato al dottorato. In Italia si è istituito il dottorato, senza far nulla perché fosse utilizzato nel paese. Ha prevalso l’idea che il dottorato serva solo ad integrare il personale universitario e quindi non si possano creare dottori in eccesso rispetto a un numero pianificato che ragionevolmente possa essere assorbito dalle università. Come avviene in tutti i paesi del mondo, il dottorato dovrebbe permettere la formazione di personale qualificato per la società nel suo insieme capace di elaborare proposte e progetti alternativi così importanti in particolare in tempi di crisi. La rete informativa che si sviluppa a livello mondiale attraverso i dottorandi e i dottori di ricerca, chierici vaganti moderni,  ha risvolti culturali, scientifici e di innovazione assai rilevanti. Da questa trasmissione dinamica della cultura le nostre università sono praticamente escluse a causa di procedure insensate, particolarmente scoraggianti per gli stranieri, salari bassi e scadenze incerte.

Anzi in questo periodo di completo stallo delle assunzioni il nostro flusso è solo unidirezionale verso l’estero. La deregolamentazione del dottorato italiano sarebbe un passo importante per invertire questa situazione. All’estero un dottorato acquista importanza non solo in base all’università in cui viene svolto, ma anche in base al docente con cui si è lavorato. Sono i professori stessi a decidere quali studenti prendere sulla base delle domande e delle presentazioni avute dai colleghi. Sia i dottorati che le borse post-dottorato dovrebbero essere accessibili con cadenze regolari e procedure semplici, completamente aperte agli stranieri.

 Molto ci sarebbe da dire sul problema della valutazione della ricerca, che non può ridursi a ricette bibliometriche universalmente valide e sul suo uso più per procedere a tagli che a potenziare le stutture di ricerca e didattica. Voglio qui, in rapporto al sistema paese, mettere in risalto un solo aspetto relativo alla programmazione che dovrebbe seguire alla valutazione. Ci dobbiamo domandare se il sistema produttivo, formato per lo più da piccole e medie aziende, richieda in generale le competenze che potrebbero derivare dalla ricerca universitaria di base. I finanziamenti che nei decenni sono stati assegnati per l’innovazione “tecnologica”, sono risultati in pratica finanziamenti mascherati per risolvere le difficoltà del sistema produttivo. Si deve quindi stare attenti, quando nel sistema ricerca si stabilisce di potenziare progetti che si ritengono avere ampia ricaduta, a scapito di altri e della ricerca di base in genere. Questo vale anche per la didattica, dove, in scarsezza di fondi, si tenderà a sopprimere corsi ritenuti poco “redditizzi” o di scarsa frequentazione. Mi sembra invece prioritario per i governanti promuovere e creare supporti che costituiscano una cinghia di trasmissione di questo eventuale know-how al sistema produttivo, favorendo in quest’ultimo innovazione e sviluppo come base per uscire dalla crisi. La ricerca di base, l’università in tutte le sue componenti e discipline così come la scuola, costituiscono le fondamenta su cui lo sviluppo dell’intero paese può generarsi e non devono essere condotte con metodi aziendali.  

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2 Commenti

  1. Sottoscrivo.
    E aggiungo: con la riforma gelmini, ad esempio, si è voluto bloccare l’accesso dei docenti di scuola ai corsi di dottorato e/o borse di studio (chi ha già conseguito 1 dottorato non può farne un altro, ovvero non può più chiedere all’A.P. un congedo per studio-ricerca). le ragioni sono due: 1) il docente in congedo per dottorato e o borsa di ricerca deve essere sostituito a scuola e dunque lo Stato verrebbe a spendere doppio 2) si considera il dottorato e la ricerca in genere(almeno per i docenti di scuola) una mera perdita di tempo proponendo invece per la formazione e per l’aggiornamento degli insegnanti improbabili corsi on line corredati da valutazioni del tipo INVALSI.
    Viceversa, a mio parere, e come mi sembra l’articolo suggerisca, l’unico modo e luogo di formazione di competenze e di crescita culturale, anche e direi soprattutto per i docenti di scuola, è e non può che essere l’Università. Voglio dire: dovrebbe essere concesso, periodicamente, a scadenza quinquennale per es., agli insegnanti di scuola di FARE RICERCA, presso scuole di dottorato universitarie o istituti analoghi, legati proprio all’Università.
    Al contrario, qua mi sembra che la ricerca venga impedita di fatto e di diritto financo ai ricercatori…(ridotti a precari).
    Un altro mondo è possibile?

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