Confindustria, anche in linea con le recenti disposizioni in materia del Governo Monti, cerca di incentivare la vocazione imprenditoriale dei giovani, fin dalle scuole superiori, al fine di recuperare un sentiero di crescita economica trainato dall’aumento della numerosità delle imprese, e dalle innovazioni che eventualmente possono derivarne. I premi confindustriali assegnati ai giovani e giovanissimi imprenditori in pectore si moltiplicano. Si tratta di una buona idea per far fronte alla crescente disoccupazione giovanile e alla recessione in atto? 

Vi sono seri motivi per dubitarne, per le seguenti ragioni.

1) In una stagione caratterizzata da una profonda recessione dovuta alla caduta della domanda aggregata, appare piuttosto opinabile la convinzione che l’aumento della numerosità delle imprese, in quanto tale, sia un presupposto essenziale per trainare la crescita economica. Ciò per l’ovvia considerazione che, in una condizione di restrizione dei mercati di sbocco (e di restrizione del credito), appare semmai più probabile che accada il contrario di quanto ci si aspetta, ovvero un aumento del numero di fallimenti d’impresa, che andrebbe a sommarsi all’enorme mortalità imprenditoriale registrata negli ultimi anni. Vi è di più. Le nuove imprese, o almeno parte di queste, entrerebbero in concorrenza con imprese già esistenti, il cui stato di salute non è affatto florido. Gli esiti possibili sono due. In primo luogo, se si ritiene che al crescere del grado di concorrenzialità cresca l’incentivo a innovare (il che è tutto da dimostrare), l’ingresso di nuove imprese potrebbe attivare un circolo virtuoso di crescita trainata dalle innovazioni. A condizione che si trovi una domanda adeguata ad assorbire l’aumento della produzione. In secondo luogo, il che sembra più probabile, l’aumento del grado di concorrenzialità potrebbe produrre ulteriori fallimenti. E’ vero che, negli ultimi tre mesi, come certificato dal centro studi di Confindustria, sono circa tremila  le c.d. Srl “semplificate”, imprese amministrate da imprenditori di età inferiore ai 35 anni, come disposto dalla Legge 185/2012. Il dato non desta stupore, dal momento che, in una condizione di elevata disoccupazione (soprattutto giovanile) e di crescente precarietà, è fisiologico attendersi che si cerchino occasioni di lavoro diverse dal lavoro dipendente. L’aspetto problematico è che queste imprese sono, al momento, finanziate dallo Stato. Che poi, una volta fatto lo start-up, siano in grado di reggere la concorrenza senza aiuti pubblici è cosa ovviamente non prevedibile, sebbene si possa con certezza affermare che la gran parte dell’imprenditoria italiana sopravvive (ed è sopravvissuta) proprio grazie a sussidi pubblici. In più, occorre ricordare che è almeno dall’inizio degli anni novanta che si persegue la strada del finanziamento dell’imprenditoria giovanile, con risultati – per quanto è dato sapere – sostanzialmente fallimentari. 

2) Se, come diffusamente riconosciuto (anche in ambito confindustriale), uno dei problemi dell’imprenditoria italiana consiste nel basso titolo di studio di chi gestisce e amministra le nostre imprese, l’incentivazione all’auto-imprenditorialità in età scolare, con ogni evidenza, non può produrre altri effetti se non perpetuare o accentuare il problema. Come registrato dall’ISFOL, gli imprenditori in possesso di laurea sono più propensi ad assumere lavoratori con alta dotazione di capitale umano e sono più propensi all’internazionalizzazione . In linea generale, resta confermato che la propensione all’assunzione di rischi (tipicamente connessa all’attività imprenditoriale) decresce al crescere del titolo di studio.

3) Se esiste una vocazione “naturale” all’imprenditorialità, non si capisce per quale ragione occorra premiarla. Se, per contro, non esiste, i premi confindustriali non hanno altro effetto se non indurla, mettendo in campo una pedagogia “orientata al mercato”, che, sebbene del tutto legittima, sembra porsi in antitesi con la visione liberale dei processi formativi che pure Confindustria fa propria. In altri termini, proprio da un punto di vista liberale, sembra piuttosto opinabile che un’istituzione esterna al mercato (tale è un’associazione di categoria) sia legittimata a ridisegnare gli incentivi individuali agendo sulle libere scelte dei singoli, soprattutto se non ancora maggiorenni.   

4) L’incentivazione dell’imprenditoria giovanile ha effetti redistributivi. Per evidenti ragioni di necessità, gli individui con reddito basso provano a diventare imprenditori; gli individui con reddito elevato possono permettersi di studiare più a lungo, date le rispettive motivazioni e propensioni al rischio. In tal senso, questi provvedimenti spingono nella direzione di far diventare scuole e università sempre più elitarie.

Con ogni evidenza, questi provvedimenti hanno anche effetti sulla rilevanza attribuita ai diversi ambiti della conoscenza, per l’ovvia constatazione che per diventare imprenditori servono certamente più competenze aziendalistiche e scientifiche e certamente meno competenze umanistiche.  Il che, in sostanza, significa che – intenzionalmente o meno – Confindustria stabilisce (o contribuisce a stabilire) la “gerarchia dei saperi”, a scuola e in università. Che questo disegno contribuisca a recuperare margini di crescita economica è, al momento, tutto da dimostrare. Che questo disegno non sia affatto neutrale è palese: l’istruzione deve servire, e servire per scopi immediatamente produttivi. Resta da capire come si concilia l’idea del neo-Ministro – secondo la quale l’istruzione in quanto tale traina la crescita – con la visione confindustriale stando alla quale “in classe devono nascere imprese”.

 

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4 Commenti

  1. Queste visioni sono tutte sostanzialmente ideologiche e strumentali.
    Trovo assolutamente normale che una associazione di categoria tenda a fare attivita’ lobbistica sulla politica per orientare la spesa pubblica (nel caso specifico quella per l’ istruzione e la ricerca) a favore degli interessi diretti dei suoi associati. E’ compito della politica pero’ stabilire se questi sono anche interessi generali e non solo interessi privati. Oggi la politica italiana e’ totalmente assente, semplicemente si rifiuta di pensare. In Italia si e’ fatta tanta retorica, ma le imprese che hanno una cultura seria della ricerca e dell’ innnovazione sono pochissime, d’altra parte e’ illusorio ed una pura presa per i fondelli dire che la cultura dell’ impresa si crea sui banchi di scuola.
    Tutto questi dibattito maschera il solito tentativo confindustriale di spillare dei “contributi” allo Stato. La storia e’ arcinota e molti di questi personaggi anche.
    Nel frattempo si sta distruggendo un patrimonio di conoscenza e di cultura accumulato negli anni e non credo che sulle macerie del sistema di istruzione superiore e della ricerca italiana, si possa costruire qualcosa.

  2. Questo commento di Marcati è perfetto, ma retrodaterei i guasti. Da decenni nell’istruzione si distrugge, ma in nome di cosa? Quali miglioramenti abbiamo ottenuto? E perché la crescita delle imprese dovrebbe essere antitetica alla cultura? E perché dal ’68 in poi la scuola è stata continuamente aggredita da tutti (ma proprio tutti), con gli splendidi risultati che vediamo adesso? E, infine, perché i nostri politici si sono sempre calati le braghe di fronte a qualunque moda, richiesta, interesse lobbistico?

  3. Se Confindustria vuole ispirare spirito imprenditoriale ai giovani rifletta seriamente sui modelli che nutre.
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    Un conto è nascere in un paese ed avere davanti agli occhi il modello di Carnegie o di Nobel, uno piuttosto diverso è quando si può scegliere tra Lapo Elkann, Berlusconi e Briatore.
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    Da noi ci si fa belli, se si è messi alle strette, tirando per la giacca il nobile nome di Olivetti, salvo dimenticare la totale mancanza di supporto sul piano delle politiche industriali al modello Olivetti rispetto a quella contemporaneamente fornita, per dire, ad Agnelli.
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    Se l’ideale incarnato dall’imprenditore di successo è rappresentato dai nomi di cui sopra, finiscono per esserne attratti prevalentemente dei mediocri, con una visione meschinetta anzichenò, rivolti alla scorciatoia politica, al successo a breve termine e di corto respiro.
    Ogni paese ha le classi dirigenti che si merita.

    • Osservazioni:

      1) Le nuove imprese creano in media più posti di lavoro delle imprese preesistenti ( pur con la loro elevata mortalità, se ritrovo link poi lo metto ). Motivo per incentivarle.

      2) Non mi sembra il momento storico migliore per scannarsi sulle gerarchia dei saperi. Per gli umanisti rancorosi ( come me ), propongo di essere propositivi: l’imprenditoria c’è anche nella cultura, anzi con buone idee può allargarsi.

      3) Il legame tra istruzione e crescita non è per niente lineare ma passa attraverso molti altri fattori. Istruzione, spirito imprenditoriale, efficienza della burocrazia, etc. ci sono mille variabili da considerare.

      4) Che la concorrenza sia UNO dei fattori incentivanti l’innovazione o il rinnovamento mi sembra invece piuttosto pacifico.

      5) Fornire qualche competenza economica/amministrativa/tecnica a chi ha scelto un percorso poco indirizzato verso il lavoro non sarebbe una cattivissima idea. A me personalmente sarebbe stato utile.

      6) @Zhok, per fortuna oggi abbiamo una visuale più ampia per poterci scegliere dei modelli imprenditoriali, confrontandoci con l’estero.

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