giannino baroniNegli ultimi mesi il mondo universitario ha iniziato un movimento di contestazione che, per certi aspetti, ha dimensioni maggiori dell’ultima stagione di lotta universitaria, contro la approvazione della legge 240/2010. In questo quest’epoca di reazioni istantanee e di totale assenza ad ogni filtro, si è in parallelo sollevato il solito polverone di luoghi comuni. Chiunque si prenda la briga di leggersi i commenti, ad esempio, agli articoli sulla ricercatrice che ha zittito la Giannini o che riportano le posizioni di professori di punta a sostegno della protesta troverà la solita litania di accuse contro la classe dei professoroni: raccomandati, corrotti, nulla facenti.

Parte di queste accuse sono però mosse anche dall’interno del mondo universitario. Non è un segreto per nessuno che i concorsi universitari sono spesso “pilotati” in modo da far vincere chi ne era predestinato. La stima di quanto grande sia questo fenomeno è al di là delle intenzioni di questo scritto. Così come è indiscutibile che la crisi del sistema universitario pubblico non è dovuta al sistema di corruzione, a prescindere da quanto possa essere esteso, ma è la necessaria  (cercata?) conseguenza di molti anni di cattiva gestione centrale e taglio radicale delle risorse.  Detto questo, il problema di concorsi irregolari nella forma e nella sostanza è un problema serio, che dovrebbe essere affrontato sia per motivi “tattici”, come riposta ad accuse generalizzate, sia come strumento migliorativo del sistema. Di seguito si propongo alcune riflessioni in merito.

Una premessa è necessaria, visto la delicatezza dell’argomento. Chi scrive è un docente universitario, e, confesso, una volta ho usufruito di una raccomandazione: nel 1991, per evitare la leva nell’esercito durante la stesura della tesi di laurea, ho colto un’occasione per svolgere il servizio di leva nei Vigili del Fuoco, cui, ai tempi, si accedeva esclusivamente mediante segnalazione di uno sponsor. Successivamente ad un periodo di studi all’estero (senza alcun finanziamento italiano) ho deciso di tornare in Italia per motivi familiari, e di conseguenza ho partecipato a decine di concorsi per dottorato, borse di studio, posizioni da ricercatore e da associato. Dopo la mia dose di umiliazioni, risultando sconfitto da candidati molti fragili, almeno come curriculum, sono riuscito a vincerne due, senza alcuna raccomandazione, prima per un ente pubblico di ricerca e poi, finalmente, per l’università. Lo scopo di questa premessa è di chiarire che non ho alcuna intenzione di difendere un sistema di selezione che, personalmente, ritengo abbia pesantemente danneggiato la mia carriera impedendomi di far parte delle istituzioni che avrei preferito. Non posso neanche però ergermi a vittima di un sistema che, con tutti i limiti, mi ha favorito più di tanti altri colleghi. Da questa prospettiva provo a spiegare il motivo fondamentale della “corruzione” nei concorsi.

Quali sono i motivi per cui si “truccano” i concorsi? Oltre a quello evidente, ottenere “utilità” dal favorire un candidato che mai avrebbe vinto senza l’aiutino, ve ne è un’altro, che, a mio avviso, è il prodotto della necessità, diciamo la “corruzione virtuosa”, che funziona da comoda copertura per le violazioni di interesse. E’ necessario ricordare che nei concorsi universitari vale il principio di legge per cui si deve selezionare il “migliore” tra tutti i candidati, e che la commissione è libera di valutare quello che vuole come vuole, senza alcun vincolo sostanziale. Uno dei problemi è che raramente risulta facile, o addirittura possibile, distinguere il “migliore” tra candidati che, come ogni persona di scienza, ha esperienze e caratteristiche uniche. Il lavoro del docente universitario è fatto di tanti aspetti, ad esempio didattica e ricerca, e non è detto che le capacità in una attività si trasferiscano anche sull’altra. Anche solo limitandosi alla ricerca, accogliendo la prassi (deleteria) di ignorare la didattica ai fini valutativi, la maggior parte dei concorsi vede candidati che sono hanno specializzazioni diverse, e di conseguenza la definizione di “migliore” deve necessariamente basarsi su criteri soggettivi su quale settore sia il più rilevante. Utilizzando la solita metafora calcistica, è come se un presidente di una società calcistica selezionasse i migliori calciatori ignorando i loro ruoli. Avere un Messi in squadra sicuramente aiuta, ma se dovesse servire un portiere prendereste un piede fatato che non arriva a toccare la traversa? Tentare di risolvere la questione con una definizione dettagliata non risolve il problema, come può testimoniare chi, come me, ha visto la gran parte delle sue pubblicazioni ignorate perché “non in perfetta aderenza al Settore Scientifico Disciplinare”.

Il problema fondamentale che conduce alla necessità della “corruzione virtuosa” è che un centro di ricerca come un dipartimento non è un insieme di monadi operanti per conto proprio, ma un organismo che richiede coordinazione e complementarietà. Quindi aggiungere un elemento ad un gruppo di ricerca senza alcuna considerazione per il contesto nel quale andrà ad operare porterebbe necessariamente alla distruzione della “conoscenza collettiva”, fondamentale per la ricerca come per la didattica.

Come si può quindi avere contemporaneamente un giudizio che ponderi correttamente il valore (anzi, i valori) dei candidati con le necessità delle istituzioni che li devono accogliere? Il problema non è semplice, e sicuramente non è solo italiano, come sa chiunque abbia frequentato istituti di ricerca all’estero dove sempre si annidano persone che, diciamo, godono di stima ridotta da parte dei colleghi. La percezione di corruzione in questi contesti è comunque molto minore, e vale quindi la pena indagare per possibili strumenti che potrebbero facilmente applicarsi anche al caso italiano.

La maggiore differenza tra l’Italia e almeno alcuni dei paesi considerati “virtuosi” è la assunzione diretta di responsabilità da parte di chi è coinvolto nelle selezioni. Ad esempio, è pratica comune che i candidati per una posizione indichino uno o più nomi di prestigiosi studiosi, i quali sono chiamati a dare le loro impressioni sul candidato, elencandone pregi e possibili difetti. La scelta di chi scrive la recommendation letter è molto delicata, implicando un delicato equilibrio tra prestigio dello scrivente e conoscenza approfondita del candidato. Non è raro il caso che chi scrive la lettera raccomanda, più o meno esplicitamente, di non selezionare il candidato, allo scopo di non compromettere la sua reputazione.

Le raccomandazioni sono quindi istituzionalizzate, e chi ne firma una è moralmente responsabile di eventuali divergenze tra qualità dichiarate e dimostrate dal un candidato. Scrivere lettere che risultano ingiustificate impedirà non solo il riconoscimento di future raccomandazioni, ma comprometterà anche il rapporto di fiducia tra il ricercatore e l’istituzione. Vale la pena rovinarsi un rapporto fiduciario per, forse, contribuire ad una posizione ingiustificata?

Anche le commissioni possono essere responsabilizzate, invece di permettere loro di nascondersi dietro il ruolo fintamente tecnico (ma sostanzialmente impossibile) di individuazione del meglio in assoluto. Dovendo giustificare le motivazioni delle loro scelte, pubblicizzando i giudizi espressi sui candidati e permettendo un facile confronto tra questi ed i risultati conseguiti nel corso della carriera, può scoraggiare almeno i comportamenti più indecorosi. Ovviamente, ogni commissione che arriva al punto di farsi sanzionare dal TAR deve aver interdetta la possibilità di ripetere lo stesso errore, almeno per un periodo congruo di tempo.

5-things-you-should-never-do-in-a-job-interviewUn altro aspetto che bisogna affrontare è la necessità di distinguere tra le progressioni di carriera di personale in forza ad un ateneo e le assunzioni esterne di nuovo personale. L’ipocrisia di ipotizzare
una competizione equilibrata tra chi aspira ad un riconoscimento di anni di lavoro svolto all’interno di una istituzione e chi, dall’esterno, vuole entrare in un ateneo, è causa di un gran numero di concorsi-scandalo. Una semplice distinzione delle risorse, con quote minime vincolanti, per le due distinte operazioni ridurrebbe la necessità di “forzature”, permettendo ai concorrenti di avere un po’ di fiducia in più sulla correttezza dei commissari.

In conclusione, non credo esistano ricette che garantiscano la cessazione di comportamenti clientelari quando non proprio corrotti. Al fondo, è una questione dignità e reputazione: di fronte a persone prive di ogni scrupolo non c’è altra difesa che la pubblicità dei suoi atti. Chi sa che le sue scelte saranno rese pubbliche, e potrebbe essere chiamato a giustificarle in futuro, avrà maggior coraggio nell’opporsi a pressione improprie.

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40 Commenti

  1. L’analisi di Marco Valente mi sembra del tutto condivisibile sia nel descrivere la situazione sia nell’indicare soluzioni davvero praticabili.
    Se si vuole, è senz’altro possibile evitare almeno le più gravi scorrettezze. E per far questo bisogna responsabilizzare tutti gli attori in gioco: Dipartimenti, Settori Scientifico-Disciplinari, Commissioni.
    Tutti devono avere ampia autonomia e nello stesso tempo devono rispondere delle loro decisioni. Scegliere un docente universitario non è come assumere un impiegato o un puro tecnico. Che non sia possibile farlo sulla base di criteri assolutamente oggettivi non significa che bisogna rassegnarsi a criteri arbitrari, o peggio.
    È questo che l’articolo di Valenti chiarisce davvero assai bene.

    • Salve Alberto concordo su 1) necessità di responsabilizzare : “tutti devono rispondere delle loro decisioni” 2) non bisogna rassegnarsi ai criteri arbitrari.
      MI sembra che qui tocchi due questioni nevralgiche. Come facciamo a”responsabilizzare”. Insomma dobbiamo stabilire : a ) chi stabilisce che le decisioni sono sbagliate e come 2) una volta che lo abbiamo stabilito cosa facciamo a chi ha preso le decisioni sbagliate? Per la scelta e i criteri m sembra cruciale il concetto di valutazione che si intreccia con la valutazione nella scuola. Cioè : come valutiamo le persone e il loro lavoro? Sto facendo delle domande perché voglio intavolare una discussione anche più ampia su questi due punti.

    • @spano:
      Va ricordato che già adesso c’e’ chi stabilisce se ci sono decisioni “sbagliate” e ci sono anche le “pene” corrispondenti. Si tratta dell’ analisi fatta dall’ anvur che però colpisce le università e in subordine i dipartimenti.

      Qello che c’e’ da fare e’:
      definire anche il livello di responsabilità individuale dei commissari, che passa per
      – avere parametri meno criticabili di quelli puramente ricerco/bibliometrici dell’ anvur (p.es. che tengano conto anche della didattica);
      – definire le penalità (non penso alla forca o alla gogna ma almeno l’ allontanamento da commissioni di concorso per casi gravi si’).

    • Ma quando in dipartimento ho una associata chiamata per chiara fama (gli hanno anche fatto cambiare settore concorsuale perché il cun aveva bocciato la chiamata) che vienè ai consigli con il cane in braccio, di cosa stiamo parlando ?

  2. L’autore parlando, verso la fine dell’articolo, dell’obbligo di motivazioni e giustificazioni scientifiche nei concorsi italiani, giunge a questa conclusione :
    “Ovviamente, ogni commissione che arriva al punto di farsi sanzionare dal TAR deve aver interdetta la possibilità di ripetere lo stesso errore, almeno per un periodo congruo di tempo”.

    Niente è ovvio, in Italia, e qui sta l’unico problema. Alla prova dei fatti : come può venire “ovviamente” interdetto al CUN e alla Scuola Normale, sanzionati dal TAR per assenza di motivazioni nella vicenda del prof. Leinkauf (ROARS 17 aprile 2016), di ripetere lo stesso errore ?

    • Nei concorsi ci sono due livelli. Uno e’ il controllo sulle condizioni di ammissibilità alla procedura che normalemente e’ in carico all’ istituzione che bandisce il concorso e non alla commissione. L’ altro e’ l’operato della commissione. Direi che l’ articolo di Valente si concentra sul secondo. Che ci siano spazi di storture anche a livello istituzione (magari, a pensar male, innescati da segnalazioni della stessa commissione) non c’e’ dubbio. Ma il caso Leinkauf , secondo me, più che avere a che fare con l’ operato delle commissioni, segnala egregiamente come il sistema italiano delle due fasce serve solo a garantire un maggior e miglior controllo sul sistema, invece di certificare in modo preciso qualcosa sul valore scientifico delle persone.

  3. Mi sembra un ottimo punto di partenza per una discussione concreta su uno dei punti nevralgici del problema reclutamento.
    .
    Di fatto si mette il dito su almeno un paio dei punti delicati della questione:
    .
    – l’esistenza di una contraddizione tra ruoli necessari e specializzazione/caratteristiche dei concorrenti
    .
    – la necessità di una responsabilizzazione personale dei commissari relativamente alle scelte fatte (una valutazione ex-post dell’ operato dei commissari).
    .
    Il primo punto rappresenta un problema serio nel sistema attuale, stante l’ obbligo di indire valutazioni comparative con indicazione dei profili richiesti unicamente a livello di SSD e non di singoli sottocampi (che poi, come testimoniato su questo sito, ci siano violazioni, fa parte della solita micro-illeggittimità universitaria che andrebbe contrastata caso per caso).
    A me sembra che questo obbligo, come spesso nella legislazione italiana, derivi dal desiderio di contrastare il fenomeno dell’ indicazione talmente puntuale del profilo richiesto da lasciare un solo possibile candidato sulla Terra in grado di soddisfarlo, eludendo così il principio della competizione e della scelta del migliore.
    Evidentemente i due estremi (profilo ad personam e indicazione del solo SSD) sono entrambi insoddisfacenti.
    Ma non vedo ragionevole pensare a soluzioni automatiche o automaticamente funzionanti nel modo ottimale, basate su cabale .
    .
    E questo riporta al secondo punto che e’ quello secondo me cruciale: la necessità di una responsabilizzazione individuale dei commissari molto maggiore di quella attuale.
    .
    Le proposte dell’ articolo sono sensate ma possono anche essere rese più forti:

    1. interdire *per sempre* la partecipazione a commissioni il cui operato sia stato valutato negativamente a livello di giustizia amministrativa;

    2. istituzionalizzare l’ utilizzo di lettere di *presentazione* (raccomandazione in Italia ha un suono sinistro quando si parla di concorsi) che restino nella documentazione del concorso e possano essere consultate (quelle di tutti) con accesso agli atti da parte dei candidati. Questo darebbe trasparenza ad una pratica attualmente sommersa e potenzialmente torbida, pur nel rispetto del diritto alla privacy.
    .
    Ovviamente, toccare i soli meccanismi concorsuali non risolve alcune delle concause del problema. Tra queste ne vedo due che meriterebbero una riflessione a parte:
    la spinta, a volte patologica e spesso irrazionale, nel nostro sistema, a perpetuare se stessi attraverso la costituzione di “scuole”, interpretate più come le nazioni di un Risiko accademico che come gruppi, omogenei per approcci, di ricercatori indipendenti. L’altra il sistema “statico” di due fasce di docenza che, così come è congegnato attualmente, assomiglia più alla presenza di due ruoli diversi e raddoppia le tentazioni di “controllo delle carriere” all’ origine degli episodi di malauniverità.

  4. PER QUANTO RIGUARDA L’ABILITAZIONE NAZIONALE

    A)Criteri più stringenti per chi è strutturato (ric. a tempo ind.)

    B)Criteri meno (molto meno) stringenti per chi non è strutturato (ric. a tempo det. o scaduto)

    Sarebbe bene suggerire a chi introdurrà nuove regole, di considerare 2 situazioni differenti:
    1) chi partecipa da STRUTTURATO è più avvantaggiato
    2) chi partecipa da PRECARIO o DISOCCUPATO, in quanto precario arrivato alla scadenza è più svantaggiato.
    In altre parole,
    non bisogna solo considerare il curriculum e le mediane per l’ASN,
    ma anche il curriculum CHE E’ NECESSARIO PER STRUTTURARSI.
    In passato, infatti, per strutturarsi, erano sufficienti 2 prove scritte ed orali, quindi ZERO PUBBLICAZIONI.
    OGGI, per essere strutturato serve un CURRICULM ENORME, CON L’ASTICELLA CHE SI ALZA ALL’INFINITO e per il precario essere strutturato risulta impossibile, perché deve produrre in maniera forsennata anche da disoccupato.
    Vedete anche voi questa disparità?
    Vedete anche voi questa differenza tra promozione (che c’è sempre nell’abilitazione scientifica nazionale) ed il reclutamento vero e proprio che non c’è mai, in realtà, nelle abilitazioni.
    Siete d’accordo? O rimanete miopi?

    • Sono farneticazioni. Fino a meno di un anno fa ero un precario anche io, ma mai ho preteso facilitazioni rispetto ai colleghi strutturati. Semmai un vero reclutamento distinto dalle progressioni.
      Pretendere soglie ridotte ai precari non colma le disparità nei concorsi ex art 18 comma 1 (l’interno è più economico) e renderebbe l’abilitazione scientifica ancora più grottesca.
      .
      Relativamente al mio commento precedente, avevo postato il meme originale, visionabile all’indirizzo
      https://i.imgflip.com/13eib2.jpg

  5. Che Roars cominci a porre il problema apertamente e senza peli sulla lingua mi sembra un gran passo avanti per scuotere i docenti italiani. Marco Valente scrive cose che tutti sappiamo, ma che devono essere ribadite (e questo non fa mai male) specie in periodi di vacche magre dove destinare risorse per assumere un docente improduttivo e di scarse qualità è un vero crimine. Valente pone l’accento sulle Recommendation Letters, una pratica che potrebbe istituzionalizzarsi se solo il ministro emanasse una circolare, o se solo i direttori di dipartimento le imponessero e le rendessero pubbliche. Ci vuole poco, in fondo, per iniziare a scuotere il sistema.

  6. Si concorda con Pastore sull’analisi di fondo del controllo baronale. Stando al testo di Leinkauf sulla sua esclusione dal concorso della Normale, il TAR ha sanzionato precisamente per assenza di motivazione l’operato della commissione del CUN, che doveva “rendere più eque e trasparenti le procedure di selezione e favorire il ricorso a criteri più ampi per valutare l’esperienza e le competenze” del candidato.

  7. Non sono d’accordo né con il concetto di “corruzione virtuosa”, né con la narrativa sul “parallelo/differenze” con l’Estero (benché si possa leggere di molto peggio, in giro, sull’argomento).
    Ad esempio, le Commissioni NON si nascondono “dietro un ruolo fintamente tecnico”: il loro ruolo è *veramente* tecnico, nel più profondo dei sensi, in quanto i loro membri devono esercitare la loro funzione per formulare giudizi (= attribuzioni di valore) che solo le persone in possesso della deontologia e della tecnica professionale possono fare al meglio.
    I criteri di giudizio sono laschi, ma ci sono, e i commissari devono attenersi a quelli: in particolare, devono attenersi al profilo professionale disegnato dal Settore Scientifico-Disciplinare e non inventarsene altri loro per giustificare giudizi appropriati solo per (un) certi(o) candidati.
    Le Commissioni sono sempre responsabili dei loro Atti, che devono essere resi pubblici secondo le norme che (fortunatamente, col diritto pubblico), lo impongono.

  8. ottimo articolo, pieno di buon senso e cose condivisibili, detto da chi come il sottoscritto ha fatto solo concorsi pubblici per entrare e progredire in università ed era di ruolo a 28 anni; plausibili e sensati anche i commenti, ma introdurrei un’altra variabile, o più d’una: di chiacchiere sulla ‘corruzione’ dei ‘baroni’ siamo stufi soprattutto se vengono da un ceto imprenditoriale familistico-amorale e foraggiato dai soldi dei contribuenti (salvo poi sputarci sopra); perciò chiedo: abbiamo dati reali, statistici, attendibili, aggiornati sulla ‘percentuale’ di concorsi universitari, di qualunque livello, che abbiano registrato e documentato episodi di ‘malversazioni’ concrete e dimostrabili? fatta questa percentuale, diciamo X% (a mio avviso personale non superiore al 10-15%), abbiamo la possibilità di disaggregare i dati per aree scientifiche e aree geografiche? sottintendo che nei grandi atenei e nei piccoli atenei le prassi possono essere molto diverse, parimenti diverse fra atenei pubblici e privati, e infine che laddove, come in alcuni noti ambiti scientifici, girano anche molti quattrini (risorse aggiuntive di tipo para-industriale, partecipazioni a società, banche ecc.) il tasso di ‘corruzione’ dovrebbe essere sensibilmente maggiore che in aree come, che so, la fisica teorica o la filologia germanica…
    Poi, con i dati, parliamo e troviamo i rimedi ai malanni: in primis, la responsabilizzazione dei singoli docenti.

  9. @Renzo Rubele:

    “Le Commissioni sono sempre responsabili dei loro Atti, che devono essere resi pubblici secondo le norme che (fortunatamente, col diritto pubblico), lo impongono”

    Giustissimo, ma io sono stato bocciato perché i miei commissari erano per la maggioranza avversari del mio maestro (vendette italiane).
    Ciascuna commissione è composta da ordinari che (tranne lo straniero) hanno storie personali, rispondono ai loro maestri e se devono andare contro l’allievo dell’odiato collega, non si tirano indietro e lo bocciano.
    Dico bene?

    • @anto:
      generalizzare le proprie esperienze è sempre rischioso. Non tutti i settori sono dominati da faide tra Maestri e Scuole. Anche se poi si possono fare porcherie per altri motivi…
      E tuttavia ci sono anche i concorsi in cui vince davvero il migliore.

    • A me interessava ribadire il “Giustissimo” asserto che gli Atti delle Commissioni sono pubblici, il quale non è collegato logicamente alla tua osservazione che i Commissari “rispondono ai loro maestri”. Il tutto non fa che confermare la mia affermazione che il ruolo di Commissario implica il possesso di Tecnica e Deontologia Professionale: mancando queste, il giudizio decade qualitativamente.

  10. Ecco qua, l’ultimo intervento fa cadere le braccia… ci sono ancora concorsi dove vince il migliore….e chissenefrega! Il diritto privato italiano e’ridotto in condizioni che nemmeno la banda della Magliana, prendetevi Favole quasi-giuridiche di Francesco Gazzoni. Tutte le Facoltà di giurisprudenza sono ridotte ad esamifici dove i professori passano un attimo prima di tornare ai loro studi professionali, se ne è accorto anche il massimo teorizzatore della raccomandazione universitaria ed e’stato pubblicato da Roars (cercate il video dell’intervista a Vincenzo Zeno-Zencovich a un giornalista del Fatto Quotidiano). i rettori caricano forzatamente i lavori dei colleghi per una procedure di valutazione che fa ridere, ma che se va male ti buttano fuori dai collegi di dottorato. Le Universita’telematiche proliferano con titoli di cartapesta formalmente equivalenti a quelli delle altre. La giustizia amministrativa censura centinaia di commissioni dell’Asn e lo fanno passare per “contenzioso fisiologico”. Cari amici di Roars o ci dimettiamo tutti o c’è la piantiamo di dire “…che ci sono anche concorsi dove vince il migliore” e prendiamo i colleghi che si comportano come sappiamo per il metaforico “collo” e non gli permettiamo di fare quello che fanno. Poi, certo, continuiamo cosi che la pensione dovrebbe arrivare…

  11. […] Quali sono i motivi per cui si “truccano” i concorsi? Oltre a quello evidente, ottenere “utilità” dal favorire un candidato che mai avrebbe vinto senza l’aiutino, ve ne è un’altro, che, a mio avviso, è il prodotto della necessità, diciamo la “corruzione virtuosa”, che funziona da comoda copertura per le violazioni di interesse. E’ necessario ricordare che nei concorsi universitari vale il principio di legge per cui si deve selezionare il “migliore” tra tutti i candidati, e che la commissione è libera di valutare quello che vuole come vuole, senza alcun vincolo sostanziale. Uno dei problemi è che raramente risulta facile, o addirittura possibile, distinguere il “migliore” tra candidati che, come ogni persona di scienza, ha esperienze e caratteristiche uniche. Il lavoro del docente universitario è fatto di tanti aspetti, ad esempio didattica e ricerca, e non è detto che le capacità in una attività si trasferiscano anche sull’altra. Continua a leggere […]

  12. 1) gli atti delle commissioni sono già pubblici e ciascun commissario sottoscrive il proprio giudizio
    2) non vedo proprio gli autori di certi giudizi ASN farsi prendere da scrupoli se gli chiedono una lettera
    3) ipotizzare che i TAR giudichino sempre secondo verità giustizia e diritto è quanto meno ingenuo. Ultimamente diverse sentenze TAR su concorsi sono state annullate a ragione dal Consiglio di Stato
    4) esistono anche le discipline umanistiche, non solo quelle sceintifiche; e per le discipline umanistiche non mi sembra male che le ricerche si diversifichino e non siano subordinate alle necessità dei gruppi di ricerca.

    • errata corrige, a punto 2 si legga una lettera di raccomandazione
      a punto 4 “scientifiche”

  13. Con tutto il rispetto per l’Autore, trovo piuttosto ingenuo immaginare che il livello di reputazione attesa possa modificare il (mal)costume delle modalita’ concorsuali.
    I verbali dei concorsi sono pubblici e spesso i loro contenuti lasciano stupefatti. Molto si e’ detto anche sulle risoluzioni di alcune Commissioni per l’ASN nelle quali sono stati bocciati candidati di valore internazionale.
    Stante che l’abilitazione e’ basata sulla produzione scientifica sarebbe stato necessario fissare degli indici, mediane, concordati con la comunita’ scientifica e poi ad essi non derogare.
    Condivido l’assunto che non raramente il candidato ‘migliore’ non sia il candidato piu’ adatto per una determinata posizione, ma non credo che le lettere di presentazione possano risolvere il problema.
    Credo che le università’ ed i centri di ricerca debbano poter chiamare chi ritengano piu’ opportuno per un determinato mandato, ma altrettanto che se sbagliano debbano, anche chi abbia operato lla scelta, pagare in termini di finanziamenti, di progressione di carriera e perche’ non anche di (ulteriori) blocchi salariali.

    • “sarebbe stato necessario fissare degli indici, mediane, concordati con la comunita’ scientifica e poi ad essi non derogare”
      Se non ricordo male i dati dicono che i casi di “deroghe” sono stati pochissimi. Peraltro, è noto che gli indici si truccano con grande facilità. Nulla può sostituire la trasparenza.

  14. A me pare che il nucleo del problema stia nella distinzione tra avanzamenti di carriera e reclutamento vero e proprio. Un sistema ben funzionante dovrebbe prevedere un ruolo di ingresso ben controllato dalla comunità di riferimento, con abilitazione nazionale attribuita da commissioni ampiamente rappresentative del SSD, e solo in una fase successiva concorsi, al limite anche locali. Da noi, al contrario, il reclutamento di base (oggi, RTD di tipo a) è totalmente nelle mani dei gruppi locali, anzi dopo la riforma del 2010 sostanzialmente è in mano a quei gruppi locali che riescono a finanziarsi i posti con fondi esterni; il “filtro” nazionale dell’abilitazione arriva solo dopo, quando ormai l’eventuale danno (assunzione di studioso non serio) è fatto. Non mi si venga a dire che il vero ruolo d’ingresso nelle università è quello di PA, perché questa è una favola che è clamorosamente falsa oggi, con il gran numero di RTI messi in competizione con i nuovi RTD per le scarsissime risorse dei passaggi di carriera, ma sarà una favola anche domani, quando le commissioni di abilitazione nazionale, decidendo sull’attribuzione o meno dell’abilitazione a PA degli attuali RTD, avranno in pugno un indebito (secondo me) strumento per stroncare carriere di colleghi che da molti anni operano all’interno di atenei, con l’evidente simmetrico rischio del “todos caballeros” (vedi vecchia conferma nel ruolo).

    • No, questi contratti sono “riservati a candidati che hanno usufruito dei contratti di cui alla lettera a), ovvero, per almeno tre anni anche non consecutivi, di assegni di ricerca”. Con il semplice dottorato si può concorrere per i contratti RTDa

  15. A me pare che il problema sia a monte

    Si giudica in base al peso in Kg di pubblicazioni e di citazioni

    Ma chi scrive gli articoli? Chi cita chi? E’ facile dire che si è scelto il migliore sulla carta quando poi è solo una capretta con pezzi di carta scritti da chissà chi

    vogliamo tornare alle prove didattiche? vogliamo interrogare i candidati sui contenuti delle loro presunte pubblicazioni?????

    il resto è fuffa signori miei (Crozza dixit)

    • Vero. Il problema è proprio questo. Si vocifera di persone che hanno scritto un 30% del presentato. Il re sto o è scambio di nomi, o il padre, si vocifera di tecnici di laboratorio che integrano la pensione facendo i ghost writers…c’è n’è di tutti i colori. ..ecco qua servite le mediane. ..che ridicolaggine

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