Una commissione formata per tre quinti da docenti dell’ateneo che bandisce il posto di professore, la quale «formula una rosa [senza limite di numero] di candidati idonei all’interno della quale il Consiglio di Dipartimento sceglie quello o, in caso di più posti, quelli maggiormente qualificati, anche in relazione alle specifiche tipologie di impegno didattico e scientifico». No. non state leggendo il regolamento per le chiamate dei professori di una qualche università telematica, ma si tratta di regole in vigore all’Università di Verona. A Trento vige un regolamento simile, anche se la rosa è limitata ad una terna e due commissari su tre sono esterni. Mentre si arroventa il dibattito sulle procedure e le soglie dell’abilitazione scientifica nazionale, destinata a distribuire medaglie di cartone, poco o nulla si discute dei regolamenti locali con cui vengono assegnate le medaglie vere, ovvero i posti da ricercatore o da professore. Anche grazie alla reticenza della l. 240/2010, assistiamo ad una sorta di deregolamentazione, con il rischio che  i localismi prevalgano sull’interesse pubblico e sui diritti dei candidati.

Agli inizi di quest’anno, un nostro lettore aveva segnalato il regolamento “a statuto speciale” adottato dall’Università di Trento per il reclutamento dei ricercatori:

è interessante sottolineare il curioso regolamento per il reclutamento dei ricercatori, adottato dall’Ateneo: sostanzialmente hanno trovato un meccanismo per aggirare l’istituto del concorso nazionale, adottando, di fatto, il meccanismo della chiamata diretta. Infatti, da regolamento, la commissione giudicatrice non fornisce né graduatorie, né valutazioni analitiche, ma solo giudizi generici su tutti i candidati (basati esclusivamente sul CV, senza esprimersi sul colloquio orale di valutazione dei titoli), indicando una rosa di idonei. Questo in barba alle richiese esplicite della legge Gelmini. E’ poi il dipartimento a scegliere, dopo che la commissione è stata sciolta senza dichiare vincitori, in sede di consiglio e sulla base di logiche non trasparenti. Capita che candidati che abbiano ottenuto giudizi migliori dalla commissione non vengano poi chiamati dal dipartimento, che è libero di scegliere anche il peggiore degli idonei.

http://www.roars.it/online/prosegue-la-querelle-sui-bandi-anomali/comment-page-1/#comment-54105

A scopo di verifica si può consultare il regolamento sul sito web dell’ateneo:

La Commissione indica infine non più di tre candidati idonei alla chiamata in relazione ai criteri definiti nel bando. La Commissione esprime le sue valutazioni senza riferirsi all’eventuale tipologia di impegno didattico e di ricerca richiesto. Sono esclusi esami scritti e orali, a eccezione della prova orale di accertamento della conoscenza di una lingua straniera (art. 24, c. 3)

  1. Ai fini della formulazione della proposta di chiamata, i candidati individuati dalla Commissione sono invitati a sostenere presso la struttura accademica interessata un seminario relativo all’attività di ricerca svolta e alle prospettive di sviluppo, anche con modalità telematiche.
  2. Entro 60 giorni dall’approvazione degli atti con decreto del Rettore, il Consiglio della struttura accademica, sulla base delle valutazioni formulate dalla Commissione in merito al profilo scientifico dei candidati e degli elementi emersi in sede di presentazione del seminario, anche tenuto conto della coerenza rispetto alla eventuale tipologia di impegno didattico e di ricerca, propone con deliberazione motivata, approvata con voto favorevole della maggioranza assoluta dei professori di prima e di seconda fascia, la chiamata di uno dei candidati dichiarati idonei, ovvero decide di non procedere ad alcuna chiamata. (art. 26, c. 1-2)

Le procedure selettive per la chiamata dei professori di prima e di seconda fascia (art. 4-9) sono regolate in maniera del tutto analoga. L’indicazione di una terna da parte di una commissione impedisce che si possa parlare di un vero e proprio “liberi tutti”, ma, rispetto ai regolamenti in vigore in altri atenei, i margini sono più ampi. In particolare, se è vero che «La Commissione esprime le sue valutazioni senza riferirsi all’eventuale tipologia di impegno didattico e di ricerca richiesto», il voto decisivo tiene conto anche dell’eventuale tipologia di impegno didattico e di ricerca. Una tipologia che, come segnalato proprio in riferimento alla sede di Trento, potrebbe risultare estremamente specifica, fino al punto da giustificare l’espressione “concorsi a fotografia“, coniata da Alessandro Figà Talamanca in un suo post apparso su Roars.

A quanto pare, i concorsi “a statuto speciale” non sono un’esclusiva trentina. Alla fine di luglio, l’ateneo veronese ha pubblicato diversi bandi di concorso. A titolo di esempio, prendiamo il bando 208609 per un posto di ricercatore a tempo determinato di tipo A:

Verona_chiamata

Come nel caso di Trento, la coerenza con la tipologia di impegno didattico e di ricerca spetta solo al dipartimento, mentre l’unico profilo di cui la commissione può fare riferimento si riferisce all’eventuale indicazione di uno o più settori scientifico-disciplinari (art. 6 del bando):

profilo_Verona

La sezione dedicata ai concorsi dell’ateneo veronese è curata e ben navigabile. Senza difficoltà, si arriva ad un’apposita pagina, dove sono reperibili i regolamenti e anche i fac-simile dei verbali sia per le commissioni sia per la deliberazione del dipartimento.

Verbale_Chiamata_Verona

Da questo fac-simile (e anche da quello dei verbali della commissione) si deduce che il Dipartimento è chiamato a deliberare sulla base di una graduatoria. Va anche detto, che la scelta del secondo o del terzo candidato in graduatoria può essere agevolmente motivata qualora il loro profilo fosse più congruente  alla tipologia di impegno didattico e di ricerca specificati nel bando.

Andiamo ora a vedere il fac-simile della deliberazione del dipartimento relativo alla chiamata di professori di seconda fascia nelle procedure selettive.

Rosa_PA_Verona

 In questo caso, notiamo due cose:

  1. Non si parla più di graduatoria, ma solo di “rosa di candidati”. Nel fac-simile sono predisposte tre caselle, ma sia il bando (art. 6 del bando 348344: «La commissione formula una rosa di candidati idonei all’interno della quale il Consigio di Dipartimento sceglie quello o, in caso di più posti, quelli maggiormente qualificati, anche in relazione alle specifiche tipologie di impegno didattico e scientifico indicate all’art. 1 del presente bando») sia il regolamento di ateneo (art. 8, c. 2: «Sulla base della valutazione effettuata la Commissione formula una rosa di candidati idonei») non fanno cenno ad un numero massimo di idonei.
  2. Nel facsimile è già contenuta come possibile motivazione proprio la coerenza con «le indicazioni contenute nel bando e con l’impegno didattico e scientifico che dovrà essere ricoperto».

Se non c’è una graduatoria, ma una rosa di idonei, per di più senza un numero massimo,la possibilità di motivare la scelta in base ad un profilo di impegno didattico e scientifico scelto ad hoc, fa assomigliare la procedura ad una sorta di chiamata diretta.

Un argine ai localismi, potrebbe essere costituito dalla commissione di valutazione, a cui spetterebbe il compito di non allargare indebitamente la rosa degli idonei solo per compiacere interessi locali. Vale pertanto la pena di controllare la composizione della commissione di valutazione. La troviamo specificata nell’art. 7 del Regolamento per la disciplina delle chiamate dei professori universitari, in vigore a Verona dal 7 luglio 2016:

Commissione_Valuazione_Verona

Da quanto si legge, dei cinque componenti designati dal Dipartimento, almeno due devono essere esterni all’Università di Verona. Questo significa che che tre componenti su cinque possono essere interni all’ateneo. Da notare che per i concorsi da ricercatore, invece, due componenti su tre devono essere esterni all’ateneo (art. 8, c. 4 del REGOLAMENTO PER LA DISCIPLINA DEI RICERCATORI A TEMPO DETERMINATO). Nel caso di Trento, due componenti su tre devono essere esterni all’ateneo sia nelle procedure per i posti di ricercatore sia per quelle per posti di professore.

In  conclusione, se i concorsi di Trento sono da ritenersi “a statuto speciale”, a maggior ragione l’appellativo è valido per quelli veronesi, soprattutto nelle procedure selettive per posti di professore in cui non c’è limite alla numerosità della rosa degli idonei e in cui tre membri su cinque della commissione possono appartenere all’ateneo che bandisce il posto.

Anche a Pisa, secondo il Regolamento per la disciplina della chiamata dei professori di prima e seconda fascia, dei tre componenti della commissione  valutazione “almeno uno di questi deve essere esterno all’Università di Pisa” e

Le commissioni, con deliberazione assunta a maggioranza dei componenti, individuano i candidati idonei a svolgere le funzioni didattico scientifiche per le quali è stato bandito il posto

senza porre limiti al numero degli idonei. Infine,

il consiglio di dipartimento propone entro due mesi dall’approvazione degli atti al consiglio di amministrazione la chiamata del candidato prescelto fra gli idonei.

L’eterogeneità dei regolamenti adottati dagli atenei che, nei casi citati di Pisa, Trento e Verona, allargano le maglie della procedura concorsuale fin quasi a sfilacciarla, può, almeno in parte, essere imputata alla reticenza della della l. 240/2010 che  su questo punto cruciale dice assai poco. Non sarebbe più funzionale e logico alleggerire la massa di regole che grava sulle ASN (causa non secondaria di contenziosi) e porre semmai qualche regolina agli Atenei? Sembra uno scherzo del destino, ma mentre le norme che regolano l’abilitazione scientifica sono oggetto di acceso dibattito, molto poco si discute del reclutamento vero e proprio, regolato da una miriade di regolamenti locali la cui capacità di tutelare l’interesse pubblico e i diritti dei candidati non è per nulla scontata.

Ma forse non è uno scherzo del destino.

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31 Commenti

    • Vien da rispondere bene: se non sapessimo come L?ASN sia manovrata dalle manovre localistiche alle quali fa riferimento.
      Basta leggere i giornali, sentire cosa si mormora per tutta Italia sulle passate tornate…

    • ho fatto il commissario ASN e ci siamo sforzati di fare le cose seriamente, attirandoci un documento pubblico di improperi e squallide insinuazioni dei “maestri” di candidati/e meritatamente bocciati/e e una valanga di ricorsi cui il Miur non ha ritenuto di resistere veramente condividendo in fondo la linea todos caballeros, onde le “autonome” Università potessero poi scegliere liberamente il “loro” peggiore. Con tutti i difetti, il concorso nazionale è la soluzione meno peggiore, secondo la mia opinione ed esperienza

  1. Ho avuto a che fare con questi “concorsi”, e non c’è niente da fare. Con maggioranze schiaccianti ha sempre “vinto” il candidato/a più attivo in attività di politica interna, quindi sempre un locale, in un caso addirittura di un settore di fatto diverso rispetto a quello del concorso. Di fatto si tratta di promozioni interne, che per motivi ideologici in italia vanno chiamati concorsi. L’unica cosa buona rispetto al passato è che ora non si fa più perdere tempo ai candidati più capaci a fingere di fare un concorso.

    • Ho personalmente “subito” questa modalita’ di concorso sia a Roma II “Tor Vergata” che a Pisa DipMat… compresa la scelta (nel primo caso) di un candidato senza abilitazione nel settore principale del concorso (nel bando era scritto “…e affini…”, interpretato come “qualunque settore matematico”).
      Ora Napoli credo si appresti a seguire le stesse modalita’ per i concorsi RTDb.

  2. Queste procedure (finti concorsi) più la ASN sono soltanto il caos istituzionalizzato ad arte. L’altra facciata delle procedure ‘ algoritmizzate’ e pasticciate , opache, di gestione dei precari della scuola, dove guarda caso la moglie del premiere è stata chiamata in una scuola a due passi da casa. Quando il caos sarà veramente ingestibile o ritenuto tale dal governo, arriverà la legge per ristabilire l’ordine, attraverso nomine e non più elezioni delle cariche univesitarie.

    • Perché i concorsi banditi dalle Università per, e sottolineo per, i candidati che hanno avuto l’ASN, sono limpidi?

  3. Io proprio non capisco questo punto di vista: stiamo chiedendo (purtroppo inascoltati), da quando è iniziata questa esasperazione bibliometrica, che si utilizzi un meccanismo di valutazione basato slla scienza esistente a riguardo e non sulle invenzioni anvur. Che c’entra con questo la richiesta che ogni concorso sia fatto su base nazionale, selezioni il supposto migliore (secondo criteri che mai saranno adeguati per tutti), etc. etc.

    Se tutti vogliamo una seria valutazione allora perché non concordiamo che sia impiegata ex-post per penalizzare chi sceglie di assumere personale non adeguato e la smettiamo on la farsa dei concorsi attuali e le scandalose scelte di certe commissioni?

  4. E’ una farsa che purtroppo fa comodo ancora a molti, ma che umilia studiosi che hanno lavorato duro per anni e che non hanno relazioni locali con gli ordinari che contano.
    La vera assurdità, quello che è capitato a me, è che l’abilitazione finisce per diventare una vera dannazione se addirittura ti capita di non ricevere più contratti di diritto privato per il timore che da abilitato poi si possa avanzare qualche futura pretesa in un dipartimento… Siamo all’assurdo. Alla fine ricevere l’abilitazione diventa una doppia beffa.

  5. Caro Braccesi, per poter accedere è richiesta l’abilitazione.
    In sostanza non vedo differenze dagli altri concorsi dove il profilo del candidato è descritto minuziosamente sia dal punto di vista dell’impegno didattico che scientifico.
    Si tratta appunto di promozioni interne. Si può però sempre provare, almeno a Trento la domanda è telematica e costa meno tempo e fatica..

  6. In quasi tutto il mondo (eccettuati alcuni paesi che non a caso condividono molte delle disgrazie dell’Italia, essendo nate dalle stesse radici) accade, per il reclutamento, tutto ciò che voi denunciate come perverso (come se i docenti italiani fossero verginelle non use a manipolare concorsi). Forse è l’Italia che sbaglia. Non so come dire …

    • All’estero la pratica di academic inbreeding è fortemente evitata, già a livello di dottorato. Inoltre reclutamento e progressione di carriera sono due procedure ben distinte.

  7. Attenzione che le commissioni non possono valutare riferendosi a quelli che – impropriamente – sono chiamati “profili” ma sono in realtà “tipologia di impegno didattico e di ricerca” (dovrebbero informare i candidati di cosa saranno chiamati a fare se vinceranno). Se le commissioni lo fanno (e non dubito che molte lo facciano) vengono impallinate dal TAR, se solo qualche candidato ha la lucidità e la voglia.

    Con certi regolamenti, invece, condurre a “buon fine” quello che Figà Talamanca aveva definito “concorso a fotografia” diventa un gioco da ragazzi del tutto privo di rischi (soprattutto se la maggioranza dei componenti della commissione possono essere interni):
    _____________
    (1) Metti la fotografia nella tipologia di impegno didattico e di ricerca.
    (2) Nomini una commissione a maggioranza di interni che seleziona una lista di idonei lunga abbastanza da comprendere il “fotografato” (stando ben attenti a non menzionare la tipologia di impegno didattico e di ricerca nei giudizi messi a verbale).
    (3) Il dipartimento riceve la lista e, ohibò, scopre che uno degli idonei combacia con la fotografia riportata nella tipologia di impegno didattico e, senza sforzo, lo chiama tra tutti.
    _____________
    In un concorso “tradizionale”, le commissioni devono motivare un giudizio comparativo. Questo significa che devi prenderti la responsabilità di scrivere nero su bianco che il Carneade di turno è meglio di Einstein e poi devi motivarlo. Magari i commissari sono bravissimi a girare frittate, magari no (e conoscendo i colleghi, parecchi non sono nemmeno bravi). E poi ci possono persino essere frittate che non sono girabili. A quel punto, ti prendi delle responsabilità (almeno come reputazione) e in diversi casi ci possono essere gli estremi per il ricorso (e di ricorsi accolti ce ne sono stati, a volte anche sanguinosi).
    Passare a un sistema in cui scrivi semplicemente che N candidati (magari con N grande a piacere) sono tutti idonei, senza formulare una graduatoria, passando poi la palla al dipartimento che usa come alibi la “fotografia” che era stata predisposta in anticipo, significa spalancare il cancello del pollaio in modo anche il più sprovveduto ladro di polli faccia razzia.

  8. potete aggiungere alla lista Pisa, che da molto tempo effettua questa pratica. L’aggiramento (più o meno sottilmente effettuato) delle regole e’ la costante del sistema accademico italiano. La chiamata diretta e’ esattamente quello che voleva il sistema e il sistematico aggiramento della legge e’ giustificato in nome dell'”autonomia”. D’altro canto quando si invoca il “merito” per passare sopra a qualsiasi altra categoria si finisce cosi’. I mali del sistema non sono dovuti all’ANVUR (o al MIUR), ne da questi possono essere risolti.

  9. La vera farsa dei concorsi locali è che i membri delle commissioni, siano essi interni o esterni, sono di regola scelte dai Consigli di Dipartimento. A questo punto, la scelta di Atenei come Verona e Trento di far designare il vincitore direttamente dai Consigli di Dipartimento mi sembra meno ipocrita.
    Ma è chiaro che tutto ciò fa schifo.
    A chi sostiene l’eterno refrain della “scelta libera e valutazione ex post, con taglio di risorse a chi recluta male”, propongo di riflettere sulla situazione di un candidato valido, ma non appoggiato dalle cordate forti che normalmente monopolizzano i consigli di dipartimento: con quel meccanismo, avverrà che i dipartimenti decideranno di chiamare i “benvoluti”, fregandosene delle conseguenze, e a pagare queste ultime al prossimo giro (niente più soldi, niente più chiamate) saranno i “non benvoluti”. Viva i concorsi nazionali!

    • Proprio così.
      Se penso ai vecchi cattedratici onorati e riveriti, senza collaborazioni internazionali, senza convegni, pochi scritti…

  10. Bene. Sciolto il dubbio che per partecipare al concorso farlocco occorre avere la ASN, ha ragione De Nicolao. Si tratta semplicemente di ‘sgravare’ la Commissione dalle responsabilità di individuare il ‘fotografato’, ma, in sostanza, nulla cambia, perché sfido chiunque a citare un caso in cui un ‘non fotografato’ ce l’abbia fatta. Da quando c’è il concorso locale si è dato sfogo alle più incredibili ‘malefatte’. L’Università è diventata definitivamente il luogo del favoritismo locale e del provincialismo più sfrenato. Si è del tutto abolita la mobilità dei docenti e ciascuno ha potuto fare la sua carriera in casa al calduccio. L’esplosione delle assunzioni, lo squilibrio nelle sedi a favore dei settori ‘più potenti’ ha determinato le attuali ristrettezze imposte all’Università (la festa è finita) e dato spazio all’ANVUR per dettare regole cervellotiche e disoneste. Il risultato è che la festa non è per niente finita, perché, sia pur con minori risorse, i ‘fotografati’ riescono comunque a sfangarla, magari rispettando anche gli aulici requisiti dell’ANVUR, perché i ‘fotografi’ sono bravi a coltivare relazioni, mandarti all’estero, etc, etc. Come uscirne? Ritornando al concorso nazionale con un numero di vincitori pari ai posti disponibili ed i posti disponibili decisi a livello nazionale tenendo conto degli equilibri e delle necessità di ciascuna sede. Qualche ‘fotografato’ passerebbe lo stesso, ma il sistema delle parrocchiette e del provincialismo sarebbe un po’ ridimensionato.

    • sono completamente d’accordo. ASN todos caballeros più scelta libera (o legalmente riservata agli idonei interni) delle Università vuol dire professori senza alcun concorso in nome dell’autonomia delle Università. Molto meglio il vecchio sistema del concorso nazionale, con tutti i suoi limiti

  11. La storia dei concorsi nelle Università italiane, dal tempo del Regno, è piena di ombre: concorsi affatto “pubblici” ma privatizzati non solo a livello nazionale ma di sede e di Ministro (chiamate per chiara fama…).
    Non credo che si voglia addivenire a concorsi trasparenti, rigorosi in cui vince solo per il merito in senso lato e la cattiva fama dell’Università poggia in larga misura su parentopoli e concorsi truccati (ovviamente con una giusta e inappuntabile interpretazione delle leggi) non solo tra i docenti ma tra lo stesso personale Tecnico-Amministrativo. Chi non ha letto quanto succede o è successo all’ATAC di Roma? Ma che dire dei concorsi alla Regione? O delle nomine della Raggi al Comune di Roma?
    E’ una situazione così disastrata a livello Italia che è difficile venirne a capo. Ne conosco delle belle… Cose mai viste (questi occhi hanno visto cose che voi umani non potete immaginare…) e difficili da credere.
    La penuria dei posti aguzza l’ingegno di chi può o si crede di potere tutto in barba alle leggi e all’etica: ma è mai esistita l’etica all’Università nonostante i recenti codici etici e le commissioni etiche imposte dalla Gelmini?
    Parole, parole, parole, parole parole soltanto parole, parole tra noi… Tu sei il mio ieri, il mio oggi… Tu sei come il vento che porta i violini e le rose… il vento su cui si scrivono parole, parole…

  12. C’è da dire che con gli ultimi concorsi da ricercatore, con l’inserimento del sorteggio, qualche sorpresa c’è stata. C’erano due commissari esterni e un interno. In alcuni casi i due commissari esterni si sono coalizzati e hanno messo in minoranza quello interno. Ma questo non ha sempre garantito che il migliore candidato sia stato messo in cattedra. Il concorso nazionale con commissari sorteggiati (e altamente titolati) può essere garanzia di buon funzionamento della macchina concorsuale. Se il disegno politico di Renzi, come pare, sia la riduzione degli atenei italiani a 4 o 5, non credo che per ora abbia (con Giannini al vertice) la voglia di far mandar giù agli ordinari altri bocconi amari come il concorso nazionale.

  13. …bene, bravi, bis!
    Il vero problema è il “tana libera tutti” voluto dalla Gelmini a livello di reclutamento, secondo il modello americano (rectius: inglese, visto che chi ha scritto la legge era stato in UK, mica negli USA), che però in Italia non può funzionare perché, al potere dipartimentale di reclutare chi ti pare, non corrisponde alcuna responsabilità.
    Per il resto, ha ragione Fausto Proietti.
    Una volta che la commissione è designata dal Dipartimento, ogni designato è comunque un membro interno, anche se di un’altra università: praticamente, più che una commissione, è un plotone di esecuzione, per cui, se il posto non è “il tuo”, è inutile che ti presenti.
    Il vantaggio della rosa di abilitati è solo in chiave di ricorso. La commissione ne abilita 3 o 5, e poi il dipartimento sceglie. Questo serve a deresponsabilizzare i commissari “che non vogliono fare la brutta figura” (qualche “anima pia” dei settori scientifici “duri e puri” ancora in circolazione?), ma soprattutto serve a scoraggiare i ricorsi, perché dovresti impugnare la delibera dipartimentale, che tuttavia sarà motivata sull’opportunità (e quindi soggettiva/discrezionale/politica), e non sul valore scientifico dei candidati, su cui il dipartimento, per definizione, non può esprimersi, per mancanza di competenza, a meno di non immaginare un dipartimento in cui tutti afferiscano allo stesso settore…che abbia messo a concorso un posto, ancora una volta, per quel medesimo settore.
    Beninteso: non che i ricorsi servano a qualcosa. Anche se e quando dovessi vincere, la nuova commissione dipartimentale che farà di nuovo il concorso darà sempre lo stesso esito…e quindi dovrai fare di nuovo ricorso. Sotto questo punto di vista, c’è il caso eclatante di un’amica, Ilaria Negri, che infatti non ha risolto nulla, pur avendo vinto al TAR e al CdS.
    A livello di concorso locale, l’unica sarebbe avere una commissione interamente sorteggiata. Quando formulammo la nostra proposta per gli ultimi concorsi da RTI, lasciammo il membro interno, ben sapendo che questo avrebbe compromesso la maggioranza dei concorsi, in quanto, diversamente, temevamo che nessuna Università avrebbe bandito quei concorsi, neppure quelli coi fondi Mussi (meglio poco che niente).
    E infatti mi pare di ricordare -ma sono passati anni: “si sbaglio corriggete”- che un’Università, nonostante avessimo “fatto salvo” il membro interno, disse che, con quelle regole, lei non li avrebbe banditi i posti da RTI e che, a questo punto, preferiva dare indietro i soldi dei posti Mussi.
    Anzi, mi pare proprio che fosse Trento…che sia “vizio”?
    Però veramente è passato troppo tempo e non vorrei sbagliare, forse -se leggono- Jonny o, ancora meglio, Mino (scrivesti tu un pezzo al proposito?) sono in grado di precisare la questione.
    Per altro, se la commissione è totalmente imparziale, non c’è bisogno neppure di inserire elementi quantitativi di vincolo alla sua discrezionalità, che in questa sede sono particolarmente sgraditi. Io, personalmente, non li demonizzo, si tratta solo di non renderli automatici, lasciando la commissione libera di poter motivare in senso contrario, ma con un obbligo di motivazione rafforzata (proprio come previsto dal CUN).
    E’ ovvio, poi, che gli elementi quantitativi debbano avere una base quantitativa. Che senso ha contare gli articoli o i libri se poi non si stabilisce una dimensione minima per un articolo (10 pagine) o per un libro (130 pagine)? Non si tratta, infatti, di quantificare la qualità, ma di misurare la quantità. L’unica cosa sbagliata alla radice, cioè già nel metodo, è quella di voler dedurre la qualità dalla quantità, cioè la qualità di un articolo dalla quantità delle citazioni.
    Ma, come scrivevo, una commissione, senza il conflitto di interessi endemico che normalmente le affligge, può fare a meno di vincoli quantitativi alla sua discrezionalità.
    In sede locale è facile, basta decidere, per legge, che tutti i commissari sono sorteggiati.
    Attenzione, però: ciò deve valere per tutti i ruoli e per tutti i concorsi, altrimenti i dipartimenti inizieranno a bandire concorsi per il ruolo, o del tipo, che non soffrono questa “limitazione”, lasciando a zero quelli che la soffrono.
    In sede nazionale, che sia ASN, o che sia -molto, molto meglio- concorso nazionale, questo (cioè il sorteggio integrale) evidentemente non basta, anzi praticamente non serve, perché si presentano tutti i candidati possibili.
    Anche volendo fare il concorso nazionale, tuttavia -soluzione migliore secondo me-, si può ottenere un giudizio imparziale, senza il bisogno di scomodare commissari stranieri, che complicano solo le cose.
    La verità, però, è che manca la volontà politica, da parte degli stessi universitari. La politica a sua volta se ne frega, perché finché taglia è contenta, e non ha alcun interesse a risolvere il problema.
    Quindi, ci terremo il sistema di reclutamento attuale, cioè il peggiore possibile, “tutti contenti” di poter andare a concorrere ad una nuova tornata ASN.
    Ma non ve ne preoccupate troppo, nel prossimo futuro, infatti, l’Italia, purtroppo per noi, avrà ben altri problemi.
    Tom Bombadillo

  14. eppure non capisco. De Nicolao me l’ha gia’ detto piu’ volte, non capisco il gusto masochistico di autocompiangersi e di ammirare affascinati la “complessita’” della macchina burocratica creata ad arte per far vincere chi deve vincere?
    Non capisco perche’ si scegli di fare questo anziche’ organizzarsi per scrivere bene (questo e’ il difficile, ma se non lo sanno fare degli accademici…) e presentare un ricorso giudiziario contro tutto questo?

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