Non ci sarà più la paventata unificazione dei dodici enti di ricerca vigilati dal Ministero dell’Istruzione (MIUR), in un unico “Centro Nazionale”, come era previsto da una prima  bozza del disegno di legge di stabilità. Alla fine sono stati anche stralciati dal disegno di legge gli articoli che prevedevano che  il compito di proporre un riordino del sistema della ricerca pubblica fosse affidato ad una consulta  composta dai presidenti degli stessi enti di ricerca  che sembravano destinati alla soppressione.

I presidenti degli enti di ricerca possono trarre un sospiro di sollievo. Non solo i loro enti non saranno soppressi, ma ad essi sarà risparmiato il compito di proporre, in tempi brevissimi, una difficile riforma,  sotto la spada di Damocle, di una norma che riservava comunque al Ministro l’ultima parola.

Si può quindi tornare alla usuale “routine” di invocare genericamente maggiori investimenti nella ricerca, e piangere per i tagli annunciati o inflitti.

Sarebbe però una strategia sbagliata per chi ha a cuore, non solo  l’orticello dell’ente da lui presieduto, ma anche , in generale, il destino della ricerca scientifica in Italia.

I presidenti degli enti dovrebbero, infatti, cogliere la palla al balzo e costituirsi autonomamente in una “consulta” capace di proporre a questo governo, e a quelli che seguiranno,  seri provvedimenti di razionalizzazione del sistema, che portino ad una gestione più efficiente delle risorse.

Non c’è alcun dubbio, infatti, che il nostro sistema abbia bisogno di una razionalizzazione, a cominciare dal più grave ostacolo ad una gestione razionale delle risorse che è la separazione tra ricerca universitaria e ricerca negli enti di ricerca. Questa separazione  è stata imposta in Italia da potenti ”lobby” politico-sindacali. Per fare un esempio che vale più di mille argomenti, basta ricordare che una legge del 1980  impose a tutti i ricercatori degli enti pubblici di ricerca,  che erano titolari di un insegnamento universitario, di “optare” scegliendo tra università e l’ente di ricerca di appartenenza. Fu naturalmente un disastro in termini di gestione delle risorse. Chi optò per l’università pretese, giustamente, che l’università gli offrisse i laboratori e le attrezzature  che aveva perso optando per l’insegnamento, chi era invece obbligato a lasciare l’insegnamento determinava una perdita cui l’università doveva far fronte con una nuova assunzione.

I tentativi di promuovere una sempre maggiore separazione dei cosiddetti “enti di ricerca” dall’università risalgono ai primi anni settanta e culminarono nel 1975 nell’ ingresso del Consiglio Nazionale delle Ricerche nel cosiddetto “parastato”. Tutte le successive “riforme” del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)  non hanno fatto che promuovere una  sempre maggiore separazione dal mondo universitario.

Il più grande istituto di fisica l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) ha cercato, al suo interno, di resistere a queste imposizioni, giovandosi anche del  collegamento con enti internazionali come il CERN. Anche i fisici della materia, dopo aver invano tentato di sopravvivere all’interno del CNR,  nel 1994, cercarono di costituire un loro Istituto Nazionale di Fisica della Materia (INFM) all’interno del quale fosse possibile minimizzare i danni della separazione tra università ed enti di ricerca. Ma lo INFM durò solo pochi anni. Nel 2003 fu obbligato a confluire nel CNR e ne vennero espulsi i docenti universitari, che, naturalmente, si organizzarono per chiedere le risorse di cui prima disponevano all’interno del INFM.

Oggi per i presidenti degli enti di ricerca ed in generale per le diverse comunità scientifiche, si presenta la grande occasione per proporre un cambiamento di rotta, che restituisca unità alle comunità scientifiche, che è la premessa per evitare sprechi e duplicazioni.

Il primo passo dovrebbe essere una totale unificazione dei ruoli e dello stato giuridico dei docenti universitari con quello dei ricercatori degli enti pubblici di ricerca, ed una totale mobilità tra i due sistemi. Si tratta di un passo tecnicamente e politicamente difficile, ma che è indispensabile se si vuole veramente razionalizzare il sistema.

La difficoltà principale è costituita dal fatto che i docenti universitari sono una categoria di impiegati pubblici “non contrattualizzati” il cui stato giuridico è determinato dalle leggi dello stato, mentre per i ricercatori sono previsti contratti nazionali negoziati dai sindacati e dalla ARAN (Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni). Si tratta di una differenza che non è casuale, ma che fu voluta dalle forze politiche e sindacali che si opponevano al progetto di Antonio Ruberti di unificare la ricerca universitaria con quella degli enti di ricerca all’interno di un Ministero dell’Università e della Ricerca. E infatti fin dal 1989, l’”emendamento Labriola” al disegno di legge di istituzione del Ministero, consegnò i ricercatori alla contrattazione collettiva, addirittura prima che questa fosse adottata per lo stato giuridico degli altri impiegati pubblici. Il sasso gettato nel 1989 nell’ingranaggio che, con l’istituzione del Ministero dell’Università e della Ricerca, sembrava allora muoversi verso una vera riforma del sistema ricerca, sembra sbarrare ancora oggi la strada a qualsiasi razionalizzazione .

Dobbiamo quindi rassegnarci? Dobbiamo continuare a proporre “accorpamenti “ privi di senso (come quello tra l’INFN e l’Istituto di Studi Germanici), mentre si tollera che un ricercatore di Fisica dipendente dal CNR non abbia immediatamente accesso all’insegnamento universitario, e che un docente di Fisica non abbia accesso alle attrezzature “inventariate” dal CNR?

Io penso invece che si debba cogliere l’occasione dell’esigenza di contenere le spese per proporre, come premessa ad una razionale gestione delle risorse, una unificazione degli stati giuridici dei ricercatori e degli enti.

Osserviamo che la condizione di “non contrattualizzati” dei docenti universitari ha perso in parte la sua ragione di essere, che era quella di difendere l’autonomia della scienza e della cultura, di difendere cioè quella che gli Americani chiamano “academic freedom” . Negli anni settanta e ottanta, infatti, i sindacati del pubblico impiego, che aspiravano a gestire la contrattazione collettiva degli universitari, finivano per essere uno strumento, più o meno docile, dei partiti politici. La mancata contrattualizzazione è servita dunque a difendere, nei limiti del possibile, l’insegnamento universitario  da interferenze politiche veicolate di sindacati in un sistema politico dominato dalla “partitocrazia”. Non c’è dubbio che la situazione è cambiata. Non esistono più i tre grandi partiti di riferimento per la “trimurti sindacale” (DC per la CISL, PSI per la UIL, e PCI per la CGIL). Checché se ne pensi dell’azione di questi sindacati nel pubblico impiego, è difficile sostenere che essi costituiscano un veicolo per le interferenze politiche.

Nulla impedisce quindi che la contrattazione collettiva sia estesa congiuntamente ai docenti e ai ricercatori, all’interno di una cornice legislativa leggera, a tutela appunto della “academic freedom”.  Del resto tutta la ricerca scientifica, anche quella condotta dai ricercatori degli enti di ricerca,  ha bisogno di “academic freedom” . Basta mettersi al lavoro per fare una proposta precisa.

 

[Una versione abbreviata di questo articolo è stata pubblicata da Il Messaggero il 19 ottobre 2012]

Send to Kindle

4 Commenti

  1. Proprio perché tutta la ricerca scientifica ha bisogno di essere tutelata da ingerenze esterne, sarebbe il caso di applicare la massima tutela possibile, che mi sembra essere quella data dallo Stato, piuttosto che quella di un meccanismo di contrattazione.

    • Lo “status” di non contrattualizzati è ambiguo, anche perché viene inteso come un privilegio ingiustificato e nessuno (nemmeno i parlamentari) ne capiscono la funzione di difesa della “academic freedom”. Io penso invece che una cornice legislativa espressamente finalizzata alla tutela della “academic freedom” possa difenderla molto di più. I tentativi di interferenza anche a livello legislativo (come sta pericolosamente avvenendo attraverso le modalità di “valutazione” previste dalla legge Gelmini) dovrebbero confrontarsi con una legge quadro esplicita, che potrebbe ad esempio indicare che ogni valutazione dell’attività di ricerca debba essere basata sul giudizio motivato di esperti di cui sia pubblica l’identità.
      La contrattazione potrebbe allora riguardare solo la parte economica.

  2. Una informazione e un paio di commenti.

    L’informazione e’ che nonostante lo stralcio dell’Art. 11, una Consulta dei Presidenti (leggermente diversa da quella della legge di stablita’, allargata al Presidente della CRUI e ad alcuni alti funzionari ministeriali) e’ COMUNQUE GIA’ stata istituita dal Ministro con suo decreto 20199 del 4 ottobre.

    Il primo commento e’ che certo quella del sognato stato giuridico unico sarebbe una oltremodo favorevole (“massimale”) via d’uscita.

    Un secondo commento e’ che almeno il personale degli enti di ricerca (se poi si unisce la comunita’ universitaria meglio ancora) dovrebbe supportare i propri Presidenti uniti nella Consulta di cui sopra per avanzare un approccio propositivo (“minimale”),per cui rimando a un documentino che ho circolato entro il mio ente http://sax.iasf-milano.inaf.it/~lucio/WWW/Opinions/nobrain3.html

  3. articolo interessante che pone un giusto problema…. a mio parere uno scoglio rilevante all’unificazione dello stato giuridico di universitari e ricercatori in enti di ricerca è la sostanziale differenza delle istituzioni in cui lavorano gli uni e gli altri….
    Le Università, nel bene e nel male, vivono spazi di autonomia anche a livello locale, avendo la possibilità di gestire in proprio posizioni e contratti senza un controllo centralizzato. Gli enti di ricerca (CNR in primis) sono invece fortemente centralizzati, al punto che contratto del ricercatore e situazione economica della sede di lavoro sono totalmente svincolati…. ergo, anche se un istituto ha molti soldi, non può assumere se non passando dal centro di controllo a Roma e il ricercatore è dipendente del CNR di Roma, non dell’Università XY….
    credo che questa diversità debba essere risolta prima di poter procedere ad una unificazione…

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.