Il CNR è governato dai politici. Al contrario, la governance dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) è di fatto affidata alla comunità scientifica e quella dell’università italiana agli accademici.

In questo articolo ci chiediamo se sia stato saggio aver optato per un Consiglio di amministrazione nominato dal governo, e se le persone che ne fanno parte gestiscono bene l’ente. La risposta è: no.

Prima di addentrarci nelle questioni specifiche, è bene ripercorrere brevemente la storia dell’ente. Istituito nel 1923 ad opera dell’insigne matematico Vito Volterra, il CNR ha svolto, fino all’istituzione del ministero della ricerca nel 1989 fortemente voluta da Antonio Ruberti, una duplice funzione: erogazione di finanziamenti alla ricerca, sostanzialmente universitaria, ed esecuzione di attività di ricerca tramite una rete di laboratori dislocati su tutto il territorio nazionale. Con l’istituzione del ministero, il finanziamento della ricerca è passato a Piazzale Kennedy ed al CNR è rimasta la gestione delle propria rete scientifica.

In questo passaggio è mutata anche la forma di governo dell’ente: se nella prima fase l’organo deliberante era il Consiglio di presidenza composto dal presidente, nominato dal governo, e dai presidenti dei Comitati nazionali di consulenza del CNR, eletti dai ricercatori (qui parliamo di giganti della scienza e della cultura nazionale come Caglioti, Amaldi, Scarascia Mugnozza, Faedo), nella seconda fase la decisioni le prende un Consiglio di amministrazione, tipico delle aziende private, totalmente nominato dal governo. Si è dunque passati da un sostanziale autogoverno della comunità scientifica all’assunzione dei destini della scienza da parte del potere politico tramite suoi rappresentanti.

A suo tempo le motivazioni addotte a tale mutamento genetico erano nobili e condivisibili: non era corretto che, in democrazia, la scienza fosse autoreferenziale e che i soldi dei cittadini gestiti da un ente pubblico fossero in mano agli universitari, ad una élite che non risponde al popolo ma ad un vago concetto di comunità scientifica, per di più a scala globale; i cittadini, attraverso i propri rappresentanti politici liberamente eletti, dovevano assumere la responsabilità di indirizzare le opzioni scientifiche nel pieno rispetto della libertà della scienza e di controllare che le risorse pubbliche fossero ben utilizzate. Ebbene, questo disegno, che è stato codificato nelle leggi Moratti ed in quelle successive, è miseramente fallito.

Non solo. E’ di tutta evidenza che i politici nostrani, al di là delle belle parole, avevano visto nel CNR un posto dove entrare per gestire il potere legato ad un bilancio che oggi è di 1.000 milioni di euro.  Fortunatamente al CNR non siamo arrivati a vette sublimi come la nomina di Belsito alla vice presidenza della Fincantieri, ma la logica dell’occupazione del potere da parte dei politici è la stessa, e non va bene né per costruire naviglio né per fare scoperte scientifiche.

Se il CNR è stato messo sotto controllo dai politici, fortunatamente ciò non è avvenuto per l’università che, anche se nei nuovi statuti ha introdotto delle opportune aperture verso la società, rimane ancora saldamente nelle mani della comunità accademica. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che l’università ha mille anni di storia ed un rilevante potere autonomo, mentre il CNR è ancora troppo giovane e debole.

Anche l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) è un esempio di gestione della scienza da parte degli scienziati. L’organo decisionale, il Consiglio direttivo, non un Consiglio di amministrazione, è in composto in larga prevalenza dalle varie componenti interne dell’ente, con l’aggiunta di rappresentanti ministeriali[1].

Passiamo ad analizzare il funzionamento del sistema di governo del CNR, l’attribuzione delle responsabilità e chi ne risponde. I consiglieri di amministrazione sono nominati dal governo; il ministro ne sceglie intuitu personae alcuni, ed altri li nomina su indicazione di alcune organizzazioni portatrici di interessi: la Confindustria, la Conferenza dei rettori delle università italiane, la Conferenza stato-regioni, l’Unioncamere e, da ultimo, i ricercatori dell’ente. La legge, per evitare il ripetersi delle nomine dei nani e delle ballerine dell’epoca craxiana, prevede che i consiglieri di amministrazione siano “personalità di alta qualificazione tecnico-scientifica nel campo della ricerca, di comprovata esperienza gestionale di enti ed istituzioni pubbliche o private”; il punto è che queste caratteristiche sono certificate dai politici. Nel caso del presidente il sistema di nomina è diverso. Dopo la nomina da parte del ministro Moratti di un presidente che si era presentato in parlamento affermando di essere un eminente scienziato con all’attivo 150 pubblicazioni, affermazioni poi risultate non vere, il ministro Mussi ha pensato bene di introdurre un comitato di selezione (search committee), formato da scienziati, incaricato di predisporre una rosa di candidati. Ottima soluzione, ma che ha il limite intrinseco nel fatto che è il ministro a decidere a quali scienziati affidare il compito.

Qui c’è da fare una considerazione generale: perché il governo di un paese democratico deve vincolare le proprie scelte alle decisioni di alcune lobby? E perché non ad altre? Probabilmente la bocciofila di Vigevano potrebbe avere interesse a dare il proprio contributo all’orientamento della ricerca nel campo dello studio delle traiettorie delle sfere. E perché queste lobby vanno a comandare dentro un ente pubblico portando i propri interessi di parte e non quelli generali della comunità nazionale, mentre i rappresentanti dell’ente pubblico non vanno a comandare a casa loro? Qui il parlamento ha scritto una brutta legge.

I membri del CdA hanno un mandato di cinque anni. Poiché nel nostro paese abbiamo la bella abitudine di stancarci presto dei governi e di cambiarli con notevole frequenza, è inesorabile che un ministro nomini i suoi rappresentanti nel CdA del CNR per rappresentare le politiche del governo, che termini il proprio mandato, e che dunque i suoi nominati si trovino, in teoria, a rappresentare le politiche di un altro governo di cui non godono della piena fiducia. I poveretti sono di fatto legibus soluti, non rispondono di fatto più a nessuno. Allora i politici come potevano rimediare al problema? Semplice. I nominati non sono in realtà espressione del governo nazionale, ma di singoli partiti di maggioranza che al momento della nomina detengono le leve del potere e, nei partiti, di singoli esponenti di rilievo. Conclusione: la rappresentanza del popolo sovrano non può essere esercitata sia perché c’è un rapporto diretto tra politico che delega e suo personale rappresentante (la prima autorevole denuncia della deriva dell’occupazione delle istituzioni pubbliche da parte dei partiti è di Enrico Berlinguer[2] nella celebre intervista a Eugenio Scalfari del 1981) sia per la non coincidenza dei tempi tra il mandato quinquennale ed i cicli politici.

Dopo l’analisi teorica passiamo a verificare la situazione sul campo – siamo scienziati, no? La composizione dell’attuale consiglio di amministrazione è la seguente. Il membro rappresentante delle Camere di commercio ha già servito nel precedente CdA. E’ stato il primo ad essere nominato dal ministro Gelmini un minuto dopo l’approvazione del nuovo statuto dell’ente con una rapidità pari alla velocità dei neutrini. L’ingegnere in questione è un imprenditore di cui si dice sulla stampa che sia legato alla Lega Nord – notizia non smentita. Vi è poi il rappresentante della Conferenza stato-regioni, attualmente vice presidente della Provincia di Napoli con tessera UDC. Va ricordato che nella precedente amministrazione la Conferenza stato-regioni ha avuto notevoli difficoltà a designare il suo rappresentante, si dice per una differenza di vedute tra la Regione Toscana e la Regione Campania, per cui l’ente è rimasto orbo del membro regionale per oltre un anno. Alla fine è stato designato il rappresentante toscano ma, nella successiva tornata, c’è stata la rimonta della Campania. Non è molto convincente l’ipotesi che il serrato dibattito tra i presidenti delle Regioni si sia svolto sui temi delle biotecnologie, della linguistica computazionale, dei diritti umani o del settimo Programma quadro, ma più semplicemente su chi andava ad occupare quella posizione di potere – ed in politica una volta vinco io, la prossima forse vinci tu. Ma tutto questo cosa c’entra con la ricerca e con il maggior ente pubblico di ricerca nazionale?

L’attuale presidente del CNR, stimato scienziato che appartiene alla ristretta cerchia dei ricercatori italiani più citati al mondo, ha svolto attività politica come assessore regionale e segretario di partito; alla nomina di presidente si è dimesso dalla carica di deputato PD.

Nel precedente CdA il governo ha nominato un membro che risultava svolgere attività di consulenza al segretario di un partito di maggioranza. Il suddetto membro del CdA, professore associato che nell’università non poteva assumere cariche direttive come quella di preside di facoltà e men che meno di rettore, è stato elevato alla carica di vice presidente del CNR: potenza della politica che talvolta riesce anche a mandare l’acqua in salita. Sempre il suddetto vice presidente si è poi prodotto in una performance che rimarrà nei libri di storia (la sua disciplina): ha sostenuto la validità del creazionismo. Naturalmente ciascuno può dire ciò che vuole, anche che gli asini volano, ma chi rappresenta il CNR non può farlo. Il CNR ha subìto un enorme danno di immagine ma il vertice non ha battuto ciglio per difendere l’onorabilità dell’ente. Financo un importante stato straniero che influenza notevolmente la politica italiana ha censurato il professore associato. E’ di qualche giorno fa la notizia che l’ex ministro De Lorenzo è stato condannato a risarcire lo stato italiano per il danno di immagine causato dalla “tangentopoli dei farmaci”: qualcuno, ed il CNR in primis, dovrebbe chiedere i danni morali all’ex vice presidente.

Tra gli assenti dell’attuale CdA quello di spicco è il ricercatore del CNR. Il nuovo statuto ha introdotto una geniale innovazione. Nel precedente era stabilito chi dovesse indicare i sette membri (tre il ministro, uno ciascuno le altre componenti). Nel nuovo vi sono cinque posti, tre designati dal ministro e due scelti dal ministro su indicazione di cinque lobby, per cui si apre la lotteria. Nell’ultima lotteria la lobby dei ricercatori del CNR, quella politicamente meno potente, è stata sacrificata. Poverini, i ricercatori ed i tecnologi si erano tanto impegnati in una campagna elettorale, in votazioni elettroniche, avevano indicato all’autorevole ministro i colleghi più rappresentativi ma, ancora una volta, sono stati umiliati, messi all’angolo in casa propria dove, a questo punto, appare chiaro che chi fa ricerca non comanda ma deve essere comandato da persone come quelle descritte sopra.

L’altra domanda a cui si vuole dare risposta in questo articolo è: chi governa il CNR lo governa bene?

A sentire la Corte dei conti nella relazione sui bilanci 2009 e 2010 del CNR, se da un lato si riconoscono i risultati positivi della rete scientifica, non altrettanto si dice, per esempio, sulla gestione delle partecipazioni societarie: la Corte sottolinea che l’ente non possiede “tutte le competenze necessarie, incluse quelle imprenditoriali”, e denuncia la “frammentarietà e la poca (?) chiarezza delle informazioni” nonché “la problematicità dell’ingresso del CNR in una società che si occupa del risparmio”[3].

In questo torno di tempo certamente il CdA sta prendendo decisioni fondamentali che faranno la felicità per la scienza italiana. Vorrei tuttavia menzionare alcune azioni e decisioni recenti che sollevano qualche problema.

Il 18 gennaio di quest’anno è apparso sul Corriere della sera un articolo in prima pagina in cui si affermava che al CNRsu 10 euro di spesa, sette vanno a coprire gli stipendi del consiglio di amministrazione, delle segreterie, dei dirigenti amministrativi e della burocrazia. Notizia ovviamente falsa, gravemente lesiva della dignità dell’ente, che andava adeguatamente respinta da chi lo gestisce e che lo rappresenta. Silenzio da Piazzale Aldo Moro, a parte una lettera del direttore generale del CNR al direttore del giornale. La difesa di ufficio si è trovato a farla, con qualche modesto riscontro, un ricercatore su questo sito.

E’ in corso di svolgimento la Valutazione della Qualità della Ricerca, la VQR, da parte dell’ANVUR. Vari analisti hanno fatto osservare che tale valutazione è stata pensata per l’università, che presenta molte debolezze metodologiche, che non si addice agli enti di ricerca, e che inesorabilmente penalizzerà il CNR (vedi qui e qui). Di fronte a tali osservazioni e a prese di posizione critiche da parte dei ricercatori e delle loro organizzazioni sindacali, il vertice dell’ente sta procedendo in splendida solitudine, mettendole in non cale. Mettiamo il caso che questi uccelli del malaugurio abbiamo ragione, chi pagherà per la scelta, che già oggi è palesemente sbagliata, di non mettere rimedio in tempo utile ai prevedibili danni? Qui soccorrono i tempi. La VQR sarà, secondo i piani, completata tra più di un anno. Gli effetti (supponiamo negativi) per l’ente si vedranno tra due-tre anni. A quel punto i membri del CdA se ne saranno andati a casa ed il danno se lo terranno l’ente ed i suoi dipendenti. Loro non ne pagheranno le conseguenze. Chissà se allora ci sarà un secondo caso De Lorenzo o se la Corte dei conti avrà qualcosa da dire?

Lo statuto del CNR prevede l’istituzione del Consiglio scientifico (si è detto che il CdA amministra soltanto e non ha competenze scientifiche, salvo quelle occasionali di alcuni membri che comunque non rappresentano alcuna comunità di ricercatori che potrebbe guidarli nelle scelte scientifiche). Tale statuto, redatto dal precedente CdA che per l’occasione era stato opportunamente rafforzato con ben cinque esperti così detti “saggi”, prevede che la scelta dei possibili canditati venga effettuata da esperti stranieri. Il CdA allargato ha ritenuto dunque che il nostro paese, di riconosciuta tradizione scientifica, con decine di migliaia di ricercatori e docenti, non è in grado di individuare persone che abbiano competenze scientifiche per servire nel Consiglio scientifico del CNR. Scelta folle, novità assoluta nel panorama nazionale e internazionale, che sconta una totale sfiducia nella comunità scientifica nazionale.

In fondo è il ricorrente provincialismo degli italiani, che si rifugiano nelle virtù taumaturgiche dello straniero (vecchio vizio nazionale che si ripete inesorabilmente nella nostra storia: non siamo capaci di governarci e quindi dobbiamo fare ricorso allo straniero[4]. Negli ultimi decenni ci siamo aggrappati all’Europa). L’attuale CdA ci ha messo del suo. Nel bando, pubblicato soltanto in lingua inglese e non in quella di Dante, era scritto che, su dieci membri del Consiglio, “two shall be CNR researchers”. Niente da fare. Nella delibera del CdA di alcuni giorni fa, tra i dieci c’è una sola ricercatrice del CNR, accompagnata da due universitari associati a istituti del CNR. Si evince che due associati fanno un ricercatore CNR intero. Aritmetica creativa. Altro schiaffo alla componente scientifica interna dell’ente da parte dei rappresentanti dei politici.

La conclusione del quadro abbozzato in questo articolo può sintetizzare così: chi comanda al CNR ha una legittimazione politica, non scientifica, non viene valutato da nessuno e di fatto non risponde a nessuno. Sarebbe opportuno che qualcuno (chi?) valutasse in itinere l’operato dei membri del CdA prima che i buoi siano usciti dalla stalla. Al CNR chi comanda quando sbaglia non paga. Al contrario, i ricercatori dell’ente sono costantemente valutati e, quando sbagliano o non si allineano, pagano – in particolare i giovani ed i precari. Non va dimenticato peraltro che sono i ricercatori che portano a casa un terzo delle risorse finanziarie dell’ente con i progetti conquistati sul mercato della ricerca. Sotto questo profilo, nella “spartizione del potere” secondo il manuale Cencelli, spetterebbe loro un terzo delle poltrone!

Detto dunque in altri termini, tra tutti gli attori coinvolti nel sistema di governo del CNR, i leader politici, i partiti politici, il governo, CdA del CNR, ricercatori, il CdA è l’unico che non è valutato e non paga per le scelte sbagliate, salvo quelle amministrative su cui interviene la Corte dei conti.

Come si esce da questo pantano? Le soluzioni, che possono essere varie, richiederanno molta riflessione e tempi non brevi. Ci dovrà comunque essere necessariamente un riequilibrio dei poteri: un’adeguata rappresentanza della comunità scientifica interna dell’ente e di quella più ampia nazionale, l’uscita dei proconsoli del potere politico e l’ingresso di veri rappresentanti dell’interesse collettivo, o quanto meno di ampi strati e interessi, del paese. Questa è la strada seguita dagli altri paesi per garantire l’efficienza e l’integrità della scienza, e che dobbiamo seguire anche noi.

Queste azioni potrebbero costituire un importante segnale di inversione di tendenza, dopo un periodo in cui la politica è entrata a gamba tesa nell’areopago della scienza.

Oggi il mondo sta subendo mutazioni epocali: la globalizzazione, la crisi economica e dei valori. Nel nostro paese si aggiunge la profonda crisi del sistema politico, largamente delegittimato. E’ tempo che gli scienziati si facciano sentire, che contribuiscano alla soluzione dei problemi della comunità nazionale dando il proprio contributo alla ricostruzione scientifica, civile e morale del paese, e che i ricercatori del CNR entrino finalmente in possesso delle chiavi di casa propria.


[1] Il Consiglio direttivo dell’INFN è così composto: Presidente, designato dal Consiglio direttivo dell’Istituto e nominato con decreto del Ministro MIUR; i 23 direttori dei laboratori nazionali e delle divisioni dell’INFN; due rappresentanti del MIUR; un rappresentante del Ministero dello sviluppo economico; un rappresentante dei ricercatori; un rappresentante del personale tecnologo, tecnico e amministrativo.

 

[2] Nell’intervista Berlinguer affermava: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali.”

[3] Questi problemi sono cominciati a sorgere allorché il mondo politico, sulla scia del reaganismo-thatcherismo, ha imposto ad un ente di ricerca di occuparsi di molte altre attività per le quali non è strutturalmente attrezzato, fino a chiedergli di diventare imprenditore. Se si fosse consultata la letteratura sociologica sul rapporto tra scienza e tecnologia, tra invenzione e innovazione, inventore e innovatore, probabilmente non si sarebbe caduti in questa trappola, e si sarebbe continuato a chiedere ai ricercatori di fare bene il proprio lavoro senza imporre loro obiettivi irrealistici che li distraggono dal core business, l’avanzamento delle conoscenze in piena autonomia scientifica.

[4] Vedi, per esempio, Augias C., Il disagio della libertà. Perché agli italiani piace avere un padrone, Rizzoli, 2012.

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3 Commenti

  1. Mi piace questa critica.
    Ma mi pone molti interrogativi. I nomi di taluni sono dello stesso partito che ha pesantemente occupato la cultura italiana per decenni.
    Abbiamo sempre piu, negli anni, in nome di una maggiore democrazia e partecipazione popolare, spinto per il predominio della politica sulla burocrazia, sulla tecnica, talchè tecnici e specialisti si son dovuti collegare ai partiti per avere qualche ascolto. Ara si dice che i partiti hanno occupato: ma si vuiol decidere cosa fare ? in quale direzione andare ?

  2. La domanda è certamente pertinente. Credo che i fatti abbiano dimostrato che i politici alla guida della ricerca non sono la soluzione. D’altra parte, al vertice delle forze armate ci sono i generali ed a quello della magistratura ci sono sostanzialmente i giudici. Un modello convincente è quello dell’INFN, dove è la comunità scientifica interna ed in parte esterna, con una spruzzata di persone nominate dal governo, a gestire l’ente. Se qualcuno ha una soluzione migliore ne possiamo discutere molto volentieri. Nel frattempo le cose, così come sono combinate, non vanno bene.

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