La storia del CNR è lunga nove decenni, ed è una storia travagliata. L’ente è stato governato, fino agli anni ottanta del secolo scorso, dalla comunità scientifica (cioè dall’università). La ventata neo liberista dei Reagan e delle Thatcher ha cambiato le carte in tavola: non era giusto che gli scienziati gestissero la scienza in conflitto di interessi e in una condizione di autorefenzialità della “torre d’avorio”, ma era necessario che la società, attraverso i famosi “stakeholder”, prendesse le redini del comando. La legge attuale prevede che il consiglio di amministrazione del CNR sia composto da cinque membri nominati dal ministro della ricerca di cui tre, tra cui il presidente, scelti direttamente dal ministro e due tra quelli indicati dalla Conferenza Stato-Regioni, dalla CRUI, dalla Confindustria, dall’ Unioncamere, dai ricercatori del CNR.

Nell’ultima riforma dell’ente del 2010 – che era la riforma della riforma … della riforma – è stata finalmente introdotta la possibilità che vi potesse essere nel CdA un ricercatore del CNR: si sono dunque tenute le previste elezioni che hanno condotto alla definizione di una rosa di nomi tra cui il ministro Gelmini poteva scegliere. Ancora una volta si è potuto verificare che i ricercatori del CNR non contano – come non hanno mai contato – in casa propria: la Gelmini ha preferito nominare, in articulo mortis, il vicepresidente della Provincia di Napoli piuttosto che un ricercatore del CNR regolarmente eletto.

Visto che si parla tanto di valutazione, vogliamo valutare il contributo fornito dai rappresentanti dei famosi stakeholder nelle passate amministrazioni dell’ente? Quali idee, contatti, risorse, opportunità, hanno portato al CNR questi signori, uno dei quali è stato premiato con la riconferma? Rimane un mistero, per esempio, quale possa essere l’apporto delle Camere di commercio o della Conferenza delle Regioni per decidere se avviare un progetto di genomica o di linguistica, o un progetto per la misurazione della velocità dei neutrini. I maligni sostengono che queste persone vengono nell’ente per prendere, non per dare. Che vengono per spartire il potere, visto che il CNR gestisce un miliardo di euro e 8.200 dipendenti. Allora, per favore, valutiamo.

Visto che nel paese sta cambiando il vento, propongo un’ennesima riforma, e cioè di tornare allo status quo ante, e cioè di affidare il governo del CNR agli universitari: l’esperienza ha mostrato che è molto meglio l’autorefenzialità degli scienziati che la politica delle spoglie. Se poi volessimo puntare ancora più in alto, ed il Fato fosse favorevole al CNR, alla scienza, all’umanità, si potrebbe adottare il modello di governance dell’INFN, dove è la comunità scientifica interna che esprime i vertici dell’ente; oppure ci si potrebbe rifare al sistema di governo dell’università che, anche dopo la recente riforma che ha aperto più ampiamente i consigli di amministrazione alla partecipazione di rappresentanti della “società”, mantiene saldamente le redini dell’accademia nelle mani delle componenti interne dell’organizzazione, elette democraticamente, e dunque non nominate dai politici.

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1 commento

  1. Articolo interessante, che nella parte finale fa riferimento alla possibilità di adottare il modello di governance dell’INFN. In realtà questa proposta scaturì a suo tempo da una attività di ricerca specifica sul CNR, pubblicata su un volume della collana Prometheus nel 1997, che indicava nel cambiamento della composizione delle comunità scientifica di riferimento la via per una vera riforma dell’ente, che fosse funzionale alla ricerca italiana. Non credo infatti che il problema del CNR sia un ritorno alle origini, né si ponga in termini di chi è meglio che governi l’ente (gli stakeholders, i politici, gli universitari). Piuttosto ciò che manca e continua a mancare nella interminabile stagione di riforme che accompagna il CNR da oltre dieci anni è una riflessione di policy sulle funzioni che debbono essere svolte da questo ente: ricerca, supporto alla ricerca nazionale, promozione della ricerca privata, alta formazione, diffusione e trasferimento dei risultati scientifici? E questo con quale rete di laboratori, con quale relazione con l’università, e con quale comunità scientifica? 8.200 dipendenti, ma solo 4.600 circa sono ricercatori o tecnologi, oggi distribuiti su oltre 440 sedi di lavoro. Al di la delle retoriche politiche, o degli spesso deprimenti articoli dei giornali, non abbiamo nessun dibattito serio e documentato su questi aspetti da molti anni.

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