Il Presidente del Consiglio in persona a Torino ha dichiarato ufficialmente aperto il Campionato Italiano delle Università. Ma che strano campionato: le regole del gioco non sono dichiarate o, meglio, vengono continuamente modificate. Alcuni campi sono in salita, ma di ciò non si tiene conto nel valutare le prestazioni delle squadre … – Scusate l’interruzione. Clamoroso al Cibali! La LU Bolzano ha sconfitto e ridicolizzato il glorioso e pluridecorato PT Milan – Ma che strano campionato: se una squadra deve comprare un nuovo pallone deve per forza usare un mercato elettronico per la PA. Se invece di palloni tondi da calcio arriveranno ovali da rugby ci si dovrà adattare. Caro Presidente del Consiglio, liberi presto l’Università da tutte le norme improprie e dalla burocrazia assurda e surreale che la stanno soffocando. W la Libertà, W l’Italia. #lavoltabuona

Il Presidente del Consiglio in persona a Torino ha dichiarato ufficialmente aperto il Campionato Italiano delle Università.

Vedremo chi meriterà di restare in serie A, chi andrà a competere nella Champions League e chi verrà retrocesso in serie B o peggio.



Ma che strano campionato.

Ci sono un centinaio di squadre, alcune di tradizione secolare come l’AMS Bologna, fondata nel 1088 e più antico club del mondo, altre sono nate ieri e riescono a far giocare addirittura i tesserati delle altre equipe con la propria maglia.

Ma che strano campionato.

Ci sono una dozzina di team virtuali o, come si dice, telematici, che esistono solo su internet: sarebbe un po’ come far giocare nello stesso torneo i calciatori veri e quelli dei videogiochi tipo PES o FIFA 2015.

Ma che strano campionato.

Ci sono squadre dal nome chiaro e intelligibile come US Bari o USS Roma. Altre che non si capisce che cosa siano, come LIUC Castellanza e SS Sant’Anna. Ma questo non è un grosso problema, eravamo già abituati alla Spal e all’Atalanta.

Ma che strano campionato.

Le regole del gioco non sono dichiarate o, meglio, vengono continuamente modificate, così che nessuno ci capisce più nulla. Sarebbe come cambiare, durante la singola partita la regola del fuorigioco, già complessa di per sé, per renderla sempre più fumosa e incomprensibile, tanto per annullare un po’ di gol a caso per lo sconcerto degli spettatori paganti e degli attoniti giocatori.

Ma che strano campionato.

La durata delle partite viene calcolata in una singolare unità di misura chiamata CFU, che è diversa da squadra a squadra, da partita a partita e, addirittura, cambia nel corso dello stesso match.

Ma che strano campionato.

Alcuni campi sono in salita, ma di ciò non si tiene conto nel valutare le prestazioni delle squadre.

Ma che strano campionato.

I giocatori non hanno nome né numero di maglia e sono identificati con dei cosiddetti punti-organico tutti uguali in base al ruolo: 1 per gli attaccanti, 0,7 per i centrocampisti e 0,5 per i difensori, oppure tutto al contrario per confondere gli schemi.

Ma che strano campionato.

Ci sono solo 7 arbitri e quasi 60 mila giocatori. E infatti gli arbitri non seguono le partite, ma se ne stanno a Roma e controllano tutto da lì.

Ma che strano campionato.

I giocatori possono cambiare ruolo sul campo a partita iniziata: il portiere può andare in attacco, le due ali possono cambiare fascia, e i mediani possono spingersi a centrocampo ma solo a condizione di aver superato le mediane dell’ANVUR. Le “mediane dei mediani” sono infatti calcolate dai 7 arbitri dell’Agenzia Nazionale per la Valutazione delle Unioni Sportive.

Ma che strano campionato.

C’è una Lega Nazionale, che rappresenta i presidenti delle squadre che si chiama CRUI, e c’è una Federazione che rappresenta i ruoli e le fasce dei giocatori che si chiama CUN. Entrambe chiedono da tempo le stesse cose: regole chiare, semplificazione, supporto alle giovani promesse. Ma nessuno al Governo pare dare loro ascolto. L’autonomia sancita dalla Costituzione sembra infatti esistere solo sulla carta, quella costituzionale appunto.

Ma che strano campionato.

I giocatori hanno tutti lo stesso stipendio, fissato con decreto ministeriale. I sette arbitri guadagnano anche 10 volte di più del miglior giovane cannoniere. Gli stipendi dei calciatori sono stati bloccati da cinque anni da Ministri con indennità 5 volte superiori e il blocco è stato confermato da Giudici con retribuzioni da veri fuoriclasse, fino a 13 volte maggiori.

Ma che strano campionato.

Non si sa dov’è la porta e in che direzione si deve calciare. O meglio la porta c’è, ma viene continuamente spostata, per cui le squadre corrono a caso su e giù per il campo.

Ma che strano campionato.

I giocatori, invece di allenarsi o di giocare le partite allo stadio, passano ore e ore negli spogliatoi a riempire schede di valutazione e formulari.

Ma che strano campionato.

L’Associazione degli Arbitri redige ogni 5, o 6 o 7 anni un Almanacco con tutte le statistiche computate sui 5, o 6 o 7 anni precedenti: punti in casa, fuori casa, media inglese, gol fatti e gol subiti. Quando le statistiche vengono pubblicate non sono più attuali e non danno più utili indicazioni, né per il presente né per il futuro.

Ma che strano campionato.

Solo nel 2013 abbiamo appreso che l’US Padova aveva dominato trionfalmente nei campionati fra il 2004 e il 2010. Per sapere cosa è successo dopo bisognerà forse aspettare il 2017 o il 2018. Il Campionato italiano delle Università è infatti rigorosamente trasmesso in tempo molto, ma molto, differito.

Ma che strano campionato.

Schieramenti, moduli e schemi non sono definiti, ma tutti si danno un gran da fare per compilare Schede Uniche di Valutazione che sono tutto fuorché uniche, visto che si moltiplicano come in una reazione nucleare a catena.

Ma che strano campionato.

Ogni giocatore contempla ogni giorno con apprensione la crescita del proprio indice H, così definito da un ”mago” del calcio americano:

un qualunque calciatore ha un indice H se in H delle sue partite ha segnato almeno H gol o autogol, senza distinzione.

Ma che strano campionato.

Non esiste il calciomercato. L’US Fiorentina non può chiamare un terzino dalla SNS Pisa per nessuna ragione al mondo. Il reclutamento dei giocatori si fa su bando pubblico, previa valutazione positiva di una Commissione ASN (Abilitazione Sportiva Nazionale), composta da 5 membri di cui uno obbligatoriamente straniero o almeno oriundo. Una successiva selezione la fanno i Tribunali Amministrativi Regionali.

Ma che strano campionato.

Se una squadra vuole ingaggiare un giovane promettente per il proprio vivaio deve chiedere il permesso due mesi prima alla Corte dei Conti ed è costretta a fare un bando pubblico di valutazione, sempre assolutamente verificando prima se al proprio interno non abbia, che so, un portiere disposto a cambiare ruolo e improvvisarsi regista col numero 10.

Ma che strano campionato.

Se una squadra deve comprare un nuovo pallone deve per forza usare un macchinoso mercato elettronico per la pubblica amministrazione, nato per gestire appalti e servizi di pulizie. Se invece di palloni tondi da calcio arriveranno ovali da rugby ci si dovrà adattare.

Ma che strano campionato.

Anche a livello internazionale ci sono delle curiose bizzarrie, che hanno consentito all’AS Alessandria d’Egitto, con ingegnosi espedienti molto poco sportivi, di sfiorare il clamoroso successo nella Champions League del 2010.

Ma che strano campionato.

Le migliori squadre del Mondo sono tutte americane, anche perché beneficiano di un colossale finanziamento pubblico, mentre quelle italiane apparentemente non riescono a essere competitive e nessuno riesce a spiegare perché. I grandi esperti sono convinti che il problema sia l’eccessivo numero di squadre e auspicano accorpamenti. Già negli anni ’80 Romeo Anconetani ci provò con il Pisorno e sappiamo come è andata a finire.

Ma che strano …

Scusate l’interruzione. Clamoroso al Cibali! La LU Bolzano ha sconfitto e ridicolizzato il glorioso e pluridecorato PT Milan.

Sarà forse perché LU sta per Libera Università?

Caro Presidente del Consiglio,

ci permettiamo di darle un suggerimento.

Liberi presto l’Università da tutte le norme improprie e dalla burocrazia assurda e surreale che la stanno soffocando.

Non faccia per cortesia altre riforme del sistema. Negli ultimi anni ce ne sono state troppe e un’altra potrebbe essere fatale, anche se intrapresa con i migliori propositi.

Adesso è il momento di togliere norme e di aggiungere risorse. Fino ad oggi si è fatto l’esatto contrario.

Quello che è più urgente fare è già stato scritto qui e qui rispettivamente dalla CRUI e dal CUN.

Togliere agenzie inutili, sistemi di autovalutazione mutevoli come salamandre e comunque sterili, controlli preventivi e valutazioni ex ante burocratici e incomprensibili.

Ci restituisca per favore la Libertà che ci è stata tolta, nonostante l’art.33 della Costituzione.

Ci faccia tornare a fare il nostro lavoro, che comprende l’insegnamento, la ricerca e l’innovazione. Se continuiamo ancora con gli eccessi della valutazione e dell’autovalutazione fra poco non resterà proprio più niente da valutare.

Lei ha dichiarato “guerra violenta alla burocrazia“, inizi subito con l’Università, dove essa ha prodotto i suoi effetti più assurdi, grotteschi e deleteri.

Promuova un grande Piano nazionale per l’inserimento dei giovani migliori nell’Università, preferenzialmente come ricercatori di serie/tipo B perché, come forse saprà, l’illogicità dell’ultima riforma universitaria è tale da determinare dopo pochi anni l’espulsione dal sistema di quelli di serie/tipo A, per andare sì in Champions League ma a giocare con le squadre straniere.

Ripristini per favore un minimo di finanziamento alla ricerca nelle Università: i progetti PRIN sono dispersi e quelli SIR per i giovani sono paralizzati dal “catenaccio” della valutazione all’italiana.

Sarebbe sufficiente, per iniziare, lo stesso contributo pubblico erogato al CONI, così da mettere il Paese in condizione di continuare a competere anche sulla Ricerca e non solo alle Olimpiadi.

Se vuole proprio fare una classifica, la faccia fare per bene. Basterebbe copiare il REF (Research Excellence Framework) del Regno Unito, senza introdurre italiche e fantasiose variazioni.

Del resto sono stati proprio gli Inglesi ad aver inventato le regole del calcio, però poi noi abbiamo vinto quattro mondiali e loro uno solo.

Loro le regole le sanno fare e far rispettare, noi Italiani invece in queste cose non siamo proprio capaci ed è inutile insistere.

Però noi sappiamo essere competitivi e vincenti quando le regole sono chiare e, soprattutto, fisse per un ragionevole intervallo di tempo.

W la Libertà, W l’Italia. #lavoltabuona

Cordiali saluti

Firenze, 21 febbraio 2015
Nicola Casagli, professore Università di Firenze
Riccardo Fanti, ricercatore membro del Consiglio Universitario Nazionale

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21 Commenti

  1. Eccellente, ma non per ridere. Beh, se MR fa tardi con Schultz e poi sbadiglia e gioca coi telefonini durante la conferenza stampa e non ci arriva che è scoveniente e dannoso per la reputazione di noi tutti, noi che cosa pretendiamo?

  2. Un sistema di regole, in particolare per amministrare beni che sono di proprietà comune, serve per guidare i comportamenti verso il meglio, ed escludere quelli dannosi – secondo un protocollo di valori definiti dalla stessa comunità politica.
    Per fare un esempio, io, che sono co-proprietario dell’Università di Siena (fra le altre…), non accetto che gli amministratori pro-tempore la possano portare al fallimento (come potrebbe accadere ad una squadra di calcio), e quindi desidero che vengano poste e rispettate certe regole. E questo è solo il minimo sindacale.

    • Certo che le regole ci vogliono. Ma esse, come abbiamo scritto, devono essere semplici e chiare e, soprattutto, fisse per un ragionevole intervallo di tempo. E’ anche a causa del caos normativo e dei suoi continui cambiamenti che, proprio nell’esempio da te citato, una storica Università statale è virtualmente fallita, senza che nessuno ne sia responsabile.
      Le regole chiare ci sono: nello sport e nelle Università all’estero. Adottiamo il REF del Regno Unito, gli statuti di Cambridge o Oxford, il regolamento del dottorato di Zurigo.
      Noi siamo incapaci di stabilire regole certe e durevoli.
      Cito Indro Montanelli:
      “Sono e rimango convinto che fin quando noi italiani ci affideremo soltanto alla Legge – o, come ora usa chiamarla, alle regole –, rimarremo quello che siamo, coi vizi che abbiamo, fra cui quello di accatastare regole su regole al solo scopo di metterle in contraddizione l’una con l’altra per poterle meglio evadere.”

    • L’esempio da me citato, in cui gli amministratori pro-tempore hanno quasi portato al fallimento una Università Statale, mostra quanto pessimismo sia necessario nutrire verso l’utilizzo del potere e della libertà da parte del popolo italiano – talché la conseguenza inevitabile è stata l’emanazione di una più rigida e restrittiva disciplina normativa per prevenire e gestire possibili casi simili.
      Le regole in UK non sono “il REF”; quello è un frammento di normativa che riguarda le modalità di finanziamento delle Università. Per cominciare dal punto giusto dobbiamo partire (1) dalla constatazione che i sistemi giuridici di UK e Italia sono diversi, (2) dalla constatazione che in UK tutte le Università pubbliche hanno la natura giuridica di Fondazione, e non di Pubblica Amministrazione, e (3) dal leggere e comprendere tutte le altre norme che riguardano le Università. Suggerisco di partire studiando questo sito
      http://www.qaa.ac.uk/en
      Infine, ricordiamoci che colà il popolo è diverso e si comporta diversamente.

    • Caro Renzo, non andremo mai d’accordo anche se sostanzialmente diciamo le stesse cose.
      QAA è un’organizzazione indipendente, quindi libera e non emanazione della burocrazia di Stato.
      ANVUR è un ente pubblico vigilato dal Ministero. I componenti del consiglio direttivo sono nominati con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, sentite le commissioni parlamentari …
      Le premesse sono diverse e i risultati, per quello che so, anche.
      Ripeto, facciamole fare agli altri le Regole perché noi non siamo proprio capaci. Una volta che abbiamo adottato le Regole, del QAA piuttosto che del REF, cerchiamo di tenerle stabili almeno per un decennio. I risultati ci saranno di sicuro.
      Con il football è funzionato! Con il calcio storico fiorentino invece no, proprio perché le regole vengono continuamente cambiate e, ogni anno, le partite finiscono in risse da osteria.

    • Direi che il riferimento al calcio fiorentino, data la provenienza del ns premier, è davvero incoraggiante 🙁

    • Non intendo fare di questa utile conversazione un polpettone infinito, ma chiarire dei punti essenziali che sono tali proprio perché poco o mai discussi dalla comunità accademica italiana (e dai cittadini interessati).
      Ad esempio, è difficile pensare che in Italia possano essere enti privati a “regolare” enti pubblici quali le Università, a meno che non lo facciano in maniera del tutto autonoma e scollegata dalle politiche pubbliche in materia di Università e ricerca (ad es. i giornali che pubblicano classifiche di Università tanto per vendere più copie).
      In UK la QAA è sì privata, ma è anche ***riconosciuta pubblicamente*** come Ente delegato a fissare norme e procedure di verifica della qualità del sistema universitario di quel Paese. Esiste cioè una convenzione col Ministero e con altri Enti Pubblici responsabili della sorveglianza del sistema universitario di quel Paese (i “Funding Bodies”) per delegare alla QAA il ruolo di cane da guardia del sistema universitario.
      In Italia si è “mimato” il più possibile tale situazione istituendo un’Agenzia quasi-indipendente dal Ministero e governata da accademici, mi spiego?
      Tutto ciò, ripeto, va visto come elemento di discussione alla luce delle differenze giuridiche e sociali dei due Paesi, ma non è così essenziale come pensa Lei – in base a quello che scrive.

    • Io credo nella valutazione se condotta rigorosamente da organismi indipendenti, libera espressione dei soggetti che devono valutare. ANVUR non lo è. È burocrazia statale di stampo sovietico. Prima o poi tutti ce ne renderemo conto. Passo e chiudo.

    • Nicola Casagli nel commento secondo me c’è un ambiguità: Chi sono i “soggetti che devono valutare”? i “soggetti che devono essere valutati?”. Cioè stai dicendo che si può essere valutati solo da qualcuno che rappresenta la comunità scientifica?

    • Un momento, però, le università cd “non virtuose” dal punto di vista del bilancio sono quelle che sforano i limiti (costi del personale)/(entrate complessive). Il caso di Siena è invece particolare perché è quella (fra le poche) con l’indicatore di indebitamento più alto:
      .
      http://attiministeriali.miur.it/media/247520/tabella_1_punti_organico_2014.pdf
      .
      Nella voce “entrate complessive” sono comprese le famose tasse universitarie. Quindi, come avevamo già detto in occasione del post:
      .
      https://www.roars.it/online/punti-organico-2014-robin-hood-alla-rovescia-parte-seconda/
      .
      risultano “virtuose” anche quelle università che hanno un rapporto tasse/(FFO+programmazione) alto. Se si guarda la tabella relativa a questo indicatore, si scopre che in testa alla classifica c’è Bergamo, con 47% (!), quando la media nazionale è sul 20-25%. .
      .
      Se dopo i tagli all’FFO e senza avere un bacino di studenti ricchi, alcune università si sono ritrovate “non virtuose”, forse allora non è solo colpa di “amministratori pro-tempore (che) la possano portare al fallimento.”
      .
      Le regole devono essere semplici, chiare e stabili nel tempo, certo, come quelle di distribuzione dei p.o.
      Ma anche i fondi su cui poter far conto devono sottostare a regole simili, con la possibilità di sapere su quali disponibilità economiche annuali poter fare affidamento prima che l’anno sia praticamente finito.

    • @Alberto Baccini. Sì intendevo proprio i “soggetti che devono essere valutati”, ovvero libera espressione della comunità scientifica. Gli organismi governativi dovrebbero indicare gli obiettivi generali ma non addentrarsi nei dettagli di come la comunità scientifica intende raggiungere tali obiettivi. Il rischio infatti è di valutare pignolescamente il mezzo, e di perdere completamente di vista il fine.

    • Ribadisco che in Italia e in tutta Europa il principio dell’autonomia accademica [nella valutazione] è stato implementato attraverso Enti – denominati “Agenzie” per brevità ed assonanza con il linguaggio anglosassone – che fossero governati da accademici con adeguata competenza nel settore.
      Uno dei problemi è che in Italia la competenza nel settore era ed è bassa, e la comunità accademica ha di fatto annuito e accettato tutto ciò che i colleghi hanno deciso o proposto al Ministero per la decisione.
      Quindi siete voi stessi che vi dovete dare grandi randellate sulle teste.

    • @NicolaCasagli. OK grazie. Se la valutazione s’ha da fare, concordo che essa debba essere realizzata dalle comunità scientifiche. In questo caso diventa fondamentale la questione di chi sceglie i valutatori e come.

      L’obiezione è che ANVUR è organismo fatto di accademici (come nota Renzo Rubele). Infatti la tecnocrazia/societica anvuriana è fondata sull’idea che il consiglio direttivo ed i prescelti nei GEV/gruppi di lavoro etc. siano i “migliori”. Quelli degni di giudicare gli altri e di indirizzarli (L’hanno scritto esplicitamente a più riprese).

      Per chiudere: ho molti dubbi che la valutazione s’abbia da fare. Costi enormi. Benefici allo stato tutti da dimostrare.
      Quanto sarebbe stato meno costoso studiarsi bene i dati Scopus/WoS invece di fare la VQR. E forse sapremmo della ricerca italiana molto di più di quanto non si sappia adesso.

  3. Veramente esilarante ed amaro purtroppo… se li legge qualcuno..pochi o nessuno.. Siamo noi (nel senso di quelli che frequentano questo sito) che leggiamo le dichiarazioni le perfidie e le frottole degli altri. Il problema è che non siamo d’accordo (tutti) su niente. Bisognerebbe sottoscrivere un documento comune (in tanti) che tocca i punti pochi su cui siamo d’accordo e mandarlo non ai ns soliti giornali ma ai giornali internazionali Times etc oggetto: lettera dei Roars Italiani

  4. @ Emanuele. Direi proprio di no considerato il silenzio del ministro Giannini direttamente interpellato a proposito della vicenda SIR (qui). Il Ministro chiamato direttamente in causa da 407 giovani ricercatori non ha avvertito né l’urgenza né, soprattutto, il dovere di dare risposte. Certo, se invece che su Roars, fosse stata presentata una interrogazione parlamentare, il Ministro, a quel punto, sarebbe stato costretto a fornirle comunque quelle risposte che – evidentemente – non è in grado di dare.

  5. Mi sono talmente divertito (diciamo così) che ho voluto condividere questo piacere con i colleghi del mio Dipartimento (Scienze Umanistiche, Catania), scrivendo loro: “non resisto alla tentazione di segnalarvi un articolo nello stesso tempo ironico e rigorosissimo dedicato alla situazione universitaria e a certe bizzarre affermazioni di alcuni governanti. Il fatto, poi, che l’articolo si intitoli Clamoroso al Cibali! rende obbligatoria la sua lettura a noi catanesi.
    Vi si dice, tra l’altro:
    «Ma che strano campionato.
    I giocatori, invece di allenarsi o di giocare le partite allo stadio, passano ore e ore negli spogliatoi a riempire schede di valutazione e formulari» e si chiede di «tornare a fare il nostro lavoro, che comprende l’insegnamento, la ricerca e l’innovazione. Se continuiamo ancora con gli eccessi della valutazione e dell’autovalutazione fra poco non resterà proprio più niente da valutare».

    La rivista che ha pubblicato questo strepitoso articolo è Roars, gli autori sono Nicola Casagli e Riccardo Fanti; il link è questo: Clamoroso al Cibali!

  6. Non voglio offendere nessuno, ma è solo per ribadire la distanza culturale che c’è fra certa gente che lavora nell’università ed altri che ne parlano senza sapere di cosa stanno parlando. Qui ci sta bene lo striscione che esposero qualche anno fa i romanisti: “quando voi eravate ancora sugli alberi, noi eravamo già froci”, giusto per ribadire la distanza culturale…. 🙂

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