La crisi sanitaria non è stata l’occasione per un ripensamento di fondo sul funzionamento della scuola, i cui mali non risalgono sicuramente agli ultimi anni, ma derivano da una sequenza di riforme iniziate negli anni Novanta, su impulso – e su questo non si è mai fatta un’adeguata riflessione – di forze politiche e gruppi intellettuali che si riconoscevano nello schieramento progressista. Molti di costoro, con un artificio retorico fin troppo facile, tendono a liquidare le perplessità espresse da molti docenti sull’attuale sistema scolastico come forme di mero conservatorismo, quando invece sono proprio le attuali tendenze riformatrici a costituire un pericoloso passo verso la destrutturazione della scuola pubblica democratica.

 

 


Con la pandemia la scuola è ritornata al centro dell’attenzione, per la necessità di sospendere la didattica in presenza e ripiegare su forme di insegnamento a distanza.

Il lavoro dei docenti è stato riconosciuto come cruciale sia sotto il profilo della formazione dei giovani, sia per la società nel suo insieme.

Ciò nonostante, la crisi sanitaria non è stata l’occasione per un ripensamento di fondo sul funzionamento della scuola, i cui mali non risalgono sicuramente agli ultimi anni, ma derivano da una sequenza di riforme iniziate negli anni Novanta, su impulso – e su questo non si è mai fatta un’adeguata riflessione – di forze politiche e gruppi intellettuali che si riconoscevano nello schieramento progressista.

Molti di costoro, con un artificio retorico fin troppo facile, tendono a liquidare le perplessità espresse da molti docenti sull’attuale sistema scolastico come forme di mero conservatorismo, quando invece sono proprio le attuali tendenze riformatrici a costituire un pericoloso passo verso la destrutturazione della scuola pubblica democratica.

L’autonomia scolastica si è tradotta in un malsano principio di concorrenza fra gli istituti, sempre più attenti a corrispondere a presunte esigenze dei «territori» e ad attirare gli studenti e le loro famiglie (visti come «utenza») con una miriade di attività e progetti che tendono a disperdere le energie e la concentrazione di chi vive la scuola.

L’autonomia professionale e la libertà di insegnamento dei professori è stata compressa fra le tendenze burocratico-aziendaliste dei nuovi dirigenti scolastici (sempre più lontani, anche sotto il profilo dell’inquadramento giuridico e retributivo, dal sentire degli insegnanti) e le pretese di studenti e famiglie alla ricerca di facili gratificazioni in termini di valutazioni, certificazioni e percorsi scolastici semplificati.

L’attività didattica risulta oggi sempre più astratta, appesantita com’è dall’adozione di forme stereotipate di progettazione e valutazione, che privano i docenti della creatività e del tempo necessario per organizzare in maniera autonoma il loro lavoro.

Tale formalismo non è stato minimamente intaccato da un pragmatismo fine a sé stesso, fatto passare per attenzione agli sbocchi lavorativi degli studenti, ma di fatto volto a immaginare il tempo della scuola come una sorta di formazione professionale, laddove l’istruzione obbligatoria dovrebbe innanzi tutto fornire agli studenti le conoscenze di base, a cominciare dall’alfabetizzazione, necessarie per lo sviluppo di qualunque «competenza» lavorativa.

Il risultato è una svalutazione sistematica dell’ora di lezione in classe, quasi fosse un’attività residuale, e non, invece, il vero fulcro del rapporto educativo ed empatico fra la parola e l’emotività dell’insegnante e gli alunni. Anche la parola d’ordine, ormai inflazionata, della didattica personalizzata, in assenza di una significativa riduzione del rapporto docenti/alunni si è tradotta soltanto nella proliferazione di certificazioni di Bisogni educativi speciali (Bes), ancora una volta gestite in chiave burocratico-formalistico.

La scuola ha assorbito le sollecitazioni del mondo imprenditoriale e i miti dell’attuale sistema di mercato, come la fiducia acritica verso le nuove tecnologie digitali e la spasmodica ricerca del successo individuale, rapido e senza ostacoli. Ad aggravare questa situazione si è aggiunta una politica del reclutamento del personale docente caotica, frammentaria e spesso del tutto incapace di formare e selezionare come si dovrebbe gli insegnanti.

Un recente documento stilato da un gruppo di docenti, intitolato Manifesto per la nuova Scuola, ha il merito di evidenziare queste e altre disfunzioni dell’attuale scuola italiana. Lo hanno sottoscritto molti intellettuali e docenti universitari, da tempo attenti alle pericolose deformazioni subite dal sistema scolastico.

Chissà se l’intero mondo accademico riuscirà finalmente a fuoriuscire da quella separatezza rispetto alla scuola che lo ha contraddistinto negli ultimi decenni, acquisendo la consapevolezza che il ramo che lo sostiene poggia su quello della scuola.

 

L’articolo è apparso sul Manifesto del 13.07.21 

In copertina Jean Baptiste Isabey (1767-1855), The Congress of Vienna.

Send to Kindle

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.